June 26, 2017

Antidepressivo Italia?

Una volta scherzando con un mio amico sui miei frequenti cambi di umore legati (in parte) alle montagne russe delle ricorrenti crisi economiche gli dicevo in chat ” Ciao! Oggi ridopiango c’e’ il solemapiove domani penso che mangero’ il pescarne e stasera mandero’ un bel Curriculum a quell’azienda che mi piace tanto per fare l’ingegnere-professore-aviatore ma anche spazzino muratore perche’ no scrittore-calciatore…”

A proposito del “ridopiango” prendo spunto da questo interessante post http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2011/10/06/news/bussole_6_ottobre-22775013/?ref=HREC1-8 sul blog di Repubblica che mi ha scatenato una serie di riflessioni.

Prima di andare avanti leggete il link precedente.

La domanda che mi pongo oggi e che, a un mese scarso allo scadere dei miei dieci anni di vita di italiano residente all’estero, rimane la stessa: Perche’ gli italiani nonostante tutto tirano avanti e, pur lamentandosi in continuazione a causa di obiettive difficolta’ sociali, politiche ed economiche di un paese che si barcamena faticosamente tra l’occidente industrializzato e il terzo mondo disastrato, resta alla fine sono uno dei popoli meno depressi d’ Europa?

Non conosco le ultime statistiche italiane ma quelle francesi si: la maggioranza delle persone qui in Francia non sono contente di come vivono, aspirano a cambiare vita, la stragrande maggioranza dei dieci milioni di abitanti di Parigi e dintorni trasloca in regioni piu’ a misura d’ uomo nel giro di cinque massimo dieci anni dal loro sbarco in questa non certo idilliaca “Ile de France”  ( il picco lo si riscontra in coppie sposate con figli piccoli in eta’ pre-scolare), e la tendenza non e’  peculiarita’ della sola regione di parigi ma si puo’ ritrovare in altre megalopoli che hanno il comune denominatore di essere i polmoni econimici del paese (tradotto: il minor tasso di disoccupazione o la maggior possibilita’ di carriera), prendiamo Londra ad esempio, dove serpeggia lo stesso stress da economia globalizzata e che ha portato alla nascita di nuove realta’ come certe agenzie di ricollocamento per chi decide di “cambiare vita”. Questa tendenza molto spesso resta disattesa per motivi logistici o di opportunita’ (non e’ facile trovare il coraggio di andarsene a trovare lavoro altrove, le opportunita’ decrescono man mano che ci si allontana dalla capitale) e quindi le persone, sempre piu’ frustrate e rassegnate, restano schiave del loro tran tran quitidiano, in attesa dell’ occasione giusta. Non sono un sociologo e non posso generalizzare ma non sarei sorpreso di trovare situazioni simili in altri paesi dell occidente sviluppato. Piu’ ci muoviamo verso il  nord o verso zone industrializzate ed economicamente dinamiche e piu’ la tendenza e’ la stessa: lavoro e occupazione inversamente proporzionali al benessere “percepito” della popolazione.

In Italia come dicevo questa depressione non e’ cronica. Salterete sulla sedia leggendo queste righe , soprattutto per chi magari conosce un po’ i secolari problemi del sud. Eppure anche senza le statistiche alla mano piu’ passa il tempo piu’ mi convinco dell’esattezza di queste ipotesi dopo aver vissuto per cinque anni nel sud della Francia, per ormai quasi cinque nel nord, e aver girato l’Italia da sud a nord diverste volte: piu’ si va a sud, piu’ le condizioni socio economiche si fanno difficili, ma meno c’e’ rischio di incontrare persone veramente e cronicamente depresse.  Magari la gente si incazza di piu’  ma non c’e’ questa tendenza di ricorrere spesso e volentieri allo psicanalista come fanno un francese su tre (anche perche’ mancano i soldi e’ vero ma semplicemente perche’ lo psicanalista e’ il nonno, il prete, l’amico di famiglia che chi emigra, cambia citta’  difficilmente trova). Naturalmente ci sono le doverose eccezioni: le violenze sulla persona, famiglie distrutte… Ma questo e’ vero sia in Italia che in Francia. Non e’ un caso che la psicanalisi sia stata fondata tra l’Austria,la Svizzera e la Francia (l’ospedale per malattie mentali della Salpêtrière di Charcot esisteva gia’ prima che Freud si sognasse il suo libro dei sogni, scusate il gioco di parole)  in regioni economicamente le piu’ prospere all’epoca (l”austria era alla fine del suo impero politico ed economico e la Svizzera e’ stata sempre un luogo considerato come il paradiso terrestre- paradiso economico ovviamente). La depressione di oggi colpisce di piu’ il ceto borghese che decide di optare per la carriera a discapito della qualita’ della vita e di certe rinuncie economiche. Coloro che invece devono combattere la sfortuna giorno per giorno, i precari magari con figli a carico, che stentano ad arrivare a fine mese (ma che in qualche modo ci arrivano) sembrano avere sviluppato- forse proprio a causa di queste difficolta’- degli anticorpi che gli permettono di continuare ad avanzare tra gli ostacoli.

Maurizio Battista, noto comico delle parti nostre der core de Roma, ironizzava sul fatto che in Europa il paese con il minor consumo di antidepressivi fosse l’Italia, e si dava una soluzione alquanto originale: ” e’ si vero che in Italia e’ tutto un magna magna che non funziona niente chessistavameglioquandosistavapeggio che non c’e’ lavoro ed il poco che c’e’ e’ precario, che bisogna avere il Santo in Paradiso” ed altri luoghi comuni di questo genere ma poi alla fine l’Italiano ha la sua arma segreta, il suo antidepressivo fisiologico e naturale che riassume in questi sketch epocali : “Estic….”!.

La spiegazione del comico, per quanto grossolana ha un suo fondo di verita’. A Roma, da dove vengo, ogni volta che rientro per una vacanza la prima cosa che le persone mi dicono e’ ” beato a te che vivi fuori… Ahh… Qui e’ un macello” E giu’ “santiando” come direbbe Camilleri contro tutto e tutti, contro un Governo che ha responsabilita’ politiche e una reputazione morale sotto le scarpe, e contro un’opposizione polulista, arrangiata e abbastanza evanescente. In somma molti luoghi comuni (tranquillizatevi sono simili a quelli che si dicono in Francia!). Il panorame che se ne fa un osservatore esterno e’ che il paese sia sull’orlo di una guerra civile.
Solo che poi nel week-end scatta quella che io chiamo la ” sindrome della porchetta” : un week end a Frascati con vino gazzosa e porchetta, o al mare a Sabaudia, o al Lago, ce se fa la “magnata” con gli amici, si ride e si scherza e i problemi passano. Ci si ritorna a incazzarsi il Lunedi’ ma poi verso il giovedi’ venerdi’ si e’ tutti contenti specialmente se in mezzo alla settimana ci scappa la partitella con gli amici, lo” spritz” in piazza come diceva il nostro amico nel post precedente, la partita della Lazzie o della Roma, il cinemimo ed il ristorante. A parigi non lo fanno? Si certo che la gente lo fa: ma spesso con sconosciuti, con gente che ti devi andare a trovare su internet (esistono siti per organizzare le ” uscite” lo sapevate?) perche’ molto spesso gli amici cambiano ogni due anni in una citta’ che ha una dinamica economica impazzita. L’Italia con le sue tradizioni che cambiano molto lentamente funge da un appiglio rassicurante per la memoria (mi e’ capitato di tornare per le vacanze in alcuni vecchi luoghi di villegiatura della mia infanzia: nelle case del cinrcondario ancora abitavano alcuni dei miei vecchi amichetti:  tornassi dieci anni a Parigi nel mio quartiere non riconoscerei uno che sia uno)

Una domanda corollario che mi sento porre spesso da alcuni amici ” filogovernativi” (indipendentemente dal colore del governo, sempre per citare Camilleri) e’ “ma come e’ possibile che i ristoranti la sera sono pieni se c’e’ la crisi?” La risposta e’ semplice: perche’ si campa grazie ai soldi dei genitori che negli anni 60 e 70 hanno profittato del boom economico prima e delle baby pensioni poi (la ragione per cui oggi si ha un debito pubblico del 120% del PIL e’ anche questa non ce lo scordiamo). Alzi la mano chi non ha un genitore che non abbia contribuito con aiuti di qualsiasi tipo il mantenimento del nostro tenore di vita (pizzette, la macchina, aiuti dulla casa) dove per contribuzione non parlo solo di contribuzione attiva in denaro ma anche passiva in termini di risparmio, non sottovalutiamo il non dover pagar l’affitto di casa: tenersi a casa un figlio fino a 27 anni e passa e non fargli pagare l’affitto (perche’ studia o perche’ guadagna una miseria) e’ comunque sempre denari risparmiato che ti permette di farti una vita onorevole anche se guadagni poco piu’ di mille euro al mese. E da noi e’ prassi cosi’ comune che chi dovesse restare a casa e sentirsi chiedere un piccolo affitto dal padre e dalla madre inorridirebbe, si attaccherebbe al telefono azzurro. In Francia la percentuale di figli che vive con i genitori dopo aver compiuro i 23 anni e’ irrisoria. Le persone non guadagnano il doppio, forse a livelo nazionale il livello del salario medio  francese e’ del 10% in piu’ che in Italia (si… avete sentito bene) solo che non esiste quel fenomeno del “sommerso” e del “precariato”  che c’e’ in Italia, un contratto a durata indeterminata fornisce indiscutibiuli vantaggi di un altro lavoro equivalente in termini economici ma precario e/o pagato al nero, e, quindi, qui in Francia se tiri la cinghia anche con uno stipendio medio nazionale di 1500 euro (questa e’ la media francese piu’ o meno), con i supporti di uno stato sociale che funziona (peche’ l’evasione fiscale e’ infinitesimale rispetto alla nostra)  ti arrangi a vivere in una periferia semidecente e magari tiri a campare avendo l’impressione che non ti manca niente. Eppure sei depresso. Ma tiri a campare. Da noi il nostro tessuto familiare  che ci circonda, ci protegge contribuisce allo scudo. ” Chi cia’ mamma non piagne” dicono a Roma. E non solo a Roma : in prima lettura ho pensato che il “ragazzone” di trentacinque anni dell’articolo citato all’inizio, “pessimista ma abbastanza felice”, precario e a casa di mamma’ e papa’ fosse il propotipo del compromesso bamboccione romano, per poi invece scoprire (con un certo compiacimento lasciatemelo dire) che risiede nell’ operosissimo Nord Est che considera Roma ladrona…

Alla fine il segreto e’ nel piu’ oraziano ” giusto mezzo” che poi vuol dire serenamente accettare i compromessi, in un mondo sempre piu’ globalizzato ed esasperato.

Forse se avessimo l’onesta’ intellettuale di ammetterlo candidamente vivremmo meglio.

 

Nota:

Negli ultimi tempi si sta assistendo a diversi fenomeni che alcuni definirebbero di ” riscossa delle coscienze”. Fenomeni fuori dai canali di politica tradizionale e che vengono sia dal ceto medio-piccolo borghese della popolazione (Indignados, Il movimento cinque stelle, I girotondi) che da alcune rappresentanze di coloro che vorrebbero farsi passare per dirigenti illuminati (le uscite della Confindustria, gli appelli di Montezemolo e ultimo in ordine di tempo di Diego Della Valle). Nonostante polemiche da tutti i fronti io considero questi fenomeni – facendo la tara- nel complesso positivi per lo sviluppo del paese (in questo specifico momento storico dell’Italia). Si puo’ discutere e polemizzare infinitamente nel nostro paese malato di dietrologia chi sia che tira le fila dietro questi eventi, a chi conviene ” Qui prodest?”, ma nonostante tutto continuo a pensare che tutto questo movimento di “risveglio delle coscienze”  faccia parte della sana dialettica di un paese che spera ancora in un cambiamento democratico. Tutto cio’ per dire che il mio non vuole essere un appello buonista e democristiano (nel senso dispregiativo del termine che purtroppo ha assunto la D.C negli ultimi trent’anni di vita del paese) al chissenefrega . Politicamente la vita di un paese dinamico necessita di un attivismo essenziale. Di tutti i colori.  Ma questo articolo non vuole essere politico e quindi mi limito alla postilla.

 

Comments

  1. elena says:

    E’ TUTTO MERITO DER DIO SOLEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!!!! mo semo pure stati D E C L A S S A T I E la gente invece di pensare che è una cosa gravissima se la ride, cazzeggia e dice ma te pare che famo la fine della Grecia???? Fratè l’Italia è e rimarrà una nazione de ridoni!!! hahahah un bacione bell’articolo!!

    • MatteoSan says:

      Meglio una morte da ridoni che una vita da c…. no forse non era proprio cosi’ …. una vita da ridoni e una morte da leoni… da magoni? Da testoni…. pestoni….
      e’ un fischio maschio senza rischio!

  2. Ele says:

    “Da noi il nostro tessuto familiare che ci circonda, ci protegge contribuisce allo scudo.”

    E’ così.

    Personalmente mi sonon rifugiata dai miei, in momenti di “depressione acuta”, la famiglia ti avvolge in senso positivo ma anche negativo con la sua invadenza. Bisogna trovare un compromesso che è variabile e dipende dalla fase della vita in cui ti trovi.

    Mio fratello, quasi 36enne è tornato a casa dei miei dietro spinta nostra e gioioso consenso suo. A che serve l’indipendenza se sei solo e torni a casa alle 21 la sera? serve per farti un piatto da single nel microonde… per spendere tutto lo stipendio per le spese quotidiane!

    La distrazione dai problemi, come dici tu, è arrivare al fine settimana per “consolarsi”/divertirsi con amici e parenti… e tu come fai? devi tornare in Italia… l’antidepressivo!

    • MatteoSan says:

      Per anni ho pensato che in Italia, e soprattutto nel centro-sud, il tessuto familiare fosse troppo opprimente, e fosse la causa di ogni male, del nostro non saper decidere, degli eterni insoddisfatti, della mancanza di intraprendenza, coraggio, responsabilità, dei disastri dei matrimoni che vanno all’aria perché contratti come una malattia per la paura di star soli più che per autentico amore eccetera eccetera (la sindrome dei bamboccioni, soprattutto per i maschietti).
      In Francia c’è il fenomeno opposto, una lontananza non solo fisica ma alle volte anche psicologica dai genitori (a me capita di chiamare mia madre per una ricetta di cucina, ho invece degli amici francesi che non sentono i genitori per mesi, e non voglio dire che non gli siano affezionati). Ciò non toglie che anche qui hanno una marea di problemi sociali (matrimoni che vanno al diavolo dopo manco cinque anni, nonostante la loro indipendenza, una falsa sicurezza di sé, una valanga di gente che va dallo psicanalista, una generale mancanza di sicurezza e insoddisfazione cronica)
      Oggi credo che questa vicinanza familiare sia una protezione, un punto di riferimento quando ti senti perso, l’àncora di salvezza in periodi di dispersione (ti mandano da un paese all’altro ma casa tua resta li dove sai te). Saremo bamboccioni, è vero. Ma il nostro antidepressivo è una pizza con amici e parenti e non lo Zoloft!

COMMENTA/COMMENTER

*


*