October 24, 2017

Pensare il proprio pensiero strategico e saper gestire le emergenze

Molto attuale questa intervista del 2009 del professor Piero Marietti, che prendeva spunto dall’ennesimo incidente mortale incorso ad alcuni operai.

Molto ricorrente, purtroppo, il tema sull’imperizia dovuta al pressappochismo figlio dell’assenza di cultura generale, ma forse più banalmente alla mancanza di semplice buon senso, incapacità di trovare il tempo per “pensare il proprio pensiero”, svogliatezza, ignoranza chiamatela come volete.

L’imperizia di cui si parla in questo video non è solo quella della gestione dell’emergenza è anche quella della pianificazione strategica. Se la pianificazione è fatta senza trovare il tempo di “pensare a quello che stiamo facendo”, ma gestendo le cose come arrivano “day by day” alla fine è evidente la destinazione al fallimento. In questo caso il vecchio detto “carpe diem” non funziona. Vivere alla giornata può andar bene per una bella vacanza con Avventure del Mondo ma applicata in ambito professionale e civile crea disastri.

Un paio di esempi per rendere meglio l’idea.

Nel settore aziendale Privato, schiavo-padrone del mercato globale, spesso l’esigenza è rispondere rapidamente ed efficacemente alle richieste che sono sempre più rapide e folli. Immaginate cosa voglia dire sfornare un telefono cellulare ogni anno. Non si può solo pensare a “che telefono sviluppare nel 2015” ma anche e soprattutto “cosa vuole fare l’Azienda nei prossimi 5-10 anni”. E qui al bravo dirigente serve tutto: conoscenza tecnica dei prodotti, conoscenza umanistica e sociologica per la gestione del personale (se non crei una squadra vincente sei un fesso!), conoscenze di marketing ed economiche, ma anche Storia (maestra di vita! Della serie: non rifacciamo gli errori che altri hanno fatto nel passato).
E, infine, una volta decisa, dopo somma fatica, questa strategia bisogna avere la coerenza (e la DECENZA) di tenere la barra dritta per il tempo necessario. Il cambiamento è fisiologico, ma come tutte le cose quando è esagerato si trasforma in patologia.

Nel settore Pubblico non ci saranno le stesse pressioni del “time to market” ma ci sono delle responsabilità forse anche più importanti. Finché manca la carta igienica nelle scuole si storce il naso ma pazienza (anche se è, consentitemelo, vergognoso) ma se poi uno casca in un pozzo artesiano o in una voragine sulla Colombo o muore travolto da un mare di fango in un sobborgo urbano costruito abusivamente che si sbraca alla prima pioggia autunnale partono denunce e querele.
Il peccato mortale della dirigenza politica del nostro come di altri paesi messa tanto in croce negli ultimi anni per una condotta moralmente e penalmente disdicevole non è solo la corruzione e la concussione ma anche, e forse soprattutto, l’ignoranza nel senso di ignorare la cultura necessaria alla direzione di quel compito per cui queste persone sono state nominate e per cui non dovrebbero avere quella responsabilità. Temo che gli ignoranti siano molto più numerosi dei disonesti e possono fare tanto se non più male (il cocktail micidiale è avere entrambi: un ignorante E disonesto). Battaglie contro nepotismo e raccomandazioni andrebbero condotte in maniera molto meno emotiva e più ragionata. In molti altri paesi del mondo USA in testa la raccomandazione non è una parolaccia, ma è pratica consolidata per la ricerca dei talenti. Io non vedo niente di male a raccomandare una persona se la si reputa veramente brava- basandosi su criteri obiettivi : su esperienze lavorative, diplomi ottenuti in scuole di comprovato valore- e a condizione che il sistema lavorativo sia creato in modo che questa persona sia continuata ad essere valutata nel tempo anche dopo l’assunzione. Per il suo bene e per il bene degli altri. Basterebbe legare il 50% dello stipendio a dei vincoli di performances chiaramente misurabili e quantificabili stabiliti da una serie di norme eque in accordo con la legislazione sul lavoro (qui si aprirebbe un dibattito sui K.P.I equi ma non finti) ed in linea con parametri internazionali e di libera concorrenza (l’assessore ai lavori pubblici del comune di Udine deve avere gli stessi criteri di valutazione di quello di Catania ma mi verrebbe voglia di dire anche di quello di Parigi) e direttamente proporzionale al grado di responsabilità. Nel privato non esistono veri e propri concorsi alla fine sono tutti dei raccomandati e nessuno si scandalizza.

E visto che lo abbiamo accennato. Questi problemi di dirigenti ignoranti (o caproni) non esistono solo nel settore pubblico ma anche nel settore privato. Potrei enumerare una serie di esempi di campioni di ignoranza di floride e avviate aziende private che sono state affondate da dirigenti incapaci che potremmo definire “i re Mida al Contrario”, magari salutati al loro arrivo da trombe e fanfare per finire dopo pochi anni essi stessi trombati a seguito di una disastrosa pianificazione aziendale e un’incapacità di gestire l’emergenza della crisi.

Un bravo equipaggio di una qualsiasi buona compagnia aerea vola tranquillo perché è addestrato all’emergenza. Studia in continuazione situazioni di emergenza.
Un’azienda che risparmia sull’addestramento della gestione del rischio e del problem-solving non è una buona azienda e si assume responsabilità molto gravi.

In realtà una buona gestione strategica dovrebbe evitare l’emergenza. Se in ambito professionale si lavora in emergenza continua, a meno di non lavorare in un pronto soccorso dove l’emergenza “è” fisiologica (ma anche i professionisti dell’emergenza possono lavorare cum grano salis o improvvisando!) vuol dire che si sta lavorando male o che non si è definita una politica strategica chiara.
E quando poi ci si trova ad affrontare un’emergenza VERA (naufragio della nave che cozza sullo scoglio dell’Isola del Giglio, il bambino che casca nel pozzo artesiano, il telefonino che esplode e che uccide un utente facendo crollare le azioni della casa produttrice, o semplicemente il cinese che ti copia il prodotto, te non l’hai previsto non sai cosa fare e ti crolla il fatturato del 50%) allora la mancanza di saper pensare, l’assenza di cultura generale di chi è preposto a dirigere e decidere scatena un vero e proprio armageddon.
In somma, l’emergenza è la punta dell’iceberg o la cartina tornasole per capire quanto si stia lavorando in maniera efficace, efficiente e strategicamente producente.

L’essenziale è prevedere il problema ed insegnare a gestirlo e risolverlo. E questo si fa con l’educazione e la cultura che NON è mai solo specialistica ma ANCHE generale, l’insegnamento della Storia, del pensiero filosofico, sociologico, psicologico, della comunicazione strategica e del problem-solving tutta roba che richiede tempo per essere assimilata e non è un’accozzaglia di nozioni che si possono leggere su Wikipedia, o riassumere in qualche annetto di laurea specialistica che poi pomposamente chiamiamo “ingegneria gestionale” che mi fa piuttosto pensare a quel cartone animato gesticolante (il Diavolo della Tanzania) piuttosto che a un saggio pianificatore.
Solo un sistema scolastico serio e con capisaldi culturali inamovibili (non le cazzate delle “tre i”!) è il presupposto essenziale a questa forma mentis abituata al pensiero critico e destinata al successo.
E, in ambito professionale, solo con la formazione continua che non è solo specialistica ma anche e soprattutto legata allo sviluppo umano della persona (coaching, problem-solving strategico) si può addestrare personale di valore capace di attraversare indenne le tempeste della crisi del mercato globale (e con la capacità di riadattarsi ai cambiamenti che questa crisi produce).

Che sia di una grande Azienda, un intero Paese, il Parlamento, un Consiglio Comunale fino al nostro proprio nucleo familiare il successo è frutto di formazione continua, di pianificazione e di studio. Studio del pensiero stesso! Il successo rapido a meno di non essere dei geni è da guardare con diffidenza Quasi sempre si passa per tanta fatica.
Troppa fatica? Mi dispiace ma la cultura facile Prêt-à-Porter non esiste. Questa necessità di istruirsi al pensiero è tanto più essenziale in paesi come il nostro, in recessione ma soprattutto infettato dal disincanto e dalla sfiducia collettiva e senza più gli angeli custodi dei petrodollari del piano Marshall. Senza più la possibilità di sprecare soldi per incompetenza, semplicemente perché i soldi sono finiti e nessuno è disposto più a prestarceli a buon mercato.
Oggi più che mai ce la dobbiamo fare da soli e mai come prima è fondamentale ricercare inventiva, bravura individuale, saggezza, buon senso e una grandissima forza di volontà. Volontà di fare le cose PER BENE. In tutti i settori. Tutti. Non solo quello politico amministrativo su cui è facile sparare perché clamorosamente squalificato da conclamati e comprovati disastri colposi e dolosi (e speriamo di non votarlo più, anche se ci offre il posto fisso per nostro figlio). Di questi tempi bisogna essere esigenti anche verso noi stessi e trasmettere questo genere di cultura dell’eccellenza di fare le cose fatte per bene senza la ricerca di facili scorciatoie.
In somma siamo noi i primi manager della nostra vita. Sto parlando di sacrosanti valori culturali e morali che mi vergogno anche di scrivere per quanto sono banali. Tutto questo genera il successo a lungo termine. Ovviamente presupposto inamovibile è la voglia di migliorarsi e di migliorare, di lavorare ed anche una certa presunzione di arrivare ad essere i migliori. Con l’aiuto del pensiero e della ragione.

Comments

  1. Paolo says:

    Sono d’accordo solo se vivessimo nello stato di “Utopia”Ma DATOSI che. Inviamo in questo mondo e guarda caso in Italia,le variabili sono molteplici,vedi “corruzione” “nepotismo” e chi ne ha più ne metta!
    Comunque sognare aiuta a vivere !

    • matteo says:

      Mi domando in cosa era diversa l’Italia che negli anni sessanta consegnava un’ottima (per lo standard dell’epoca) autostrada, la Milano-Napoli, con due anni di anticipo sul progetto iniziale. La domanda, ovviamente, è retorica.

  2. Elena says:

    Roma si dovrebbe rivoltare… Come minimo tutti al funerale di quell’angelo.

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