October 24, 2017

Lavoro, emigrazione e la sindrome del “cordone ombelicale”

Oggi manca l’acqua in tutta Saint Cloud. Non succedeva se la memoria mi assiste da tre anni. Al supermercato affollato ho visto molte persone uscire con i fustini di plastica da cinque litri d’acqua. Verso la fine della mattinata l’acqua non era ancora tornata e si subodorava una leggera aria di panico.

Ci sono cose essenziali per gli esseri umani come l’acqua (nel caso specifico è essenziale per tutti gli esseri viventi di cui facciamo parte) a cui ci si abitua e non ci fa caso se non nel momento della mancazna.

Alcuni fattori sono però essenziali e peculiari alla vita del genere umano.

Il lavoro è uno di questi fattori.

Ieri sera al telegiornale avevano intervistato un’attrice italiana, una vecchia gloria ormai tramontata ma che testardamente cerca di combattere il tempo che passa. Al giornalista che la intervistava e le chiedeva di dare qualche consiglio alle nuove e vecchie generazioni ha risposto con la seguente frase “di non mollare. E di lavorare. Sempre. Il lavoro rende vivi”.

Mi piace pensare che il lavoro renda vivi piuttosto che liberi, se non altro perché quest’ ultima accezzione campeggiava su un cartello all’ingresso di uno dei tanti inferni creati dagli esseri umani (non c’è bisogno di andare a cercare luighi di paura e perdizione nella Divina Commedia di Dante, a volte basta guardare il telegiornale o leggere i libri di storia).

Tempo fa a parigi appena fuori il terminale 2F dell’aeroporto Charles de Gaulle dove rientro dai Roma sui muri che costeggiano il tapis roulant che vi porta alla stazione dei treni si potevano vedere i cartelli pubblicitari di una nota banca, in perfetto stile positivista. Una di esse ritraeva un tassista indiano, col turbante, che sta uscendo (o entrando) nel suo Taxi, presumibilmente  in una città nordica visto che tutto intorno la neve cadeva abbondante. La didascalia faceva più o meno così: “Più di 138 milioni di persone lavorano lontane dal loro luogo di nascita… Benvenuti in un mondo pieno di opportunità”.

C’è un libro in Francia scritto da uno psicanalista che si chiama Tobie Nathan intitolato “Etno Roman” la cui quarta di copertina cita (per farvi capire il genere): “Nato in Egitto, sono egiziano, come lo furono i miei antenati, sotterrati nel cimitero del Cairo a Bassatine, da tempi immemorabili. Pronipote di generazione di rabbini, portandone il cognome più celebre, sono “naturalmente” ebreo […]. Avendo vissuto a Roma, sono italiano come era stampato sul mio passaporto. Essendo cresciuto a Genevilliers [in Ile de France N.d.R] sono comunista come lo era quella città dopo la guerra…” Nathan è uno dei massimi esperti nell’analisi e la spiegazione dei fenomeni legato alle nevrosi o alla malinconia del distacco e della partenza (probabilmente perché ha vissuto tutta la sua vita partendo e distaccandosi dai suoi luoghi di origine).

Il lavoro ci rende vivi, è essenziale per la vita dell’uomo ed è per questo che quando manca, come oggi mancava l’acqua, siamo portati ad andare a cercarcelo dove c’è, coi nostri secchi vuoti sulle spalle.

E questo spesso causa dolore perché il taglio del cordone ombelicale con la terra-madre non taglia i nostri legami famigliari che resteranno sempre tali. Ci sono centomila modi e/o ragioni di emigrare. C’è chi fugge dalla guerra, chi fugge da solo, chi si porta appresso mogli e figli, chi semplicemente fugge dalla noia, chi magari cerca libertà, chi scappa dalla famiglia oppressiva o violenta, chi scappa dalla fame.

E’ comunque sempre una fuga a ben vedere. Non è un bisogno istintivo dell’essere umano. Non si nasce col bisogno “istintivo” di abbandonare la propria madre. E’ qualcosa che si sviluppa con l’età (e per fortuna, se no altro che mammoni!) e che è causata da fenomeni di tipo psicologico e sociologico. Ogni emigrante (che abbandoni la propria città per un ‘altra città nello stesso paese o che abbandoni addirittura il proprio paese) ha una storia a se, ma tuti hanno un punto in comune: che siano ricchi o poveri, da soli o in compagnia, hanno abbandonato la loro terra madre con cui esisterà un legame perenne.

Anche coloro che vivono senza rimpianti devono fare i conti con la sindrome del cordone ombelicale. Domenica scorsa stavo a Parigi per votare alle primarie, e proprio in una traversa di Rue Montorgueil vicino al seggio ho scoperto un nuovo ristorante italiano. Piccolo, un po’ caro, ma pasta eccezionale. Uno dei coproprietari è un ragazzo di trent’anni di Roma, di Cinecittà. Abbiamo parlato e quando gli ho detto che sono di Roma e vivo da undici anni in Francia mi ha guardato con sorpresa “Sei forse uno degli unici romani a riuscire a vivere lontano da Roma per più di due anni!?”.

“Tu no?”

“ Io? Io da sei che vivo qui..”

“E non hai nostalgia di tornare?”

“Io? Per niente! Ah guarda, si ci torno ogni tanto  per le vacanze ma sto tanto bene qui!!!” (tre punti esclamativi).

Ho imparato a guardare tra le righe e a fare attenzione ad altre cose che al contenuto semantico delle parole. La comunicazione tra esseri umani è fatta principalmente di messaggi “non verbali”. Quest’ultima frase è stata detta quasi con rabbia, una rabbia nascosta sotto determinazione e sicurezza. Ma sempre rabbia. Al punto che è suonata pure un po’ insincera. In Francia si dice che “ca cloche”. O forse ero io che volevo che suonasse falsa chissà (perché possiamo anche autosuggestionarci spesso!)

E’ ovvio e sottinteso che se questa persona avesse avuto la possibilità di aprire il proprio pastificio a Trastevere invece che a Rue de Montorgueil lo avrebbe fatto. I motivi che lo hanno spinto ad aprire il pastificio qui invece che a Roma non li conosco. Ma tra due possibilità, per una variante del Rasoio di Occam, la più semplice (leggasi=facile da realizzare) è quella che intuitivamente si predilige. Non dico sia la più efficiente dal punto di vista del ritorno di investimento. Ma divagherei.

La ricerca del lavoro spesso ci porta lontano. E questo genera, che lo vogliamo o no, una frattura, la sindrome del cordone ombellicale strappato dalla nostra terra madre. E’ qualcosa che chi vive lontano si porterà appresso per sempre. Figli, famiglia e lavoro possono compensare, farci dimenticare certe volte, farci pensare che tutto sommato viviamo bene altrove, che i vantaggi superano decisamente gli svantaggi di stare lontani dai nostri affetti (sempre che in terra madre ce ne siano) al punto tale che moltissimi che partono non tornano più una volta che sono riusciti a crearsi una famiglia lontano.

Si potrebbero fare tanti esempi e controesempi. La critica più evidente a una simile tesi (quella dell’emigrante perennemente nostalgico) è evidente facendo riferimento a chi magari è dovuto fuggire da una famiglia violenta. O da una terra violenta. Che nostalgia può avere? Nostalgia sicuramente dell’amore che una madre e una nazione (terra madre) non gli ha saputo dare per esempio?!

Il distacco e un certo grado di sofferenza è una fase essenziale per la crescita e la maturazione di un individuo. Per questo se domani mattina qualche cervellone del CERN inventasse finalmente sta benedetta macchina del tempo e mi dicesse di tornare indietro sicuramente farei la stessa cosa. Ripartirei. All’epoca era la cosa buona e giusta da fare. La sofferenza superata genera maturazione. Ma cercherei di mettere a frutto questa maturità per migliorare le cose nel mio paese, invece di vivere con un malcelato rancore (come il propriatario del pastificio). Mi impegnerei per dare qualche contributo (come sto ennesimo papiro?) affinché l’unica speranza delle nuove generazioni di trovare un lavoro decente che soddisfi le prorpie ambizioni (il loro savoir faire e il loro savoir etre come dicono qui) non sia solo quella di fuggire.

Ecco quello che mi sento oggi di consigliare a chi è partito o si accinge di andarsene a fare un’esperienza di lavoro all’estero: andate! Non abbiate paura, perché il ritorno di investimento sarà grande. Ma non pensate di non pagarne il prezzo. E una volta che vi sentirete appagati e maturi, beh, cercate di non sputare su quel paese sgangherato che non è stato in grado, come forse una cattiva madre, di darvi quello che voi esigevate. E con la vostra esperienza potrete  magari contribuire a miglioralo.

A salvare il vostro Paese.

Come voi stessi.

Comments

  1. Paolo says:

    Sono d’accordo su buona parte dei ragionamenti,mi permetto di aggiungere che se l’emigrante e’giovane il suo rapporto ombelicale e’ più marcato e la nostalgia si farà viva e dolorosa molto spesso,se l’emigrante e’ maturo,con esperienze precedenti nella sua terra siano esse positive o per la maggior parte negative,il cordone ombelicale una volta rescisso non si ricostituirà mai più .
    In sostanza l’emigrante ricorda benissimo ciò che ha lasciato e la memoria non può essere menzognera!

  2. Walter says:

    Sono d’accordo con te solo in parte, ossia per il cordone ombelicale con la famiglia, che “sbarra” la strada a molti giovani, vuoi anche per i cattivi consigli che i parenti egoisti elargiscono come fossero perle di saggezza. A differenza di Paolo penso che se hai superato i venti anni e parti non hai grandi problemi di nostalgia anzi, credo che l’anergia di quell’età ti dona il coraggio per affrontare certi distacchi.
    Tutto questo per me non vale. La mia famiglia, quella da dove vengo non quella che mi sono creato, è distrutta quindi non ho grandi rimpianti se potessi andare all’estero, e sarebbe anche bello avere un’idea di dove andare ma divagherei. Il timore di cui parlavo io è più pratico e meno sentimentale, potrei anche partire, ma il mutuo qualcuno lo deve pagare le automobili a chi le lascio per non parlare del lavoro. Il problema che mi pongo è come fare per gestire due “mondi” o se vuoi futuro e passato, quando a malapena riesco a gestire il presente. Sono comunque propenso a partire, ma l’organizzazione della vita diverrebbe molto complicata ed è solo questa la mia “paura”. Ciò non toglie che in futuro mio figlio Alessandro, andrà a l’estero a studiare e lavorare, e io avrò il grande piacere di andare a trovare mio figlio.

    • MatteoSan says:

      Riguardo alla mancanza del distacco dovuto a una situazione familiare difficile l’avevo prevista come obiezione, legittima. In quel caso però, penso che magari uno potrebbe avere la nostalgia della famiglia che non ha mai avuto. Il distacco che c’entra? Niente. Solo che se stai solo all’estero hai meno difese immunitarie e questo dolore può moltiplicarsi. Là tocca starci attenti e sapere come combatterlo.
      Sul mutuo da pagare, le auto, il lavoro sono problemi pratici e obiettivi e terreni, e come tutte le cose terrene hanno delle soluzioni pratiche e terrestri. Non extra terrestri.
      Anni fa feci un bilancio di competenze con un Coach qui in Francia: Dal bilancio risultò evidente che mi piaceva scrivere insegnare leggere parlare… tira te le conclusioni del mestiere che dovrei fare. Fare l’insegnante oggi è un salto nel vuoto a causa di posti di lavoro che mancano e di stipendi da fame. Io gli dicevo “ma mi ci vedi te a fare un dottorato di ricerca di tre anni a 38 anni per fare il professore universitario?”
      “E chi ha detto che devi fare un PhD per insegnare?”
      “Eh se vabbeh! allora il concorso alla scuola sai quanto ci vuole neanche lo fanno…”
      “E’ l unico modo per insegnare? Ce ne sono altri?”
      Ogni volta mi spiazzava. Ogni volta che cacciavo fuori la soluzione lui eliminava la parola “problema”. Il tizio mi fece fare una serie di esercizi per allargare gli orizzonti. Quando dicevo frasi assolute tipo “non c’è lavoro” l’obiezione era : non c’è lavoro? Dove:? nel mondo? A Roma? A Milano? (sottintendendo: se proprio vuoi fare l’insegnante magari puoi cominciare a cercare qualcosina anche qui su Parigi no?)
      E altre domande del tipo:Cosa te lo impedisce oggi (di partire o di perseguire questo obeitivo)? Quale sarebbero le soluzioni sul medio e lungo termine? Come arrivare alla realizzazione di questi obiettivi nel medio e lungo termine? Accetteresti un compromesso e se si quale?
      Ci si potrebbe lavorare una vita. Però per me ha funzionato. Pur non dovendo rivoluzinare la mia vita piano piano sto realizzando il mio piano.
      Che poi magari non si realizzerà mai completamente. Ma chissene frega! L’importante è avere un piano e lavorarci giorno per giorno, petruzza su petruzza per arrivarci
      E’ quella cosa che ti fa alzare il Lunedì mattina e ti permette di andare avanti.
      A condizione però di conoscere cosa ha senso per noi stessi. Avere una conferma che le nostre passioni sono giuste. IO l’ho chiesto a dodici persone che manco si conoscevano (ma che conoscevano benissimo il sottoscritto) cosa credevano io dovessi fare nella vita. Le risposte più frequenti sono state
      Il professore
      Il giornalista
      Il Maestro
      Lo chef! (si quello in cucina)
      Lo scrittore.
      Il Poeta..

      In somma…

      Come diceva sempre quel tale
      nella vita l’impotante non è il traguardo. Ma il percorso.
      fico no? Molti meno rimpianti e paure!

  3. elena says:

    Ribadisco che lasciare il proprio paese è anche e soprattutto un atto di coraggio, io fin’ora non mi sono mai trovata nemmeno di fronte ad una scelta del genere, non credo che NON partirei a priori, seguieri Massimiliano con tutta la mia famiglia ovunque se necessario, ma non credo che se dovessi prendere io l’iniziativa lo farei…non ho mai avuto molto coraggio ;) un bacio e bel pezzo frate!

    • MatteoSan says:

      Oggi non partirei allo sbaraglio. Ma se tornassi indietro nel tempo rifarei esattamente quello che ho fatto. Dipende dal momento storico. Il coraggio nasce anche dal periodo che vivi. Alcune volte non aspetti altro – come diceva Jung – delle “sincronicità” della vita (le coincidenze significative) che ti capitano e te stavi li da mesi che non aspettavi altro. Come un naufrago ti aggrappi alla scialuppa e te ne vai!
      Io ho profonda stima di chi parte dopo attenta meditazione senza essere preda della disperazione o dell’incoscienza.
      La secondo me sta il vero coraggio perché non sei costretto.

  4. elena says:

    ciao Paaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa’!!! hahahhah

  5. rachele says:

    Bravo Matte mi e’ piaciuto molto, sopratutto perche’ sei piu’ positivo e meno negativo.

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