February 24, 2020

Sicurezza, Crittografia e Trust Service Management dei sistemi Embedded

Ritengo utile publicare una parte dell’ultimo corso che ho tenuto all’Ecole Centrale De Electronique di Parigi (www.ece.fr)  per gli studenti del quinto anno di Ingegneria dei sistemi elettronici embedded.

Il corso comprende una parte molto più ampia dedicata alla fabbricazione dei wafer di silicio monocristallino su cui sono costruiti attraverso successive mascherature i “mattoni” di base di ogni circuito elettronico integrato, i transistor (tecnologie aihmé oggi sempre più nel dimenticatoio) e che per chi fosse interessato può consultare su questo stesso blog al seguente indirizzo Appunti di fabbricazione dei Wafer di Silicio Mono cristallino .

Questa parte su cui verte il presente “Post” invece si concentra su un’introduzione alla crittografia e alla sicurezza abbastanza generica che serve per poter capire la successiva parte sul Trust Service Management che oggi con la sempre più ampia diffusione degli smartPhones diventa di importanza capitale.

La domanda da chiedersi è : quanto è sicuro effettuare una transazione di pagamento o di identificazioen personale con un’applicazione installata sul mio Smart Phone? E come garantire che le informazioni confidenziali nel mio telefono non possano essere estratte da terze parti non autorizzate? Ma ancora: come assicurarci di garantire l’autenticità del proprio telefono o dell’applicazione che su esso è installata?

Sono domande che richiedono fiumi di pagine al di fuori dello scopo della presente pubblicazione e guardando sul web potrete trovare parecchie risposte dal punto di vista dell’utente finale. Invece in questa sede si vuole dare il punto di vista che per una volta non sia “applicativo” ad alto livello ma hardwaristico di basso livello, ossia dal punto di vista di chi “fabbrica” i chip che devono contenere le informazioni di sicurezza che devono essere protette (in crittografia questa informazione è quasi sempre una chiave di accesso). E quello che il grande pubblico spesso non sa è che per fabbricare un telefono esistono diversi “attori” che si parlano durante il processo di fabbricazione, essendo il grande produttore finale (quello che in alcune slides viene indicato come “OEM”: Original Equipment Manufacturer”) solo la punta dell’iceberg di tutta un’industria che lavora in sottofondo alla realizzazione di cose molto piccole ma che richiedono spesso tanti ingegneri quanti ce ne possono volere per costruire cose molto grandi come un moderno aereo di linea.

Il corso è anche un messaggio per certi addetti ai lavori che pensano che la sicurezza dei sistemi embedded possa farsi esclusivamente attraverso algoritmi di tipo “Software”. Ritengo, e come me molti altri, che la sicurezza sia un concetto di tipo “olistico” ossia omnicomprensivo in cui ogni sistema debba fare la sua parte e sia assolutamente necessario.
Le pubblicazioni sono in inglese (con buona pace dei puristi francesi 🙂
Mi scuso di già per gli eventuali errori imputabili solo alla mia responsabilità, non potendo, purtroppo per questioni di tempo, dedicare all’insegnamento la parte del tempo che meriterebbe (così come il tempo per le correzioni).

Questo primo blocco si limita a spiegare i concetti base di sicurezza e crittografia
00_Introduction_to_security_And_Crypto

Questa seconda parte invece spiega i concetti del TSM (se scaricate il file powerpoint assicurate di vederlo in modo “presentazione”. Il terzo file word è praticamente la spiegazioen a parole delle differenti slides
01_TRUST PROVISIONING
01_TRUST PROVISIONING_Slides_explainations

E per evitare di restare sempre sul teorico un esempio di un applicazione commerciale reale e attualmente in uso

http://vimeo.com/77405148

Primarie e primavere

L’Otto dicembre ci saranno le “prime” primarie, per ora quelle del PD.

Io penso che sia un’importante occasione per cominciare a pensare di cambiare il paese (per favore se siete di quelli che pensano che è tutto un magna magna, che si stava meglio quando si stava peggio, che non c’è più niente da fare fatemi il piacere di fermarvi qui e tornare a fare le cose – inutili –  che quotidianamente fate perché evidentemente la pensiamo in maniera diversa).

Su questo sito molto spesso ho scritto di depressione italiana, di terapie strategiche del cambiamento. Ecco il cambiamento. Le primarie sono un ottimo strumento democratico per esercitare questo diritto di cambiamento. Si inizia l’otto dicembre con il PD. Mi auguro caldamente che il Movimento 5 Stelle di Grillo segua la stessa linea così come il PDL e le altre forze politiche. Ovviamente perché le primarie abbiano senso devono essere aperte a tutti, e non solo agli iscritti altrimenti sono autoreferenziali.

Per quelle del PD dovrebbe uscire una lista dei seggi. Io mi sono scervellato a cercare di capire dove siano purtroppo un questo link sembra facile ma poi non troverete la lista dei seggi http://www.primariepd2013.it/?q=comesivota.  La cosa migliore è che mandate una mail al responsabile di zona che potete trovare qui http://www.partitodemocratico.it/vicinoate/circoli/summa.aspx (possono votare anche gli italiani all estero: trovate la mail della persona della vostra città all’estero in questo link http://www.partitodemocratico.it/aree/italiani_nel_mondo/documenti/mappa.htm :  Io ho scritto al tizio di Parigi che mi ha risposto rapidamente e gentilmente).

Una raccomandazione: le primarie non piacciono molto agli estabilishment dirigenziali dei partiti. Che siano di destra o di sinistra coloro che hanno esercitato ruoli di primo piano e direttivo per lustri hanno una particolare allergia a degli strumenti democratici che possono mandarli a casa dall’oggi al domani. Non aspettatevi che sia facile capire come si vota alcune volte possono applicare qualche trucchetto sporco (come l’anno scorso dove se non avevi votato al primo turno non avevi il diritto di votare al secondo o come il M5S che limita il voto agli iscritti prima del 2012, sul PDL non saprei dire non hanno mai avuto il coraggio di farle). Fate sentire la vostra voce nel caso che le cose non vi piacciano, scrivete ai forum e incazzatevi se il caso. Meglio che calare le braghe.

Ripeto se mi riferisco alle primarie del PD è solo per un caso, perché sono i primi a farle. Votetrò anche a quelle del M5S  e del PDL se come spero verranno indette.

Ovviamente se siete di quelli che pensano che non ci sia più niente da fare potete iscrivervi ai black block, premere per una deriva rivoluzionaria antidemocratica o scappare dal paese. Non le condivido ma sono scelte che in casi estremi, come dimostra il nord africa, possono purtroppo avvenire. Ma siamo veramente a questo punto? Dove stanno i barconi di italiani che scappano sul mediterraneo? Il paese va male ma non è troppo tardi!

Questo è uno dei modi strategici di pensare al nostro Paese, secondo me, nel piccolo, per ciò che riguarda la vita politica così magari da poter regalare anche a noi e ai nostri figli una nuova primavera, possibilmente il meno dolorosa possibile.

ciao!

Depressione Italiana

Prendo spunto da un paio di episodi che sono successi ieri

Sto a mensa, a Parigi. Incontro tre italiani di una nota azienda telefonica nostrana che sono distaccati in Francia. Tutti e tre del sud. Discutono animatamente e mi infilo volentieri nel dibattito. Si parla dei mali dell’Italia, dei figli senza lavoro, del paese che e’ stanco e statico. Tutte cose che sappiamo. Solo che i tre, che non sembrano proprio scaricatori di porto con la terza media ma impiegati quadri con un background culturale medio (laurea o simile), riciclano le solite frasi che si sentono dappertutto nei bar : ” il voto di scambio e’ inevitabile al sud…” , ” io ci provo a cambiare ma e’ inutile, l’unica e’ scappare” “e’ tutto un magna magna”…. Stanco di sentire le solite lamentele qualunquiste cerco di dare una sterzata alla discussione utilizzando alcune tecniche di comunicazione paradossale, ponendo delle domande del tipo ” pensate che il paese sia lo stesso di cinquant’anni fa?”. La risposta sempre la stessa : “non cambia niente”. Allora mi sono innervosito : “veramente pensate che la Sicilia e’ la stessa di duecento anni fa”?  Al che il terzo tizio seduto davanti a me, quello che fino ad allora era restato in silenzio, alza la testa dal piatto, e mormora lapidario : “era meglio!”

Incidente ieri a Giuliano Gemma che muore purtroppo  in ospedale per complicazioni dopo un incidente d’auto. Il TG2 fa un memoriale abbastanza classico, il corriere oggi riporta la morte ricordando il personaggio. Il primo commento di un mio amico a Roma e’ stato “E’ morto Gemma. L’ambulanza ci ha messo due ore ad arrivare, la polizia municipale si rimbalza la responsabilità con il 118, e’ tutto uno schifo”. Domanda: chi l’ha detto? Come mai ci hanno messo tanto (se e’ vero) a tirarlo fuori dall’auto?  Ma soprattutto: perché in Italia siamo cosi’ pronti a credere (e a infervorarci) a scandalacci e a cose brutte? Perché’ capitano certo. Ma non capitano MAI cose anche belle per cui vale la pena di dire oprgogliosamente “W L’italia?” O siamo solo orgogliosi del nostro paese quando ci sono ste cazzo di partite di calcio? Io le vieterei per un anno le partite di calcio in televisione! E’ l’anestetico sociale, la droga che rincoglionisce! La cocaina che ci passano per ammorbidire gli spiriti ribelli.

Ma poi,  non sarà’ che su molti giornali non si cerca a bella posta lo scandalo dappertutto anche se non c’e’ per fare notizia?
Incidente a Fiumicino, un aereo atterra senza carrello. Titolo della Repubblica a un video di You Tube “i carrelli degli Airbus sono difettosi”. Non magari “eccezionale prestazione del pilota”. Cambia tutto no? Nel primo caso hai PAURA. Nel secondo caso no e hai SPERANZA. La paura ti fa restare a casa “coi sacchi di sabbia alla finestra” come cantava Lucio Dalla, la Speranza ti fa AGIRE. Chiaro il concetto no?

Ci sono delle cose su cui non si possono usare mezzi toni. Se ottanta poveri cristi muoiono a Lampedusa io chiedo il lutto nazionale, chiudo le scuole per forzare le persone a riflettere su immani catastrofi umanitarie e faccio il titolo a sedici colonne; ma anche li: polemiche da quarta categoria interne: la lega che se la prende col ministro dell’immigrazione. Il Papa che dice “e’ una vergogna” ma nessuno che dica: andiamo a fare un summit in Nordafrica tutti insieme, il prossimo G20 non lo faccio a San Pietroburgo ma lo faccio in Somalia, per capire come risolvere i problemi LAGGIU’ perche’ se quelli muoiono di fame la e’ normale lo farei anch io che scapperei alla disperata: dite che e’ utopistico. Cosa costa proporlo?

E invece ci si arrovella sullo scandaletto interno. Lo scandalo. A me che mi frega di quello che un esponente della Lega ha detto del sottosegretario agli interni. Che mi frega di sentir parlare solo delle dimissioni di Berlusconi per una settimana per poi scoprire che alla fine hanno votato la fiducia. Da una parte dicono “gesto nobile” , dall’altra “hai perso TIE! prrrr”: Ma che stiamo all’asilo Mariuccia? Ma si può bloccare il paese, e il parlamento in dibatti di questo livello che non si osava fare neanche alle autogestioni del primo liceo ? Si puo’ vivere e cibarsi di sacandali? La sera si sta seduti tutti zitti davanti al telegiornale. Rai uno parla degli scandaletti, snocciola le solite notizie ingessate e filtrate, La Sette invece propone un campo di battaglia Mentana ogni sera urla “CLAMOROSO” pure se un esponente politico X si e’ scaccolato in parlamento. E noi li a guardare il telegiornale aspettando la soap. E se la spegnessimo sta cazzo di televisione la sera che e’ l’unico momento in cui la famiglia e’ riunita a tavoila e magari e’ l’occasione per parlare un pochetto?

Lo scandalo gridato alla lunga genera rabbia permanente che poi sedimenta e si trasforma in una cosa ancora peggiore: la depressione. A furia di leggere titoli che parlano solo di presidi arrestati per nepotismo, amministratori arrestati per frode, “pinze nella panza” si rischia di entrare nel loop infernale che il paese e’ veramente marcio fino al midollo e allora molti pensano alle tre alternative

1) Me ne frego, rubo anche io se posso tanto gli altri non sono meglio di me

2) Vorrei far qualcosa ma “il piu’ pulito cia’ la rogna” non mi fido di nessuno: mi deprimo e mi piango addosso (questo e’ lo sport nazionale della maggior parte delle persone)

3) Scappo e vomito sul mio paese

Io non faccio un discorso politico ma sociologico e psicologico. Una persona depressa rende meno. Non ha la forza di uscire di casa, se fuori piove pensa “che palle anche oggi piove non posso andare a giocare a tennis” non vede le alternative strategiche tipo “il tempo ideale per andarsene a vedere un bel film al cinema”. Il depresso non agisce. Soffre terribilmente e masochisticamente sembra necessitare della sua sofferenza. E’ un cane che si morde la coda. La depressione e’ terribile e pericolosa. Una malattia che può’ colpire non solo un singolo ma un intero paese. Si capisce quando si e’ depressi non solo se si perde ogni piacere della vita e si vegeta sul divano (anche un medico legale con la specializzazione in estetica riuscirebbe a capire che trattasi di depressione) ma la depressione (nevrotica) puo’ manifestarsi anche dalla ripetitività’ delle azioni che si fa, dalla mancanza di fiducia negli altri e nell’altro, dalle fobie dalle nevrosi,  dalla PAURA DEL CAMBIAMENTO, dallo stress che ti fa venire voglia di uccidere chi ti taglia la strada perché e’ un delinquente come il 90% di quelli che ci circonda, dalla rabbia esagerata che ci fa svalvolare per un incidente domestico. Sono tutte reazioni smisurate di chi cura la sua depressione con effetti placebo.  Un comico una volta disse che l Italia e’ il paese dove si usano meno antidepressivi perché’ alla fine noi diciamo “sticazzi”. Io non conosco le statistiche, ho letto su internet che in effetti sembra che i paesi dove si consumino piu antidepressivi siano quelli del nord Europa. Conosco molti italiani che si incazzano tutta la settimana dei mali del paese ma poi la domenica dicono “sticazzi” perché’ c’e’ la partita, la braciata, la porchetta e il Lunedì si ritorna a pensar male del nostro paese. Non sarà’ depressione ma questa e’ psicosi nevrotica!

Depressione e nevrosi sono l’antitesi del progresso sociale. Paesi come gli Stati Uniti, il paese degli eccessi, sono quelli dove regnando una certa “ingenuità’ sociale” ma anche un certo spirito di iniziativa,  di voglia del rischio (e una assoluta mancanza di compassione sociale guardate quanto pena Obama per far passare una riforma sociale minima), ma soprattutto di “fiducia nel paese” , il paese del “YES WE CAN” dove alla fine pure se ci si ammazza politicamente il presidente e’ quello di tutti. Andate a vedere al cinema :IL MAGGIORDOMO e capirete cosa intendo (http://www.allocine.fr/video/player_gen_cmedia=19515848&cfilm=188951.html). Tutto questo può sembrare ingenuo, per anni in italia abbiamo schifato e guardato con aria di superiorità’ questa ingenuità americana. Ma in un paese come il nostro giustamente forse bisogna tornare ad essere ingenui come i bambini per avere la forza di fare le cose. Per averne pero’ la PERSEVERANZA bisogna pensare STRATEGICO se no si generano una marea di idee che poi diventano monnezza (di “tuttologi” o ‘visionari” del marketing strategico ce ne abbiamo piene le tasche, uno solo diventa Steve Jobs).

Che futuro possiamo dare ai nostri figli se continuiamo a pensare che e’ veramente tutto uno schifo? Che ci abitiamo a fare in Italia, perché’ non prendiamo tutti uno zatterone come quei poveri cristi che venivano dall’Africa e ce ne andiamo in Norvegia? Perché’ non lo si fa? O si resta e si COMBATTE per cambiare il paese (con i mezzi democratici che la Repubblica ci offre) oppure… oppure stavolta non  mi viene l ‘alternativa scusate.

E infine perché i giornali non strillano con altrettanto vigore le cose buone che i nostri cittadini e il nostro paese produce? L’assessore che ruba va messo in prima pagina. Ma anche l’imprenditore che crea un nuovo lavoro, o magari un progetto nuovo per la scuola va urlato altrettanto no? (O forse non andrebbe urlato più niente perché ne abbiamo abbastanza delle urla). Le cose belle sono sempre sussurrate, quelle brutte urlate. Anche un amore passionale urlato e’ sintomo di un dolore troppo forte. Come se ci fosse un inconscio sadomasochistico piacere a soffrire dei nostri mali. Forse per questo ci si ricorda meglio dell’Inferno di Dante ma non del Paradiso. Ma questa e’ una tattica di comunicazione dei mass media. Loro lo sanno che e’ più appetibile il titolo scandalistico. Ma oggi le informazioni ce le possiamo andare a cercare su diversi media, e, quindi, infine farci un opinione più obiettiva di come stanno le cose.

E magari cominciare a vedere finalmente il bicchiere mezzo pieno che e’ il miglior antidepressivo che esista, salvaguardare la nostra energia non dispersa alla ricerca dello scandaletto del giorno, ma canalizzarla per definire un piano di miglioramento strategico per noi, per il nostro paese , per i nostri figli. Per il nostro futuro.

I Cannoni di San Vito

 

Un Amarcord estivo, con un flash back di trent’anni fa! 🙂  Cliccate sul link di sotto per vedere il video!

http://youtu.be/aF1qRgET5I4

Genitori e Figli: ieri, oggi e… domani?

Durante un seminario a cui ho partecipato a Bologna nel Marzo del 2013, ho incontrato Paolo Crepet, e ho ascoltato un suo intervento. Da quel giorno ho letto diversi libri sul tema, non solo di Crepet ma anche di altri e mi sono convinto che molti, forse la maggior parte dei problemi che oggi affrontiamo (o che non siamo capaci di affrontare) provengono dal genere di educazione che abbiamo ricevuto e da quella che daremo ai nostri figli. Così mi è venuta l’idea di scrivere queste riflessioni. Molti concetti li ritroverete nei riferimenti che citerò in fondo. Tengo a precisare che molte delle cose scritte sono citazioni prese tali e quali dai seminari di Crepet, semplicemente perché mi sono piaciute o forse perché le ho pensate anche prima di sentirle. Non credo che sia stato Crepet a convincermi, ma piuttosto ho trovato qualcuno che esprimesse in maniera gagliarda, sarcastica, ironica, incisiva quello che probabilmente ho sempre pensato: che nella nostra vita abbiamo sempre più bisogno di autorevoli educatori. Quest’ articolo non è un elogio agiografico di Paolo Crepet o della Montessori e a dei metodi dei bacchettoni. Crepet probabilmente semplifica molto, non sono convinto che un metodo solo sia sufficiente a farci crescere bene. Ma essendo romano, e come tutti i romani legatissimo a “mamma Roma” mi sono spesso interrogato sul perché sia così difficile per molti romani emigrare da una città che a detta di tutti è la più bella del mondo ma è anche invivibile e piena di problemi, o, per coloro che per diversi motivi sono infine partiti, soprattutto negli ultimi dieci anni, non si riesca a vivere la vita all’estero con serena armonia con il nuovo mondo che ci circonda, ma nostalgici di quel cordone ombelicale tagliato. Che poi, leggendo le esperienze descritte da Crepet (che essendo Veneto riporta spesso situazioni famigliari di famiglie del nord est produttivo dell’Italia) scopro che il “mammismo” non è solo un marchio DOC del centro sud Italia, anzi spesso si radica molto più fortemente nelle regioni dove i genitori possono permettersi di mantenere i figli fino ai trent’anni e passa. Figli che poi vivranno magari melanconici o incapaci di staccarsi dalla casa dove si stava tanto bene e in cui la mamma ti portava il cappuccino al letto. Nostalgia e melanconia che spesso inficia, per chi parte, se non sull’efficienza (è proverbiale che gli italiani all’estero lavorino il doppio, e spesso meglio, degli autoctoni) ma sulla nostra qualità della vita, dominata sempre più da angosce, ansie e, per l’appunto, rimpianto di un felice passato. Quanto di questo si può evitare con l’educazione? Vediamo..

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Volo Alitalia Parigi-Roma, due settimane fa. Sono seduto in un posto adiacente al corridoio nelle ultimi dieci file. Dietro di me una delle più classiche famigliole romane: padre quarantenne che gioca con la playstation, la madre si sta leggendo una rivista patinata e i due pargoli di sei e otto anni che giocano con un palletta di carta nel corridoio urlando a perdifiato. Il più piccolo a un certo punto tira la palletta fino alla business class e urla “Goal!!!” Il padre ancora ipnotizzato dalla playstation lo guarda distratto (o forse deliziato da quel campioncino in erba di suo figlio) e urla “Abbravo de papà!”. All’atterraggio i due pargoletti costretti dal benedetto regolamento che impone le cinture di sicurezza senza smettere di urlare a squarciagola commentano serenamente l’immagine della posizione indicata sullo schermo dello schienale, un software antidiluviano che Alitalia non si è mai curata di aggiornare con un aereo che occupa quasi tutta la regione Lazio per quanto non è in scala

“Anvedi papà stamo quasi en Sicilia!”, risposta del genitore (sempre a dieci decibel sopra il livello delle due turboventole dei motori che urlano in fase di atterraggio) “Anvedi aoh!”.

Il tutto per due ore e pochi scampoli (incluso il tempo di attesa dei bagagli ai tapis roulant) senza che la voce di un solo adulto si sia levata per richiamare all’ordine i due provetti calciatori in erba, non dico dei genitori, poverini impossibilitati, ma neanche del personale di volo.

A chi obietta che stiamo di fronte alla solita filippica disfattista anti-italiana potrei fornire, se questo possa servire di conforto, con altrettanti edificanti esempi dei nostri vicini d’oltralpe. Nel civilissimo quartiere perifierico di Saint Cloud, sede dell’ultranazionlista “Fronte di Le Pen”, distretto alla moda, periferia “prout prout” di Parigi come la chiamano i francesi (un equivalente dei Parioli a Roma) si contano periodicamente ogni sabato sera atti di vandalismo effettuati da quattordicenni o sedicenni “autoctoni”  ubriachi che girano con la bottiglia di whisky,  che spaccano vetri di auto (compresa la mia) e che lasciano prove tangibile del loro vandalico passaggio con lasciti gastrico organici come un’orda di lumache.

Due mesi fa un mio collega, una brava persona,  quarantasette anni, padre di una figlia di ventuno e di un maschio di sedici è stato licenziato, come spesso accade nel nostro così flessibile (o precario?) mondo del lavoro di oggi, senza una ragione veramente tplausibile (“non pensava in maniera abbastanza ‘strategica’, che è un modo per dire che sei vecchio e devo assumere uno più giovane di te”). Quando gli ho chiesto cosa pensasse di fare nel momento in cui, terminate la fase di negoziazione con le risorse umane appariva ineluttabile il licenziamento in tronco,  la risposta è stata fulminea “devo trovarmi un lavoro al più presto”. Si ma quale? Cosa? Quali sono le tue passioni? Qual è il tuo “savoir faire” e il tuo “savoir etre” che potremmo tradurre in italiano come “quali sono le tue capacità e le tue passioni?”. Mi ha guardato di traverso. Non s’era mai veramente posta questa domanda. Anzi non è stato mai sicuro di fare il lavoro che avrebbe sempre voluto. In un mondo dove passi dall’infanzia al mondo degli adulti (ma saranno veramente tali o magari restiamo perennemente nel limbo adolescenziale?) alla velocità della luce spesso molti non si fermano a pensare alla cosa più importante: cosa mi da quella passione che mi accende dentro il mio fuoco sacro? E cosa farei o darei per ricercarla?

Crepet inizia un suo testo citando Vivian King:

“Se arriva in tempo si chiama educazione. Se arriva tardi si chiama terapia”.

Quel mio collega, che ha sempre lavorato nella stessa regione, sempre fatto lo stesso lavoro,  oggi, al secondo licenziamento (il primo è stato un licenziamento economico) è incapace di affrontare un mondo del lavoro spietato dove a quarantasette anni sei “out” sei vecchio. E ha deciso di trovarsi qualcuno che lo possa aiutare, ma non a trovare un lavoro, ma a trovare le passioni che ha in se stesso, i talenti che sicuramente ha, e che nessuno ha mai pensato di fargli scoprire, tanto che anche lui come molti giovani quando aveva diciott’anni a chi gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare avrà probabilmente risposto “boh” (o più francesisticamente una sonora pernacchia). Oggi gli serve una lunga e magari costosa terapia per rimettersi in sesto. Il problema sta sempre la, e sta purtroppo nel nostro passato, un passato che non comincia a  quattordici anni e neanche a otto ma anche prima. Un passato in cui si ha bisogno di qualcuno che ci guidi e ci educhi, ci punisca se necessario, che sia autorevole (e non autoritario) che non sia un “amico” con cui giocare tutto il giorno alla play station ma un punto di riferimento, magari temuto alle volte odiato quando ci dice di no, ma in fondo stimato.

Un genitore.

Io credo che fare il genitore soprattutto al giorno d’oggi sia il mestiere più difficile del mondo. Quarant’anni fa c’era più sofferenza, c’erano più privazioni, e c’erano più punti saldi e fermi. Le famiglie erano composte spesso da tre, quattro persone. I genitori non avevano tempo da passare con i loro figli (non dico che oggi ce ne sia di più ma il lavoro precario lo sta virtualmente creando); si occupavano delle cose essenziali: mandare avanti la baracca. Molto spesso i nostri genitori hanno avuto fratelli maggiori come assistenti dei padri. Un chissene frega a tavola costava una sberla. Non dico che fosse meglio, ma era una certezza, eri sicuro che se tornavi la sera tardi in casa scoppiava il Vietnam e che se non mangiavi la minestra il giorno dopo rimangiavi la stessa. Si viveva scomodi in casa, e la scomodità generava “fame” voglia di andarsene. I nostri progenitori, zii, nonni, moltissimi sono partiti se ne sono andati altrove si sono comprati la casa da soli all’estero. Hanno avuto altri problemi ma sicuramente non hanno avuto genitori molto comprensivi, non se ne aveva il tempo. Purtroppo hanno preso magari forse troppe “sberle”. Perché non è vero che le sberle aiutano a crescere. Non quelle fisiche. Un adulto che picchia un bambino è un adulto stanco a cui mancano argomenti di discussione. Quel bambino crescerà con l’idea che la sberla fisica è fatta per il suo bene rimuoverà questa cosa nel suo inconscio. Diventerà forse un padre troppo generoso per evitare al figlio le sofferenze che lui ha subito da piccolo, gli farà troppi regali troppe concessioni finché sarà troppo tardi per tornare indietro. O rinuncerà magari a diventare padre. Le sberle sono frutto dell’autoritarismo di genitori che non vogliono perdere tempo. La giusta punizione, spiegata, senza violenza fisica, autorevole e non autoritaria è forse da preferire alla sberla. Come tutte le cose la virtù sta nel mezzo di una coerenza che tutti son disposti a controfirmare ma che costa tanta fatica.

Oggi non ci sono più molti punti fermi, in casa quando un bambino piange perché la mamma lo ha rimproverato per un brutto voto magari va dal papà che urla alla moglie “e daje amò! Tutte ste storie per un quattro! Sapessi io quanti ne ho presi!”. Il bambino non ci capisce più niente. Perde punti di riferimento. Se rientra tardi la sera e il papà gli urla “basta da domani niente motorino!” e poi lo stesso papà il giorno dopo rientrando dal lavoro col magone sullo stomaco (non tanto per la pena per il figlio quanto per il terrore di dover affrontare la litigata serale dopo una giornata di corsa in ufficio tra telefoni e computer dove magari ha vissuto da solo la maggior parte dei problemi) e allora quel no fermo si trasforma in un ni, e poi in un si. E il bambino capisce che se strilla alla fine ottiene. Perché mantenere i punti fermi costa fatica. E molto spesso, e qui i miei amici romani sanno di cosa parlo, ci ronza in testa quella frasetta pericolosa “ma lassa perde… ma nun lo fa… ma chi te lo fa fa!”.  Si torna a casa stanchi e i bambini invece sono super eccitati dopo aver passato magari pomeriggi a saltare da una attività a un’altra: alle 14 piscina, alle 17 c’è Judo, poi c’è teatro poi due ore di playstation (perché hanno tolto il tempo pieno alle scuole medie superiori?). Poi torni a casa e ti trovi due diavoli della Tanzania, e grazie! Con tutte quelle attività che neanche Bubka alle olimpiadi si sognava, avranno più adrenalina che sangue nelle vene. E allora che si fa? Si accende il nostro bel 52 pollici che troneggia nel salotto davanti al tavolo imbandito lo si sintonizza e si prepara la cena. Un po’ di pace, “ e chi gliela fa a parlare”, il pupo è ipnotizzato davanti al cartone animato, o a qualche culo di qualche ballerina che lancia il messaggio subliminale a vostra figlia preadolescente che bellezza=fortuna=successo.  Ma un po’ di musica alla radio e basta no? Perché la prima cosa che facciamo quando rientriamo a casa, dopo esserci tolti le scarpe è accendere il televisore?

Sempre in un libro dello stesso genere leggevo una statistica in cui più del 50% dei giovani delle scuole medie alla domanda su “cosa conta di più per riuscire nella vita” immancabilmente risponde “soldi, raccomandazione e culo”. Dove per culo lascio a voi l’interpretazione. E allora perché non spegnere il televisore la sera? Ma da subito. Dai tre mesi. Rai Yo Yo è penso uno dei canali più visti e utilizzati da fasce di bambini tra i 3 mesi e i 2 anni. Il genitore dice “parli facile te, pensa a tornare a casa dopo ore di lavoro e quello non la smette di piangere, non la smette di chiedermi di giocare io non ce la faccio alle volte è l’unico rimedio”.  Oppure l’obiezione classica “viviamo in settanta metri  quadri in periferia, è figlio unico oggi non ce la si fa a mantenere un bambino figuriamoci due o tre, che faccio dove lo porto dove lo lascio andare? Alle volte la televisione o il videogioco è l’unica soluzione per calmarlo”.

L’unico? Io non ci credo alle soluzioni “uniche”.  Anche in matematica spesso non c’è un solo modo per risolvere un problema. Due anni fa conobbi una persona, un esperto in PNL e psicologia cognitiva e terapia strategica a breve. Durante un training ci disse “ricordatevi, una regola generale. Un postulato come il sole che sorge ogni mattina. Ci sono sempre ALMENO TRE soluzioni a un problema. ALMENO TRE, basta un po’ di iniziativa un po’ di curiosità e di buon senso per trovarle”. Certo se uno sceglie la via comoda e facile spesso la soluzione è quella più stupida. Basta girare il concetto: le cose scomode spesso sono intelligenti (spesso non sempre, non cominciamo a trovare le eccezioni che confermano la regola un po’ di onestà intellettuale vi prego!); i miei vicini di casa hanno la figlia che si trova davanti alla scelta di quale università scegliere. I discorsi spesso vertono più sul dove (quanto è lontana, quanto ci metto per arrivarci, è collegata bene o male a casa) più che sul contenuto (cosa vuoi veramente fare?). Ho incontrato due mesi fa una ragazza simpatica di trent’otto anni, che lavora alla prefettura di Nanterre. E’ in crisi perché il suo matrimonio dopo dodici anni è naufragato e lei ha sempre vissuto solo per la casa e per il marito. Non hanno neanche avuto figli. Le ho chiesto che studi avesse fatto: mi ha risposto che ha iniziato con biologia poi però dopo due anni ha cambiato e ha scelto economia e commercio (eh certo… sono legate…), ma a trentacinque anni ha scoperto che la sua passione è la speleologia. C’è sempre tempo per cambiare, per carità, ma se magari qualcuno in casa avesse cercato di aiutare questa donna a capire prima, facendo delle semplici DOMANDE, quali fossero le sue passioni, magari portandola a vedere un museo invece che al parco di DisneyLand Paris, o a fare un viaggio chissà, o semplicemente spendendo più tempo la sera per discutere a tavola invece che guardare inebetiti il telegiornale, magari questa donna non si sarebbe attaccata come una cozza all’unica cosa che la rassicurava (il matrimonio) per poi ritrovarsi a trentotto anni senza un lavoro appassionante e con molti, troppi rimpianti e necessità di terapie psicologiche e farmacologiche per calmarla. Oggi questa donna ha il terrore del week end in cui è costretta a restare sola a pensare, passa in continuazione da una fase di iper attività a una depressiva, si è iscritta a tre siti per incontri e uscite, ha l’orrore di stare da sola in casa e ha deciso di iniziare una terapia (che poi ha interrotto). Nessuno l’ha forse mai istruita a pensare a interrogarsi.

Le famiglie oggi passano insieme meno di una o due ore al giorno. Di corsa la mattina inzuppiamo un cornetto nel cappuccino mentre i figli si svegliano e poi la sera stanchi quando si torna a casa non si ha voglia o tempo di parlare.

Ma ci sono anche le famiglie opposte, le mamme badanti full time, complice una crisi terribile che spesso ci obbliga a lavori part time, magari al nero,  magari alla cronica disoccupazione di un partner che (e non è sempre la donna) resta a casa a coccolarsi il pupo. E allora si ha più tempo, forse troppo, da dedicare al bambino che si sente il re del mondo colui che è al centro dell’attenzione. E quando diventano più grandi si passa magari poco tempo a fare discorsi importanti, perché sono difficili e “scomodi” perché Dio non voglia che rischiamo di litigare. Non semplicemente chiedere a nostro figlio “come è andata la scuola” ma porre delle domande: Vuoi fare Judo? Perché? Vuoi andare in parrocchia? Perché? Non dico di no, ma spiegamelo. Fammi capire: stupiscimi! Dimmi che vai in parrocchia perché hai voglia veramente di scoprire cose nuove e non semplicemente perché tutte le tue amichette lo fanno e se non lo fai anche te ti senti un esclusa! E se la bambina urla e sbatte la porta perché non vuole discutere con voi interrogatevi come mai. Come mai quel bambino o quella bambina non hanno voglia o tempo di parlare o di ubbidire semplicemente alla ferrea legge che in casa comandano i genitori, pure se sono ingiusti. E’ così. La famiglia non è una democrazia. I genitori amici come la De Filippi sono una catastrofe educativa, una jattura. Peggio della peste. Un mio conoscente mi ha detto che si preoccupa perché il figlio di sei anni va a casa degli amici a giocare con i videogiochi violenti vietati ai minori di dicotto anni. La soluzione (almeno una, ma ripeto ce ne sono almeno tre) che ha trovato è: glielo compro io, così ci gioca a casa con me, almeno gli spiego io che quella non è la realtà ma è una finzione. Meglio che giochi a spappolare le teste delle vecchiette e a veder schizzare budella dallo schermo col papà accanto, che lo asseconda (e magari ci gioca insieme provandone un inconfessabile piacere) piuttosto che con gli amichetti da solo. Ma siamo sicuri che sia l’unica soluzione? Ma dire semplicemente “te da quel tuo amico non ci vai”? Io a sei anni andavo a giocare a casa dell’amichetto accompagnato da mamma. E il genitore magari va a vedere cosa fai con chi giochi. Giochi a MortalSbudelCombat? Io da quello non ti ci porto più. “Ma mi diventa un disadattato! A scuola ci giocano tutti!” E lascialo diventae un disadattato, fallo crescere forte!  Fagli capire che se crede e fa una scelta giusta allora non è detto che sia la moda da seguire, anzi chissà potrebbe lui lanciare una nuova moda! Sono andato al mare due giorni fa. Tutti, ma dico TUTTI, portavano le infradito con il marchietto del brasile. Le vendono da dectahlon, costano venti euro quando lo stesso sandaletto senza la bandierina del brasile ne costa sette. Ma perché dobbiamo farli crescere che se si vestono o si comportano come gli altri allora sono “sani” se no sono dei “malati”? Delle mie amiche a Parigi, disgustate dal mio look anonimo,  mi hanno quasi sequestrato per due ore in un negozio di un noto marchio di Jeans per farmi vestire alla moda “ecco! Così magari la trovi la fidanzata!” E certo, perché se ti vesti con i pantaloni della Rifle la fidanzata la trovi sicuro? E quanto dura? Due giorni? La mia cuginetta di dodici anni l’altra settimana mi mostrava orgogliosa le sue nuove scarpette da ginnastica che sembravano quelle di un astronautaper quanto fossero grandi “hai visto quanto sono belle?” , io le ho chiesto “perché ti piacciono?” . Risposta “perché ce le hanno tutte le mie amiche!”. Poi magari a vent’anni andiamo in quella scuola non perché ci va, ma perché ci vanno i nostri amici. E sul lungo termine queste scelte si pagano!

Ma non sto dicendo che bisogna dire sempre e solo no! Conosco il figlio di una persona la cui famigli è molto religiosa ed estremamente anticonformista e rigida. Nessuno giochino moderno, solo giochi all’antica (la campana, il tiro alla fune), niente palestra ma solo comunità, niente televisore, niente videogiochi. Il bambino sembra un angioletto. A otto anni, lo abbiamo scoperto che rubava gli iPod ai compagni e se gli chiedi cosa voglia fare da grande ti risponde “il cecchino” (sic!). Come mai? Non è che perché il “no è spesso sano” che bisogna farli vivere come nel medioevo, poi ci diventano dei serial killer! Possibile che non si conosca la misura? Ci sono cose che NON vanno assolutamente fatte (come giocare con il figlio di sei anni a mortalsbudellacombat, o comprare tre playstation per due figli così lo possono usare tutti e due compreso il papà e non si litiga), altre che vanno fatte con moderazione e grano salis. Il cartone animato lo vediamo una sera si e due no, magari accendiamo ANCHE la radio, magari facciamo ANCHE altre cose. Leggersi un libro di come si educano i bambini e applicare qualche regoletta in più, cercando di evitare gli errorissimi.

Fare, e dire tutte queste cose è difficile. E’ complicato. Io ho 41 anni e non ho ne famiglia de figli. Molti amici mi dicono “beato te!” altri mi dicono “povero te!”. Hanno ragione entrambi. Fare il genitore è uno dei mestieri più difficili ma anche più belli e importanti. E non c’è nessuno che ci  insegni come si fa, le istituzioni non sembrano voler spendere soldi per dedicare tempo a questa crescita culturale. Ho amici psicologi che guadagnano una miseria lavorando in centri di recupero per tossicodipenti. Ma perché non si creano anche centri di recupero per genitori che non sanno come fare? Ma mica è una vergogna voler imparare a far bene una delle cose più importanti che esistono al giorno d’oggi. Se diventassi genitore io non mi farei mancare l’occasione per cercare di capire le regole di base, che nessuno mi ha mai insegnato (magari perché non abbiamo avuto modelli educativi chiari complice anche una crisi di identità dei ruoli dei genitori).

Mi si dice “non ho tempo”. Scusate ma è una risposta non valida. Mia nonna che viveva durante la guerra e lavorava al forno anche il sabato forse non aveva tempo. Ma se si ha tempo di passare il “week end” al Gardaland o a farsi una settimana bianca, o ad andare mezza giornata al mare il sabato, il tempo per leggersi un libro, partecipare a un seminario o invitare qualche educatore a scuola per insegnarci a NOI come fare i genitori lo si trova. C’è gente che trova il tempo tutte le domeniche per andare a messa, e si perde tutta la mattinata. E magari incontri pure tipi gagliardi, gente che ti fa pensare alle cose diversamente, perché se esci e vedi sempre i soliti amici, sempre le solite persone magari le idee nuove non ti vengono.

Una volta (sempre quel “coach” di cui sopra) durante una discussione accalorata in un piccolo bistrot a due passi da Notre Dame de Laurette, nel 9 arrondissement di parigi, con gli occhi fiammeggianti guardandomi dritto mi esortò “quale è il mito dei tuoi genitori? Cosa ti hanno dato, cosa ti hanno lasciato? E soprattutto quali erano le loro aspirazioni? Il loro mito! I loro sogni?”.
Ognuno ce li ha, ogni persona ha il proprio mito il proprio sogno bisogna scoprirlo e spesso tutto questo passa per cammini difficili, per sofferenze, per privazioni., per cambiamenti E proprio chi ha sofferto magari è chi ha la capacità in futuro di avere la forza di prendere dei rischi di dire “basta io vado li, esco dal nido!”. Io cambio!

Una cosa che ho capito con gli anni, dopo, è che una certa forza di affrontare la vita non è venuta dalle paghette e dai regali “gratis” che mi hanno fatto i miei genitori ma spesso da scelte sofferte, dai “No”. Forse una delle migliori benedizioni che i miei genitori mi hanno lasciato è l’aver divorziato. Dirò una bestemmia per i più, ma quante famiglie si tengono in piedi con lo sputo quando è evidente che non c’è manco più un briciolo di amore a cercarlo con il lanternino e la frase spesso sentita, trita e ritrita la più ipocrita è “non divorziamo per i figli”. Bella storia. Se i genitori restano insieme e litigano spesso è una violenza inaudita per il bambinoç o mi ricordo con orrore quando mamma e papà litigavano in camera da letto mentre io e mia sorella tremando ci tenevamo per mano davanti alla porta della cameretta e ululavamo sottovoce “mamma papà… finitela….”. E magari non era che una sfuriata, manco volavano sberle perché siamo in un paese pseudo civile. Ma anche se si convive insieme forzatamente e si vive ipocritamente senza litigare sapendo che non c’è più amore (e basta che uno dei due lo sappia) i danni, tragici, sono ineluttabili.  Un conoscente vive orma da anni frustrato della moglie che, secondo lui, è una donna passiva e non gli da più stimoli inclusi quelli sessuali. (Mi domando perché se la sia sposata visto che lo sapeva anche dieci anni prima: mi piace pensare che ognuno si merita il marito o la moglie che ha, non ce l’ha scritto il dottore di sposarci o di vivere con tizio e caio). Per amor di famiglia ha deciso di restare e non andarsene sfogando le sue pulsioni con incontri clandestini. La moglie forse intuisce ma accetta in silenzio lo status della famiglia dello pseudo mulino bianco. Vivono come fratello e sorella. Il figlio, unico, a sei anni sembra autistico e stenta a parlare. E certo che dopo il divorzio non ci saranno più le settimane bianche, non si potrà magari mandare il bambino al collegio privato, finiti i 18 regali per  Natale, befana e Santo Stefano, ma magari la metà. E certo che all’inizio ti senti smarrito, povero, un “paria” un diverso. Non solo devi andare nella scuola pubblica dove la palestra si riduce a un campetto di pallavolo mentre prima andavi al collegio privato con quattro campi di calcio, ma ti vergogni pure di dire che hai i genitori separati (oggi non è più così, viva Dio una delle poche conquiste di questo paese civile). Però tutto questo crea un cortocircuito vitale, ti crea “fame”, hai fame di fare di ottenere, di fare meglio. Mettiamoci il voler dimostrare qualcosa, o voler ottenere quello che non hai più. E magari poi capita che a venticinque anni hai l’occasione e parti e te la vai a cercare altrove la tua indipendenza economica. E non dico che bisogna far soffrire i figli di proposito, che bisogna divorziare per farli sentire forti. Dico solo che bisogna fare delle scelti coerenti e coraggiose, una famiglia che si tiene in piedi in maniera ipocrita crea cento volte più danni di una famiglia che decide di separarsi. Ovvio che tutti vorremmo la famiglia del mulino bianco per la vita, ma spesso la vita è ingiusta. Perché non farlo capire ai figli dall’inizio che non è tutto rose e fiori, che c’è anche una sana dose di malasorte o se vogliamo una più realistica dose di “errori” che si fanno ma a cui si ha il coraggio di porre rimedio? Cresceranno senza il terrore dell’errore, perché anche se sbaglieranno sapranno rialzarsi e lottare.  Perché è molto più diseducativo e improduttivo un matrimonio che funziona male che un sano e onesto divorzio spiegato ai nostri figli che li fa crescere. E’ molto più improduttiva e diseducativa una scuola dove funziona tutto perfettamente e non si sgarra di un minuto, che un’altra dove magari (si spera) almeno gli insegnanti siano bravi e se poi non hai la palestra con pavimenti antitraumatici o la piscina con diciotto corsie vabbeh pazienza! A trent’anni secondo voi cosa farà quel figlio cresciuto in una famiglia virtualmente felice o infelice in cui si sta insieme per “salvarsi”? Deciderà di andarsi a costruire un futuro altrove? Deciderà  di investire in Italia rischiando i soldi di famiglia magari per aprire un’impresa o cercherà magari l’aiutino di papà per una raccomandazione in qualche azienda e, in caso negativo (perché vista la crisi oggi manco la raccomandazione basta) vivrà come un frustrato e un disadattato? Vogliamo questo per i nostri figli? Per anni ho imprecato contro la malasorte che non mi ha permesso di avere a disposizione come la maggior parte dei miei amici degli appartamenti di famiglia su cui contare. E invece dovrei ringraziare la sorte, dovrei ringraziare il cielo che i miei genitori li hanno venduti in maniera anche scriteriata perché questo mi ha dato l’opportunità di avere “fame” di essere obbligato di farmi le cose da solo, di comprarmele da solo.

Ed oggi capisco anche da dove viene questa malinconia che mi prende quando vivo e lavoro all’estero, come il sottoscritto, manco a dire in Nigeria, ma a Paris la Ville de la Lumiere, e che mi fa pensare ogni santo giorno al modo in cui poter rientrare all’ovile, melanconica tristezza che si accentua durante i lunghi inverni senza sole, e magari vivi come un adolescente, fatichi a comprarti una casa, a sposarti a metter su radici. Quanti “giovani” di quarant’anni esistono al giorno d’oggi?  Quanti che partono in continuazione e girano in tondo? E quanti invece che non partono mai e che restano all’ovile per tutta la vita, ancorati a un cordone ombelicale di tre centimetri? Gli uni magari girano troppo e sono rosi dalla malinconia e dalla sindrome dell’emigrante. Gli altri vivono un’apparente serenità che può venir disintegrata dalla minima avversità (uno scaldabagno che si rompe per citare una delle più terribili calamità). Io mi sento più nella prima categoria per esempio. Se da un lato la capacità di partire mi è stata magari consegnata da quella famosa “fame”, la maledetta malinconia, oggi mi interrogo, non sarà forse la reminiscenza di una vita troppo coccolata come molto di noi l’hanno vissuta in queste famiglie che restano troppo tempo “mono nucleari” in cui i genitori scaricano esasperato affetto nei confronti del loro bel rampollo?  Bisogna abituare i bambini fin da piccoli a cercare (nelle piccole cose) a cavarsela da soli. Dov’è il parmigiano? Cercatelo! Meglio abituarsi prima a sapere che le cose me le devo fare da solo.  Perché non puoi contare su nessuno. La vita è così. Alla fine su quante persone si può contare? Alla fine può arrivare il terremoto e radervi la casa, allora chi è capace di rialzarsi più in fretta, quello che nella vita ha ottenuto tutto e gratis e che non è abituato a farsi le cose o chi ha magari patito un po’ di sofferenza? Un terzo delle piccole e medie imprese del Nord Est polmone produttivo dell’Italia chiude non perché c’è la concorrenza cinese, ma perché i padri non possono lasciare le imprese a dei figli senza midollo che passano le giornate a bere lo Spritz al bar con l’amico. A Roma c’è quella che io chiamo la “sindrome della porchetta” ma che oggi potremmo chiamare “la sindrome dello Spritz”: ci si arrabbia, si bestemmia tutta la settimana. All’Università magari ci si riunisce,  ci si incazza contro questi baroni messi li dalla burocrazia, si pianificano progetti imprenditoriali, si scrivono giornaletti rivoluzionari,  si pianifica di andare a studiare all’estero, a lavorare fuori, si arriva il venerdì esasperati e poi, e poi arriva il sabato e la porchetta a Ariccia, la domenica, e lo spritz a Fregene. C’è il sole che calma e migliora l’umore (è scientificamente provato che il sole è antidepressivo), la Roma la Lazio e il lunedì tutto torna come prima. Sono dodici anni che ho lasciato Roma, ogni volta che torno e parlo con i miei amici o con le persone che conosco sento gli stessi problemi, magari gli stessi progetti, le stesse speranze: perché se uno vuol partire non lo fa? Perché se uno vuol creare un’impresa non lo fa? Sempre colpa dello stato, della burocrazia, del “tanto vanno avanti solo i raccomandati”. A Roma c’è il sole che funziona da anti depressivo, ma quanto sole ci serve quando arriveremo frustrati a cinquant’anni?  E mi ci metto in mezzo anche io, che ho lasciato casa a ventotto anni non per una forma di rivolta e sfida, ma perché avevo conosciuto la tipa a Parigi. A ventotto anni eh? Non a ventidue. “si vabbeh ma te hai studiato ingegneria è dificile”. La scusa. Difficile in sette anni? “eh vabbeh ma con i corsi annuali era molto più difficile. E poi c’erano certi professori che ti bocciavano tre volte, Fisica I dovevi farla quattro volte,  il biennio a fare la fila alle cinque del mattino per un posto in prima in aule stracolme fila tornavi a casa sderenato, se facevi quattro esami all’anno era un miracolo, certi incompetenti messi li a insegnare materie che dovevi studiarle da solo…”. Analisi giusta, ma patetica: e le tre soluzioni le abbiamo dimenticate? Se veramente l’Università di Roma ha un biennio che faceva (fa?) pietà e un triennio dove la metà dei professori sono figli e nipoti di, o cugini di, e non sanno cosa vuol dire insegnare allora perché non andarsene a cercare un’altra? Alla fine ti laurei in sette anni, due in più della media dei tuoi coetanei europei, e lasci casa a ventotto (quando ci dice bene). Quanta fatica per capire che certe scelte vanno fatte per passione per noi stessi e non per cercare la rassicurazione! Anni di terapia! Ho un mio amico che è partito per andare a insegnare elettronica in una facoltà di ingegneria in Finlandia, a 100 Km dal circolo polare artico,  dopo aver perso il lavoro nella crisi del 2002. Non aveva la fidanzata lassù. Poi è tornato a Roma gli hanno offerto un lavoro e si è comprato un appartamento: non aveva i soldi dei genitori, si è indebitato al 45%. Oggi vive negli stati Uniti con moglie e due figli, la casa di Roma l’ha affittata e si è comprato una seconda casa negli Stati Uniti. A chi fa più paura la crisi a gente come lui che è abituata a mettersi in discussione e a partire fino al polo nord o al figlio di papà che ha come unico scopo quello di farsi regalare il motorino? Con un altro mio amico, compagno di studi con cui condividevo speranze e frustrazioni del nostro parassitario sistema universitario Romano, si fantasticava sul mitico giorno della Laurea che sembrava non arrivare mai. Su i sogni nel cassetto, il prestito d’onore e magari andarsene all’estero . Poi appena laureati si è cercato subito il posto su Roma (non solo lui, anche il sottoscritto! Perché dobbiamo andare lontano?). Gli hanno proposto un posto in una provincia del nord est e ha storto la bocca: “non chiedo San Francisco ma almeno Milano, che ci vado a fare nella periferia di Vicenza?”: Se ci credi che quel lavoro sia per te, allora parti. Ma visto che nessuno ci ha insegnato a porci questa domanda… Se ai genitori gli dici “mamma io vado a vivere da solo, ho trovato un appartamento alla Magliana e me lo pago io” e i genitori stanno sulla Cassia la prima cosa che ti dicono è “perché così lontano? Ma che non ci stai bene a casa?”. E’ educativo tutto ciò?

Un noto imprenditore del nord est inviò il figlio nella succursale di famiglia a Shangai per dirigerla. Lo chiamarono dopo due settimane terrorizzate “dottore, suo figlio è sparito da una settimana, che facciamo?”: Dopo due settimane trovarono il figlio che se n’era andato  fare una vacanza con la nuova fidanzata in Tailandia. A chi le lasciamo queste aziende a gente così? E questo figlio prodigio secondo voi ha mai sofferto un po’ nella vita? A Natale magari ha ricevuto due regali in meno? Magari la sera mentre aveva due anni e faceva lo show per tutta l famiglia in piedi ancora alle dieci  di sera invece che una bella urlata e un liberatorio “tuttialletto!!” le nonne, le zie gli stessi genitori applaudivano il bambino prodigio per come è vispo per come è bravo, tutti a metterlo al centro dell’attenzione? Oggi forse anche a causa del fatto che si fanno pochi figli e quindi si ha più tempo per scaricare le nostre angosce protettive su quello che spesso resta un figlio unico, li si iper protegge, li si mette al centro dell’attenzione, si ha paura di tutto, che caschino dalle scale, che caschino dal balcone, che si facciano male in palestra, giocano con sedici ginocchiere gomitiere, e si fanno anche le palestre con pavimenti anti trauma! E questi bambini come cresceranno? Alla prima difficoltà cosa faranno? Come quel tipo, fidanzato con una mia amica, che si è presentato dopo due anni a casa di lei con la madre: “amore mio è ora che cominciamo a vivere assieme, sono due anni che ci conosciamo e ci amiamo. Ah, tra l’altro ecco ti presento mia madre, vivrà con noi” (sic!). Vogliamo veramente che i nostri figli diventino questo? Al massimo delle badanti per i nostri anni della pensione?

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Riferimenti

Scuola Genitori: http://www.scuolagenitori.it

Testi:

Crepet, P. L’Autorità perduta, Einaudi, 2011

Crepet, P. Sfamiglia, Einaudi, 2009

Video

http://youtu.be/13LU2EzrsXc

https://www.youtube.com/watch?v=17yAPuK6am4

https://www.youtube.com/watch?v=xOaVf4qbJT8

P.S) Un commento finale di cronaca attuale. Sempre per quelli che hanno risposto che nella vita ci vuole “fortuna, culo e raccomandazioni”, lasciando quindi prevalere l’idea che nella vita vanno avanti i furbi più che i meritevoli, che conti più l’inventiva furbesca che l’onestà e la giustizia, mi permetto di dissentire con prove provate. Come in una partita a scacchi si vince all’ultima mossa. La vita è una bilancia. Si può avere l’impressione che chi va avanti nel paese fa patte di quei furbetti del quartierino (o del quartierone) ma alla fine queste persone fanno la fine che si meritano. Alla fine la bilancia della vita starà in equilibrio. Ciò che fai ricevi. Ne sanno qualcosa tutti coloro che nel nostro paese erano considerati potenti, intoccabili e “furbi” e che la storia ha giudicato, o sta giudicando, per quello che realmente hanno fatto e valgono. Tra trent’anni queste persone forse non saranno neanche citate nei libri di storia e, se lo saranno, non certo per agiografarne la vita, ma magari per constatarne la rovinosa caduta che resterà quella si d’imperitura memoria. Chi vuol cogliere la sfumatura di attualità pubblica colga. Io credo che questi esempi siano di una forte educazione per i nostri figli: vedete? Alla fine non sono i furbi e i raccomandati che, alla lunga, la fanno franca!

1Q84

Murakami Haruky, 1Q84, Nov-2011, Einaudi.(vol 1,2,3)   

Aomame è una giovane ragazza Giapponese che ufficialmente lavora come “personal trainer” in una palestra di Tokio. Come “secondo lavoro” è un killer che elimina su commissione uomini che si sono macchiati di violenze sulle donne e che per diversi motivi sono riusciti a sfuggire alla giustizia “tradizionale”.

Tengo è un giovane ragazzo che come lavoro fa l’insegnante di matematica in una scuola preparatoria di Tokio. Come “secondo lavoro” Tengo è un Ghost writer, riscrive romanzi su commissione del suo editor, e in particolare l’ultimo a cui ha messo le mani, dal titolo “La Crisalide d’Aria”, scritto da una misteriosa ragazza dislessica di diciassette anni di nome Fukaeri è diventato un successo editoriale senza precedenti.

Tengo e Aomame avevano frequentato la stessa scuola elementare in cui avevano sviluppato una fugace amicizia che poi si scoprirà essere un amore quasi simbiotico. Sono come due metà che si sono perse e che si cercano.

Durante uno dei suoi “lavori su commissione” Amomane, dopo essere stata lasciata da un Taxi sulla tangenziale di Tokio e essere scesa da una scala d’emergenza si accorge di trovarsi in una specie di mondo parallelo , un nuovo 1984 (l’anno in cui è ambientato il romanzo). Un mondo quasi perfettamente simile al precedente se non fosse per alcune poche ma macroscopiche differenze (per esempio due Lune nel cielo che possono essere viste solo da Amomane e in seguito da Tengo). O per la presenza di una setta esoterica, il Sakigate, il cui leader è capace di ascoltare delle voci di alcuni esseri  di un altro mondo“i Little People” quando si materializzano si mettono a tessere “crisalidi d’aria” che contengono cloni di esseri umani dotati di speciali poteri paranormali.

Amomane verrà ingaggiata dall’associazione clandestina contro le violenze per le donne per uccidere il leader della Setta, apparentemente reo di aver violentato delle minorenni che venivano usate come “vestali” durante alcuni riti esoterici. Scoprirà presto che è lo stesso leader ad aver voluto che fosse così.

Dopo l’omicidio del leader Amomane vivrà nascosta in un appartamento dove, casualmente vedrà Tengo per strada che contempla le due lune. Decide così di restare in quell’appartamento (casualmente vicino all’abitazione di tengo) per incontrarlo ancora. Alla fine i due riusciranno a trovarsi e insieme percorreranno la scala della tangenziale in senso opposto per scappare dal mondo con le due Lune, che Amomane ha chiamato 1Q84, in cui i Little People li stanno cercando per tornare nel 1984.

Il romanzo è diviso in due volumi per una discutibile scelta editoriale, e francamente ho faticato ad arrivare alla fine. Non aspettatevi di capire chi siano questi Little People, rimarrete delusi. Lo stile di Murakami è semplice, il vocabolario pulito e lineare tanto da far pensare a tratti una sorta di “pulizia etnica” dovuta a una cattiva traduzione tralasciando, chi sa, alcuni modi di dire originali della lingua del Sol Levante. Accanto alle descrizioni deliranti e fantascientifiche di questi “Little People” che escono dai corpi di capre e cani morti per tessere le fila dell’aria e generare Crisalidi con cloni umani, si snocciola la vita quotidiana di Amomane e Tengo descritta con puntigliosa quanto alcune volte fastidiosa precisione come il descrittivismo esasperato degli abiti dei protagonisti, il soffermarsi sui dettagli delle scene, dettagli di una normalissima quotidianità. Anche le avventure sessuali dei protagonisti, giovani, sani e single e quindi con una vita sentimentale viva, anche se desolante, sono descritte in maniera asettica, alcune espressioni come “fare sesso sfrenato” lasciano un po’ interdetti per la banalità della terminologia che fa pensare a un manga scritto per diciassettenni.  Mentre il primo volume ha una trama più dinamica, il secondo è composto quasi esclusivamente da dialoghi interiori che scorrono nell’intervallarsi di tre storie parallele: Amomane che da sola nel suo appartamento rifugio attende Tengo (e scoprendo tra l’altro dopo un po’ di esserne persino in cinta senza aver avuto nessun rapporto diretto). Tengo che assiste il padre malato terminale e che in fine per una serie di casi si avvicinerà ad Amomane, e Ushikawa, una spia mandata dal Sakigate che farà una fine orribile per mano di Tamaru, una sorta guardia del corpo di Amomane, un killer di professione che ha una sua speciale sensibilità, ma che ci lascia un po’ perplessi e fa pensare a un personaggio alquanto artificiale. Queste tre storie sono spesso ripetitive piene di dettagli inutili ai fini della comprensione del racconto (potete fare l esercizio di leggere una pagina si e una no dopo la seconda metà del volume non ne perderete il senso), sono più la storia di tormenti interiori che di altro.

Il finale vedrà Amomane e Tengo ritrovarsi e scappare dal 1Q84 attraverso la scala di servizio da cui il romanzo è iniziato per tornare in un 1984 che però mostra già alcune discrepanze con il mondo originale (chi sa l’idea per un terzo volume, Dio ci scampi)

In breve un Murakami abbastanza vago che lascia molti punti all’interpretazione del lettore in opposizione a certi autori americani che si dannano per la spiegazione deterministica e che, se vogliamo, è forse un po’ la caratteristica di certa letteratura orientale, il che non guasta ma onestamente in questo caso ci pare esagerata . Eppure l’originalità della storia all’inizio lasciava ben sperare. Forse il motivo per cui, anche se indispettito da certe lungaggini o da una trama che ricorda più un manga che un intreccio poliziesco di Agatha Christie, il lettore comunque arriverà fino alla fine.

The Giant of the Sky, Paris Airshow, June 23rd 2013

click the link —->A380 Take off and landing, Le Bourget

Spiritualità, coscienza e i pericoli del dogmatismo

La lettura, consigliatami, di “Milioni di Farfalle” del dottor Eben Alexander, mi porta a scrivere questa riflessione, che poi vorrei estendere a spiritualità e religione.

Sul libro di Alexander secondo me c’è poco da dire. Se fosse stato scritto da un filosofo, uno psicologo, un prete, un monaco buddhista (un “Santone” come alcuni soprannominano sarcasticamente e dispregiativamente chi tenta di spiegare fenomeni legati a spiritualità, alla mente umana e la coscienza al di fuori dei canoni culturali classici) il libro non avrebbe venduto molto. Invece essendo stato scritto da un affermato neurochirurgo americano che prima dell’incidente era un saldo sostenitore della scienza razionalista moderna (e cioè quella a cui la maggior parte del mondo occidentale “crede”) unita a una buona prosa e un mix di suspence ne ha fatto un libro che è diventato presto un best seller. Non per questo lo considero un buon libro. Tutt’altro.

Riassumendo la storia è questa: Eben si sveglia una mattina preda di lancinanti dolori di schiena e di testa, poco dopo cade in uno stato comatoso che si rivela presto molto grave. In ospedale gli viene diagnosticata una meningite batterica da Escherichia Coli (rarissima negli adulti) che nel giro di poche ore compromette tutte le funzioni della parte più esterna del suo cervello, la corteccia cerebrale (sede del pensiero cosciente, responsabile di tutto quello che un essere umano riesce a fare consciamente e anche parzialmente inconsciamente: i sogni per esempio). Il batterio, in effetti, si autoriproduce in maniera esponenziale,  divora tutto quello che trova e inspiegabilmente si è infiltrato nel liquido cerebrospinale moltiplicandosi rapidamente e propagandosi nel cervello. La prima cosa che ha trovato da attaccare è stata la corteccia che è andata fuori uso.

L’affermato neurochirurgo cade in uno stato di coma profondo per sette giorni. Al settimo i medici (e suoi colleghi tra parentesi) stanno per staccare la spina quando “il nostro” si risveglia inspiegabilmente e altrettanto inspiegabilmente dopo un periodo di confusione, per altro normale in questi casi, riacquista tutte le sue funzioni cerebrali, e in più narra di un’esperienza ultraterrena che ha vissuto in un periodo indefinito senza tempo durante il coma. In questa esperienza ultraterrena il dottor Alexander parla di come sia stato trasportato in una dimensione luminosa fatta di gioia e serenità da una creatura alata che volava sopra ali di farfalle. Da un mondo tenebroso e buio in cui si trovava inizialmente (quello che lui definisce il “Regno della prospettiva del verme”) viene in seguito proiettato in quello che lui chiamerà  “l’Utero Cosmico” (scusandosi anzitempo per l’inadeguatezza delle parole poco adatte a spiegare questa sensazione vissuta solo con la coscienza), una dimensione in cui è possibile comunicare senza parlare, sentire senza udire, vedere senza guardare, e in cui si è permeati di una serenità infinita e partecipi della verità dell’universo o degli infiniti universi. In somma: si è in contatto con Dio.

La conclusione alla quale arriva lo scienziato una volta sveglio è che esiste una coscienza separata dal nostro corpo umano, compreso il cervello. Ossia: dato che la corteccia cerebrale era completamente compromessa e in un tale stato non è neanche ipotizzabile (secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne) una qualsiasi attività onirica (REM  o delirante) quello che il dottor Alexander ha vissuto è un’esperienza extra corporea attraverso una “coscienza” che quindi esiste al di fuori del nostro corpo.

Corollario a questa conclusione è ovviamente che esiste il paradiso, ed esiste ovviamente Dio.

Questo tipo di teoria non è nuova.  Io non esprimerò un giudizio dell’esperienza del dottor Alexander, mi limito a citare altre ipotesi che non possono spiegarsi solo con la nostra razionalità umana – penso all’inconscio collettivo di Jung e ai fenomeni di “sincronicitrà” –  ma potrei citare anche altre esperienze che lasciano presupporre che si, certamente, esiste “qualcosa” al di la del nostro universo fatto di atomi visibili e di particelle invisibili.  Che,  si, è estremamente probabile che dietro l’Universo o gli infiniti universi ci sia un Entità che abbia in qualche modo “generato” quello che ci circonda, semplicemente perché (secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne) la probabilità che tutto questo mondo che ci circonda sia frutto del caso è estremamente ma estremamente bassa. La pensava così anche Einstein quando cercando di confutare la moderna meccanica quantistica “casualistica” che si affacciava all’inizio del secolo scorso, pur essendone stato un precursore, sosteneva che “Dio non gioca a dadi”, presupponendo con questa frase l’esistenza di un “Dio”!

Tutto giusto.

Ma c’è un ma.

La tesi del Dottor Alexander regge secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne.

Che sono estremamente… ma estremamente limitate!

Qui sta il ma.

Rimango sempre piuttosto scettico di fronte a degli scritti che pretendono, in maniera scientifica, di dimostrare ciò che scientifico non è. Dove per scientifico intendo il frutto di un pensiero razionale sviluppatosi nell’arco di migliaia di anni e codificato nei trattati di chimica, fisica, matematica, medicina, astronomia che oggi si possono trovare nelle varie università.

Il libro del dottor Alexander poteva essere riassunto in venti o trenta pagine. Io capisco le esigenze editoriali e anche un po’ quelle “romanzesche”.  Ma è ingenuo pensare di poter dimostrare “scientificamente” che tutto quello che il dottor Alexander ha vissuto sia “reale”. Oserei dire è tipico di una certa ingenuità americana che pensa che il mondo possa essere diviso in bianco e nero, buoni e cattivi, io lo chiamo il “parossismo” ingenuo americano.

Nel libro questo mantra viene ripetuto in continuazione fino a stancare il lettore:

[…] “Il luogo che visitai era reale. Così reale che la vita che stiamo vivendo qui, adesso, appare completamente assurda a confronto […] Non si trattava di un sogno: Anche se non sapevo dove fossi e nemmeno cosa fossi, non avevo dubbi: il luogo in cui ero capitato era assolutamente reale. […] è stata l’esperienza più reale della mia vita… ” […]

Ma cosa definiamo per reale?

Per confutare le ipotesi che tutto questo non è stato che un delirio, paranoia, o qualsivoglia attività onirica e quindi giustificare la realtà del paradiso il dottor Alexander redige un’appendice, perlopiù incomprensibile al profano (presumo redatta soprattutto per convincere i suoi colleghi scienziati) la cui ipotesi portante è che visto che la corteccia cerebrale è stata completamente assente per sette giorni, come è possibile che lui abbia vissuto e percepito questa esperienza ultraterrena in un mondo senza tempo senza spazio ma estremamente nitido e chiaro?

Potrei fare lo scettico e il San Tommaso e dire: in base a quali conoscenze scientifiche il dottor Alexander afferma questo? In base a quelle che la scienza moderna pensa di aver acquisito sul cervello umano? Una scienza che ancora oggi non è in grado di curare efficacemente tumori al cervello se non tramite una gretta chirurgia locale per poi condannare il paziente a mesi di estenuanti chemioterapie dall’esito spesso scontato? La neuroscienza che ancora oggi usa le stesse tecniche di riabilitazione a seguito di un Ictus di quelle di vent’anni fa e con risultati che non riesce a predire? Perché dovrei fidarmi di una scienza arrogante che quando si parla di cervello ancora oggi mostra un fianco debolissimo, pieno di indeterminatezze?

Il libro del Dottor Alexander tenta di far passare la tesi che, visto che è impossibile scientificamente che tutto questo possa essere accaduto, quindi è un miracolo, quindi Dio esiste.

Va bene, allora il dottor Alexander dica chiaramente che crede nei miracoli e non cerchi di spiegare il tutto con un trattato sulla meningite batterica (che è tra l’altro la parte più interessante che ho trovato nel libro: ho imparato cosa sia la meningite! 🙂 )

Un atteggiamento più saggio sarebbe stato il socratico “so di non sapere”. Perché se il dottor Alexander afferma che “è scientificamente impossibile che lui abbia vissuto questa cosa con la corteccia in pappa” quindi questa cosa è “reale” : questo chiamasi a casa mia paradosso.

Io potrei controbattere con la tesi che, visto che il cervello ha dei meccanismi ancora misteriosi, chi non mi dice che lui si sia sognato tutto nel momento del risveglio? In quel picosecondo in cui il cervello si stava riavviando, compresa la corteccia? Il riavvio del cervello può essere rapidissimo ma per quel fenomeno che alcuni di noi hanno provato che si chiama “espansione temporale” il sogno può essere percepito di una durata molto lunga anche se, nel mondo cosciente il tempo scorre più lentamente. Quanti di noi non hanno fatto l’esperienza la mattina quando si svegliano e, guardando l’orologio, costatano che sono le 07:00; poi si riaddormentano un attimo e fanno un lungo sogno che sembra durare tanto, poi si risvegliano di soprassalto temendo di aver dormito chissà quanto, riguardano l’orologio e sono le 07:01?

Ma dato che io “so di non sapere” non cerco di confutare esperienze“esoteriche” tramite argomentazioni scientifiche. Cpisco che la cultura del dottor Alexander sia quella del più puro illuminismo, ma sarebbe meglio cercare di descrivere l’esperienza senza ricorrere a teoremi scientifici. Sarebbe puerile. Sarebbe come voler spiegare la psicanalisi col teorema di Pitagora. Quasi sicuramente la mia contestazione dell’espansione temporale potrebbe essere confutata efficacemente da un’altra teoria scientifica (secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne) che io non conosco attualmente. Questo genere di esperienze spirituali, ultraterrene, esoteriche chiamatele come volete non ha una spiegazione razionale di questo mondo  in questi casi bisogna adottare secondo me un approccio puramente relativista, ed estremamente ma estremamente umile (quindi neanche dire “io so che è reale. Si! è così credetemi!” e ripeterlo dieci volte nel libro che alla fine scoccia pure) che poi non è molto lontano del “so di non sapere” di cui sopra.

Il nostro cervello è finito, non infinito. Lo stesso concetto di infinito non è concepibile per lui e quindi per noi. Gli scienziati si sono inventati la storia dell’Universo curvo in cui parti da un punto e torni sul tuo stesso punto dopo miliardi di miliardi di miliardi di anni luce di viaggio. L’uovo di Colombo.

Il dottor Alexander ora non può pretendere di farci credere in Dio in maniera scientifica, confutando la scienza tramite argomentazioni scientifiche!

La credenza e la ricerca di una spiritualità sono un percorso puramente soggettivo secondo me, individuale, e oserei dire anche necessario per gli esseri umani. Un percorso di crescita, che ci fa andare avanti alla ricerca del perché, del per come. E’ sano. E’ giusto che sia così. E’ innato. Ed è per questo che diffido di ogni dogma, di ogni liturgia. Sia di quelle scientifiche che di quelle non scientifiche.

E concludo finalmente riallacciandomi a quello che ho accennato all’inizio.

Io personalmente diffido di ogni forma di spiritualità che si basa su un dogmatismo liturgico definito da precisi canoni di regole imposte, del “è così e se non è così è peccato”, o delle sofferenze e penitenze imposte come vie per raggiungere la spiritualità rivelata (da chi codifica i dogmi s’intende). La spiritualità del dogma è una contraddizione in termini perché la spiritualità è soggettiva. Se ognuno di noi ha in se un Dio, o se è esso stesso Dio, non mi serve un libro, una serie di regole, il catalogo dei dieci comandamenti, o una serie di riti costrittivi o restrittivi (digiuni ramadamici, astinenze sessuali e via discorrendo) per avvicinarmi a Dio e alla spiritualità. Ognuno ha il suo modo di cercare, ognuno sa quando è il momento, ognuno sa come arrivarci, l’imposizione non aiuta, crea nevrosi, stress, e alla fine guerre, per l’appunto di religione.

Come nell’amore anche nella spiritualità e la religione la cartina tornasole di quello che è “saggio” da quello che è “tossico” sta nel vostro stato d’animo nel momento in cui vi approcciate alla pratica spirituale. Se praticate una religiosità o una spiritualità che vi riempie di serenità, amore tranquillità, una curiosità costruttiva e fiduciosa, pace, del “dare senza chiedere niente in cambio” dell’abbandonarsi fiduciosamente all’altro financo Dio allora probabilmente questo vostro percorso è qualcosa di “buono e giusto”.  Dove per “buono e giusto” lascio a voi giudicare cosa sia.

Se di contro la vostra religiosità è fatta del “non devi”, o  del “devi fare” di “ansie nevrotiche da astinenza” di “senso del peccato e dell’angoscia”  ma anche al contrario “esagerata  euforia e misticismo” che vi incita alla conversione degli infedeli ( o dei poveri fratelli che ancora non hanno scoperto la bellezza della fede) , allora secondo me questo genere di pratica è tossica, pericolosa, per voi e per chi vi circonda.

Il dogmatismo di chi pensa di conoscere “la realtà” la presunzione di chi dice “questo è reale! Si si! Credeteci! È così!” che sia uno scienziato come il dottor Alexander, o il sacerdote che dice la predica in Chiesa o l’Imam nella Moschea per me fa lo stesso. Non è perché lo dicono loro che poi io ci credo. E se dovessi sperimentare una cosa del genere come quella del dottor Alexander  la racconterei, senza la presunzione di voler dimostrare “scientificamente” o “non scientificamente “ che sia la verità. Una cosa che sono sicuro cambierebbe la mia vita, come l’ha cambiata a lui, che penso oggi sia un uomo migliore, anche se il suo libro non mi è piaciuto.

In generale credo fermamente che si debba diffidare di qualsiasi dogma assoluto, incluso quello che scientificamente vorrebbe dimostrarmi l’esistenza di Dio. La spiritualità è un percorso puramente individuale, che ognuno si cerchi il Dio che gli conviene, e possibilmente agisca seguendo forse l’unica vera regola che abbia un senso e che non ha veramente alcuna controindicazione: ama il prossimo tuo, e fa quello che ti pare.

Guarda caso regola non confutata né dal Corano, né dalla Bibbia, né dal Buddismo, né da Freud o da Jung e né tantomeno dai vari teoremi di meccanica quantistica che hanno rivoluzionato la fisica degli inizio del secolo.

Se agiremo secondo questo semplice precetto avremmo fatto probabilmente una vita in cui dopo essere nati piangendo circondati da tante persone sorridenti, moriremo ridendo circondati da tante persone che piangeranno per noi. Allora si che potremmo dire di aver veramente e pienamente vissuto la nostra vita insieme alla nostra spiritualità.

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Eben Alexander Milioni di farfalle,  Mondadori 2013 (titolo originale proof of Heaven, 2012)

Valutazione

Il Ciambellone di Zia “ALicia” Fantasia

Allora il Ciambellone è una ricetta molto stupida e facile da farsi.  Ci sono affezionato perché me lo faceva la mia zia abbruzzese, Licia. Una volta da piccolo le scrissi una cartolina, che iniziava così “cara zia Alicia…” e da allora per me è rimasta Zia “A”Licia. Con la “A”. Buon anima!

Allora eccovi la ricetta (rivista da mia madre).

Ingredienti: 3 uova, 250 g di zucchero, 300 g di farina, 1 bicchiere di olio di semi, 1 bicchiere di latte, 1 bustina di lievito “Pane Angeli” (in Francia la levure chimique), un po’ di gocce di essenza di mandorla amara. Cacao in polvere (un cucchiaio da minestra),

Dunque sbattere le uova in una GRANDE insalatiera per cinque minuti (sic, nella ricetta di mamma… vabbeh, io l’ho fatto per un minuto ed è stato sufficiente: però se volete fare le cose veramente bene state pure li cinque minuti ad ammorbarvi).  Dopo aggiungete un bicchiere di latte, e un bicchiere di OLIO. Allora normalmente – “mamma dixit” – dovete usare l’oio di semi più buono che c’è che, sempre secondo mamma dixit è l’olio di arachidi. Io l’olio di arachidi non ce l’avevo oggi e quindi ci ho messo un bicchiere di olio extravergine di oliva della toscana. Guardate il colore nella foto seguente (se cliccate sulle foto le vedrete ingrandite). Va beh. Crepi l’avarizia! Quindi aggiungete la bustina di lievito e poi lo zucchero. Mischiate per uno o due minuti con il frullatore (se avete un frullatore a mano va bene lo stesso non vi scoraggiate!). Quindi le gocce di essenza di mandorle e la polvere di cacao.

Io in Francia ho trovato, su suggerimento di un mio amico alsaziano , la polvere di cacao e cioccolato “vanHouten”: un mito: è un mix di cacao amaro con zucchero e scaglie di cioccolato. Sebra il nostro “Nesquick”: da usare SENZA moderazione.

Continuate a mischiare quindi aggiungete la farina, frullate per poco meno di un minuto e poi continuate ad amalgamare il tutto con un cucchiaio di legno. Quando l’impasto è ben amalgamato preparate la teglia. Deve essere una teglia circolare dal bordo alto, possibilmente con un cono al centro (per il buco, se no che ciambellone è?). Io non ce l’ho, ed ho provveduto con apposito “Shaker” per i cocktail (da qui il tocco “fantasia”). Attenzione: imburrate bene teglia e “cono”. Poi spargeteci sopra la farina e battete la teglia in modo da far andar via la farina: la teglia resterà “imbiancata” come i tetti delle casette del presepio (lo fate il presepio a Natale con la farina sui tetti per l’effetto neve VERO???).

Bene. Avete quasi finito. Accendete il forno e mettetelo a 180 gradi. Versate l’impasto nella teglia circolare lentamente. Quando il forno è ben caldo mettete tutto dentro. Non toccate niente per 30 minuti, se aprite il forno prima si sgonfia tutto e avete fatto la pizza-ciambellone. Se avete usato la variante fantasia dello “shaker” controllate che non si muova durante la lievitazione della pasta. Se si inclina dovete effettuare un azione commando aprendo il forno rapidissimamente e premendolo e rimettendolo dritto. Date prova di riflessi!

Dopo 35 minuti controllate la cottura: tirate fuori il ciambellone e bucatelo con uno stuzzicadenti. Se resta umido vuol dire che non è cotto, e ripetete la procedura dopo cinque minuti. Se è secco avete finito.

Tirate fuori la teglia e lasciate freddare per trenta minuti. Quindi  delicatamente mettete il ciambellone nel piatto, cospargetelo di zucchero a velo o ancora meglio con il cacao tipo “Nesquick” e poi servitelo.

Quando ero piccolo ce lo facevano mangiare col caffellatte. Se io mangio oggi il Ciambellone col caffellatte do di stomaco. Ma… “de gustibus”... Io lo preferisco di sera, dopo mangiato, accompagnato da un bicchierino di vodka, freddissimo.

Grazie Zia… Alicia!

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