August 23, 2017

Genitori e Figli: ieri, oggi e… domani?

Durante un seminario a cui ho partecipato a Bologna nel Marzo del 2013, ho incontrato Paolo Crepet, e ho ascoltato un suo intervento. Da quel giorno ho letto diversi libri sul tema, non solo di Crepet ma anche di altri e mi sono convinto che molti, forse la maggior parte dei problemi che oggi affrontiamo (o che non siamo capaci di affrontare) provengono dal genere di educazione che abbiamo ricevuto e da quella che daremo ai nostri figli. Così mi è venuta l’idea di scrivere queste riflessioni. Molti concetti li ritroverete nei riferimenti che citerò in fondo. Tengo a precisare che molte delle cose scritte sono citazioni prese tali e quali dai seminari di Crepet, semplicemente perché mi sono piaciute o forse perché le ho pensate anche prima di sentirle. Non credo che sia stato Crepet a convincermi, ma piuttosto ho trovato qualcuno che esprimesse in maniera gagliarda, sarcastica, ironica, incisiva quello che probabilmente ho sempre pensato: che nella nostra vita abbiamo sempre più bisogno di autorevoli educatori. Quest’ articolo non è un elogio agiografico di Paolo Crepet o della Montessori e a dei metodi dei bacchettoni. Crepet probabilmente semplifica molto, non sono convinto che un metodo solo sia sufficiente a farci crescere bene. Ma essendo romano, e come tutti i romani legatissimo a “mamma Roma” mi sono spesso interrogato sul perché sia così difficile per molti romani emigrare da una città che a detta di tutti è la più bella del mondo ma è anche invivibile e piena di problemi, o, per coloro che per diversi motivi sono infine partiti, soprattutto negli ultimi dieci anni, non si riesca a vivere la vita all’estero con serena armonia con il nuovo mondo che ci circonda, ma nostalgici di quel cordone ombelicale tagliato. Che poi, leggendo le esperienze descritte da Crepet (che essendo Veneto riporta spesso situazioni famigliari di famiglie del nord est produttivo dell’Italia) scopro che il “mammismo” non è solo un marchio DOC del centro sud Italia, anzi spesso si radica molto più fortemente nelle regioni dove i genitori possono permettersi di mantenere i figli fino ai trent’anni e passa. Figli che poi vivranno magari melanconici o incapaci di staccarsi dalla casa dove si stava tanto bene e in cui la mamma ti portava il cappuccino al letto. Nostalgia e melanconia che spesso inficia, per chi parte, se non sull’efficienza (è proverbiale che gli italiani all’estero lavorino il doppio, e spesso meglio, degli autoctoni) ma sulla nostra qualità della vita, dominata sempre più da angosce, ansie e, per l’appunto, rimpianto di un felice passato. Quanto di questo si può evitare con l’educazione? Vediamo..

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Volo Alitalia Parigi-Roma, due settimane fa. Sono seduto in un posto adiacente al corridoio nelle ultimi dieci file. Dietro di me una delle più classiche famigliole romane: padre quarantenne che gioca con la playstation, la madre si sta leggendo una rivista patinata e i due pargoli di sei e otto anni che giocano con un palletta di carta nel corridoio urlando a perdifiato. Il più piccolo a un certo punto tira la palletta fino alla business class e urla “Goal!!!” Il padre ancora ipnotizzato dalla playstation lo guarda distratto (o forse deliziato da quel campioncino in erba di suo figlio) e urla “Abbravo de papà!”. All’atterraggio i due pargoletti costretti dal benedetto regolamento che impone le cinture di sicurezza senza smettere di urlare a squarciagola commentano serenamente l’immagine della posizione indicata sullo schermo dello schienale, un software antidiluviano che Alitalia non si è mai curata di aggiornare con un aereo che occupa quasi tutta la regione Lazio per quanto non è in scala

“Anvedi papà stamo quasi en Sicilia!”, risposta del genitore (sempre a dieci decibel sopra il livello delle due turboventole dei motori che urlano in fase di atterraggio) “Anvedi aoh!”.

Il tutto per due ore e pochi scampoli (incluso il tempo di attesa dei bagagli ai tapis roulant) senza che la voce di un solo adulto si sia levata per richiamare all’ordine i due provetti calciatori in erba, non dico dei genitori, poverini impossibilitati, ma neanche del personale di volo.

A chi obietta che stiamo di fronte alla solita filippica disfattista anti-italiana potrei fornire, se questo possa servire di conforto, con altrettanti edificanti esempi dei nostri vicini d’oltralpe. Nel civilissimo quartiere perifierico di Saint Cloud, sede dell’ultranazionlista “Fronte di Le Pen”, distretto alla moda, periferia “prout prout” di Parigi come la chiamano i francesi (un equivalente dei Parioli a Roma) si contano periodicamente ogni sabato sera atti di vandalismo effettuati da quattordicenni o sedicenni “autoctoni”  ubriachi che girano con la bottiglia di whisky,  che spaccano vetri di auto (compresa la mia) e che lasciano prove tangibile del loro vandalico passaggio con lasciti gastrico organici come un’orda di lumache.

Due mesi fa un mio collega, una brava persona,  quarantasette anni, padre di una figlia di ventuno e di un maschio di sedici è stato licenziato, come spesso accade nel nostro così flessibile (o precario?) mondo del lavoro di oggi, senza una ragione veramente tplausibile (“non pensava in maniera abbastanza ‘strategica’, che è un modo per dire che sei vecchio e devo assumere uno più giovane di te”). Quando gli ho chiesto cosa pensasse di fare nel momento in cui, terminate la fase di negoziazione con le risorse umane appariva ineluttabile il licenziamento in tronco,  la risposta è stata fulminea “devo trovarmi un lavoro al più presto”. Si ma quale? Cosa? Quali sono le tue passioni? Qual è il tuo “savoir faire” e il tuo “savoir etre” che potremmo tradurre in italiano come “quali sono le tue capacità e le tue passioni?”. Mi ha guardato di traverso. Non s’era mai veramente posta questa domanda. Anzi non è stato mai sicuro di fare il lavoro che avrebbe sempre voluto. In un mondo dove passi dall’infanzia al mondo degli adulti (ma saranno veramente tali o magari restiamo perennemente nel limbo adolescenziale?) alla velocità della luce spesso molti non si fermano a pensare alla cosa più importante: cosa mi da quella passione che mi accende dentro il mio fuoco sacro? E cosa farei o darei per ricercarla?

Crepet inizia un suo testo citando Vivian King:

“Se arriva in tempo si chiama educazione. Se arriva tardi si chiama terapia”.

Quel mio collega, che ha sempre lavorato nella stessa regione, sempre fatto lo stesso lavoro,  oggi, al secondo licenziamento (il primo è stato un licenziamento economico) è incapace di affrontare un mondo del lavoro spietato dove a quarantasette anni sei “out” sei vecchio. E ha deciso di trovarsi qualcuno che lo possa aiutare, ma non a trovare un lavoro, ma a trovare le passioni che ha in se stesso, i talenti che sicuramente ha, e che nessuno ha mai pensato di fargli scoprire, tanto che anche lui come molti giovani quando aveva diciott’anni a chi gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare avrà probabilmente risposto “boh” (o più francesisticamente una sonora pernacchia). Oggi gli serve una lunga e magari costosa terapia per rimettersi in sesto. Il problema sta sempre la, e sta purtroppo nel nostro passato, un passato che non comincia a  quattordici anni e neanche a otto ma anche prima. Un passato in cui si ha bisogno di qualcuno che ci guidi e ci educhi, ci punisca se necessario, che sia autorevole (e non autoritario) che non sia un “amico” con cui giocare tutto il giorno alla play station ma un punto di riferimento, magari temuto alle volte odiato quando ci dice di no, ma in fondo stimato.

Un genitore.

Io credo che fare il genitore soprattutto al giorno d’oggi sia il mestiere più difficile del mondo. Quarant’anni fa c’era più sofferenza, c’erano più privazioni, e c’erano più punti saldi e fermi. Le famiglie erano composte spesso da tre, quattro persone. I genitori non avevano tempo da passare con i loro figli (non dico che oggi ce ne sia di più ma il lavoro precario lo sta virtualmente creando); si occupavano delle cose essenziali: mandare avanti la baracca. Molto spesso i nostri genitori hanno avuto fratelli maggiori come assistenti dei padri. Un chissene frega a tavola costava una sberla. Non dico che fosse meglio, ma era una certezza, eri sicuro che se tornavi la sera tardi in casa scoppiava il Vietnam e che se non mangiavi la minestra il giorno dopo rimangiavi la stessa. Si viveva scomodi in casa, e la scomodità generava “fame” voglia di andarsene. I nostri progenitori, zii, nonni, moltissimi sono partiti se ne sono andati altrove si sono comprati la casa da soli all’estero. Hanno avuto altri problemi ma sicuramente non hanno avuto genitori molto comprensivi, non se ne aveva il tempo. Purtroppo hanno preso magari forse troppe “sberle”. Perché non è vero che le sberle aiutano a crescere. Non quelle fisiche. Un adulto che picchia un bambino è un adulto stanco a cui mancano argomenti di discussione. Quel bambino crescerà con l’idea che la sberla fisica è fatta per il suo bene rimuoverà questa cosa nel suo inconscio. Diventerà forse un padre troppo generoso per evitare al figlio le sofferenze che lui ha subito da piccolo, gli farà troppi regali troppe concessioni finché sarà troppo tardi per tornare indietro. O rinuncerà magari a diventare padre. Le sberle sono frutto dell’autoritarismo di genitori che non vogliono perdere tempo. La giusta punizione, spiegata, senza violenza fisica, autorevole e non autoritaria è forse da preferire alla sberla. Come tutte le cose la virtù sta nel mezzo di una coerenza che tutti son disposti a controfirmare ma che costa tanta fatica.

Oggi non ci sono più molti punti fermi, in casa quando un bambino piange perché la mamma lo ha rimproverato per un brutto voto magari va dal papà che urla alla moglie “e daje amò! Tutte ste storie per un quattro! Sapessi io quanti ne ho presi!”. Il bambino non ci capisce più niente. Perde punti di riferimento. Se rientra tardi la sera e il papà gli urla “basta da domani niente motorino!” e poi lo stesso papà il giorno dopo rientrando dal lavoro col magone sullo stomaco (non tanto per la pena per il figlio quanto per il terrore di dover affrontare la litigata serale dopo una giornata di corsa in ufficio tra telefoni e computer dove magari ha vissuto da solo la maggior parte dei problemi) e allora quel no fermo si trasforma in un ni, e poi in un si. E il bambino capisce che se strilla alla fine ottiene. Perché mantenere i punti fermi costa fatica. E molto spesso, e qui i miei amici romani sanno di cosa parlo, ci ronza in testa quella frasetta pericolosa “ma lassa perde… ma nun lo fa… ma chi te lo fa fa!”.  Si torna a casa stanchi e i bambini invece sono super eccitati dopo aver passato magari pomeriggi a saltare da una attività a un’altra: alle 14 piscina, alle 17 c’è Judo, poi c’è teatro poi due ore di playstation (perché hanno tolto il tempo pieno alle scuole medie superiori?). Poi torni a casa e ti trovi due diavoli della Tanzania, e grazie! Con tutte quelle attività che neanche Bubka alle olimpiadi si sognava, avranno più adrenalina che sangue nelle vene. E allora che si fa? Si accende il nostro bel 52 pollici che troneggia nel salotto davanti al tavolo imbandito lo si sintonizza e si prepara la cena. Un po’ di pace, “ e chi gliela fa a parlare”, il pupo è ipnotizzato davanti al cartone animato, o a qualche culo di qualche ballerina che lancia il messaggio subliminale a vostra figlia preadolescente che bellezza=fortuna=successo.  Ma un po’ di musica alla radio e basta no? Perché la prima cosa che facciamo quando rientriamo a casa, dopo esserci tolti le scarpe è accendere il televisore?

Sempre in un libro dello stesso genere leggevo una statistica in cui più del 50% dei giovani delle scuole medie alla domanda su “cosa conta di più per riuscire nella vita” immancabilmente risponde “soldi, raccomandazione e culo”. Dove per culo lascio a voi l’interpretazione. E allora perché non spegnere il televisore la sera? Ma da subito. Dai tre mesi. Rai Yo Yo è penso uno dei canali più visti e utilizzati da fasce di bambini tra i 3 mesi e i 2 anni. Il genitore dice “parli facile te, pensa a tornare a casa dopo ore di lavoro e quello non la smette di piangere, non la smette di chiedermi di giocare io non ce la faccio alle volte è l’unico rimedio”.  Oppure l’obiezione classica “viviamo in settanta metri  quadri in periferia, è figlio unico oggi non ce la si fa a mantenere un bambino figuriamoci due o tre, che faccio dove lo porto dove lo lascio andare? Alle volte la televisione o il videogioco è l’unica soluzione per calmarlo”.

L’unico? Io non ci credo alle soluzioni “uniche”.  Anche in matematica spesso non c’è un solo modo per risolvere un problema. Due anni fa conobbi una persona, un esperto in PNL e psicologia cognitiva e terapia strategica a breve. Durante un training ci disse “ricordatevi, una regola generale. Un postulato come il sole che sorge ogni mattina. Ci sono sempre ALMENO TRE soluzioni a un problema. ALMENO TRE, basta un po’ di iniziativa un po’ di curiosità e di buon senso per trovarle”. Certo se uno sceglie la via comoda e facile spesso la soluzione è quella più stupida. Basta girare il concetto: le cose scomode spesso sono intelligenti (spesso non sempre, non cominciamo a trovare le eccezioni che confermano la regola un po’ di onestà intellettuale vi prego!); i miei vicini di casa hanno la figlia che si trova davanti alla scelta di quale università scegliere. I discorsi spesso vertono più sul dove (quanto è lontana, quanto ci metto per arrivarci, è collegata bene o male a casa) più che sul contenuto (cosa vuoi veramente fare?). Ho incontrato due mesi fa una ragazza simpatica di trent’otto anni, che lavora alla prefettura di Nanterre. E’ in crisi perché il suo matrimonio dopo dodici anni è naufragato e lei ha sempre vissuto solo per la casa e per il marito. Non hanno neanche avuto figli. Le ho chiesto che studi avesse fatto: mi ha risposto che ha iniziato con biologia poi però dopo due anni ha cambiato e ha scelto economia e commercio (eh certo… sono legate…), ma a trentacinque anni ha scoperto che la sua passione è la speleologia. C’è sempre tempo per cambiare, per carità, ma se magari qualcuno in casa avesse cercato di aiutare questa donna a capire prima, facendo delle semplici DOMANDE, quali fossero le sue passioni, magari portandola a vedere un museo invece che al parco di DisneyLand Paris, o a fare un viaggio chissà, o semplicemente spendendo più tempo la sera per discutere a tavola invece che guardare inebetiti il telegiornale, magari questa donna non si sarebbe attaccata come una cozza all’unica cosa che la rassicurava (il matrimonio) per poi ritrovarsi a trentotto anni senza un lavoro appassionante e con molti, troppi rimpianti e necessità di terapie psicologiche e farmacologiche per calmarla. Oggi questa donna ha il terrore del week end in cui è costretta a restare sola a pensare, passa in continuazione da una fase di iper attività a una depressiva, si è iscritta a tre siti per incontri e uscite, ha l’orrore di stare da sola in casa e ha deciso di iniziare una terapia (che poi ha interrotto). Nessuno l’ha forse mai istruita a pensare a interrogarsi.

Le famiglie oggi passano insieme meno di una o due ore al giorno. Di corsa la mattina inzuppiamo un cornetto nel cappuccino mentre i figli si svegliano e poi la sera stanchi quando si torna a casa non si ha voglia o tempo di parlare.

Ma ci sono anche le famiglie opposte, le mamme badanti full time, complice una crisi terribile che spesso ci obbliga a lavori part time, magari al nero,  magari alla cronica disoccupazione di un partner che (e non è sempre la donna) resta a casa a coccolarsi il pupo. E allora si ha più tempo, forse troppo, da dedicare al bambino che si sente il re del mondo colui che è al centro dell’attenzione. E quando diventano più grandi si passa magari poco tempo a fare discorsi importanti, perché sono difficili e “scomodi” perché Dio non voglia che rischiamo di litigare. Non semplicemente chiedere a nostro figlio “come è andata la scuola” ma porre delle domande: Vuoi fare Judo? Perché? Vuoi andare in parrocchia? Perché? Non dico di no, ma spiegamelo. Fammi capire: stupiscimi! Dimmi che vai in parrocchia perché hai voglia veramente di scoprire cose nuove e non semplicemente perché tutte le tue amichette lo fanno e se non lo fai anche te ti senti un esclusa! E se la bambina urla e sbatte la porta perché non vuole discutere con voi interrogatevi come mai. Come mai quel bambino o quella bambina non hanno voglia o tempo di parlare o di ubbidire semplicemente alla ferrea legge che in casa comandano i genitori, pure se sono ingiusti. E’ così. La famiglia non è una democrazia. I genitori amici come la De Filippi sono una catastrofe educativa, una jattura. Peggio della peste. Un mio conoscente mi ha detto che si preoccupa perché il figlio di sei anni va a casa degli amici a giocare con i videogiochi violenti vietati ai minori di dicotto anni. La soluzione (almeno una, ma ripeto ce ne sono almeno tre) che ha trovato è: glielo compro io, così ci gioca a casa con me, almeno gli spiego io che quella non è la realtà ma è una finzione. Meglio che giochi a spappolare le teste delle vecchiette e a veder schizzare budella dallo schermo col papà accanto, che lo asseconda (e magari ci gioca insieme provandone un inconfessabile piacere) piuttosto che con gli amichetti da solo. Ma siamo sicuri che sia l’unica soluzione? Ma dire semplicemente “te da quel tuo amico non ci vai”? Io a sei anni andavo a giocare a casa dell’amichetto accompagnato da mamma. E il genitore magari va a vedere cosa fai con chi giochi. Giochi a MortalSbudelCombat? Io da quello non ti ci porto più. “Ma mi diventa un disadattato! A scuola ci giocano tutti!” E lascialo diventae un disadattato, fallo crescere forte!  Fagli capire che se crede e fa una scelta giusta allora non è detto che sia la moda da seguire, anzi chissà potrebbe lui lanciare una nuova moda! Sono andato al mare due giorni fa. Tutti, ma dico TUTTI, portavano le infradito con il marchietto del brasile. Le vendono da dectahlon, costano venti euro quando lo stesso sandaletto senza la bandierina del brasile ne costa sette. Ma perché dobbiamo farli crescere che se si vestono o si comportano come gli altri allora sono “sani” se no sono dei “malati”? Delle mie amiche a Parigi, disgustate dal mio look anonimo,  mi hanno quasi sequestrato per due ore in un negozio di un noto marchio di Jeans per farmi vestire alla moda “ecco! Così magari la trovi la fidanzata!” E certo, perché se ti vesti con i pantaloni della Rifle la fidanzata la trovi sicuro? E quanto dura? Due giorni? La mia cuginetta di dodici anni l’altra settimana mi mostrava orgogliosa le sue nuove scarpette da ginnastica che sembravano quelle di un astronautaper quanto fossero grandi “hai visto quanto sono belle?” , io le ho chiesto “perché ti piacciono?” . Risposta “perché ce le hanno tutte le mie amiche!”. Poi magari a vent’anni andiamo in quella scuola non perché ci va, ma perché ci vanno i nostri amici. E sul lungo termine queste scelte si pagano!

Ma non sto dicendo che bisogna dire sempre e solo no! Conosco il figlio di una persona la cui famigli è molto religiosa ed estremamente anticonformista e rigida. Nessuno giochino moderno, solo giochi all’antica (la campana, il tiro alla fune), niente palestra ma solo comunità, niente televisore, niente videogiochi. Il bambino sembra un angioletto. A otto anni, lo abbiamo scoperto che rubava gli iPod ai compagni e se gli chiedi cosa voglia fare da grande ti risponde “il cecchino” (sic!). Come mai? Non è che perché il “no è spesso sano” che bisogna farli vivere come nel medioevo, poi ci diventano dei serial killer! Possibile che non si conosca la misura? Ci sono cose che NON vanno assolutamente fatte (come giocare con il figlio di sei anni a mortalsbudellacombat, o comprare tre playstation per due figli così lo possono usare tutti e due compreso il papà e non si litiga), altre che vanno fatte con moderazione e grano salis. Il cartone animato lo vediamo una sera si e due no, magari accendiamo ANCHE la radio, magari facciamo ANCHE altre cose. Leggersi un libro di come si educano i bambini e applicare qualche regoletta in più, cercando di evitare gli errorissimi.

Fare, e dire tutte queste cose è difficile. E’ complicato. Io ho 41 anni e non ho ne famiglia de figli. Molti amici mi dicono “beato te!” altri mi dicono “povero te!”. Hanno ragione entrambi. Fare il genitore è uno dei mestieri più difficili ma anche più belli e importanti. E non c’è nessuno che ci  insegni come si fa, le istituzioni non sembrano voler spendere soldi per dedicare tempo a questa crescita culturale. Ho amici psicologi che guadagnano una miseria lavorando in centri di recupero per tossicodipenti. Ma perché non si creano anche centri di recupero per genitori che non sanno come fare? Ma mica è una vergogna voler imparare a far bene una delle cose più importanti che esistono al giorno d’oggi. Se diventassi genitore io non mi farei mancare l’occasione per cercare di capire le regole di base, che nessuno mi ha mai insegnato (magari perché non abbiamo avuto modelli educativi chiari complice anche una crisi di identità dei ruoli dei genitori).

Mi si dice “non ho tempo”. Scusate ma è una risposta non valida. Mia nonna che viveva durante la guerra e lavorava al forno anche il sabato forse non aveva tempo. Ma se si ha tempo di passare il “week end” al Gardaland o a farsi una settimana bianca, o ad andare mezza giornata al mare il sabato, il tempo per leggersi un libro, partecipare a un seminario o invitare qualche educatore a scuola per insegnarci a NOI come fare i genitori lo si trova. C’è gente che trova il tempo tutte le domeniche per andare a messa, e si perde tutta la mattinata. E magari incontri pure tipi gagliardi, gente che ti fa pensare alle cose diversamente, perché se esci e vedi sempre i soliti amici, sempre le solite persone magari le idee nuove non ti vengono.

Una volta (sempre quel “coach” di cui sopra) durante una discussione accalorata in un piccolo bistrot a due passi da Notre Dame de Laurette, nel 9 arrondissement di parigi, con gli occhi fiammeggianti guardandomi dritto mi esortò “quale è il mito dei tuoi genitori? Cosa ti hanno dato, cosa ti hanno lasciato? E soprattutto quali erano le loro aspirazioni? Il loro mito! I loro sogni?”.
Ognuno ce li ha, ogni persona ha il proprio mito il proprio sogno bisogna scoprirlo e spesso tutto questo passa per cammini difficili, per sofferenze, per privazioni., per cambiamenti E proprio chi ha sofferto magari è chi ha la capacità in futuro di avere la forza di prendere dei rischi di dire “basta io vado li, esco dal nido!”. Io cambio!

Una cosa che ho capito con gli anni, dopo, è che una certa forza di affrontare la vita non è venuta dalle paghette e dai regali “gratis” che mi hanno fatto i miei genitori ma spesso da scelte sofferte, dai “No”. Forse una delle migliori benedizioni che i miei genitori mi hanno lasciato è l’aver divorziato. Dirò una bestemmia per i più, ma quante famiglie si tengono in piedi con lo sputo quando è evidente che non c’è manco più un briciolo di amore a cercarlo con il lanternino e la frase spesso sentita, trita e ritrita la più ipocrita è “non divorziamo per i figli”. Bella storia. Se i genitori restano insieme e litigano spesso è una violenza inaudita per il bambinoç o mi ricordo con orrore quando mamma e papà litigavano in camera da letto mentre io e mia sorella tremando ci tenevamo per mano davanti alla porta della cameretta e ululavamo sottovoce “mamma papà… finitela….”. E magari non era che una sfuriata, manco volavano sberle perché siamo in un paese pseudo civile. Ma anche se si convive insieme forzatamente e si vive ipocritamente senza litigare sapendo che non c’è più amore (e basta che uno dei due lo sappia) i danni, tragici, sono ineluttabili.  Un conoscente vive orma da anni frustrato della moglie che, secondo lui, è una donna passiva e non gli da più stimoli inclusi quelli sessuali. (Mi domando perché se la sia sposata visto che lo sapeva anche dieci anni prima: mi piace pensare che ognuno si merita il marito o la moglie che ha, non ce l’ha scritto il dottore di sposarci o di vivere con tizio e caio). Per amor di famiglia ha deciso di restare e non andarsene sfogando le sue pulsioni con incontri clandestini. La moglie forse intuisce ma accetta in silenzio lo status della famiglia dello pseudo mulino bianco. Vivono come fratello e sorella. Il figlio, unico, a sei anni sembra autistico e stenta a parlare. E certo che dopo il divorzio non ci saranno più le settimane bianche, non si potrà magari mandare il bambino al collegio privato, finiti i 18 regali per  Natale, befana e Santo Stefano, ma magari la metà. E certo che all’inizio ti senti smarrito, povero, un “paria” un diverso. Non solo devi andare nella scuola pubblica dove la palestra si riduce a un campetto di pallavolo mentre prima andavi al collegio privato con quattro campi di calcio, ma ti vergogni pure di dire che hai i genitori separati (oggi non è più così, viva Dio una delle poche conquiste di questo paese civile). Però tutto questo crea un cortocircuito vitale, ti crea “fame”, hai fame di fare di ottenere, di fare meglio. Mettiamoci il voler dimostrare qualcosa, o voler ottenere quello che non hai più. E magari poi capita che a venticinque anni hai l’occasione e parti e te la vai a cercare altrove la tua indipendenza economica. E non dico che bisogna far soffrire i figli di proposito, che bisogna divorziare per farli sentire forti. Dico solo che bisogna fare delle scelti coerenti e coraggiose, una famiglia che si tiene in piedi in maniera ipocrita crea cento volte più danni di una famiglia che decide di separarsi. Ovvio che tutti vorremmo la famiglia del mulino bianco per la vita, ma spesso la vita è ingiusta. Perché non farlo capire ai figli dall’inizio che non è tutto rose e fiori, che c’è anche una sana dose di malasorte o se vogliamo una più realistica dose di “errori” che si fanno ma a cui si ha il coraggio di porre rimedio? Cresceranno senza il terrore dell’errore, perché anche se sbaglieranno sapranno rialzarsi e lottare.  Perché è molto più diseducativo e improduttivo un matrimonio che funziona male che un sano e onesto divorzio spiegato ai nostri figli che li fa crescere. E’ molto più improduttiva e diseducativa una scuola dove funziona tutto perfettamente e non si sgarra di un minuto, che un’altra dove magari (si spera) almeno gli insegnanti siano bravi e se poi non hai la palestra con pavimenti antitraumatici o la piscina con diciotto corsie vabbeh pazienza! A trent’anni secondo voi cosa farà quel figlio cresciuto in una famiglia virtualmente felice o infelice in cui si sta insieme per “salvarsi”? Deciderà di andarsi a costruire un futuro altrove? Deciderà  di investire in Italia rischiando i soldi di famiglia magari per aprire un’impresa o cercherà magari l’aiutino di papà per una raccomandazione in qualche azienda e, in caso negativo (perché vista la crisi oggi manco la raccomandazione basta) vivrà come un frustrato e un disadattato? Vogliamo questo per i nostri figli? Per anni ho imprecato contro la malasorte che non mi ha permesso di avere a disposizione come la maggior parte dei miei amici degli appartamenti di famiglia su cui contare. E invece dovrei ringraziare la sorte, dovrei ringraziare il cielo che i miei genitori li hanno venduti in maniera anche scriteriata perché questo mi ha dato l’opportunità di avere “fame” di essere obbligato di farmi le cose da solo, di comprarmele da solo.

Ed oggi capisco anche da dove viene questa malinconia che mi prende quando vivo e lavoro all’estero, come il sottoscritto, manco a dire in Nigeria, ma a Paris la Ville de la Lumiere, e che mi fa pensare ogni santo giorno al modo in cui poter rientrare all’ovile, melanconica tristezza che si accentua durante i lunghi inverni senza sole, e magari vivi come un adolescente, fatichi a comprarti una casa, a sposarti a metter su radici. Quanti “giovani” di quarant’anni esistono al giorno d’oggi?  Quanti che partono in continuazione e girano in tondo? E quanti invece che non partono mai e che restano all’ovile per tutta la vita, ancorati a un cordone ombelicale di tre centimetri? Gli uni magari girano troppo e sono rosi dalla malinconia e dalla sindrome dell’emigrante. Gli altri vivono un’apparente serenità che può venir disintegrata dalla minima avversità (uno scaldabagno che si rompe per citare una delle più terribili calamità). Io mi sento più nella prima categoria per esempio. Se da un lato la capacità di partire mi è stata magari consegnata da quella famosa “fame”, la maledetta malinconia, oggi mi interrogo, non sarà forse la reminiscenza di una vita troppo coccolata come molto di noi l’hanno vissuta in queste famiglie che restano troppo tempo “mono nucleari” in cui i genitori scaricano esasperato affetto nei confronti del loro bel rampollo?  Bisogna abituare i bambini fin da piccoli a cercare (nelle piccole cose) a cavarsela da soli. Dov’è il parmigiano? Cercatelo! Meglio abituarsi prima a sapere che le cose me le devo fare da solo.  Perché non puoi contare su nessuno. La vita è così. Alla fine su quante persone si può contare? Alla fine può arrivare il terremoto e radervi la casa, allora chi è capace di rialzarsi più in fretta, quello che nella vita ha ottenuto tutto e gratis e che non è abituato a farsi le cose o chi ha magari patito un po’ di sofferenza? Un terzo delle piccole e medie imprese del Nord Est polmone produttivo dell’Italia chiude non perché c’è la concorrenza cinese, ma perché i padri non possono lasciare le imprese a dei figli senza midollo che passano le giornate a bere lo Spritz al bar con l’amico. A Roma c’è quella che io chiamo la “sindrome della porchetta” ma che oggi potremmo chiamare “la sindrome dello Spritz”: ci si arrabbia, si bestemmia tutta la settimana. All’Università magari ci si riunisce,  ci si incazza contro questi baroni messi li dalla burocrazia, si pianificano progetti imprenditoriali, si scrivono giornaletti rivoluzionari,  si pianifica di andare a studiare all’estero, a lavorare fuori, si arriva il venerdì esasperati e poi, e poi arriva il sabato e la porchetta a Ariccia, la domenica, e lo spritz a Fregene. C’è il sole che calma e migliora l’umore (è scientificamente provato che il sole è antidepressivo), la Roma la Lazio e il lunedì tutto torna come prima. Sono dodici anni che ho lasciato Roma, ogni volta che torno e parlo con i miei amici o con le persone che conosco sento gli stessi problemi, magari gli stessi progetti, le stesse speranze: perché se uno vuol partire non lo fa? Perché se uno vuol creare un’impresa non lo fa? Sempre colpa dello stato, della burocrazia, del “tanto vanno avanti solo i raccomandati”. A Roma c’è il sole che funziona da anti depressivo, ma quanto sole ci serve quando arriveremo frustrati a cinquant’anni?  E mi ci metto in mezzo anche io, che ho lasciato casa a ventotto anni non per una forma di rivolta e sfida, ma perché avevo conosciuto la tipa a Parigi. A ventotto anni eh? Non a ventidue. “si vabbeh ma te hai studiato ingegneria è dificile”. La scusa. Difficile in sette anni? “eh vabbeh ma con i corsi annuali era molto più difficile. E poi c’erano certi professori che ti bocciavano tre volte, Fisica I dovevi farla quattro volte,  il biennio a fare la fila alle cinque del mattino per un posto in prima in aule stracolme fila tornavi a casa sderenato, se facevi quattro esami all’anno era un miracolo, certi incompetenti messi li a insegnare materie che dovevi studiarle da solo…”. Analisi giusta, ma patetica: e le tre soluzioni le abbiamo dimenticate? Se veramente l’Università di Roma ha un biennio che faceva (fa?) pietà e un triennio dove la metà dei professori sono figli e nipoti di, o cugini di, e non sanno cosa vuol dire insegnare allora perché non andarsene a cercare un’altra? Alla fine ti laurei in sette anni, due in più della media dei tuoi coetanei europei, e lasci casa a ventotto (quando ci dice bene). Quanta fatica per capire che certe scelte vanno fatte per passione per noi stessi e non per cercare la rassicurazione! Anni di terapia! Ho un mio amico che è partito per andare a insegnare elettronica in una facoltà di ingegneria in Finlandia, a 100 Km dal circolo polare artico,  dopo aver perso il lavoro nella crisi del 2002. Non aveva la fidanzata lassù. Poi è tornato a Roma gli hanno offerto un lavoro e si è comprato un appartamento: non aveva i soldi dei genitori, si è indebitato al 45%. Oggi vive negli stati Uniti con moglie e due figli, la casa di Roma l’ha affittata e si è comprato una seconda casa negli Stati Uniti. A chi fa più paura la crisi a gente come lui che è abituata a mettersi in discussione e a partire fino al polo nord o al figlio di papà che ha come unico scopo quello di farsi regalare il motorino? Con un altro mio amico, compagno di studi con cui condividevo speranze e frustrazioni del nostro parassitario sistema universitario Romano, si fantasticava sul mitico giorno della Laurea che sembrava non arrivare mai. Su i sogni nel cassetto, il prestito d’onore e magari andarsene all’estero . Poi appena laureati si è cercato subito il posto su Roma (non solo lui, anche il sottoscritto! Perché dobbiamo andare lontano?). Gli hanno proposto un posto in una provincia del nord est e ha storto la bocca: “non chiedo San Francisco ma almeno Milano, che ci vado a fare nella periferia di Vicenza?”: Se ci credi che quel lavoro sia per te, allora parti. Ma visto che nessuno ci ha insegnato a porci questa domanda… Se ai genitori gli dici “mamma io vado a vivere da solo, ho trovato un appartamento alla Magliana e me lo pago io” e i genitori stanno sulla Cassia la prima cosa che ti dicono è “perché così lontano? Ma che non ci stai bene a casa?”. E’ educativo tutto ciò?

Un noto imprenditore del nord est inviò il figlio nella succursale di famiglia a Shangai per dirigerla. Lo chiamarono dopo due settimane terrorizzate “dottore, suo figlio è sparito da una settimana, che facciamo?”: Dopo due settimane trovarono il figlio che se n’era andato  fare una vacanza con la nuova fidanzata in Tailandia. A chi le lasciamo queste aziende a gente così? E questo figlio prodigio secondo voi ha mai sofferto un po’ nella vita? A Natale magari ha ricevuto due regali in meno? Magari la sera mentre aveva due anni e faceva lo show per tutta l famiglia in piedi ancora alle dieci  di sera invece che una bella urlata e un liberatorio “tuttialletto!!” le nonne, le zie gli stessi genitori applaudivano il bambino prodigio per come è vispo per come è bravo, tutti a metterlo al centro dell’attenzione? Oggi forse anche a causa del fatto che si fanno pochi figli e quindi si ha più tempo per scaricare le nostre angosce protettive su quello che spesso resta un figlio unico, li si iper protegge, li si mette al centro dell’attenzione, si ha paura di tutto, che caschino dalle scale, che caschino dal balcone, che si facciano male in palestra, giocano con sedici ginocchiere gomitiere, e si fanno anche le palestre con pavimenti anti trauma! E questi bambini come cresceranno? Alla prima difficoltà cosa faranno? Come quel tipo, fidanzato con una mia amica, che si è presentato dopo due anni a casa di lei con la madre: “amore mio è ora che cominciamo a vivere assieme, sono due anni che ci conosciamo e ci amiamo. Ah, tra l’altro ecco ti presento mia madre, vivrà con noi” (sic!). Vogliamo veramente che i nostri figli diventino questo? Al massimo delle badanti per i nostri anni della pensione?

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Riferimenti

Scuola Genitori: http://www.scuolagenitori.it

Testi:

Crepet, P. L’Autorità perduta, Einaudi, 2011

Crepet, P. Sfamiglia, Einaudi, 2009

Video

http://youtu.be/13LU2EzrsXc

https://www.youtube.com/watch?v=17yAPuK6am4

https://www.youtube.com/watch?v=xOaVf4qbJT8

P.S) Un commento finale di cronaca attuale. Sempre per quelli che hanno risposto che nella vita ci vuole “fortuna, culo e raccomandazioni”, lasciando quindi prevalere l’idea che nella vita vanno avanti i furbi più che i meritevoli, che conti più l’inventiva furbesca che l’onestà e la giustizia, mi permetto di dissentire con prove provate. Come in una partita a scacchi si vince all’ultima mossa. La vita è una bilancia. Si può avere l’impressione che chi va avanti nel paese fa patte di quei furbetti del quartierino (o del quartierone) ma alla fine queste persone fanno la fine che si meritano. Alla fine la bilancia della vita starà in equilibrio. Ciò che fai ricevi. Ne sanno qualcosa tutti coloro che nel nostro paese erano considerati potenti, intoccabili e “furbi” e che la storia ha giudicato, o sta giudicando, per quello che realmente hanno fatto e valgono. Tra trent’anni queste persone forse non saranno neanche citate nei libri di storia e, se lo saranno, non certo per agiografarne la vita, ma magari per constatarne la rovinosa caduta che resterà quella si d’imperitura memoria. Chi vuol cogliere la sfumatura di attualità pubblica colga. Io credo che questi esempi siano di una forte educazione per i nostri figli: vedete? Alla fine non sono i furbi e i raccomandati che, alla lunga, la fanno franca!

Comments

  1. Paolo says:

    Tu sei l’esempio vivente che l’educazione dei genitori e’ un utopia inventata dalla chiesa,dalla società buonista e da tutti quelli che si riempiono la bocca di frasi fatte.
    Tu hai fatto tutto da solo,senza un padre,con una madre che aveva a torto o a ragione altri problemi familiari,ti sei laureato col massimo dei voti in una disciplina scientifica che geneticamente contrastava con tutte le tendenze scolastiche della cultura umanistica di tuo nonno,nonna e padre!
    Allora,come la mettiamo con l’educazione della famiglia che forgia e prepara il rampollo per un grande futuro?
    L a verità,se tale si può chiamare,e’ che nessuno capirà mai perché il figlio di un portinaio di viale Manzoni senza cultura,avrà avuto un figlio ingegnere e un illustre avvocato un figlio senza “palle”.
    Io non discuto le grandi teorie mi limito a dire un vecchio napoletano : LA VITA E’ ‘NA BRIOSCIA,’NA LARGATA E COSCIE,’n'INFILATA E PESCE ,O FIGLIO NASCE,CACA PISCIA E POI TUTTO FINISCE !
    Salutiamo! P.

  2. Danilo says:

    Sono dieci giorni che provo a leggere tutto… ma quanto scrivi???
    Sei partito da una parte, sei arrivato a un’altra, toccando vari punti.
    Tralascio il discorso del “via da casa”, su cui non mi voglio sbilanciare dato che non ho fonti o esperienze che mi permettano di difendere una teoria.
    Sul discorso dell’educazione mi sento un pochino più messo in mezzo, vivendolo in prima persona, e dico la mia.
    Secondo me, una buona educazione a casa è fondamentale.
    Ci sono sicuramente componenti riguardanti il carattere, il DNA, ma certi valori partono da come si imposta la famiglia.
    E non parlo di applicare alla lettera libroni scritti da eminenti psicologi infantili, ma solo di applicare buon senso.
    Ci sta che una volta siamo stravolti e sfruttiamo uno dei 453784 canali a disposizione per ipnotizzare l’infante: ma UNA volta. Se fai un figlio ti cambia la vita, e non perché devi chiamare la babysitter se vuoi andare al cinema, ma perché ti assumi la responsabilità di educarlo.
    Tante cose di quelle che hai detto secondo me sono dettate dal buon senso: essere uniti con la moglie/marito nei rimproveri, spiegare il perché di tutti, soprattutto delle sgridate. E il fatto che le soluzioni siano sempre tre è vero e sacrosanto. E i genitori lo sanno, ma scelgono spesso quello che a loro fa più comodo.
    Noi siamo cresciuti in un certo modo perché le soluzioni a disposizione erano più “sane” di quelle a disposizione oggi. Niente tv e videogiochi rincoglionenti, su tutto.
    Cambiano anche le situazioni, oggi la percentuale di coppie che lavorano in due è maggiore, di qui il problema di non riuscire a stare appresso ai figli: ma quel poco tempo che gli si riesce a dedicare dovrebbe essere di alta qualità! E invece giù col Nintendo “perché dopo una giornata di lavoro nujelapossofà”!
    Amici miei, da un grande potere derivano grandi responsabilità, disse un tale.
    I bambini oggi si annoiano, perché se a un certo punto vengono privati della tv o del videogioco, “non sanno cosa fare”.
    Basta lasciarli frignare per 10 minuti ed ecco che si inventano il gioco. Ma quei 10 minuti non sono sopportabili, per carità, e allora ecco, figliolo, hai il permesso di videogiocare.
    Ne riparliamo, quando il bambino ha ormai 14-15 anni: il videogioco non basta più.
    Forse ho divagato dal senso del posto, ma ho voluto dire la mia su tanti tipi di genitori (che oltretutto ho avuto modo di conoscere) secondo i quali “non ci posso fare niente”.
    È vero che non possiamo nemmeno tagliarci fuori da quello che è il mondo oggi: non mandare tuo figlio a giocare dall’amichetto che ha il videogioco violento non è neanche lontanamente pensabile. Dobbiamo semplicemente crescere insieme a quello che ci sta intorno, adeguandoci alla realtà. Come hanno fatto i nostri padri e i nostri nonni e via dicendo.
    E la prossima volta “strigni”! ;-)

    • MatteoSan says:

      Io penso che dovremmo affrontare le cose veramente importanti della vita in maniera “strategica”. E l’educazione dei figli è la cosa più importante che esista per noi e per la società che ci circonda (figli ben educati, non nel senso di “gentili” ma educati correttamente saranno buoni avvocati, buoni lavoratori, buoni mariti o buone mogli, buoni politici eccetera…) quindi io di compromessi in questi casi ne farei pochini e cercherei dei punti saldi. In Italia si ha la tendenza spesso ad essere troppo protettivi o a usare spesso due pesi e due misure complice il fatto che non si ha più tempo per doppi lavori vari e mancanza di una cultura famigliare che ha perso mille riferimenti (genitori che vogliono fare gli amici vade retro: papà e mamma sono papà e mamma, basta. Devono essere un modello, non degli amici con cui giocare). Complice il fato che non si fanno più tanti figli come un tempo e quindi magari si carica di attenzioni (e di angosce) il pargoletto. In Germania fanno ancora meno figli di noi ma non vedo mamme che corrono appresso ai bambini ogni cinque minuti e che sbiancano se un figlio si avvicina a un corrimano del balcone o hanno una sincope se vedono il brufoletto rosso sotto il naso. Poniamoci la questione di come diventerà quel bambino figlio del benessere e troppo coccolato, troppo al centro dell’attenzione, o peggio il figlio amico, fra quindici anni. A Vent’anni è troppo tardi. A sei si è ancora in tempo! Abbiamo magari rimproverato ai nostri padri di non esserci stati amici e oggi vogliamo giocare e condividere tutto coi nostri figli solo che se sgarrano dobbiamo punirli e questo crea confusione.
      Mi ricordo al Liceo una professoressa di inglese (che studiava psicanalisi, maledetta) fece un esperimento sulla nostra classe. Ci divise in bravi e meno bravi e i bravi dovevano “interrogare” pubblicamente i meno bravi e darne anche i voti. Aveva creato una divisione gerarchica che ebbe effetti disastrosi sulle nostre amicizie. O l’esaminatore si commuoveva (come facevo io e quindi mi sbracavo) e quindi veniva ignobilmente declassato a esaminando, o si immedesimava troppo nel ruolo per poi venir isolato dagli altri. Un ruolo è un ruolo. Punto. E oggi molti genitori a mio avviso mischiano i ruoli.. Oggi nonostante la crisi nonostante il lavoro non ci sia, nonostante i sacrifici, io vedo dappertutto televisori, telefonini, videogiochi e scarpe alla moda. Strategicamente parlando: stiamo facendo il bene dei nostri figli o dei nostri nipoti? Io credo di no, in questo contesto storico : no. Perché a meno di una rivoluzione tra quindici anni bene che ti va il lavoro lo troverai a 400Km da casa e non ci saranno più i soldi di mamma e papà per mantenerti a fino a 28 anni perché mamma e papà sono genitori della crisi e miracolo se sono riusciti a finire a pagarsi il mutuo della casa, figuriamoci la previdenza sociale (eccezion fatta per quei genitori che oggi sono emigrtati e che hanno fatto carriera all’estero con i loro figli). E allora meglio tirar su dei ragazzi che hanno “fame” di andarsene oppure nel caso restino che abbiamo fame e voglia di “intraprendere”: ho provato a proporrea qualche amico a Roma che volevo creare una scuola visto che attraverso il metodo classico dei concosri non funziona: apriti cielo! “ma lassa perde, ma chi te lo fa fà… tanto non serve… Conosco una persona che ci ha provato ma alla prima difficoltà ha lasciato cadere tutto: Evviva il positivismo eh? E nel caso peggiore che debbano emigrare (perché si ci sarà sempre sta spada di Damocle) ebbene e che una volta partiti non vivano con il “magone”, perché se lo meritano?. Lo dico con cognizione di causa. Nonostante come dici te magari ai nostri tempi non c’erano videogiochi c’era già una certa cultura della superprotezione angosciata dei figli che causa una certa dose di “mammismo” cronico: ti tagli un dito: subito l’antitetanica. Mangi: aspetta sette ore prima di farti un bagno. E così via discorrendo. Che razza di figlio cresce? Un imprenditore intraprendente o un timorato moderato? E in tempo di crisi chi è che sopravvive? Oggi io lo vivo sulla mia pelle che queste cose ti fanno star male a quarant’anni perché inconsciamente resto con una certa nostalgia di “mamma roma” (vedere l’altro post sul “cordone ombellicale”). Eh si perché mamma Roma me manca. E mica solo gli italiani sai? Anche i francesi che ho conosciuto a Roma. Ma se da Mamma Roma non ci puoi più tornare perché non c’è lavoro è possibile dover vivere così “TRISTI” per il resto della vita? Ecco cosa si intende per quella frase “presa in tempo si chiama educazione, troppo tardi : terapia”. Ma lo sapete quante persone vanno dallo psicanalista in grandi metropoli come Londra, Parigi dove il 70% delle persone sono “espatriati” e la sera per dormire si prendono l’ansiolitico perché si sentono SOLI?. Il consumo di antidepressivi in Francia è esploso negli ultimi venti anni.

      Pensare strategico vuol dire definire un obiettivo da perseguire con certe regole. Se pensiamo che correre dietro a nostro figlio ogni cinque metri mentre sta sulla spiaggia per evitare che pesti un granchio sia un errore strategico, ci mordiamo le labbra restiamo seduti lo seguiamo da lontano e lo lasciamo capitombolare. E se corre da mamma e non è niente di grave “arrangiati”. Se reputiamo che il videogioco violento vietato ai minori di diciotto anni sia una bomba ad orologeria nel cervello di un bambino di sei, secondo me ci sono pochi compromessi da fare: tu da quell’amico non ci vai. E se lo fai di nascosto ti toglo la bicicletta per sei mesi. Punto. E io non ci gioco con te al gioco vietato ai minori di diciotto anni, scusa. Il fucile per sparare non te lo compro a sei anni. No. Semplice. E’ NO. PErchè? Perché è no e in casa comandano i genitori. Ti sentirai magari cattivo tuo figlio ti odierà per un po’ ma sono convinto che stai facendo il suo bene. Siamo passati dai genitori degli anni cinquanta che davano la frusta ai genitori degli anni duemila che danno la playstation. Per me il genitore deve saper ascoltare, essere autorevole e NON autoritario (fruste e sberle per carità di Dio: mai) e soprattutto coerente! Difficile? Certo che è difficile! Mica possiamo pretendere che il mestiere più importante e difficile del mondo sia una passeggiata. Sarò bianco o nero ma almeno così definisco dei paletti, dei modelli precisi che evitano confusione. E se non li conosciamo si parla, si chiede. Ci si informa. Non solo con Crepet, Crepet per me è un mezzo. Ci sono altri che dicono più o meno le stesse cose e che ci spiegano come riuscire ad applicare certe regole. E se magari nostro figlio diventa un modello ci saranno altri che lo seguiranno, e non saremo noi a seguire i modelli sbagliati che ci circondano come pecore (se lo fanno tutti io che ci posso fare?)
      Brivido!
      Su queste cose ci sarebbe tanto da scrivere e val la pena perdere mezz’ora o due ore per dibatterne insieme, frequentare magari qualche circolo blog, o scuola per i genitori, leggere, per me è tempo speso bene. Altro che “strignere”. Ci sarebbe da allargare! ;-)

  3. Danilo says:

    Dammi qualche giorno per leggere e poi ti rispondo…

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