April 10, 2020

Addio al professore della memoria

Negli ultimi tempi complice l’impossibilità di collegarmi ai canali nazional popolari o a quelli a pagamento commercial demenziali,  mi sono dedicato al piacere di rivedere dei film che sono stati trasmessi per fin troppo breve tempo dai canali televisivi tradizionali e che ho gelosamente conservato.

Se dovessi fare una classifica degli ultimi tre,  in ordine di preferenza rigorosamente e del tutto casuale, metterei: Django Unchained, La Caduta, e Le Vite Degli Altri (la maiuscola non è un omaggio alla lingua di Kant ma piuttosto alle opere in se stesse).

Citerei anche il Nome della Rosa se non fosse che la versione cinematografica fa gridar vendetta per alcune vere e proprie bestemmie interpretative del regista, come la morte di Bernardo Guy, inesistente nel libro e che è tipica di un certo genere cinematografico importato da oltreoceano che necessita di “happy end” che uccide a volte l’originale idea dell’autore o del regista stesso- si guardi ad esempio la versione di Blade Runner “director’s cut”.

Nonostante i tre film siano diversi tra di loro,  anche se si potrebbe identificare una purt roppo facile linearità temporale tra il film sugli ultimi giorni del macellaio di Berlino (inteso sia come attributo personale che come nome proprio visto quello che era  diventata la città-mattatoio nell’Aprile del 1945) e quello della stessa Berlino anni dopo inquadrata sotto la sottile fitta nebbia della normalizzazione orwelliana, il nesso con Django è difficile da trovare. Tutti e tre i film sono interpretati da giganti della cinematografia tedesca (o di orgigine germanica sarebbe meglio dire) come Christoph Waltz,  Bruno Ganz e  Ulrich Mühe. Ma non è la scuola cinematografica tedesca il filo conduttore dei film ma la ragione per cui questi film sono legati al Professor Eco recentemente scomparso e a cui rendiamo un modestissimo omaggio.

Il fattore che veramente hanno in comune  è quello della memoria, la memoria storica che interessa sempre di meno. La memoria della segregazione razziale e da dove viene, la memoria delle guerre e del totalitarismo dei primi del 900, la memoria della Stasi e del mito del controllo assoluto. La memoria storica come antidoto al complottismo, come strumento per prevedere il futuro, come appiglio e faro di orientamento in questi anni turbolenti della dell’economia globale e dell’isteria digitale. Soprattutto per questo ha vissuto e ha scritto Umberto Eco. E questi tre film riassumono uno dei pilastri che ha cercato di insegnarci.

Sono film rari, che vincono premi ma che sono spesso scintille in un mare di penombra. Guardi i palinsesti televisivi che sono desolatamente uniformati, senti i discorsi del bar, del ristorante o davanti la macchina del caffè e sembra che ci si vergogni a parlare di cose che sono considerate troppo serie. E invece ce n’è  tanto il bisogno, basta vedere come cambiano i discorsi al suddetto bar, o alla mensa se invece di parlare di San Remo o del goal di Totti si azzarda un incipit del genere di quello che ho improvvidamente lanciato oggi, davanti ad alcuni miei nuovi commensali che alla mia malinconia sicuramente originata dalla scomparsa dello scrittore che più di tutti ha fatto della salvaguardia della memoria un tema costante delle sue opere, si sono stupiti quando, citandolo, ho detto che reputavo inconcepibile l’appiattimento del passato che fa ignorare alle nuove generazioni il fatto che per esempio Hitler e Mussolini non si siano incontrati per la prima volta nel 1945, quando erano alla fine dei loro giorni, ma molto prima. Eppure in uno di quei bei quiz normalizzati televisivi la maggioranza dei giovani presenti lo ignorava del tutto.  Oppure di alcuni discorsi antiparlamentari che si sentono fare spesso oggi da quelli che reputano parlamento e politici ormai cotti , morti, poiché tutti corrotti e che “si stava meglio quando si stava peggio” e vorrebbero rimpiazzare tutto con una rivoluzione che vorrebbero fosse democratica del popolo ma che in realtà è dominata dai pochi “guru” di internet o dei pifferai magici che cavalcano le paure del diverso. Interessante rileggere alcuni passi di un primissimo libro di De Felice sul Duce e rendersi conto che erano gli stessi discorsi che pontificava un allora giovanissimo Benito Mussolini capo popolo, pensate un po’, delle frange dei socialisti rivoluzionari di allora (ancora più a sinistra dei riformisti di Turati) che tuonava contro il governo corrotto di Giolitti, che corrotto lo era veramente soprattutto quando si trattava di risolvere i problemi del sud gestito in maniera clientelare (fin d’allora!). Non ci ricorda lo stesso tipo di populismo da piazza che si respira anche nei giorni nostri dove oltre alle piazze reali adesso esistono anche quelle virtuali e digitali immensamente più grandi? E guarda un po’ la pausa caffè si anima, il pranzo passa via più velocemente, e scopriamo che c’è chi ha letto il libro di storia contemporanea del Villari, chi ha da dire la sua su “Canale Mussolini” e francamente la chiacchierata diventa intellettualmente stimolante, lo stomaco ringrazia per il rinnovato afflusso sanguigno che stimola la digestione con buona pace dei problemi del povero Totti che si strugge l’anima perché non ha più l’età per giocare nella sua “Maggica” (ma ecco un buon motivo per ricominciare, o forse in questo caso dovremmo dire iniziare, a leggere!).

Ed allora ecco che la memoria si dimostra importante, forse un bisogno che per fortuna abbiamo noi esseri umani, consapevoli della nostra morte a differenza degli altri animali del creato. Quella memoria che un tempo si voleva cancellare per evitare lo sviluppo del libero pensiero, come facevano i fanatici dell’abazia del Nome della Rosa preferendo mangiare pagine avvelenate di un libro pur di non vederlo di dominio pubblico, o come tentavano i normalizzatori della Stasi o nel premonitore 1984 di Orwell con un sistematico lavaggio del cervello delle masse.

E come forse oggi si rischia di cancellare con un meccanismo piuttosto sottile che i militari esperti di guerre elettroniche conoscono bene, che si chiama “jamming” che viene dall’inglese “jam“: rumore. Quello che rischia di diventare il nostro modo di vivere sommerso dalla montagna di informazioni che riceviamo quotidianamente dalla televisione, da internet, dalle mille attività che facciamo in parallelo, in “multi tasking”, che fatalmente, è dimostrato, riducono la nostra capacità a ricordare, e a tenere viva la nostra memoria.

Ecco perché personaggi come Umberto Eco erano così importanti. Perché portabandiera della memoria.

Mi piacerebbe perdermi in una biblioteca grande come quella in cui lo vediamo camminare con sicurezza nel finale di questo video, simbolo magnificente e possente della guida, e della speranza, che possiamo trarre dalla nostra memoria e da quella dei libri che abbiamo letto… e scritto.

https://www.youtube.com/watch?v=Hq66X9f-zgc&feature=youtu.be

Ciao prof!

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