August 23, 2017

Il potere strategico del “gioco di squadra”


Dedicato a tutti coloro che pensano che l’Italia sia un paese senza speranza.

All’ètà di 42 anni, dopo tredici anni di vita e di lavoro all’estero ho cercato e ostinatamente trovato una opportunità di lavoro nella mia città, Roma, e ci sono tornato. Per di più nel mio settore.
Le opportunità nella vita sono come i treni, bisogna andare a cercarle dove stanno, i treni passano alla stazione per esempio e non sotto casa tua.
Auguro a tutti di fare una lunga di esperienza di vita e di lavoro all’estero, ma soprattutto auguro a coloro che son partiti di tornare a lavorare nel proprio paese perché penso che si possa sviluppare un’opinione più obiettiva, un punto di vista diverso che permette di vivere meglio.

La maggior parte delle persone che conosco nella mia città natale, Roma, soprattutto di coloro che non sono mai andati a lavorare fuori (lo stesso lo posso dire per molte altre città del centro sud per conoscenze varie) le ho ritrovate più o meno come le lasciai 13 anni fa. E non parlo di dati anagrafici, o civili matrimoniali o catastali, quelli sono cambiati, ma parlo dello stato d’animo. Anzi, posso dire senza ombra di dubbio che li ho ritrovati pure peggio. Più depressi, disincantati e spesso incarogniti (eccezion fatta per i pochi che sono stati fuori e che sono tornati).

Posso fare diversi esempi, non posso generalizzare ovviamente visto che non sono un dipendente dell’Istat mi baso solo su ciò che vedo. E quello che vedo in Italia è un profondo sconforto, un disincanto che fa dire ai molti “masochista è chi resta, beato è chi parte” da un Paese che, dalla maggioranza viene definito allo “sbando” gestito nel migliore dei casi da incompetenti quando non da ladri e farabutti, in cui la diffidenza la fa da padrona (gli italiani sembra che odino prima di tutto gli italiani stessi).
I motivi sono tanti e sicuramente più che giustificabili legati a scandali a ripetizione, truffe conclamate, inettitudine burocratica e amministrativa. Sia. Ma quella che propongo in questa sede non è un’ ennesimo j’accuse e nemmeno una retorica soluzione politica, che pure vedo in essere in questo momento, ma una soluzione strategica.

Spesso sento discorsi che si fanno in fila alla Posta, o nei forum, su internet e nei gruppi di discussione. Si commentano le brutte notizie dei giornali urlate quando sono di cronaca nera. Mi domando come mai si dia per scontata e si accetti acriticamente una notizia di un giornale strillata in prima pagina, sull’onorevole X arrestato e la si generalizzi in una improbabile quanto erronea (dal punto di vista statistico) proprietà transitiva (governatore X arrestato = Ladro ⇒ quindi tutti gli italiani sono ladri), e non si dia altrettanto risalto ad altre notizie che potrebbero essere considerate positive (stanziamenti pubblici per ospedali e scuole per dirne una di attualità pubblica).
Sento fare da molti gli stessi discorsi di tredici anni fa, sullo scandalo del canone RAI, sulle assurdità delle imposte, sulle fantozziane pubbliche amministrazioni, le buche, l ICI, l AMA, l ANAS. Non credo di aver sentito nessuno dire pubblicamente che in Italia ci viva bene, sembra quasi sia una cosa di cui vergognarsi ammettere che ci sono delle cose belle nel Paese in cui stiamo. Al massimo si apprezza il cibo, il clima (che non è mica poco) e la squadra di calcio quando vince (aihmé in questo periodo sempre più raramente) e ovviamente salviamo dalla melma i nostri cari, la nostra famiglia (ad esclusione dei suoceri beninteso), degli amici e di coloro che amiamo che formano però una sorta di “ghetto” in cui ci si rinchiude perché gli “altri” sono considerati spesso disonesti, i “furbetti”, gli italiani di cui ci vergogniamo di farne parte, orgogliosi del proprio paese solo quando si tratta di mettere il tricolore fuori la finestra.
Domandatevi quanti veri amici vi siete fatti negli ultimi dodici anni. Parlo di veri amici, persone nuove con cui magari condividete una vacanza o un pianto. Non sono forse i vostri amici sempre quelli di dodici o vent’anni fa? Quelli dell’Università al massimo o forse del Liceo? Forse perché quando si è più giovani si è un po’ più disposti a sognare, si è meno diffidenti, più aperti alle nuove amicizie e alle nuove esperienze?

Tornando ai furbetti e alla malasorte che ci tocca di vivere in questo paese che consideriamo “allo sbando” alla macchina del caffè, sui social network, sui gruppi di discussione almeno una volta a settimana parte la filippica del disperato di turno, tipicamente il Lunedì mattina, con una sviolinata di bestemmie sulle buche sull’ardeatina, sulla “bomba d’acqua che ha invaso Roma”, sul lavoro in nero, la pubblica amministrazione che funziona male, i clienti o i fornitori che non pagano, sugli zingari, le truffe e via discorrendo. Tutto sempre al negativo. Fateci caso: un temporale estivo diventa una “bomba d’acqua” ma pure se fa bel tempo non si scrive sul giornale “arriva un bell’anticiclone preparatevi che ci godremo il mare”. Manco per niente! Meglio un bell’occhiello gigante “ARRIVA CARONTE, ALLARME IN CITTA’, PROTEZIONE CIVILE ALLARMATA”. Ma è possibile che viviamo sempre sull’orlo della catastrofe? Possibile che tutto in politica, società sia marcio e da buttare? Possibile che il paese sia veramente allo sbando? Possibile che ci sia del “CLAMOROSO” in tutte le cose che ci circondano? Forse che stiamo veramente guardando il mondo dal binocolo della parte sbagliata? Forse non è che abbiamo perso veramente il senso della prospettiva, dell’obiettività di giudizio? Siamo una piccola formichina bloccata su un granello di sabbia, con un prato a due centimetri e continuiamo a sbattere sul granello di sabbia pensando di vivere in un deserto?

Una volta a Parigi feci un corso di Programmazione Neurolinguistica. Era organizzato dalla mia ex azienda per migliorare la produttività dei quadri medi di imprese del settore della new economy, spesso team manager che si trovano ad affrontare nel loro piccolo dei gruppi di persone sotto forte stress. E’ dimostrato che anche solo dire la parola “problema” (”hey capo! Ho un problema!”) pone il nostro cervello in posizione difensiva, che si diminuisce la capacità razionale. Si dovrebbe vedere un problema come un’opportunità di trovare una soluzione. Ieri sera mi si è scassato il televisore. Una tecnica di PNL si chiama di rifocalizzazione (o cambio di prospettiva come quando fai una foto e ti sposti per vedere l inquadratura da un altro punto di vista). Una prospettiva è la bestemmia : se lanci improperi contro la malasorte o vere o presunte divinità magari continuando a spingere il tasto del televisore per riaccenderlo non risolverai il problema. Avrai solo generato più stress che si autogenera rendendoti ancora più nervoso. Una secondo prospettiva è pensare che forse una serata o anche una settimana senza televisore non è poi così male. E ancora che forse puoi divertirti come a un quiz di enigmistica, vai su internet “googli” e scopri che altri hanno avuto il tuo stesso problema. Se il televisore non è in garanzia magari ci metti le mani e scopri che non è poi così difficile risolvere il problema. E via discorrendo.

Un’altra cosa che insegnano nei corsi di PNL o in qualsiasi tecnica di problem solving strategico è la riformulazione del problema da un altro punto di vista. E in questo senso penso che vivere all’estero (ma poi rientrare) sia importante. Perché ti permette di vedere le cose “da un altro punto di vista” e di fare comparazioni un pelo più obiettive. In Francia dove ho vissuto per ben 13 anni, sicuramente le strade non hanno buche, sicuramente i trasporti pubblici funzionano meglio, sicuramente c’è meno lavoro in nero, ma è anche vero che se c’è uno sciopero del settore pubblico può durare un mese (sic!), che sulla metropolitana puoi cascare per terra e a Parigi (soprattutto nell’ora di punta) la gente ti monta sopra senza degnarti di un saluto, che per vedere il sole devi magare aspettare una settimana. Quello che intendo dire è che non esiste il mondo di Pandora: magari esistono Paesi con dei problemi, alcuni gravissimi ma non insolubili. Che i casi limite ci sono ma secondo me per nostra fortuna noi ne siamo esenti e ad oggi dovremmo essere felici di ciò: c’è molta gente disperata in questo momento che rischia la vita per scappare da paesi sotto le bombe o da fame vera, che muore su barconi scassati che attraversano il canale di Sicilia. Ci sono casi, estremi, dove le soluzioni si riducono all’osso e quella che garantisce la sopravvivenza immediata (ma fino a un certo punto) è una fuga precipitosa. Fino a prova contraria io di Italiani che scappano sui gommoni non ne vedo e non ne leggo sui libri di storia dai tempi delle emigrazioni a Ellis Island . Ho invece sentito di Italiani che per passare il concorso di Neurochirurgia se ne vanno in Romania, o di avvocati che per passare il concorso di procuratore se ne vanno in Spagna, o di gente scartata al test di ammissione cerca di rientrare facendosi un biennio in Albania, o di chi tenta il “CEPU” per bypassare il corso di ingresso in medicina. E non credo che lo facciano per disperazione ma perché è più “facile”. Scelta strategica? Mah… non so. Forse però più strategico di chi invece si lamenta, piange sulla malasorte che lo costringe a vivere in una città che lui stesso definisce uno “schifo” in un paese che tutti definiscono allo “sbando”, dove ormai non c’è più speranza, perché non cambia niente e quindi non cambia la sua vita.

Spesso mi son sentito dire che incito all’emigrazione, ma che c’è gente con moglie e figli che non può emigrare (andatelo a dire a quei poveracci che rischiano la vita con i figli attraversando il canale di Sicilia). In ogni caso io non credo che l’unica soluzione ai mali del nostro paese sia “emigrazione” o “rivoluzione”. Semplicemente perché come dimostrerò dopo non esiste l’UNICA soluzione. Innanzitutto la prima cosa da fare è di stimare “obiettivamente” quali sono i veri mali del nostro Paese, di capire cosa è fisiologico in una democrazia, come per esempio una certa spesa sociale di cui sono un accanito difensore, di capire per cosa veramente valga la pena di urlare scendere in piazza e di fare, si, se necessario la rivoluzione, da quelle che sono “battaglie di retroguardia”. Buttare tutto nel calderone è inutile. Onestamente credo di conoscere abbastanza bene l’Italia. Ci ho vissuto fino a 28 anni, e poi l’ho seguita grazie ai mezzi di comunicazione e di trasporto che nel ventunesimo secolo ti permettono di guardare un telegiornale regionale di Napoli da Parigi e di tornare a Roma ad ogni week end pagando il prezzo di un interregionale Milano-Firenze. E da fuori ho visto anche i pregi e i difetti di paesi che molti portano sempre nei soliti discorsi qualunquisti ad esempio europeo: Francia, o Germania.
La verità (la mia verità ovviamente) è che, dopotutto, penso che ogni paese della vecchia Europa occidentale abbia pregi e difetti, e soprattutto le stesse potenzialità. E’ come un campionato di Serie A, le prime 18 squadre si assomigliano tutte, hanno dei brocchi e dei campioni ma quello che conta alla fine è lo spirito di squadra. Puoi essere il Brasile mundiao ma se ogni giocatore va per se ed è diffidente dei suoi compagni il Brasile mundiao diventa il Brasile pecorau: una squadra appunto di pecore, senza il cane pastore, allora si allo sbando, perdente, cotta , depressa (avete notato che alla fine il Brasile aveva bisogno dello psicologo durante questi mondiali? ) e prende sette goal da una squadra degna di questo nome (posso fare lo stesso discorso della Spagna del 2010, una perfetta macchina da guerra fatta da 11 persone perfettamente sincronizzate).
Sono fermamente convinto che la maggioranza dei problemi del nostro paese dipendano dal fatto che gli italiani tra di loro non vogliono fare un gioco di squadra, perché non si fidano non dei rumeni o dei rom, ma soprattutto di loro stessi come italiani, ormai non c’è neanche lo spirito per una sana rivoluzione ma per un disincanto disfattismo individualista che genera quella rabbia del lunedì mattina, che svanisce al martedì sera. E sottolineo: individulista (ognuno per se, dove per ognuno possiamo estenderlo : io e la mia famiglia e che il resto crepi). Che è il peggio che possa capitare in democrazia. Se vi studiate la storia è un terribile presagio di anarchia e di derive autoritarie.
I vecchi saggi di cui oggi purtroppo nessuno sente il bisogno narrano di come nel primo dopoguerra i vicini di casa si aiutavano l’un l’altro. Di come la signora Rosa del piano di sopra aiutava la signora Elvira al primo piano se le mancava la pasta o il detersivo perché sapeva di poter contare su un sistema di solidarietà condiviso. Tutti avevano bisogno di tutti. Oggi nessuno ha bisogno di nessuno, grazie anche alle nuove tecnologie manco usciamo di casa per fare amicizia basta un click. Tutto è legato. E non è solo a Roma, io ho vissuto a Parigi per anni dove impazzano i siti per i single e non solo quelli per incontri amorosi ma anche quelli semplicemente per fare amicizia. Una società così non può che diventare sempre più incarognita, diffidente e cattiva. E il gioco di squadra a livello macro sociale a livello di Paese va a farsi friggere. Come possiamo pretendere che i Napoletani o i Romani facciano gioco di squadra se essi per primi non si fidano di loro stessi, dei loro stessi simili dei loro stessi vicini di casa perché si lasciano divorare dal terribile germe del “è tutto uno schifo e un magna magna, so tutti dei ladri”. “In questo mondo di ladri” cantava Venditti nel 1987…. Era prima di tangentopoli. Son passati più di vent’anni. Guardiamo avanti.

Io sono dell’opinione che se una persona sta male ha il dovere il diritto di cercar di star meglio. E le soluzioni sono tante. Ho sentito giovani imprenditori romani lamentarsi di dover lavorare con le Pubbliche Amministrazioni che pagano a 6 o 12 mesi che è obiettivamente un problema esistenziale per piccole e medie imprese. Bestemmioni, improperi, frasi del tipo “sono con le spalle al muro!”. Cosa farebbe un vero amico a uno che ti dice così? Gli dici “poverino mi dispiace” e ascolti pazientemente le sue bestemmie come farebbe uno psicanalista con un malato sul lettino o cerchi di aiutarlo a trovare delle soluzioni? (non dico che lo psicanalista non serva, ma spesso bisogna aspettare sette-dieci anni per vedere una soluzione, in questo caso un pelino fuori portata). E allora pensiamole le soluzioni dai! Puoi pensare di cambiare il sistema politico delle pubbliche amministrazioni col voto? Si, ma prende tempo. Dai su, pensiamone un’altra: se stai veramente con l’acqua alla gola e non vuoi emigrare da questo paese, o peggio mettere qualche bomba da qualche parte ingegnati e cerca di non lavorare con degli Enti che pagano a sei mesi (se puoi farlo). Vuoi pagare la “bustarella”? Beh problema tuo, è una soluzione, illegale ma poi non dire che sono tutti ladri. Organizza un “meet up” sul tema “imprenditori e pubbliche amministrazioni”. Ti iscrivi su meetup.com. Inviti gente, esponi il problema e vedi che succede (modello “google del televisore” :-) ): se il problema è generalizzato magari qualcun altro prima di te ha pensato già alla soluzione: venti cervelli pensano meglio di uno no? Possiamo continuare l’esercizio ci possiamo stare qui fino a domani. Ma piangere, bestemmiare e continuare a dire “non è possibile, l’unica è scappare o fare la rivoluzione” è strategicamente una “non soluzione”. Niente è impossibile, fuorché la morte (e anche li, se credi in qualcosa dopo se ne potrebbe discutere…) Non mi si venisse a dire che ciò che riguarda le scienze umane è “impossibile”. Persino in ambiti cartesiani e razionali come la matematica e la fisica frasi tipo “impossibile” sono bandite. Si dice al limite che “è infinitesimamente probabile”.

Ebbene io penso che ci siano i mezzi in Italia per trovare il modo non solo di migliorare il paese, ma prima di tutto di migliorarci la nostra vita, il nostro lavoro ed evitare così di tirarci stancamente avanti col motore al minimo. Analizzando il problema e cercando almeno tre soluzioni. Almeno tre! Sforzatevi! Fatevi aiutare! Le troverete sempre. Dalle più strambe alle più illuminanti. Parlatene con gli altri, con persone più grandi o gente che magari vive fuori dal vostro entourage familiare. Se sentite di stare in fondo al pozzo e di non poterne uscire fuori domandatevi da quanto tempo vi sentite così. Se sono anni, avete il diritto anzi DOVERE di uscirne fuori e la bella notizia è che è possibile. E non ne uscirete prima bestemmiando contro Iddio o la malasorte, ma semplicemente cambiando un parametro mentale: abolite le parole “problema” e “impossibile” e sostituitele con “soluzione” e “probabile”. Scoprirete che magari è piacevole passare una serata a discutere di come trovare soluzioni e alla fine vi renderete conto che, nonostante le buche, le truffe, la burocrazia e gli sprechi della politica, questo Paese non è più allo sbando di come lo fosse sessant’anni fa. Sessant’anni fa quando la gente, con le poche cose che aveva terminava un’autostrada in tre anni. E non solo grazie ai soldi del piano Marshall, ma soprattutto grazie all’energia del gruppo, al gioco di squadra.

Ovviamente questa è una soluzione, fra le tante.

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