August 23, 2017

Addio al professore della memoria

Negli ultimi tempi complice l’impossibilità di collegarmi, per motivi che qui sorvoleremo, ai canali nazional popolari o a quelli a pagamento commercial demenziali,  mi sono dedicato al piacere di rivedere dei film che sono stati trasmessi per fin troppo breve tempo dai canali televisivi tradizionali e che ho gelosamente conservato.

Se dovessi fare una classifica degli ultimi tre,  in ordine di preferenza rigorosamente e del tutto casuale, metterei: Django Unchained, La Caduta, e Le Vite Degli Altri (la maiuscola non è un omaggio alla lingua di Kant ma piuttosto alle opere in se stesse).

Citerei anche il Nome della Rosa se non fosse che la versione cinematografica fa gridar vendetta per alcune vere e proprie bestemmie interpretative del regista (come la morte di Bernardo Guy, inesistente nel libro e che è tipica di un certo genere cinematografico importato da oltreoceano che necessita di “happy end” o almeno di una certa speranza che uccide a volte l’originale idea dell’autore o del regista stesso- si guardi ad esempio la versione di Blade Runner “director’s cut”).

Nonostante i tre film siano diversi tra di loro,  anche se si potrebbe identificare una purt roppo facile linearità temporale tra il film sugli ultimi giorni del macellaio di Berlino (inteso sia come attributo personale che come nome proprio visto quello che era  diventata la città-mattatoio nell’Aprile del 1945) e quello della stessa Berlino anni dopo inquadrata sotto la sottile fitta nebbia della normalizzazione orwelliana da grande fratello, il nesso con Django si fa difficoltà a trovarlo. Infatti non c’è, se non fosse per la superba interpretazione di un attore di origine germanica, come Christoph Waltz, così come superba è l’interpretazione degli altri due teutonici Bruno Ganz e  Ulrich Mühe.

Il fattore che hanno in comune  è quello della “memoria”, la memoria storica che ormai nessuno sembra più voler curare. La memoria della segregazione razziale e da dove viene, la memoria delle guerre e del totalitarismo dei primi del 900, la memoria della Stasi e del mito del controllo assoluto.

Eppure se ne parla sempre meno tanto che ci hanno dovuto fare una giornata apposta. Guardi i palinsesti televisivi che sono desolatamente uniformati, senti i discorsi del bar, del ristorante o davanti la macchina del caffè e sembra che ci si vergogni a parlare di cose che sono considerate troppo serie. E invece ve n’è  tanto il bisogno, basta vedere come cambiano i discorsi al suddetto bar, o alla mensa se invece di parlare di San Remo o del goal di Totti si azzarda un incipit del genere di quello che ho improvvidamente lanciato oggi, davanti ad alcuni miei nuovi commensali che alla mia malinconia sicuramente originata dalla scomparsa dello scrittore che più di tutti ha fatto della salvaguardia della memoria un tema costante delle sue opere, si sono stupiti quando, citandolo, ho detto che reputavo inconcepibile l’appiattimento del passato che fa ignorare alle nuove generazioni il fatto che per esempio Hitler e Mussolini non si siano incontrati per la prima volta nel 1945, quando erano alla fine dei loro giorni, ma molto prima. Eppure in uno di quei bei quiz normalizzati televisivi la maggioranza dei giovani presenti lo ignorava del tutto.  Oppure di alcuni discorsi antiparlamentari che si sentono fare spesso oggi da quelli che reputano parlamento e politici ormai cotti , morti, poiché tutti corrotti e che “si stava meglio quando si stava peggio” e vorrebbero rimpiazzare tutto con una rivoluzione che vorrebbero fosse democratica del popolo ma che in realtà è dominata dai pochi “guru” di internet o dei pifferai magici che cavalcano le paure del diverso. Interessante rileggere alcuni passi di un primissimo libro di De Felice sul duce (qui la minuscola è volontaria, me ne scuso con i puristi) e rendersi conto che erano gli stessi discorsi che pontificava un allora giovanissimo Benito Mussolini capo popolo, pensate un po’, delle frange dei socialisti rivoluzionari di allora (ancora più a sinistra dei riformisti di Turati) che tuonava contro il governo corrotto di Giolitti, che corrotto lo era veramente soprattutto quando si trattava di risolvere i problemi del sud gestito in maniera clientelare (fin d’allora!). E guarda un po’ la pausa caffè si anima, il pranzo passa via più velocemente, e scopriamo che c’è chi ha letto il libro di storia contemporanea del Villari, chi ha da dire la sua su “Canale Mussolini” e francamente la discussione diventa intellettualmente stimolante, lo stomaco ringrazia per il rinnovato afflusso sanguigno che stimola la digestione con buona pace dei problemi del povero Totti che si strugge l’anima perché non ha più l’età per giocare nella sua “Maggica” (ma ecco un buon motivo per ricominciare, o forse in questo caso dovremmo dire iniziare, a leggere!).

Ed allora ecco che la memoria si dimostra importante, forse un bisogno che per fortuna abbiamo noi esseri umani, consapevoli della nostra morte a differenza degli altri animali del creato. Quella memoria che un tempo si voleva cancellare per evitare lo sviluppo del libero pensiero, come facevano i fanatici dell’abazia del Nome della Rosa preferendo mangiare pagine avvelenate di un libro pur di non vederlo pubblico, o come tentavano i normalizzatori della Stasi o nel premonitore 1984 di Orwell con un sistematico lavaggio del cervello delle masse.

E come forse oggi si rischia di cancellare con un meccanismo piuttosto sottile che i militari esperti di guerre elettroniche conoscono bene, che si chiama “jamming” che viene dall’inglese “jam”: rumore. Quello che rischia di diventare il nostro modo di vivere sommerso dalla montagna di informazioni che riceviamo quotidianamente dalla televisione, da internet, dalle mille attività che facciamo in parallelo, in “multi tasking”, che fatalmente, è dimostrato, riducono la nostra capacità a ricordare, e a tenere viva la nostra memoria.

Ecco perché personaggi come Umberto Eco erano così importanti. Perché portabandiera della memoria.

Mi piacerebbe camminare in una biblioteca grande come quella in cui lo vediamo camminare nel finale di questo video, simbolo magnificente e possente della guida, e della speranza, che possiamo trarre dalla nostra memoria e da quella dei libri che abbiamo letto… e scritto.

https://www.youtube.com/watch?v=Hq66X9f-zgc&feature=youtu.be

Ciao prof!

Crowdfunding e idee contro la crisi

Interessante servizio di Report sul fenomeno delle nuove startup attraverso meccanismi di finanziamento dal basso chiamati Crowdfunding. Invece di tante parole credo sia più efficace guardarsi la trasmissione http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-a31abb5d-9a75-4947-8628-445afaa5ea0d.htm. In italia esistono siti di finanziamento dal basso (il cosiddetto corwdfunding) come per esempio questo https://www.produzionidalbasso.com/media/docs/pdb_comefunziona.pdf . Anche qui se  non volete leggervi il papiro basta che vi guardate il video all’interno del documento.

La problematica di una startup oltre all’incognita di avere la buona idea  è l’assunzione del rischio per lanciarsi in qualche impresa che a molti può sembrare pazza  (che non è proprio nella nostra cultura europea) e il budget iniziale di finanziamento, che è difficile da trovare nelle condizioni economiche attuali. Negli Stati Uniti questo problema non c’è mai veramente stato in quanto i mecenati disposti a rischiare non mancano. Il sistema di finanziamento dal basso con rischio praticamente nullo permette quindi anche da noi a chi ha un’idea di metterla in mostra in questi siti che sono una specie di “vetrine specializzate” e chiedere finanziamenti in cambio di quote partecipative o altre forme di contraccambio.

Un modo strategico di affrontare la crisi  ma soprattutto una via originale e eccitante per creare anche qui da noi il sogno americano e  non continuare a piangersi addosso.

Pensare il proprio pensiero strategico e saper gestire le emergenze

Molto attuale questa intervista del 2009 del professor Piero Marietti, che prendeva spunto dall’ennesimo incidente mortale incorso ad alcuni operai.

Molto ricorrente, purtroppo, il tema sull’imperizia dovuta al pressappochismo figlio dell’assenza di cultura generale, ma forse più banalmente alla mancanza di semplice buon senso, incapacità di trovare il tempo per “pensare il proprio pensiero”, svogliatezza, ignoranza chiamatela come volete.

L’imperizia di cui si parla in questo video non è solo quella della gestione dell’emergenza è anche quella della pianificazione strategica. Se la pianificazione è fatta senza trovare il tempo di “pensare a quello che stiamo facendo”, ma gestendo le cose come arrivano “day by day” alla fine è evidente la destinazione al fallimento. In questo caso il vecchio detto “carpe diem” non funziona. Vivere alla giornata può andar bene per una bella vacanza con Avventure del Mondo ma applicata in ambito professionale e civile crea disastri.

Un paio di esempi per rendere meglio l’idea.

Nel settore aziendale Privato, schiavo-padrone del mercato globale, spesso l’esigenza è rispondere rapidamente ed efficacemente alle richieste che sono sempre più rapide e folli. Immaginate cosa voglia dire sfornare un telefono cellulare ogni anno. Non si può solo pensare a “che telefono sviluppare nel 2015” ma anche e soprattutto “cosa vuole fare l’Azienda nei prossimi 5-10 anni”. E qui al bravo dirigente serve tutto: conoscenza tecnica dei prodotti, conoscenza umanistica e sociologica per la gestione del personale (se non crei una squadra vincente sei un fesso!), conoscenze di marketing ed economiche, ma anche Storia (maestra di vita! Della serie: non rifacciamo gli errori che altri hanno fatto nel passato).
E, infine, una volta decisa, dopo somma fatica, questa strategia bisogna avere la coerenza (e la DECENZA) di tenere la barra dritta per il tempo necessario. Il cambiamento è fisiologico, ma come tutte le cose quando è esagerato si trasforma in patologia.

Nel settore Pubblico non ci saranno le stesse pressioni del “time to market” ma ci sono delle responsabilità forse anche più importanti. Finché manca la carta igienica nelle scuole si storce il naso ma pazienza (anche se è, consentitemelo, vergognoso) ma se poi uno casca in un pozzo artesiano o in una voragine sulla Colombo o muore travolto da un mare di fango in un sobborgo urbano costruito abusivamente che si sbraca alla prima pioggia autunnale partono denunce e querele.
Il peccato mortale della dirigenza politica del nostro come di altri paesi messa tanto in croce negli ultimi anni per una condotta moralmente e penalmente disdicevole non è solo la corruzione e la concussione ma anche, e forse soprattutto, l’ignoranza nel senso di ignorare la cultura necessaria alla direzione di quel compito per cui queste persone sono state nominate e per cui non dovrebbero avere quella responsabilità. Temo che gli ignoranti siano molto più numerosi dei disonesti e possono fare tanto se non più male (il cocktail micidiale è avere entrambi: un ignorante E disonesto). Battaglie contro nepotismo e raccomandazioni andrebbero condotte in maniera molto meno emotiva e più ragionata. In molti altri paesi del mondo USA in testa la raccomandazione non è una parolaccia, ma è pratica consolidata per la ricerca dei talenti. Io non vedo niente di male a raccomandare una persona se la si reputa veramente brava- basandosi su criteri obiettivi : su esperienze lavorative, diplomi ottenuti in scuole di comprovato valore- e a condizione che il sistema lavorativo sia creato in modo che questa persona sia continuata ad essere valutata nel tempo anche dopo l’assunzione. Per il suo bene e per il bene degli altri. Basterebbe legare il 50% dello stipendio a dei vincoli di performances chiaramente misurabili e quantificabili stabiliti da una serie di norme eque in accordo con la legislazione sul lavoro (qui si aprirebbe un dibattito sui K.P.I equi ma non finti) ed in linea con parametri internazionali e di libera concorrenza (l’assessore ai lavori pubblici del comune di Udine deve avere gli stessi criteri di valutazione di quello di Catania ma mi verrebbe voglia di dire anche di quello di Parigi) e direttamente proporzionale al grado di responsabilità. Nel privato non esistono veri e propri concorsi alla fine sono tutti dei raccomandati e nessuno si scandalizza.

E visto che lo abbiamo accennato. Questi problemi di dirigenti ignoranti (o caproni) non esistono solo nel settore pubblico ma anche nel settore privato. Potrei enumerare una serie di esempi di campioni di ignoranza di floride e avviate aziende private che sono state affondate da dirigenti incapaci che potremmo definire “i re Mida al Contrario”, magari salutati al loro arrivo da trombe e fanfare per finire dopo pochi anni essi stessi trombati a seguito di una disastrosa pianificazione aziendale e un’incapacità di gestire l’emergenza della crisi.

Un bravo equipaggio di una qualsiasi buona compagnia aerea vola tranquillo perché è addestrato all’emergenza. Studia in continuazione situazioni di emergenza.
Un’azienda che risparmia sull’addestramento della gestione del rischio e del problem-solving non è una buona azienda e si assume responsabilità molto gravi.

In realtà una buona gestione strategica dovrebbe evitare l’emergenza. Se in ambito professionale si lavora in emergenza continua, a meno di non lavorare in un pronto soccorso dove l’emergenza “è” fisiologica (ma anche i professionisti dell’emergenza possono lavorare cum grano salis o improvvisando!) vuol dire che si sta lavorando male o che non si è definita una politica strategica chiara.
E quando poi ci si trova ad affrontare un’emergenza VERA (naufragio della nave che cozza sullo scoglio dell’Isola del Giglio, il bambino che casca nel pozzo artesiano, il telefonino che esplode e che uccide un utente facendo crollare le azioni della casa produttrice, o semplicemente il cinese che ti copia il prodotto, te non l’hai previsto non sai cosa fare e ti crolla il fatturato del 50%) allora la mancanza di saper pensare, l’assenza di cultura generale di chi è preposto a dirigere e decidere scatena un vero e proprio armageddon.
In somma, l’emergenza è la punta dell’iceberg o la cartina tornasole per capire quanto si stia lavorando in maniera efficace, efficiente e strategicamente producente.

L’essenziale è prevedere il problema ed insegnare a gestirlo e risolverlo. E questo si fa con l’educazione e la cultura che NON è mai solo specialistica ma ANCHE generale, l’insegnamento della Storia, del pensiero filosofico, sociologico, psicologico, della comunicazione strategica e del problem-solving tutta roba che richiede tempo per essere assimilata e non è un’accozzaglia di nozioni che si possono leggere su Wikipedia, o riassumere in qualche annetto di laurea specialistica che poi pomposamente chiamiamo “ingegneria gestionale” che mi fa piuttosto pensare a quel cartone animato gesticolante (il Diavolo della Tanzania) piuttosto che a un saggio pianificatore.
Solo un sistema scolastico serio e con capisaldi culturali inamovibili (non le cazzate delle “tre i”!) è il presupposto essenziale a questa forma mentis abituata al pensiero critico e destinata al successo.
E, in ambito professionale, solo con la formazione continua che non è solo specialistica ma anche e soprattutto legata allo sviluppo umano della persona (coaching, problem-solving strategico) si può addestrare personale di valore capace di attraversare indenne le tempeste della crisi del mercato globale (e con la capacità di riadattarsi ai cambiamenti che questa crisi produce).

Che sia di una grande Azienda, un intero Paese, il Parlamento, un Consiglio Comunale fino al nostro proprio nucleo familiare il successo è frutto di formazione continua, di pianificazione e di studio. Studio del pensiero stesso! Il successo rapido a meno di non essere dei geni è da guardare con diffidenza Quasi sempre si passa per tanta fatica.
Troppa fatica? Mi dispiace ma la cultura facile Prêt-à-Porter non esiste. Questa necessità di istruirsi al pensiero è tanto più essenziale in paesi come il nostro, in recessione ma soprattutto infettato dal disincanto e dalla sfiducia collettiva e senza più gli angeli custodi dei petrodollari del piano Marshall. Senza più la possibilità di sprecare soldi per incompetenza, semplicemente perché i soldi sono finiti e nessuno è disposto più a prestarceli a buon mercato.
Oggi più che mai ce la dobbiamo fare da soli e mai come prima è fondamentale ricercare inventiva, bravura individuale, saggezza, buon senso e una grandissima forza di volontà. Volontà di fare le cose PER BENE. In tutti i settori. Tutti. Non solo quello politico amministrativo su cui è facile sparare perché clamorosamente squalificato da conclamati e comprovati disastri colposi e dolosi (e speriamo di non votarlo più, anche se ci offre il posto fisso per nostro figlio). Di questi tempi bisogna essere esigenti anche verso noi stessi e trasmettere questo genere di cultura dell’eccellenza di fare le cose fatte per bene senza la ricerca di facili scorciatoie.
In somma siamo noi i primi manager della nostra vita. Sto parlando di sacrosanti valori culturali e morali che mi vergogno anche di scrivere per quanto sono banali. Tutto questo genera il successo a lungo termine. Ovviamente presupposto inamovibile è la voglia di migliorarsi e di migliorare, di lavorare ed anche una certa presunzione di arrivare ad essere i migliori. Con l’aiuto del pensiero e della ragione.

“Si… Può… Fare!” : L’arte (e il piacere) della soluzione strategica

Per caso sono capitato su questo post che cito volentieri http://www.efficacemente.com/2014/10/talenti/

Consiglio di fare l’esercizio indicato nel link su una difficoltà banale, ma fastidiosa (e ripetitiva, un po’ come il sassolino nella scarpa) magari legata al vostro lavoro e non utilizzare – almeno all’inizio -  questa “ricetta” come la cura a qualche patologia clinica o male di vivere esistenziale.

Io per esempio l’ho provato sull’ansia di dover fare le cose bene e in fretta (che è un po’ un ossimoro) che è tipica di certi ambienti lavorativi moderni, con clienti o datori di lavoro che pretendono il “tutto, subito e fatto al meglio”. L’ansia di dover soddisfare queste richieste, e il nobile obiettivo di garantire l’eccellenza del servizio va spesso a discapito del nostro sistema nervoso.

Ma la cosa potrebbe essere applicata ad altri settori, dall’insegnante troppo intimorito dalla classe, all’impiegato che si sente poco apprezzato, al marito (o alla moglie) che si sente svilito dalla controparte magari perché non compreso, a chi non trova lavoro e sbatte le corna continuamente su muri di gomma (perché magari spara curricula a ripetizione e sta cedendo all’ansia -legittima, ma terribilmente inefficace se non supportata da un piano strategico- di doversi trovare il lavoro ad ogni costo alla “ndo cojo cojo”) fino a a coloro che si sentono vittime e via discorrendo…. Tante piccole cose che spesso ci fanno sospirare, ci fanno fossilizzare sul “problema” e non sulla “soluzione” e infine capitolare con  la terribile frase “No, è inutile… Non ce la faccio … Non si può fare”

E invece si può sempre trovare il modo per urlare il liberatorio “Si… Può… Fare!”















P.S) tengo a precisare che non ho nessun tipo di legame, o collaborazione diretta o indiretta con il sito su menzionato, di cui però ho apprezzato il contenuto del post specifico che ho deciso di menzionare su matteosan.com.

Il potere strategico del “gioco di squadra”


Dedicato a tutti coloro che pensano che l’Italia sia un paese senza speranza.

All’ètà di 42 anni, dopo tredici anni di vita e di lavoro all’estero ho cercato e ostinatamente trovato una opportunità di lavoro nella mia città, Roma, e ci sono tornato. Per di più nel mio settore.
Le opportunità nella vita sono come i treni, bisogna andare a cercarle dove stanno, i treni passano alla stazione per esempio e non sotto casa tua.
Auguro a tutti di fare una lunga di esperienza di vita e di lavoro all’estero, ma soprattutto auguro a coloro che son partiti di tornare a lavorare nel proprio paese perché penso che si possa sviluppare un’opinione più obiettiva, un punto di vista diverso che permette di vivere meglio.

La maggior parte delle persone che conosco nella mia città natale, Roma, soprattutto di coloro che non sono mai andati a lavorare fuori (lo stesso lo posso dire per molte altre città del centro sud per conoscenze varie) le ho ritrovate più o meno come le lasciai 13 anni fa. E non parlo di dati anagrafici, o civili matrimoniali o catastali, quelli sono cambiati, ma parlo dello stato d’animo. Anzi, posso dire senza ombra di dubbio che li ho ritrovati pure peggio. Più depressi, disincantati e spesso incarogniti (eccezion fatta per i pochi che sono stati fuori e che sono tornati).

Posso fare diversi esempi, non posso generalizzare ovviamente visto che non sono un dipendente dell’Istat mi baso solo su ciò che vedo. E quello che vedo in Italia è un profondo sconforto, un disincanto che fa dire ai molti “masochista è chi resta, beato è chi parte” da un Paese che, dalla maggioranza viene definito allo “sbando” gestito nel migliore dei casi da incompetenti quando non da ladri e farabutti, in cui la diffidenza la fa da padrona (gli italiani sembra che odino prima di tutto gli italiani stessi).
I motivi sono tanti e sicuramente più che giustificabili legati a scandali a ripetizione, truffe conclamate, inettitudine burocratica e amministrativa. Sia. Ma quella che propongo in questa sede non è un’ ennesimo j’accuse e nemmeno una retorica soluzione politica, che pure vedo in essere in questo momento, ma una soluzione strategica.

Spesso sento discorsi che si fanno in fila alla Posta, o nei forum, su internet e nei gruppi di discussione. Si commentano le brutte notizie dei giornali urlate quando sono di cronaca nera. Mi domando come mai si dia per scontata e si accetti acriticamente una notizia di un giornale strillata in prima pagina, sull’onorevole X arrestato e la si generalizzi in una improbabile quanto erronea (dal punto di vista statistico) proprietà transitiva (governatore X arrestato = Ladro ⇒ quindi tutti gli italiani sono ladri), e non si dia altrettanto risalto ad altre notizie che potrebbero essere considerate positive (stanziamenti pubblici per ospedali e scuole per dirne una di attualità pubblica).
Sento fare da molti gli stessi discorsi di tredici anni fa, sullo scandalo del canone RAI, sulle assurdità delle imposte, sulle fantozziane pubbliche amministrazioni, le buche, l ICI, l AMA, l ANAS. Non credo di aver sentito nessuno dire pubblicamente che in Italia ci viva bene, sembra quasi sia una cosa di cui vergognarsi ammettere che ci sono delle cose belle nel Paese in cui stiamo. Al massimo si apprezza il cibo, il clima (che non è mica poco) e la squadra di calcio quando vince (aihmé in questo periodo sempre più raramente) e ovviamente salviamo dalla melma i nostri cari, la nostra famiglia (ad esclusione dei suoceri beninteso), degli amici e di coloro che amiamo che formano però una sorta di “ghetto” in cui ci si rinchiude perché gli “altri” sono considerati spesso disonesti, i “furbetti”, gli italiani di cui ci vergogniamo di farne parte, orgogliosi del proprio paese solo quando si tratta di mettere il tricolore fuori la finestra.
Domandatevi quanti veri amici vi siete fatti negli ultimi dodici anni. Parlo di veri amici, persone nuove con cui magari condividete una vacanza o un pianto. Non sono forse i vostri amici sempre quelli di dodici o vent’anni fa? Quelli dell’Università al massimo o forse del Liceo? Forse perché quando si è più giovani si è un po’ più disposti a sognare, si è meno diffidenti, più aperti alle nuove amicizie e alle nuove esperienze?

Tornando ai furbetti e alla malasorte che ci tocca di vivere in questo paese che consideriamo “allo sbando” alla macchina del caffè, sui social network, sui gruppi di discussione almeno una volta a settimana parte la filippica del disperato di turno, tipicamente il Lunedì mattina, con una sviolinata di bestemmie sulle buche sull’ardeatina, sulla “bomba d’acqua che ha invaso Roma”, sul lavoro in nero, la pubblica amministrazione che funziona male, i clienti o i fornitori che non pagano, sugli zingari, le truffe e via discorrendo. Tutto sempre al negativo. Fateci caso: un temporale estivo diventa una “bomba d’acqua” ma pure se fa bel tempo non si scrive sul giornale “arriva un bell’anticiclone preparatevi che ci godremo il mare”. Manco per niente! Meglio un bell’occhiello gigante “ARRIVA CARONTE, ALLARME IN CITTA’, PROTEZIONE CIVILE ALLARMATA”. Ma è possibile che viviamo sempre sull’orlo della catastrofe? Possibile che tutto in politica, società sia marcio e da buttare? Possibile che il paese sia veramente allo sbando? Possibile che ci sia del “CLAMOROSO” in tutte le cose che ci circondano? Forse che stiamo veramente guardando il mondo dal binocolo della parte sbagliata? Forse non è che abbiamo perso veramente il senso della prospettiva, dell’obiettività di giudizio? Siamo una piccola formichina bloccata su un granello di sabbia, con un prato a due centimetri e continuiamo a sbattere sul granello di sabbia pensando di vivere in un deserto?

Una volta a Parigi feci un corso di Programmazione Neurolinguistica. Era organizzato dalla mia ex azienda per migliorare la produttività dei quadri medi di imprese del settore della new economy, spesso team manager che si trovano ad affrontare nel loro piccolo dei gruppi di persone sotto forte stress. E’ dimostrato che anche solo dire la parola “problema” (”hey capo! Ho un problema!”) pone il nostro cervello in posizione difensiva, che si diminuisce la capacità razionale. Si dovrebbe vedere un problema come un’opportunità di trovare una soluzione. Ieri sera mi si è scassato il televisore. Una tecnica di PNL si chiama di rifocalizzazione (o cambio di prospettiva come quando fai una foto e ti sposti per vedere l inquadratura da un altro punto di vista). Una prospettiva è la bestemmia : se lanci improperi contro la malasorte o vere o presunte divinità magari continuando a spingere il tasto del televisore per riaccenderlo non risolverai il problema. Avrai solo generato più stress che si autogenera rendendoti ancora più nervoso. Una secondo prospettiva è pensare che forse una serata o anche una settimana senza televisore non è poi così male. E ancora che forse puoi divertirti come a un quiz di enigmistica, vai su internet “googli” e scopri che altri hanno avuto il tuo stesso problema. Se il televisore non è in garanzia magari ci metti le mani e scopri che non è poi così difficile risolvere il problema. E via discorrendo.

Un’altra cosa che insegnano nei corsi di PNL o in qualsiasi tecnica di problem solving strategico è la riformulazione del problema da un altro punto di vista. E in questo senso penso che vivere all’estero (ma poi rientrare) sia importante. Perché ti permette di vedere le cose “da un altro punto di vista” e di fare comparazioni un pelo più obiettive. In Francia dove ho vissuto per ben 13 anni, sicuramente le strade non hanno buche, sicuramente i trasporti pubblici funzionano meglio, sicuramente c’è meno lavoro in nero, ma è anche vero che se c’è uno sciopero del settore pubblico può durare un mese (sic!), che sulla metropolitana puoi cascare per terra e a Parigi (soprattutto nell’ora di punta) la gente ti monta sopra senza degnarti di un saluto, che per vedere il sole devi magare aspettare una settimana. Quello che intendo dire è che non esiste il mondo di Pandora: magari esistono Paesi con dei problemi, alcuni gravissimi ma non insolubili. Che i casi limite ci sono ma secondo me per nostra fortuna noi ne siamo esenti e ad oggi dovremmo essere felici di ciò: c’è molta gente disperata in questo momento che rischia la vita per scappare da paesi sotto le bombe o da fame vera, che muore su barconi scassati che attraversano il canale di Sicilia. Ci sono casi, estremi, dove le soluzioni si riducono all’osso e quella che garantisce la sopravvivenza immediata (ma fino a un certo punto) è una fuga precipitosa. Fino a prova contraria io di Italiani che scappano sui gommoni non ne vedo e non ne leggo sui libri di storia dai tempi delle emigrazioni a Ellis Island . Ho invece sentito di Italiani che per passare il concorso di Neurochirurgia se ne vanno in Romania, o di avvocati che per passare il concorso di procuratore se ne vanno in Spagna, o di gente scartata al test di ammissione cerca di rientrare facendosi un biennio in Albania, o di chi tenta il “CEPU” per bypassare il corso di ingresso in medicina. E non credo che lo facciano per disperazione ma perché è più “facile”. Scelta strategica? Mah… non so. Forse però più strategico di chi invece si lamenta, piange sulla malasorte che lo costringe a vivere in una città che lui stesso definisce uno “schifo” in un paese che tutti definiscono allo “sbando”, dove ormai non c’è più speranza, perché non cambia niente e quindi non cambia la sua vita.

Spesso mi son sentito dire che incito all’emigrazione, ma che c’è gente con moglie e figli che non può emigrare (andatelo a dire a quei poveracci che rischiano la vita con i figli attraversando il canale di Sicilia). In ogni caso io non credo che l’unica soluzione ai mali del nostro paese sia “emigrazione” o “rivoluzione”. Semplicemente perché come dimostrerò dopo non esiste l’UNICA soluzione. Innanzitutto la prima cosa da fare è di stimare “obiettivamente” quali sono i veri mali del nostro Paese, di capire cosa è fisiologico in una democrazia, come per esempio una certa spesa sociale di cui sono un accanito difensore, di capire per cosa veramente valga la pena di urlare scendere in piazza e di fare, si, se necessario la rivoluzione, da quelle che sono “battaglie di retroguardia”. Buttare tutto nel calderone è inutile. Onestamente credo di conoscere abbastanza bene l’Italia. Ci ho vissuto fino a 28 anni, e poi l’ho seguita grazie ai mezzi di comunicazione e di trasporto che nel ventunesimo secolo ti permettono di guardare un telegiornale regionale di Napoli da Parigi e di tornare a Roma ad ogni week end pagando il prezzo di un interregionale Milano-Firenze. E da fuori ho visto anche i pregi e i difetti di paesi che molti portano sempre nei soliti discorsi qualunquisti ad esempio europeo: Francia, o Germania.
La verità (la mia verità ovviamente) è che, dopotutto, penso che ogni paese della vecchia Europa occidentale abbia pregi e difetti, e soprattutto le stesse potenzialità. E’ come un campionato di Serie A, le prime 18 squadre si assomigliano tutte, hanno dei brocchi e dei campioni ma quello che conta alla fine è lo spirito di squadra. Puoi essere il Brasile mundiao ma se ogni giocatore va per se ed è diffidente dei suoi compagni il Brasile mundiao diventa il Brasile pecorau: una squadra appunto di pecore, senza il cane pastore, allora si allo sbando, perdente, cotta , depressa (avete notato che alla fine il Brasile aveva bisogno dello psicologo durante questi mondiali? ) e prende sette goal da una squadra degna di questo nome (posso fare lo stesso discorso della Spagna del 2010, una perfetta macchina da guerra fatta da 11 persone perfettamente sincronizzate).
Sono fermamente convinto che la maggioranza dei problemi del nostro paese dipendano dal fatto che gli italiani tra di loro non vogliono fare un gioco di squadra, perché non si fidano non dei rumeni o dei rom, ma soprattutto di loro stessi come italiani, ormai non c’è neanche lo spirito per una sana rivoluzione ma per un disincanto disfattismo individualista che genera quella rabbia del lunedì mattina, che svanisce al martedì sera. E sottolineo: individulista (ognuno per se, dove per ognuno possiamo estenderlo : io e la mia famiglia e che il resto crepi). Che è il peggio che possa capitare in democrazia. Se vi studiate la storia è un terribile presagio di anarchia e di derive autoritarie.
I vecchi saggi di cui oggi purtroppo nessuno sente il bisogno narrano di come nel primo dopoguerra i vicini di casa si aiutavano l’un l’altro. Di come la signora Rosa del piano di sopra aiutava la signora Elvira al primo piano se le mancava la pasta o il detersivo perché sapeva di poter contare su un sistema di solidarietà condiviso. Tutti avevano bisogno di tutti. Oggi nessuno ha bisogno di nessuno, grazie anche alle nuove tecnologie manco usciamo di casa per fare amicizia basta un click. Tutto è legato. E non è solo a Roma, io ho vissuto a Parigi per anni dove impazzano i siti per i single e non solo quelli per incontri amorosi ma anche quelli semplicemente per fare amicizia. Una società così non può che diventare sempre più incarognita, diffidente e cattiva. E il gioco di squadra a livello macro sociale a livello di Paese va a farsi friggere. Come possiamo pretendere che i Napoletani o i Romani facciano gioco di squadra se essi per primi non si fidano di loro stessi, dei loro stessi simili dei loro stessi vicini di casa perché si lasciano divorare dal terribile germe del “è tutto uno schifo e un magna magna, so tutti dei ladri”. “In questo mondo di ladri” cantava Venditti nel 1987…. Era prima di tangentopoli. Son passati più di vent’anni. Guardiamo avanti.

Io sono dell’opinione che se una persona sta male ha il dovere il diritto di cercar di star meglio. E le soluzioni sono tante. Ho sentito giovani imprenditori romani lamentarsi di dover lavorare con le Pubbliche Amministrazioni che pagano a 6 o 12 mesi che è obiettivamente un problema esistenziale per piccole e medie imprese. Bestemmioni, improperi, frasi del tipo “sono con le spalle al muro!”. Cosa farebbe un vero amico a uno che ti dice così? Gli dici “poverino mi dispiace” e ascolti pazientemente le sue bestemmie come farebbe uno psicanalista con un malato sul lettino o cerchi di aiutarlo a trovare delle soluzioni? (non dico che lo psicanalista non serva, ma spesso bisogna aspettare sette-dieci anni per vedere una soluzione, in questo caso un pelino fuori portata). E allora pensiamole le soluzioni dai! Puoi pensare di cambiare il sistema politico delle pubbliche amministrazioni col voto? Si, ma prende tempo. Dai su, pensiamone un’altra: se stai veramente con l’acqua alla gola e non vuoi emigrare da questo paese, o peggio mettere qualche bomba da qualche parte ingegnati e cerca di non lavorare con degli Enti che pagano a sei mesi (se puoi farlo). Vuoi pagare la “bustarella”? Beh problema tuo, è una soluzione, illegale ma poi non dire che sono tutti ladri. Organizza un “meet up” sul tema “imprenditori e pubbliche amministrazioni”. Ti iscrivi su meetup.com. Inviti gente, esponi il problema e vedi che succede (modello “google del televisore” :-) ): se il problema è generalizzato magari qualcun altro prima di te ha pensato già alla soluzione: venti cervelli pensano meglio di uno no? Possiamo continuare l’esercizio ci possiamo stare qui fino a domani. Ma piangere, bestemmiare e continuare a dire “non è possibile, l’unica è scappare o fare la rivoluzione” è strategicamente una “non soluzione”. Niente è impossibile, fuorché la morte (e anche li, se credi in qualcosa dopo se ne potrebbe discutere…) Non mi si venisse a dire che ciò che riguarda le scienze umane è “impossibile”. Persino in ambiti cartesiani e razionali come la matematica e la fisica frasi tipo “impossibile” sono bandite. Si dice al limite che “è infinitesimamente probabile”.

Ebbene io penso che ci siano i mezzi in Italia per trovare il modo non solo di migliorare il paese, ma prima di tutto di migliorarci la nostra vita, il nostro lavoro ed evitare così di tirarci stancamente avanti col motore al minimo. Analizzando il problema e cercando almeno tre soluzioni. Almeno tre! Sforzatevi! Fatevi aiutare! Le troverete sempre. Dalle più strambe alle più illuminanti. Parlatene con gli altri, con persone più grandi o gente che magari vive fuori dal vostro entourage familiare. Se sentite di stare in fondo al pozzo e di non poterne uscire fuori domandatevi da quanto tempo vi sentite così. Se sono anni, avete il diritto anzi DOVERE di uscirne fuori e la bella notizia è che è possibile. E non ne uscirete prima bestemmiando contro Iddio o la malasorte, ma semplicemente cambiando un parametro mentale: abolite le parole “problema” e “impossibile” e sostituitele con “soluzione” e “probabile”. Scoprirete che magari è piacevole passare una serata a discutere di come trovare soluzioni e alla fine vi renderete conto che, nonostante le buche, le truffe, la burocrazia e gli sprechi della politica, questo Paese non è più allo sbando di come lo fosse sessant’anni fa. Sessant’anni fa quando la gente, con le poche cose che aveva terminava un’autostrada in tre anni. E non solo grazie ai soldi del piano Marshall, ma soprattutto grazie all’energia del gruppo, al gioco di squadra.

Ovviamente questa è una soluzione, fra le tante.

Sicurezza, Crittografia e Trust Service Management dei sistemi Embedded

Ritengo utile publicare una parte dell’ultimo corso che ho tenuto all’Ecole Centrale De Electronique di Parigi (www.ece.fr)  per gli studenti del quinto anno di Ingegneria dei sistemi elettronici embedded.

Il corso comprende una parte molto più ampia dedicata alla fabbricazione dei wafer di silicio monocristallino su cui sono costruiti attraverso successive mascherature i “mattoni” di base di ogni circuito elettronico integrato, i transistor (tecnologie aihmé oggi sempre più nel dimenticatoio) e che per chi fosse interessato può consultare su questo stesso blog al seguente indirizzo Appunti di fabbricazione dei Wafer di Silicio Mono cristallino .

Questa parte su cui verte il presente “Post” invece si concentra su un’introduzione alla crittografia e alla sicurezza abbastanza generica che serve per poter capire la successiva parte sul Trust Service Management che oggi con la sempre più ampia diffusione degli smartPhones diventa di importanza capitale.

La domanda da chiedersi è : quanto è sicuro effettuare una transazione di pagamento o di identificazioen personale con un’applicazione installata sul mio Smart Phone? E come garantire che le informazioni confidenziali nel mio telefono non possano essere estratte da terze parti non autorizzate? Ma ancora: come assicurarci di garantire l’autenticità del proprio telefono o dell’applicazione che su esso è installata?

Sono domande che richiedono fiumi di pagine al di fuori dello scopo della presente pubblicazione e guardando sul web potrete trovare parecchie risposte dal punto di vista dell’utente finale. Invece in questa sede si vuole dare il punto di vista che per una volta non sia “applicativo” ad alto livello ma hardwaristico di basso livello, ossia dal punto di vista di chi “fabbrica” i chip che devono contenere le informazioni di sicurezza che devono essere protette (in crittografia questa informazione è quasi sempre una chiave di accesso). E quello che il grande pubblico spesso non sa è che per fabbricare un telefono esistono diversi “attori” che si parlano durante il processo di fabbricazione, essendo il grande produttore finale (quello che in alcune slides viene indicato come “OEM”: Original Equipment Manufacturer”) solo la punta dell’iceberg di tutta un’industria che lavora in sottofondo alla realizzazione di cose molto piccole ma che richiedono spesso tanti ingegneri quanti ce ne possono volere per costruire cose molto grandi come un moderno aereo di linea.

Il corso è anche un messaggio per certi addetti ai lavori che pensano che la sicurezza dei sistemi embedded possa farsi esclusivamente attraverso algoritmi di tipo “Software”. Ritengo, e come me molti altri, che la sicurezza sia un concetto di tipo “olistico” ossia omnicomprensivo in cui ogni sistema debba fare la sua parte e sia assolutamente necessario.
Le pubblicazioni sono in inglese (con buona pace dei puristi francesi :-)
Mi scuso di già per gli eventuali errori imputabili solo alla mia responsabilità, non potendo, purtroppo per questioni di tempo, dedicare all’insegnamento la parte del tempo che meriterebbe (così come il tempo per le correzioni).

Questo primo blocco si limita a spiegare i concetti base di sicurezza e crittografia
00_Introduction_to_security_And_Crypto

Questa seconda parte invece spiega i concetti del TSM (se scaricate il file powerpoint assicurate di vederlo in modo “presentazione”. Il terzo file word è praticamente la spiegazioen a parole delle differenti slides
01_TRUST PROVISIONING
01_TRUST PROVISIONING_Slides_explainations

E per evitare di restare sempre sul teorico un esempio di un applicazione commerciale reale e attualmente in uso

http://vimeo.com/77405148

Primarie e primavere

L’Otto dicembre ci saranno le “prime” primarie, per ora quelle del PD.

Io penso che sia un’importante occasione per cominciare a pensare di cambiare il paese (per favore se siete di quelli che pensano che è tutto un magna magna, che si stava meglio quando si stava peggio, che non c’è più niente da fare fatemi il piacere di fermarvi qui e tornare a fare le cose – inutili -  che quotidianamente fate perché evidentemente la pensiamo in maniera diversa).

Su questo sito molto spesso ho scritto di depressione italiana, di terapie strategiche del cambiamento. Ecco il cambiamento. Le primarie sono un ottimo strumento democratico per esercitare questo diritto di cambiamento. Si inizia l’otto dicembre con il PD. Mi auguro caldamente che il Movimento 5 Stelle di Grillo segua la stessa linea così come il PDL e le altre forze politiche. Ovviamente perché le primarie abbiano senso devono essere aperte a tutti, e non solo agli iscritti altrimenti sono autoreferenziali.

Per quelle del PD dovrebbe uscire una lista dei seggi. Io mi sono scervellato a cercare di capire dove siano purtroppo un questo link sembra facile ma poi non troverete la lista dei seggi http://www.primariepd2013.it/?q=comesivota.  La cosa migliore è che mandate una mail al responsabile di zona che potete trovare qui http://www.partitodemocratico.it/vicinoate/circoli/summa.aspx (possono votare anche gli italiani all estero: trovate la mail della persona della vostra città all’estero in questo link http://www.partitodemocratico.it/aree/italiani_nel_mondo/documenti/mappa.htm :  Io ho scritto al tizio di Parigi che mi ha risposto rapidamente e gentilmente).

Una raccomandazione: le primarie non piacciono molto agli estabilishment dirigenziali dei partiti. Che siano di destra o di sinistra coloro che hanno esercitato ruoli di primo piano e direttivo per lustri hanno una particolare allergia a degli strumenti democratici che possono mandarli a casa dall’oggi al domani. Non aspettatevi che sia facile capire come si vota alcune volte possono applicare qualche trucchetto sporco (come l’anno scorso dove se non avevi votato al primo turno non avevi il diritto di votare al secondo o come il M5S che limita il voto agli iscritti prima del 2012, sul PDL non saprei dire non hanno mai avuto il coraggio di farle). Fate sentire la vostra voce nel caso che le cose non vi piacciano, scrivete ai forum e incazzatevi se il caso. Meglio che calare le braghe.

Ripeto se mi riferisco alle primarie del PD è solo per un caso, perché sono i primi a farle. Votetrò anche a quelle del M5S  e del PDL se come spero verranno indette.

Ovviamente se siete di quelli che pensano che non ci sia più niente da fare potete iscrivervi ai black block, premere per una deriva rivoluzionaria antidemocratica o scappare dal paese. Non le condivido ma sono scelte che in casi estremi, come dimostra il nord africa, possono purtroppo avvenire. Ma siamo veramente a questo punto? Dove stanno i barconi di italiani che scappano sul mediterraneo? Il paese va male ma non è troppo tardi!

Questo è uno dei modi strategici di pensare al nostro Paese, secondo me, nel piccolo, per ciò che riguarda la vita politica così magari da poter regalare anche a noi e ai nostri figli una nuova primavera, possibilmente il meno dolorosa possibile.

ciao!

Depressione Italiana

Prendo spunto da un paio di episodi che sono successi ieri

Sto a mensa, a Parigi. Incontro tre italiani di una nota azienda telefonica nostrana che sono distaccati in Francia. Tutti e tre del sud. Discutono animatamente e mi infilo volentieri nel dibattito. Si parla dei mali dell’Italia, dei figli senza lavoro, del paese che e’ stanco e statico. Tutte cose che sappiamo. Solo che i tre, che non sembrano proprio scaricatori di porto con la terza media ma impiegati quadri con un background culturale medio (laurea o simile), riciclano le solite frasi che si sentono dappertutto nei bar : ” il voto di scambio e’ inevitabile al sud…” , ” io ci provo a cambiare ma e’ inutile, l’unica e’ scappare” “e’ tutto un magna magna”…. Stanco di sentire le solite lamentele qualunquiste cerco di dare una sterzata alla discussione utilizzando alcune tecniche di comunicazione paradossale, ponendo delle domande del tipo ” pensate che il paese sia lo stesso di cinquant’anni fa?”. La risposta sempre la stessa : “non cambia niente”. Allora mi sono innervosito : “veramente pensate che la Sicilia e’ la stessa di duecento anni fa”?  Al che il terzo tizio seduto davanti a me, quello che fino ad allora era restato in silenzio, alza la testa dal piatto, e mormora lapidario : “era meglio!”

Incidente ieri a Giuliano Gemma che muore purtroppo  in ospedale per complicazioni dopo un incidente d’auto. Il TG2 fa un memoriale abbastanza classico, il corriere oggi riporta la morte ricordando il personaggio. Il primo commento di un mio amico a Roma e’ stato “E’ morto Gemma. L’ambulanza ci ha messo due ore ad arrivare, la polizia municipale si rimbalza la responsabilità con il 118, e’ tutto uno schifo”. Domanda: chi l’ha detto? Come mai ci hanno messo tanto (se e’ vero) a tirarlo fuori dall’auto?  Ma soprattutto: perché in Italia siamo cosi’ pronti a credere (e a infervorarci) a scandalacci e a cose brutte? Perché’ capitano certo. Ma non capitano MAI cose anche belle per cui vale la pena di dire oprgogliosamente “W L’italia?” O siamo solo orgogliosi del nostro paese quando ci sono ste cazzo di partite di calcio? Io le vieterei per un anno le partite di calcio in televisione! E’ l’anestetico sociale, la droga che rincoglionisce! La cocaina che ci passano per ammorbidire gli spiriti ribelli.

Ma poi,  non sarà’ che su molti giornali non si cerca a bella posta lo scandalo dappertutto anche se non c’e’ per fare notizia?
Incidente a Fiumicino, un aereo atterra senza carrello. Titolo della Repubblica a un video di You Tube “i carrelli degli Airbus sono difettosi”. Non magari “eccezionale prestazione del pilota”. Cambia tutto no? Nel primo caso hai PAURA. Nel secondo caso no e hai SPERANZA. La paura ti fa restare a casa “coi sacchi di sabbia alla finestra” come cantava Lucio Dalla, la Speranza ti fa AGIRE. Chiaro il concetto no?

Ci sono delle cose su cui non si possono usare mezzi toni. Se ottanta poveri cristi muoiono a Lampedusa io chiedo il lutto nazionale, chiudo le scuole per forzare le persone a riflettere su immani catastrofi umanitarie e faccio il titolo a sedici colonne; ma anche li: polemiche da quarta categoria interne: la lega che se la prende col ministro dell’immigrazione. Il Papa che dice “e’ una vergogna” ma nessuno che dica: andiamo a fare un summit in Nordafrica tutti insieme, il prossimo G20 non lo faccio a San Pietroburgo ma lo faccio in Somalia, per capire come risolvere i problemi LAGGIU’ perche’ se quelli muoiono di fame la e’ normale lo farei anch io che scapperei alla disperata: dite che e’ utopistico. Cosa costa proporlo?

E invece ci si arrovella sullo scandaletto interno. Lo scandalo. A me che mi frega di quello che un esponente della Lega ha detto del sottosegretario agli interni. Che mi frega di sentir parlare solo delle dimissioni di Berlusconi per una settimana per poi scoprire che alla fine hanno votato la fiducia. Da una parte dicono “gesto nobile” , dall’altra “hai perso TIE! prrrr”: Ma che stiamo all’asilo Mariuccia? Ma si può bloccare il paese, e il parlamento in dibatti di questo livello che non si osava fare neanche alle autogestioni del primo liceo ? Si puo’ vivere e cibarsi di sacandali? La sera si sta seduti tutti zitti davanti al telegiornale. Rai uno parla degli scandaletti, snocciola le solite notizie ingessate e filtrate, La Sette invece propone un campo di battaglia Mentana ogni sera urla “CLAMOROSO” pure se un esponente politico X si e’ scaccolato in parlamento. E noi li a guardare il telegiornale aspettando la soap. E se la spegnessimo sta cazzo di televisione la sera che e’ l’unico momento in cui la famiglia e’ riunita a tavoila e magari e’ l’occasione per parlare un pochetto?

Lo scandalo gridato alla lunga genera rabbia permanente che poi sedimenta e si trasforma in una cosa ancora peggiore: la depressione. A furia di leggere titoli che parlano solo di presidi arrestati per nepotismo, amministratori arrestati per frode, “pinze nella panza” si rischia di entrare nel loop infernale che il paese e’ veramente marcio fino al midollo e allora molti pensano alle tre alternative

1) Me ne frego, rubo anche io se posso tanto gli altri non sono meglio di me

2) Vorrei far qualcosa ma “il piu’ pulito cia’ la rogna” non mi fido di nessuno: mi deprimo e mi piango addosso (questo e’ lo sport nazionale della maggior parte delle persone)

3) Scappo e vomito sul mio paese

Io non faccio un discorso politico ma sociologico e psicologico. Una persona depressa rende meno. Non ha la forza di uscire di casa, se fuori piove pensa “che palle anche oggi piove non posso andare a giocare a tennis” non vede le alternative strategiche tipo “il tempo ideale per andarsene a vedere un bel film al cinema”. Il depresso non agisce. Soffre terribilmente e masochisticamente sembra necessitare della sua sofferenza. E’ un cane che si morde la coda. La depressione e’ terribile e pericolosa. Una malattia che può’ colpire non solo un singolo ma un intero paese. Si capisce quando si e’ depressi non solo se si perde ogni piacere della vita e si vegeta sul divano (anche un medico legale con la specializzazione in estetica riuscirebbe a capire che trattasi di depressione) ma la depressione (nevrotica) puo’ manifestarsi anche dalla ripetitività’ delle azioni che si fa, dalla mancanza di fiducia negli altri e nell’altro, dalle fobie dalle nevrosi,  dalla PAURA DEL CAMBIAMENTO, dallo stress che ti fa venire voglia di uccidere chi ti taglia la strada perché e’ un delinquente come il 90% di quelli che ci circonda, dalla rabbia esagerata che ci fa svalvolare per un incidente domestico. Sono tutte reazioni smisurate di chi cura la sua depressione con effetti placebo.  Un comico una volta disse che l Italia e’ il paese dove si usano meno antidepressivi perché’ alla fine noi diciamo “sticazzi”. Io non conosco le statistiche, ho letto su internet che in effetti sembra che i paesi dove si consumino piu antidepressivi siano quelli del nord Europa. Conosco molti italiani che si incazzano tutta la settimana dei mali del paese ma poi la domenica dicono “sticazzi” perché’ c’e’ la partita, la braciata, la porchetta e il Lunedì si ritorna a pensar male del nostro paese. Non sarà’ depressione ma questa e’ psicosi nevrotica!

Depressione e nevrosi sono l’antitesi del progresso sociale. Paesi come gli Stati Uniti, il paese degli eccessi, sono quelli dove regnando una certa “ingenuità’ sociale” ma anche un certo spirito di iniziativa,  di voglia del rischio (e una assoluta mancanza di compassione sociale guardate quanto pena Obama per far passare una riforma sociale minima), ma soprattutto di “fiducia nel paese” , il paese del “YES WE CAN” dove alla fine pure se ci si ammazza politicamente il presidente e’ quello di tutti. Andate a vedere al cinema :IL MAGGIORDOMO e capirete cosa intendo (http://www.allocine.fr/video/player_gen_cmedia=19515848&cfilm=188951.html). Tutto questo può sembrare ingenuo, per anni in italia abbiamo schifato e guardato con aria di superiorità’ questa ingenuità americana. Ma in un paese come il nostro giustamente forse bisogna tornare ad essere ingenui come i bambini per avere la forza di fare le cose. Per averne pero’ la PERSEVERANZA bisogna pensare STRATEGICO se no si generano una marea di idee che poi diventano monnezza (di “tuttologi” o ‘visionari” del marketing strategico ce ne abbiamo piene le tasche, uno solo diventa Steve Jobs).

Che futuro possiamo dare ai nostri figli se continuiamo a pensare che e’ veramente tutto uno schifo? Che ci abitiamo a fare in Italia, perché’ non prendiamo tutti uno zatterone come quei poveri cristi che venivano dall’Africa e ce ne andiamo in Norvegia? Perché’ non lo si fa? O si resta e si COMBATTE per cambiare il paese (con i mezzi democratici che la Repubblica ci offre) oppure… oppure stavolta non  mi viene l ‘alternativa scusate.

E infine perché i giornali non strillano con altrettanto vigore le cose buone che i nostri cittadini e il nostro paese produce? L’assessore che ruba va messo in prima pagina. Ma anche l’imprenditore che crea un nuovo lavoro, o magari un progetto nuovo per la scuola va urlato altrettanto no? (O forse non andrebbe urlato più niente perché ne abbiamo abbastanza delle urla). Le cose belle sono sempre sussurrate, quelle brutte urlate. Anche un amore passionale urlato e’ sintomo di un dolore troppo forte. Come se ci fosse un inconscio sadomasochistico piacere a soffrire dei nostri mali. Forse per questo ci si ricorda meglio dell’Inferno di Dante ma non del Paradiso. Ma questa e’ una tattica di comunicazione dei mass media. Loro lo sanno che e’ più appetibile il titolo scandalistico. Ma oggi le informazioni ce le possiamo andare a cercare su diversi media, e, quindi, infine farci un opinione più obiettiva di come stanno le cose.

E magari cominciare a vedere finalmente il bicchiere mezzo pieno che e’ il miglior antidepressivo che esista, salvaguardare la nostra energia non dispersa alla ricerca dello scandaletto del giorno, ma canalizzarla per definire un piano di miglioramento strategico per noi, per il nostro paese , per i nostri figli. Per il nostro futuro.

I Cannoni di San Vito

 

Un Amarcord estivo, con un flash back di trent’anni fa! :-)   Cliccate sul link di sotto per vedere il video!

http://youtu.be/aF1qRgET5I4

Genitori e Figli: ieri, oggi e… domani?

Durante un seminario a cui ho partecipato a Bologna nel Marzo del 2013, ho incontrato Paolo Crepet, e ho ascoltato un suo intervento. Da quel giorno ho letto diversi libri sul tema, non solo di Crepet ma anche di altri e mi sono convinto che molti, forse la maggior parte dei problemi che oggi affrontiamo (o che non siamo capaci di affrontare) provengono dal genere di educazione che abbiamo ricevuto e da quella che daremo ai nostri figli. Così mi è venuta l’idea di scrivere queste riflessioni. Molti concetti li ritroverete nei riferimenti che citerò in fondo. Tengo a precisare che molte delle cose scritte sono citazioni prese tali e quali dai seminari di Crepet, semplicemente perché mi sono piaciute o forse perché le ho pensate anche prima di sentirle. Non credo che sia stato Crepet a convincermi, ma piuttosto ho trovato qualcuno che esprimesse in maniera gagliarda, sarcastica, ironica, incisiva quello che probabilmente ho sempre pensato: che nella nostra vita abbiamo sempre più bisogno di autorevoli educatori. Quest’ articolo non è un elogio agiografico di Paolo Crepet o della Montessori e a dei metodi dei bacchettoni. Crepet probabilmente semplifica molto, non sono convinto che un metodo solo sia sufficiente a farci crescere bene. Ma essendo romano, e come tutti i romani legatissimo a “mamma Roma” mi sono spesso interrogato sul perché sia così difficile per molti romani emigrare da una città che a detta di tutti è la più bella del mondo ma è anche invivibile e piena di problemi, o, per coloro che per diversi motivi sono infine partiti, soprattutto negli ultimi dieci anni, non si riesca a vivere la vita all’estero con serena armonia con il nuovo mondo che ci circonda, ma nostalgici di quel cordone ombelicale tagliato. Che poi, leggendo le esperienze descritte da Crepet (che essendo Veneto riporta spesso situazioni famigliari di famiglie del nord est produttivo dell’Italia) scopro che il “mammismo” non è solo un marchio DOC del centro sud Italia, anzi spesso si radica molto più fortemente nelle regioni dove i genitori possono permettersi di mantenere i figli fino ai trent’anni e passa. Figli che poi vivranno magari melanconici o incapaci di staccarsi dalla casa dove si stava tanto bene e in cui la mamma ti portava il cappuccino al letto. Nostalgia e melanconia che spesso inficia, per chi parte, se non sull’efficienza (è proverbiale che gli italiani all’estero lavorino il doppio, e spesso meglio, degli autoctoni) ma sulla nostra qualità della vita, dominata sempre più da angosce, ansie e, per l’appunto, rimpianto di un felice passato. Quanto di questo si può evitare con l’educazione? Vediamo..

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Volo Alitalia Parigi-Roma, due settimane fa. Sono seduto in un posto adiacente al corridoio nelle ultimi dieci file. Dietro di me una delle più classiche famigliole romane: padre quarantenne che gioca con la playstation, la madre si sta leggendo una rivista patinata e i due pargoli di sei e otto anni che giocano con un palletta di carta nel corridoio urlando a perdifiato. Il più piccolo a un certo punto tira la palletta fino alla business class e urla “Goal!!!” Il padre ancora ipnotizzato dalla playstation lo guarda distratto (o forse deliziato da quel campioncino in erba di suo figlio) e urla “Abbravo de papà!”. All’atterraggio i due pargoletti costretti dal benedetto regolamento che impone le cinture di sicurezza senza smettere di urlare a squarciagola commentano serenamente l’immagine della posizione indicata sullo schermo dello schienale, un software antidiluviano che Alitalia non si è mai curata di aggiornare con un aereo che occupa quasi tutta la regione Lazio per quanto non è in scala

“Anvedi papà stamo quasi en Sicilia!”, risposta del genitore (sempre a dieci decibel sopra il livello delle due turboventole dei motori che urlano in fase di atterraggio) “Anvedi aoh!”.

Il tutto per due ore e pochi scampoli (incluso il tempo di attesa dei bagagli ai tapis roulant) senza che la voce di un solo adulto si sia levata per richiamare all’ordine i due provetti calciatori in erba, non dico dei genitori, poverini impossibilitati, ma neanche del personale di volo.

A chi obietta che stiamo di fronte alla solita filippica disfattista anti-italiana potrei fornire, se questo possa servire di conforto, con altrettanti edificanti esempi dei nostri vicini d’oltralpe. Nel civilissimo quartiere perifierico di Saint Cloud, sede dell’ultranazionlista “Fronte di Le Pen”, distretto alla moda, periferia “prout prout” di Parigi come la chiamano i francesi (un equivalente dei Parioli a Roma) si contano periodicamente ogni sabato sera atti di vandalismo effettuati da quattordicenni o sedicenni “autoctoni”  ubriachi che girano con la bottiglia di whisky,  che spaccano vetri di auto (compresa la mia) e che lasciano prove tangibile del loro vandalico passaggio con lasciti gastrico organici come un’orda di lumache.

Due mesi fa un mio collega, una brava persona,  quarantasette anni, padre di una figlia di ventuno e di un maschio di sedici è stato licenziato, come spesso accade nel nostro così flessibile (o precario?) mondo del lavoro di oggi, senza una ragione veramente tplausibile (“non pensava in maniera abbastanza ‘strategica’, che è un modo per dire che sei vecchio e devo assumere uno più giovane di te”). Quando gli ho chiesto cosa pensasse di fare nel momento in cui, terminate la fase di negoziazione con le risorse umane appariva ineluttabile il licenziamento in tronco,  la risposta è stata fulminea “devo trovarmi un lavoro al più presto”. Si ma quale? Cosa? Quali sono le tue passioni? Qual è il tuo “savoir faire” e il tuo “savoir etre” che potremmo tradurre in italiano come “quali sono le tue capacità e le tue passioni?”. Mi ha guardato di traverso. Non s’era mai veramente posta questa domanda. Anzi non è stato mai sicuro di fare il lavoro che avrebbe sempre voluto. In un mondo dove passi dall’infanzia al mondo degli adulti (ma saranno veramente tali o magari restiamo perennemente nel limbo adolescenziale?) alla velocità della luce spesso molti non si fermano a pensare alla cosa più importante: cosa mi da quella passione che mi accende dentro il mio fuoco sacro? E cosa farei o darei per ricercarla?

Crepet inizia un suo testo citando Vivian King:

“Se arriva in tempo si chiama educazione. Se arriva tardi si chiama terapia”.

Quel mio collega, che ha sempre lavorato nella stessa regione, sempre fatto lo stesso lavoro,  oggi, al secondo licenziamento (il primo è stato un licenziamento economico) è incapace di affrontare un mondo del lavoro spietato dove a quarantasette anni sei “out” sei vecchio. E ha deciso di trovarsi qualcuno che lo possa aiutare, ma non a trovare un lavoro, ma a trovare le passioni che ha in se stesso, i talenti che sicuramente ha, e che nessuno ha mai pensato di fargli scoprire, tanto che anche lui come molti giovani quando aveva diciott’anni a chi gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare avrà probabilmente risposto “boh” (o più francesisticamente una sonora pernacchia). Oggi gli serve una lunga e magari costosa terapia per rimettersi in sesto. Il problema sta sempre la, e sta purtroppo nel nostro passato, un passato che non comincia a  quattordici anni e neanche a otto ma anche prima. Un passato in cui si ha bisogno di qualcuno che ci guidi e ci educhi, ci punisca se necessario, che sia autorevole (e non autoritario) che non sia un “amico” con cui giocare tutto il giorno alla play station ma un punto di riferimento, magari temuto alle volte odiato quando ci dice di no, ma in fondo stimato.

Un genitore.

Io credo che fare il genitore soprattutto al giorno d’oggi sia il mestiere più difficile del mondo. Quarant’anni fa c’era più sofferenza, c’erano più privazioni, e c’erano più punti saldi e fermi. Le famiglie erano composte spesso da tre, quattro persone. I genitori non avevano tempo da passare con i loro figli (non dico che oggi ce ne sia di più ma il lavoro precario lo sta virtualmente creando); si occupavano delle cose essenziali: mandare avanti la baracca. Molto spesso i nostri genitori hanno avuto fratelli maggiori come assistenti dei padri. Un chissene frega a tavola costava una sberla. Non dico che fosse meglio, ma era una certezza, eri sicuro che se tornavi la sera tardi in casa scoppiava il Vietnam e che se non mangiavi la minestra il giorno dopo rimangiavi la stessa. Si viveva scomodi in casa, e la scomodità generava “fame” voglia di andarsene. I nostri progenitori, zii, nonni, moltissimi sono partiti se ne sono andati altrove si sono comprati la casa da soli all’estero. Hanno avuto altri problemi ma sicuramente non hanno avuto genitori molto comprensivi, non se ne aveva il tempo. Purtroppo hanno preso magari forse troppe “sberle”. Perché non è vero che le sberle aiutano a crescere. Non quelle fisiche. Un adulto che picchia un bambino è un adulto stanco a cui mancano argomenti di discussione. Quel bambino crescerà con l’idea che la sberla fisica è fatta per il suo bene rimuoverà questa cosa nel suo inconscio. Diventerà forse un padre troppo generoso per evitare al figlio le sofferenze che lui ha subito da piccolo, gli farà troppi regali troppe concessioni finché sarà troppo tardi per tornare indietro. O rinuncerà magari a diventare padre. Le sberle sono frutto dell’autoritarismo di genitori che non vogliono perdere tempo. La giusta punizione, spiegata, senza violenza fisica, autorevole e non autoritaria è forse da preferire alla sberla. Come tutte le cose la virtù sta nel mezzo di una coerenza che tutti son disposti a controfirmare ma che costa tanta fatica.

Oggi non ci sono più molti punti fermi, in casa quando un bambino piange perché la mamma lo ha rimproverato per un brutto voto magari va dal papà che urla alla moglie “e daje amò! Tutte ste storie per un quattro! Sapessi io quanti ne ho presi!”. Il bambino non ci capisce più niente. Perde punti di riferimento. Se rientra tardi la sera e il papà gli urla “basta da domani niente motorino!” e poi lo stesso papà il giorno dopo rientrando dal lavoro col magone sullo stomaco (non tanto per la pena per il figlio quanto per il terrore di dover affrontare la litigata serale dopo una giornata di corsa in ufficio tra telefoni e computer dove magari ha vissuto da solo la maggior parte dei problemi) e allora quel no fermo si trasforma in un ni, e poi in un si. E il bambino capisce che se strilla alla fine ottiene. Perché mantenere i punti fermi costa fatica. E molto spesso, e qui i miei amici romani sanno di cosa parlo, ci ronza in testa quella frasetta pericolosa “ma lassa perde… ma nun lo fa… ma chi te lo fa fa!”.  Si torna a casa stanchi e i bambini invece sono super eccitati dopo aver passato magari pomeriggi a saltare da una attività a un’altra: alle 14 piscina, alle 17 c’è Judo, poi c’è teatro poi due ore di playstation (perché hanno tolto il tempo pieno alle scuole medie superiori?). Poi torni a casa e ti trovi due diavoli della Tanzania, e grazie! Con tutte quelle attività che neanche Bubka alle olimpiadi si sognava, avranno più adrenalina che sangue nelle vene. E allora che si fa? Si accende il nostro bel 52 pollici che troneggia nel salotto davanti al tavolo imbandito lo si sintonizza e si prepara la cena. Un po’ di pace, “ e chi gliela fa a parlare”, il pupo è ipnotizzato davanti al cartone animato, o a qualche culo di qualche ballerina che lancia il messaggio subliminale a vostra figlia preadolescente che bellezza=fortuna=successo.  Ma un po’ di musica alla radio e basta no? Perché la prima cosa che facciamo quando rientriamo a casa, dopo esserci tolti le scarpe è accendere il televisore?

Sempre in un libro dello stesso genere leggevo una statistica in cui più del 50% dei giovani delle scuole medie alla domanda su “cosa conta di più per riuscire nella vita” immancabilmente risponde “soldi, raccomandazione e culo”. Dove per culo lascio a voi l’interpretazione. E allora perché non spegnere il televisore la sera? Ma da subito. Dai tre mesi. Rai Yo Yo è penso uno dei canali più visti e utilizzati da fasce di bambini tra i 3 mesi e i 2 anni. Il genitore dice “parli facile te, pensa a tornare a casa dopo ore di lavoro e quello non la smette di piangere, non la smette di chiedermi di giocare io non ce la faccio alle volte è l’unico rimedio”.  Oppure l’obiezione classica “viviamo in settanta metri  quadri in periferia, è figlio unico oggi non ce la si fa a mantenere un bambino figuriamoci due o tre, che faccio dove lo porto dove lo lascio andare? Alle volte la televisione o il videogioco è l’unica soluzione per calmarlo”.

L’unico? Io non ci credo alle soluzioni “uniche”.  Anche in matematica spesso non c’è un solo modo per risolvere un problema. Due anni fa conobbi una persona, un esperto in PNL e psicologia cognitiva e terapia strategica a breve. Durante un training ci disse “ricordatevi, una regola generale. Un postulato come il sole che sorge ogni mattina. Ci sono sempre ALMENO TRE soluzioni a un problema. ALMENO TRE, basta un po’ di iniziativa un po’ di curiosità e di buon senso per trovarle”. Certo se uno sceglie la via comoda e facile spesso la soluzione è quella più stupida. Basta girare il concetto: le cose scomode spesso sono intelligenti (spesso non sempre, non cominciamo a trovare le eccezioni che confermano la regola un po’ di onestà intellettuale vi prego!); i miei vicini di casa hanno la figlia che si trova davanti alla scelta di quale università scegliere. I discorsi spesso vertono più sul dove (quanto è lontana, quanto ci metto per arrivarci, è collegata bene o male a casa) più che sul contenuto (cosa vuoi veramente fare?). Ho incontrato due mesi fa una ragazza simpatica di trent’otto anni, che lavora alla prefettura di Nanterre. E’ in crisi perché il suo matrimonio dopo dodici anni è naufragato e lei ha sempre vissuto solo per la casa e per il marito. Non hanno neanche avuto figli. Le ho chiesto che studi avesse fatto: mi ha risposto che ha iniziato con biologia poi però dopo due anni ha cambiato e ha scelto economia e commercio (eh certo… sono legate…), ma a trentacinque anni ha scoperto che la sua passione è la speleologia. C’è sempre tempo per cambiare, per carità, ma se magari qualcuno in casa avesse cercato di aiutare questa donna a capire prima, facendo delle semplici DOMANDE, quali fossero le sue passioni, magari portandola a vedere un museo invece che al parco di DisneyLand Paris, o a fare un viaggio chissà, o semplicemente spendendo più tempo la sera per discutere a tavola invece che guardare inebetiti il telegiornale, magari questa donna non si sarebbe attaccata come una cozza all’unica cosa che la rassicurava (il matrimonio) per poi ritrovarsi a trentotto anni senza un lavoro appassionante e con molti, troppi rimpianti e necessità di terapie psicologiche e farmacologiche per calmarla. Oggi questa donna ha il terrore del week end in cui è costretta a restare sola a pensare, passa in continuazione da una fase di iper attività a una depressiva, si è iscritta a tre siti per incontri e uscite, ha l’orrore di stare da sola in casa e ha deciso di iniziare una terapia (che poi ha interrotto). Nessuno l’ha forse mai istruita a pensare a interrogarsi.

Le famiglie oggi passano insieme meno di una o due ore al giorno. Di corsa la mattina inzuppiamo un cornetto nel cappuccino mentre i figli si svegliano e poi la sera stanchi quando si torna a casa non si ha voglia o tempo di parlare.

Ma ci sono anche le famiglie opposte, le mamme badanti full time, complice una crisi terribile che spesso ci obbliga a lavori part time, magari al nero,  magari alla cronica disoccupazione di un partner che (e non è sempre la donna) resta a casa a coccolarsi il pupo. E allora si ha più tempo, forse troppo, da dedicare al bambino che si sente il re del mondo colui che è al centro dell’attenzione. E quando diventano più grandi si passa magari poco tempo a fare discorsi importanti, perché sono difficili e “scomodi” perché Dio non voglia che rischiamo di litigare. Non semplicemente chiedere a nostro figlio “come è andata la scuola” ma porre delle domande: Vuoi fare Judo? Perché? Vuoi andare in parrocchia? Perché? Non dico di no, ma spiegamelo. Fammi capire: stupiscimi! Dimmi che vai in parrocchia perché hai voglia veramente di scoprire cose nuove e non semplicemente perché tutte le tue amichette lo fanno e se non lo fai anche te ti senti un esclusa! E se la bambina urla e sbatte la porta perché non vuole discutere con voi interrogatevi come mai. Come mai quel bambino o quella bambina non hanno voglia o tempo di parlare o di ubbidire semplicemente alla ferrea legge che in casa comandano i genitori, pure se sono ingiusti. E’ così. La famiglia non è una democrazia. I genitori amici come la De Filippi sono una catastrofe educativa, una jattura. Peggio della peste. Un mio conoscente mi ha detto che si preoccupa perché il figlio di sei anni va a casa degli amici a giocare con i videogiochi violenti vietati ai minori di dicotto anni. La soluzione (almeno una, ma ripeto ce ne sono almeno tre) che ha trovato è: glielo compro io, così ci gioca a casa con me, almeno gli spiego io che quella non è la realtà ma è una finzione. Meglio che giochi a spappolare le teste delle vecchiette e a veder schizzare budella dallo schermo col papà accanto, che lo asseconda (e magari ci gioca insieme provandone un inconfessabile piacere) piuttosto che con gli amichetti da solo. Ma siamo sicuri che sia l’unica soluzione? Ma dire semplicemente “te da quel tuo amico non ci vai”? Io a sei anni andavo a giocare a casa dell’amichetto accompagnato da mamma. E il genitore magari va a vedere cosa fai con chi giochi. Giochi a MortalSbudelCombat? Io da quello non ti ci porto più. “Ma mi diventa un disadattato! A scuola ci giocano tutti!” E lascialo diventae un disadattato, fallo crescere forte!  Fagli capire che se crede e fa una scelta giusta allora non è detto che sia la moda da seguire, anzi chissà potrebbe lui lanciare una nuova moda! Sono andato al mare due giorni fa. Tutti, ma dico TUTTI, portavano le infradito con il marchietto del brasile. Le vendono da dectahlon, costano venti euro quando lo stesso sandaletto senza la bandierina del brasile ne costa sette. Ma perché dobbiamo farli crescere che se si vestono o si comportano come gli altri allora sono “sani” se no sono dei “malati”? Delle mie amiche a Parigi, disgustate dal mio look anonimo,  mi hanno quasi sequestrato per due ore in un negozio di un noto marchio di Jeans per farmi vestire alla moda “ecco! Così magari la trovi la fidanzata!” E certo, perché se ti vesti con i pantaloni della Rifle la fidanzata la trovi sicuro? E quanto dura? Due giorni? La mia cuginetta di dodici anni l’altra settimana mi mostrava orgogliosa le sue nuove scarpette da ginnastica che sembravano quelle di un astronautaper quanto fossero grandi “hai visto quanto sono belle?” , io le ho chiesto “perché ti piacciono?” . Risposta “perché ce le hanno tutte le mie amiche!”. Poi magari a vent’anni andiamo in quella scuola non perché ci va, ma perché ci vanno i nostri amici. E sul lungo termine queste scelte si pagano!

Ma non sto dicendo che bisogna dire sempre e solo no! Conosco il figlio di una persona la cui famigli è molto religiosa ed estremamente anticonformista e rigida. Nessuno giochino moderno, solo giochi all’antica (la campana, il tiro alla fune), niente palestra ma solo comunità, niente televisore, niente videogiochi. Il bambino sembra un angioletto. A otto anni, lo abbiamo scoperto che rubava gli iPod ai compagni e se gli chiedi cosa voglia fare da grande ti risponde “il cecchino” (sic!). Come mai? Non è che perché il “no è spesso sano” che bisogna farli vivere come nel medioevo, poi ci diventano dei serial killer! Possibile che non si conosca la misura? Ci sono cose che NON vanno assolutamente fatte (come giocare con il figlio di sei anni a mortalsbudellacombat, o comprare tre playstation per due figli così lo possono usare tutti e due compreso il papà e non si litiga), altre che vanno fatte con moderazione e grano salis. Il cartone animato lo vediamo una sera si e due no, magari accendiamo ANCHE la radio, magari facciamo ANCHE altre cose. Leggersi un libro di come si educano i bambini e applicare qualche regoletta in più, cercando di evitare gli errorissimi.

Fare, e dire tutte queste cose è difficile. E’ complicato. Io ho 41 anni e non ho ne famiglia de figli. Molti amici mi dicono “beato te!” altri mi dicono “povero te!”. Hanno ragione entrambi. Fare il genitore è uno dei mestieri più difficili ma anche più belli e importanti. E non c’è nessuno che ci  insegni come si fa, le istituzioni non sembrano voler spendere soldi per dedicare tempo a questa crescita culturale. Ho amici psicologi che guadagnano una miseria lavorando in centri di recupero per tossicodipenti. Ma perché non si creano anche centri di recupero per genitori che non sanno come fare? Ma mica è una vergogna voler imparare a far bene una delle cose più importanti che esistono al giorno d’oggi. Se diventassi genitore io non mi farei mancare l’occasione per cercare di capire le regole di base, che nessuno mi ha mai insegnato (magari perché non abbiamo avuto modelli educativi chiari complice anche una crisi di identità dei ruoli dei genitori).

Mi si dice “non ho tempo”. Scusate ma è una risposta non valida. Mia nonna che viveva durante la guerra e lavorava al forno anche il sabato forse non aveva tempo. Ma se si ha tempo di passare il “week end” al Gardaland o a farsi una settimana bianca, o ad andare mezza giornata al mare il sabato, il tempo per leggersi un libro, partecipare a un seminario o invitare qualche educatore a scuola per insegnarci a NOI come fare i genitori lo si trova. C’è gente che trova il tempo tutte le domeniche per andare a messa, e si perde tutta la mattinata. E magari incontri pure tipi gagliardi, gente che ti fa pensare alle cose diversamente, perché se esci e vedi sempre i soliti amici, sempre le solite persone magari le idee nuove non ti vengono.

Una volta (sempre quel “coach” di cui sopra) durante una discussione accalorata in un piccolo bistrot a due passi da Notre Dame de Laurette, nel 9 arrondissement di parigi, con gli occhi fiammeggianti guardandomi dritto mi esortò “quale è il mito dei tuoi genitori? Cosa ti hanno dato, cosa ti hanno lasciato? E soprattutto quali erano le loro aspirazioni? Il loro mito! I loro sogni?”.
Ognuno ce li ha, ogni persona ha il proprio mito il proprio sogno bisogna scoprirlo e spesso tutto questo passa per cammini difficili, per sofferenze, per privazioni., per cambiamenti E proprio chi ha sofferto magari è chi ha la capacità in futuro di avere la forza di prendere dei rischi di dire “basta io vado li, esco dal nido!”. Io cambio!

Una cosa che ho capito con gli anni, dopo, è che una certa forza di affrontare la vita non è venuta dalle paghette e dai regali “gratis” che mi hanno fatto i miei genitori ma spesso da scelte sofferte, dai “No”. Forse una delle migliori benedizioni che i miei genitori mi hanno lasciato è l’aver divorziato. Dirò una bestemmia per i più, ma quante famiglie si tengono in piedi con lo sputo quando è evidente che non c’è manco più un briciolo di amore a cercarlo con il lanternino e la frase spesso sentita, trita e ritrita la più ipocrita è “non divorziamo per i figli”. Bella storia. Se i genitori restano insieme e litigano spesso è una violenza inaudita per il bambinoç o mi ricordo con orrore quando mamma e papà litigavano in camera da letto mentre io e mia sorella tremando ci tenevamo per mano davanti alla porta della cameretta e ululavamo sottovoce “mamma papà… finitela….”. E magari non era che una sfuriata, manco volavano sberle perché siamo in un paese pseudo civile. Ma anche se si convive insieme forzatamente e si vive ipocritamente senza litigare sapendo che non c’è più amore (e basta che uno dei due lo sappia) i danni, tragici, sono ineluttabili.  Un conoscente vive orma da anni frustrato della moglie che, secondo lui, è una donna passiva e non gli da più stimoli inclusi quelli sessuali. (Mi domando perché se la sia sposata visto che lo sapeva anche dieci anni prima: mi piace pensare che ognuno si merita il marito o la moglie che ha, non ce l’ha scritto il dottore di sposarci o di vivere con tizio e caio). Per amor di famiglia ha deciso di restare e non andarsene sfogando le sue pulsioni con incontri clandestini. La moglie forse intuisce ma accetta in silenzio lo status della famiglia dello pseudo mulino bianco. Vivono come fratello e sorella. Il figlio, unico, a sei anni sembra autistico e stenta a parlare. E certo che dopo il divorzio non ci saranno più le settimane bianche, non si potrà magari mandare il bambino al collegio privato, finiti i 18 regali per  Natale, befana e Santo Stefano, ma magari la metà. E certo che all’inizio ti senti smarrito, povero, un “paria” un diverso. Non solo devi andare nella scuola pubblica dove la palestra si riduce a un campetto di pallavolo mentre prima andavi al collegio privato con quattro campi di calcio, ma ti vergogni pure di dire che hai i genitori separati (oggi non è più così, viva Dio una delle poche conquiste di questo paese civile). Però tutto questo crea un cortocircuito vitale, ti crea “fame”, hai fame di fare di ottenere, di fare meglio. Mettiamoci il voler dimostrare qualcosa, o voler ottenere quello che non hai più. E magari poi capita che a venticinque anni hai l’occasione e parti e te la vai a cercare altrove la tua indipendenza economica. E non dico che bisogna far soffrire i figli di proposito, che bisogna divorziare per farli sentire forti. Dico solo che bisogna fare delle scelti coerenti e coraggiose, una famiglia che si tiene in piedi in maniera ipocrita crea cento volte più danni di una famiglia che decide di separarsi. Ovvio che tutti vorremmo la famiglia del mulino bianco per la vita, ma spesso la vita è ingiusta. Perché non farlo capire ai figli dall’inizio che non è tutto rose e fiori, che c’è anche una sana dose di malasorte o se vogliamo una più realistica dose di “errori” che si fanno ma a cui si ha il coraggio di porre rimedio? Cresceranno senza il terrore dell’errore, perché anche se sbaglieranno sapranno rialzarsi e lottare.  Perché è molto più diseducativo e improduttivo un matrimonio che funziona male che un sano e onesto divorzio spiegato ai nostri figli che li fa crescere. E’ molto più improduttiva e diseducativa una scuola dove funziona tutto perfettamente e non si sgarra di un minuto, che un’altra dove magari (si spera) almeno gli insegnanti siano bravi e se poi non hai la palestra con pavimenti antitraumatici o la piscina con diciotto corsie vabbeh pazienza! A trent’anni secondo voi cosa farà quel figlio cresciuto in una famiglia virtualmente felice o infelice in cui si sta insieme per “salvarsi”? Deciderà di andarsi a costruire un futuro altrove? Deciderà  di investire in Italia rischiando i soldi di famiglia magari per aprire un’impresa o cercherà magari l’aiutino di papà per una raccomandazione in qualche azienda e, in caso negativo (perché vista la crisi oggi manco la raccomandazione basta) vivrà come un frustrato e un disadattato? Vogliamo questo per i nostri figli? Per anni ho imprecato contro la malasorte che non mi ha permesso di avere a disposizione come la maggior parte dei miei amici degli appartamenti di famiglia su cui contare. E invece dovrei ringraziare la sorte, dovrei ringraziare il cielo che i miei genitori li hanno venduti in maniera anche scriteriata perché questo mi ha dato l’opportunità di avere “fame” di essere obbligato di farmi le cose da solo, di comprarmele da solo.

Ed oggi capisco anche da dove viene questa malinconia che mi prende quando vivo e lavoro all’estero, come il sottoscritto, manco a dire in Nigeria, ma a Paris la Ville de la Lumiere, e che mi fa pensare ogni santo giorno al modo in cui poter rientrare all’ovile, melanconica tristezza che si accentua durante i lunghi inverni senza sole, e magari vivi come un adolescente, fatichi a comprarti una casa, a sposarti a metter su radici. Quanti “giovani” di quarant’anni esistono al giorno d’oggi?  Quanti che partono in continuazione e girano in tondo? E quanti invece che non partono mai e che restano all’ovile per tutta la vita, ancorati a un cordone ombelicale di tre centimetri? Gli uni magari girano troppo e sono rosi dalla malinconia e dalla sindrome dell’emigrante. Gli altri vivono un’apparente serenità che può venir disintegrata dalla minima avversità (uno scaldabagno che si rompe per citare una delle più terribili calamità). Io mi sento più nella prima categoria per esempio. Se da un lato la capacità di partire mi è stata magari consegnata da quella famosa “fame”, la maledetta malinconia, oggi mi interrogo, non sarà forse la reminiscenza di una vita troppo coccolata come molto di noi l’hanno vissuta in queste famiglie che restano troppo tempo “mono nucleari” in cui i genitori scaricano esasperato affetto nei confronti del loro bel rampollo?  Bisogna abituare i bambini fin da piccoli a cercare (nelle piccole cose) a cavarsela da soli. Dov’è il parmigiano? Cercatelo! Meglio abituarsi prima a sapere che le cose me le devo fare da solo.  Perché non puoi contare su nessuno. La vita è così. Alla fine su quante persone si può contare? Alla fine può arrivare il terremoto e radervi la casa, allora chi è capace di rialzarsi più in fretta, quello che nella vita ha ottenuto tutto e gratis e che non è abituato a farsi le cose o chi ha magari patito un po’ di sofferenza? Un terzo delle piccole e medie imprese del Nord Est polmone produttivo dell’Italia chiude non perché c’è la concorrenza cinese, ma perché i padri non possono lasciare le imprese a dei figli senza midollo che passano le giornate a bere lo Spritz al bar con l’amico. A Roma c’è quella che io chiamo la “sindrome della porchetta” ma che oggi potremmo chiamare “la sindrome dello Spritz”: ci si arrabbia, si bestemmia tutta la settimana. All’Università magari ci si riunisce,  ci si incazza contro questi baroni messi li dalla burocrazia, si pianificano progetti imprenditoriali, si scrivono giornaletti rivoluzionari,  si pianifica di andare a studiare all’estero, a lavorare fuori, si arriva il venerdì esasperati e poi, e poi arriva il sabato e la porchetta a Ariccia, la domenica, e lo spritz a Fregene. C’è il sole che calma e migliora l’umore (è scientificamente provato che il sole è antidepressivo), la Roma la Lazio e il lunedì tutto torna come prima. Sono dodici anni che ho lasciato Roma, ogni volta che torno e parlo con i miei amici o con le persone che conosco sento gli stessi problemi, magari gli stessi progetti, le stesse speranze: perché se uno vuol partire non lo fa? Perché se uno vuol creare un’impresa non lo fa? Sempre colpa dello stato, della burocrazia, del “tanto vanno avanti solo i raccomandati”. A Roma c’è il sole che funziona da anti depressivo, ma quanto sole ci serve quando arriveremo frustrati a cinquant’anni?  E mi ci metto in mezzo anche io, che ho lasciato casa a ventotto anni non per una forma di rivolta e sfida, ma perché avevo conosciuto la tipa a Parigi. A ventotto anni eh? Non a ventidue. “si vabbeh ma te hai studiato ingegneria è dificile”. La scusa. Difficile in sette anni? “eh vabbeh ma con i corsi annuali era molto più difficile. E poi c’erano certi professori che ti bocciavano tre volte, Fisica I dovevi farla quattro volte,  il biennio a fare la fila alle cinque del mattino per un posto in prima in aule stracolme fila tornavi a casa sderenato, se facevi quattro esami all’anno era un miracolo, certi incompetenti messi li a insegnare materie che dovevi studiarle da solo…”. Analisi giusta, ma patetica: e le tre soluzioni le abbiamo dimenticate? Se veramente l’Università di Roma ha un biennio che faceva (fa?) pietà e un triennio dove la metà dei professori sono figli e nipoti di, o cugini di, e non sanno cosa vuol dire insegnare allora perché non andarsene a cercare un’altra? Alla fine ti laurei in sette anni, due in più della media dei tuoi coetanei europei, e lasci casa a ventotto (quando ci dice bene). Quanta fatica per capire che certe scelte vanno fatte per passione per noi stessi e non per cercare la rassicurazione! Anni di terapia! Ho un mio amico che è partito per andare a insegnare elettronica in una facoltà di ingegneria in Finlandia, a 100 Km dal circolo polare artico,  dopo aver perso il lavoro nella crisi del 2002. Non aveva la fidanzata lassù. Poi è tornato a Roma gli hanno offerto un lavoro e si è comprato un appartamento: non aveva i soldi dei genitori, si è indebitato al 45%. Oggi vive negli stati Uniti con moglie e due figli, la casa di Roma l’ha affittata e si è comprato una seconda casa negli Stati Uniti. A chi fa più paura la crisi a gente come lui che è abituata a mettersi in discussione e a partire fino al polo nord o al figlio di papà che ha come unico scopo quello di farsi regalare il motorino? Con un altro mio amico, compagno di studi con cui condividevo speranze e frustrazioni del nostro parassitario sistema universitario Romano, si fantasticava sul mitico giorno della Laurea che sembrava non arrivare mai. Su i sogni nel cassetto, il prestito d’onore e magari andarsene all’estero . Poi appena laureati si è cercato subito il posto su Roma (non solo lui, anche il sottoscritto! Perché dobbiamo andare lontano?). Gli hanno proposto un posto in una provincia del nord est e ha storto la bocca: “non chiedo San Francisco ma almeno Milano, che ci vado a fare nella periferia di Vicenza?”: Se ci credi che quel lavoro sia per te, allora parti. Ma visto che nessuno ci ha insegnato a porci questa domanda… Se ai genitori gli dici “mamma io vado a vivere da solo, ho trovato un appartamento alla Magliana e me lo pago io” e i genitori stanno sulla Cassia la prima cosa che ti dicono è “perché così lontano? Ma che non ci stai bene a casa?”. E’ educativo tutto ciò?

Un noto imprenditore del nord est inviò il figlio nella succursale di famiglia a Shangai per dirigerla. Lo chiamarono dopo due settimane terrorizzate “dottore, suo figlio è sparito da una settimana, che facciamo?”: Dopo due settimane trovarono il figlio che se n’era andato  fare una vacanza con la nuova fidanzata in Tailandia. A chi le lasciamo queste aziende a gente così? E questo figlio prodigio secondo voi ha mai sofferto un po’ nella vita? A Natale magari ha ricevuto due regali in meno? Magari la sera mentre aveva due anni e faceva lo show per tutta l famiglia in piedi ancora alle dieci  di sera invece che una bella urlata e un liberatorio “tuttialletto!!” le nonne, le zie gli stessi genitori applaudivano il bambino prodigio per come è vispo per come è bravo, tutti a metterlo al centro dell’attenzione? Oggi forse anche a causa del fatto che si fanno pochi figli e quindi si ha più tempo per scaricare le nostre angosce protettive su quello che spesso resta un figlio unico, li si iper protegge, li si mette al centro dell’attenzione, si ha paura di tutto, che caschino dalle scale, che caschino dal balcone, che si facciano male in palestra, giocano con sedici ginocchiere gomitiere, e si fanno anche le palestre con pavimenti anti trauma! E questi bambini come cresceranno? Alla prima difficoltà cosa faranno? Come quel tipo, fidanzato con una mia amica, che si è presentato dopo due anni a casa di lei con la madre: “amore mio è ora che cominciamo a vivere assieme, sono due anni che ci conosciamo e ci amiamo. Ah, tra l’altro ecco ti presento mia madre, vivrà con noi” (sic!). Vogliamo veramente che i nostri figli diventino questo? Al massimo delle badanti per i nostri anni della pensione?

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Riferimenti

Scuola Genitori: http://www.scuolagenitori.it

Testi:

Crepet, P. L’Autorità perduta, Einaudi, 2011

Crepet, P. Sfamiglia, Einaudi, 2009

Video

http://youtu.be/13LU2EzrsXc

https://www.youtube.com/watch?v=17yAPuK6am4

https://www.youtube.com/watch?v=xOaVf4qbJT8

P.S) Un commento finale di cronaca attuale. Sempre per quelli che hanno risposto che nella vita ci vuole “fortuna, culo e raccomandazioni”, lasciando quindi prevalere l’idea che nella vita vanno avanti i furbi più che i meritevoli, che conti più l’inventiva furbesca che l’onestà e la giustizia, mi permetto di dissentire con prove provate. Come in una partita a scacchi si vince all’ultima mossa. La vita è una bilancia. Si può avere l’impressione che chi va avanti nel paese fa patte di quei furbetti del quartierino (o del quartierone) ma alla fine queste persone fanno la fine che si meritano. Alla fine la bilancia della vita starà in equilibrio. Ciò che fai ricevi. Ne sanno qualcosa tutti coloro che nel nostro paese erano considerati potenti, intoccabili e “furbi” e che la storia ha giudicato, o sta giudicando, per quello che realmente hanno fatto e valgono. Tra trent’anni queste persone forse non saranno neanche citate nei libri di storia e, se lo saranno, non certo per agiografarne la vita, ma magari per constatarne la rovinosa caduta che resterà quella si d’imperitura memoria. Chi vuol cogliere la sfumatura di attualità pubblica colga. Io credo che questi esempi siano di una forte educazione per i nostri figli: vedete? Alla fine non sono i furbi e i raccomandati che, alla lunga, la fanno franca!