April 5, 2020

Luciano Gaudiàn, di Marietti Piero

(C) 2020 Il Seme Bianco ISBN 9788833612102,

Finalmente Professore! Verrebbe quasi da dire.

Quest’ultima impresa letteraria di Marietti a nostro avviso – questa volta – coglie nel segno. Dove per letteratura intendiamo il genere romanzato, e non le opere scientifiche del Professore, come la famosa collana di Elettronica su cui diverse generazioni di studenti della facoltà di Ingegneria Elettronica dell’Università di Roma “La Sapienza” negli anni novanta hanno cominciato a perderci i capelli. Forse alcuni di questi studenti avrebbero da ridire nel “non” considerare letteratura gli appunti delle lezioni del professor Marietti. Eh si, che Marietti ingegnere aveva un bel da dire durante i corsi che “la cultura generale” è ciò che rende il sistemista “gajardo”. Che non esiste un buon progetto se dietro non c’è chi ha la capacità di “pensare il proprio pensiero” studiato magari sul manuale di filosofia del Lamanna.

La cultura generale è sempre stata un pallino fisso del Professor Marietti, che ha cercato puntigliosamente di trasmettere questo suo precetto ai futuri ingegneri per evitare che si trasformassero solamente in mediocri tecnici. Ma spesso si è avuta l’impressione che questa cultura generale per Marietti rappresentasse quasi un’ossessione, un complesso di inferiorità rispetto ai suoi colleghi letterati il che rendeva (e rende) la prosa dei suoi scritti alla continua ricerca di un estremo virtuosismo linguistico. In somma si parte bene poi tutto a un tratto si piomba su una serie di paragrafi in cui non si capisce se si è di fronte a un monologo interiore o a una descrizione di una realtà allucinata.

Lo stile di Marietti romanziere è ricercato, riservato a un ristretto cenacolo avvezzo all’italiano dell’ Accademia della Crusca ma a volte anche desueto e infarcito perché no di alcuni nomi specialistici anche quando non servirebbero. Si usano termini volutamente di non comune uso oppure definiti con una precisione puntigliosa come “sagola” al posto di “corda” per dirne una. Il Professore (che è anche l’io narrante del romanzo- quanto autobiografico non è dato sapere mancando la classica postilla “i fatti e i luoghi narrati sono opera di fantasia”) odia la fraseologia di massa. Prova il voltastomaco per le “frasi trite e ritrite” usate dai mass-media: un blitz verrebbe piuttosto trasformato in un’improvvida azione di solerti specialisti para-militari, una banale bomba carta del TG1 nella prosa mariettana sublimerebbe in un petardo auto confezionato da incauti apprendisti malavitosi.

Un esempio pratico di questo stile lo si può cogliere sfogliando a caso un capitolo del suo primo tentativo letterario di quasi vent’anni fa – “Il tesoro di Ntonio” Edito da Gangemi nel 2001 . Ricordo comprai questa copia alla fine di una rappresentazione teatrale in cui Marietti interpretava uno studio su “Re Bombance” di F. T. Marinetti . La parola studio figurava proprio sugli inviti. E mica gli si poteva chiedere di recitare Pietro Ammicca di Gigi Proietti!

All’epoca non c’era Amazon mi concederete lo spazio di una recensione postdatata partendo da un passo che avrò riletto dieci volte:

[…] Figlio della città più amata e più massacrata d’Italia, senza sentire alcun bisogno di specificare i suoi genitori biologici, condusse la sua vita di scugnizzo napoletano con quella naturale consapevolezza dell’inevitabile che la sua città aveva da tempo imparato a sublimare in risa. Fu sincero fino al punto di nascere ed abitare in Vico Marelli, o sarebbe meglio dire allocare ivi le sue radici profonde, tanto per dare all’etnologo la gioia di un precipitato sociologico indiscutibile e per soddisfare alla necessità di fare riferimento ad un’origine spaziale”

Giovane ingegnere neolaureato, nel 2001 stavo facendo le mie prime esperienze sulla progettazione delle memorie dei microcalcolatori. Leggendo “Il Tesoro di Ntonio” mi rivenne in mente la prefazione di un ottimo libro sulle Memorie Cache di J. Handy (*) che mi parve molto azzeccata e che riporto in calce.

“Mia moglie, una studentessa in teologia, recentemente mi ha portato a casa un articolo che iniziava in questo modo: L’Ermeneutica è propriamente nota per il principio che la mente vacua sia lettera morta. Poiché Ermeneutica è il solo vocabolo specialistico usato in questa frase, e tutte le altre parole si suppone siano note all’uomo comune, potete capire perché mi capita spesso di pensare che alcune persone scrivano con l’apparente intento di confondere i loro lettori. Onestamente io credo che l’autore di questa prosa offensiva abbia sudato su questa frase un tempo pari a quello che mi è servito per scrivere quest’intero libro, con l’intento di rendere il suo lavoro più impressionante possibile.”

Questo ho pensato dopo aver letto “Il Tesoro di Ntonio” di cui non ricordo assolutamente niente (come non ricordo quasi niente dello studio di Re Bombance): ossia che fosse un puro esercizio stilistico per impressionare un ristretto gruppo di persone. Un atto di pura superbia.

Ma probabilmente Marietti non vuole scrivere per l’ “uomo comune”. Pur avendo disperatamente bisogno della lusinga dei suoi lettori-studenti o semplicemente bramando l’applauso del suo pubblico, desiderio comune di chiunque eserciti la professione di attore, scrittore, regista o professore essendo per essi quell’applauso la cartina tornasole del lavoro fatto bene, il trenta e lode dell’artista, nonostante tutto questo Marietti rifiuta le tecniche tipiche della scrittura ad effetto di tipo nazional-popolare e si pone su un confine pericoloso tra il vorrei essere e non sono. Un confine tra il nostalgico rivoluzionario mancato del ’68 e la realtà del dirigente di un sistema universitario che appare come la sua vera casa. Se queste contraddizioni emergono in maniera evidente nei suoi tentativi letterari, nel suo eloquio si trasformano in straordinaria teatralità che pochi all’Università avevano e rendevano i suoi corsi dei veri pieces de theatre da applauso finale tanto che oggi ancora colleziono alcune delle cassette sbobinate e conservo gelosamente i miei appunti. Tutto questo però negli scritti di Marietti si intravede solamente. Anzi questa ricerca del virtuosismo teatrale spesso sfocia nel manierismo del superbo. Si percepisce con forza tutto il peso accademico del Professore che parla per non essere interrotto.

Ma in somma, dopo tutte queste picconate mi chiederete : cosa cambia nello stile del Marietti di oggi con “Luciano Gaudiàn”?

Nella sostanza dello stile direi niente di nuovo.

Ma stavolta al contrario del Tesoro di Ntonio c’è una storia che per una volta riesce a far capolino fuori dai virtuosismi linguistici. Anzi questi virtuosismi linguistici sono in parte giustificati dal tipo dei protagonisti che sembrano uscire da una storia di altri tempi. Una storia che è fatta principalmente di incontri tra due attempati signori che vestono con stile ricercato, un libraio sardo e un professore in pensione che vivono entrambi a Roma e che si scambiano le loro confidenze di vita seduti in una libreria di libri rari e antichi del centro o al vicino caffè Doria, in un periodo dove le librerie stanno chiudendo. Confidenze che come chiunque a quell’età portano a far riemergere racconti del loro passato; ma non si tratta solo di stare a sentire le storielle di due vecchi nostalgici perché la trama poggia solidamente su una storia che potrebbe anche sembrare veritiera.

Una storia se vogliamo anche banale. Un fatto che potrebbe dirsi di cronaca comune ai nostri giorni. In una Roma ben identificabile e presente ma che all’inizio del racconto appare anacronistica, un’oasi che il Professore percorre tra il Quirinale e il ghetto ebraico senza un telefono che non sia usato per telefonare (sembra un ossimoro ma se ci pensate oggi non è così) senza le urla sguaiate della movida del sabato sera o l’assillo dei vu cumprà ai semafori e così lontana dalle voragini sulle provinciali di periferia, dai casermoni popolari, dai centri commerciali affollati e dal linguaggio scontato e volgare dei loro clienti. Fino a quando questo idillio (che qualche internauta incarognito di oggi definirebbe in maniera sprezzante radical chic) non viene sconquassato dalla classica casualità che cambia tutta la storia e che piace tanto a Paul Auster.

Ed è per questo che nel lettore di “Luciano Gaudiàn” nasce la curiosità di andare avanti nonostante l’inizio non incoraggiante.

Ti ostini a leggere il secondo capitolo che alla fine ti sorprende.

E al terzo cominci persino a provare una certa “empatia” per questo attempato professore in pensione che passa le sue giornate ad aiutare un vecchio libraio sardo nel suo negozio di libri che non basta a proteggerli dal tumulto che c’è la fuori.

Questa storia secondo me andrebbe letta da tutti coloro che amano Roma, che amano i libri e le vere librerie, che hanno patito lo studio all’Università o anche solo al Liceo ma di cui serbano uno strano ricordo nostalgico. Per tutti coloro che credono nella cultura generale, che non amano circoscrivere la complessità di un pensiero in un like. Per tutti coloro che non vogliono essere schiavi della fretta, che vogliono sfogliare un libro magari con un dizionario enciclopedico accanto (che poi oggi basta Wikipedia) e credono nella memoria storica come strumento moralizzante in questo periodo in cui siamo invasi dal virus degli haters da tastiera o dalle ansie generate dai mass-media. Ecco, per tutti questi io mi sento di consigliare la lettura di Luciano Gaudiàn. Al punto di perdonare questi eccessi stilistici al Professore che questa volta ha tirato fuori una storia da ricordare, con dei luoghi da visitare e perché no anche col finale a sorpresa: strano e per molti versi surreale anche per un romanzo, forse anche un po’ frettoloso (il finale, non certo il racconto) che come al solito farà storcere la bocca agli studenti di cui sopra, ma forse alla fine è proprio questo senso di agrodolce che cerca Marietti, quella sorpresa che lascia un po’ interdetti.

Non gli varrà l’applauso scrosciante dopo una sua superba lectio magistralis, ma gli auguriamo un qualche tipo di successo editoriale.

E naturalmente attendiamo il seguito.

(*) Handy, J., “The Cache Memory Book”, Academic Press, second edition, p. xiv, 1998

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