May 24, 2017

La Formula di Dio

Rodrigues dos Santos, La Formule de Dieu, 2012. Una persona mi ha consigliato di leggere “La Formula di Dio” di José Rodrigues Dos Santos, un romanzo che ha definito filosofico-scientifico e che, en passant, ha venduto più di due milioni di copie. Sono andato in libreria e senza pensarci troppo ho comprato l’unica edizione disponibile a 22 euro. L’avevo già vista al reparto libri di un noto supermercato locale ma la copertina con un’immagine molto “cinematografica” di Einstein nonché il reparto in cui era esposta, (un tempio del consumismo moderno del compri tre e paghi due) mi avevano dissuaso, seppur fossi stato tentato dalla faccia bonaria del grande fisico della relatività ma soprattutto perché fresco di lettura della bella biografia scritta da Isaacson, lo stesso di quella di Steve Jobs entrambe scritte con grande maestria. Dopo le prime trenta pagine sono stato tentato di gettare il libro dalla finestra. Trattasi di una spy-story centrata intorno alla ricerca di un misterioso manoscritto di Einstein, su cui sembrerebbero celati i misteri per la realizzazione di una potentissima bomba a basso costo. La missione viene affidata a uno crittografo di fama internazionale intelligente e colto ma ingenuo e maldestro che dopo neanche dieci pagine si trova coinvolto in un intrigo internazionale con la CIA da una parte e i cattivi turno dall’altra – nel caso specifico gli Iraniani che vogliono fabbricarci una bomba, ma quale originalità!- che mandano un loro agente, manco a dirlo una bellissima “amazzone” dagli occhi a mandorla e dal fascino mediorientale (“la dea del letto” come verrà più tardi definita, tanto per aggiungere quel pizzico di piccante che non guasta mai e che piace agli editori dei cinepanettoni in formato cartaceo, ma non preoccupatevi a parte una paginetta di passione da “lancio story” la storia d’amore è più che altro accennata), la quale aggancia il nostro simpatico “prof” all’uscita di un museo del Cairo, lo invita a pranzo, e gli offre centomila euro al mese per lavorare su un fantomatico manoscritto di Einstein che loro non riescono a decifrare. Il nostro eroe che fino al giorno prima era un metodico impiegato statale di una nota università portoghese che a parte qualche conferenza all’estero la massima emozione provata in vita sua era stata quella di vedere una studentessa in camicia succinta e senza reggipetto venire a dare l’esame, senza dire ne ai ne bai dopo un tiepido tentativo di avere i sacrosanti chiarimenti (giusto per quel minimo di realismo dettato da esigenze di logica elementare) accetta di partire per Teheran. La CIA – rappresentata nello specifico dal classico cinquantenne americano, massiccio, in carriera e ancora con il fisico palestrato dai capelli brizzolati, aurea misteriosa e con lo sguardo di ghiaccio e gli occhiali da sole pure quando piove (sic, evviva l’originalità descrittiva!) – è ovviamente sulla stessa pista dei cattivoni e non esiterà a ricattare il nostro simpatico professore per costringerlo ad assumere il ruolo di agente doppio.

Lo stile e il genere rientrano senza troppa fantasia nell’ambito degli stereotipatissimi clichees delle spy story con qualche velleità scientifica. I personaggi sembrano creati ad hoc per un classico hollywood movie americano, ovvero tagliati con il coltello e poco spazio all’immaginazione (della serie o è bianco o è nero). La trama esageratamente scontata e lineare tipica dei best-seller che mirano più alla quantità di pubblico accessibile che alla qualità dei contenuti: in soldoni una macchina per far soldi (quindi l’esposizione al reparto libri del supermercato era più che meritata). Insomma il classico polpettone visto e stravisto che ha fatto la fortuna di Dan Brown e incrementato le visite al Louvres del duecento per cento e fatto guadagnare qualche centinaio di milioni di dollari agli Studios con i film di Indiana Jones e di 007. Quarant’anni fa poteva essere qualcosa di originale in piena guerra fredda oggi è il minestrone riscaldato da lettura leggera sotto l’ombrellone.

La tentazione di rispedire il libro alle sue origini organiche è stata forte. Se non fosse che la persona che me lo ha consigliato, e che stimo, mi aveva onestamente prevenuto di questa tragica inconvenienza. E consigliatomi di arrivare almeno fin alla metà.

Così, cocciutamente, ho continuato.

In realtà il collante della storia, ossia il racconto delle peripezie di questo scienziato braccato dalla CIA e dagli Iraniani che scappa un po’ in giro per il mondo, è veramente materiale di quarta categoria. E’ qualcosa di posticcio creato attorno a una discussione di tipo filosofico scientifico sull’origine dell’universo che potrebbe essere riassunta in un saggio di cinquanta pagine. Per evidenti esigenze editoriali l’autore, che non ha nessuna esperienza di romanziere questo è evidente, ci ha appiccicato la storia attorno che fa acqua da tutte le parti (il lettore sa già come andrà a finire quando ad esempio lo sventato professore tenta di entrare in un palazzo del governo iraniano di notte per rubare il manoscritto). Se si legge il libro cercando di non dare troppa importanza alla banalità della storia di fondo ma concentrandosi sui pochi pezzi in cui si discute di scienza e di filosifia allora un minimo di valenza la si trova.

Il succo vero del libro è questo: mediante alcuni dialoghi tra il nostro scienziato, un professore di fisica dell’università di Lisbona, e un monaco buddista, viene spiegata in parole semplici quella che è la teoria (o meglio una delle teorie) della creazione dell’Universo mediante l’ausilio delle nuove teorie fisiche scoperte ad inizio secolo (meccanica quantistica, principio di indeterminazione di Heisenberg), la teoria “antropica” dell’origine dell’universo, la teoria del Caos e degli universi paralleli, il determinismo contrapposto alla casualità e ne vengono fatti dei parallelismi di tipo filosofico-epistemologico con le varie religioni orientali che sembrano dire la stessa cosa in maniera ovviamente allegorica, fino al “botto” finale di arrivare addirittura a conciliare quello scritto nella Genesi della Bibbia con tutte le teorie scientifiche menzionate pocanzi. Vorrei fare una premessa su cui tornerò alla fine: le argomentazioni filosofico scientifiche contenute (oserei dire diluite) in questo libro sono definite in maniera abbastanza esatta, e descritte soprattutto mediante ricorso ad encomiabili e suggestive semplificazioni (encomiabili perché trovo sempre degno di lode chi cerca di spiegare le cose difficili in modo facile, altrimenti la scienza, se non fosse capace di arrivare al grande pubblico, si parlerebbe addosso). Se l’autore si fosse limitato a un saggio divulgativo sulla teoria del caos, sulla teoria “antropica”, sulla fisica quantistica anche con alcuni parallelismi con la filosofia orientale perché no (rendendo il tutto leggibile, come nel famoso manuale di fisica di Isac Asimov), avrebbe guadagnato di meno ma sicuramente salvato l’onore. Perché la trama avventurosa che fa da collante alla maggior parte del romanzo non solo è scontata, ma è scritta veramente male e di fretta. Più dell’ottanta per cento del libro è inutile. Al confronto la complessità della struttura di “Capitani Coraggiosi” di Kipling è paragonabile quella de “Pendolo di Focault” rapportata alla banalità delle situazioni da Indiana Jones dei poveri di questo papocchio.

Premesso questo, e visto che non comprerete questo libro perché non lo merita (avendo venduto due milioni di copie credo che il nostro José Rodrigues sia diventato abbastanza ricco da non meritarsi altri compensi) eccovi spiegata la trama “scientifico-filosofica” (quella vera attorno a cui l’autore ha appiccicato i post-it dell’avventura per fare massa editoriale) in poche righe: La Formula di Dio semplicemente è la dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio che il nostro autore ipotizza Einstein abbia scoperto negli ultimi anni della sua vita. Einstein lascia un messaggio cifrato che alla fine si rivela essere questa frase “Guarda nella Genesi: E la luce fu!”. Ovviamente l’autore non sta a spiegare le formule matematiche di un fantomatico manoscritto lasciato da Einstein (per togliersi dall’impaccio lo immagina conservato a Teheran in un palazzo inaccessibile da cattivissimi Iraniani intransigenti che ammazzano tutti quelli che lo toccano). Quindi il mistero viene chiarito alla fine quando un assistente di un vecchio professore di fisica (discepolo di Einstein) svela il segreto delle loro ricerche. Ossia che l’universo debba essere nato da un grosso botto iniziale, il famoso Big Bang ma che in realtà non è l’inizio di un tutto, ma parte di un processo infinito di un Universo “ciclico” in continua espansione e contrazione da sempre. Ossia l’Universo è semplicemente l’eterno altalenarsi tra un Big Bang in cui tutte le galassie partono e viaggiano in espansione fino a fermarsi e a ricadere su loro stesse in un Big Crunch in cui torneranno tutte a scontrarsi in un unico punto. Simpatica l’analogia con una serie di navi (che rappresentano le Galassie) che partono (Big Bang) dal polo nord della Terra (che rappresenta lo Spazio-tempo curvo) per allontanarsi ognuna in una direzione diversa e re incontrarsi, e scontrarsi (Big Crunch) al polo sud. L’Universo sarebbe finito ma al tempo stesso infinito. Come una strada senza inizio e senza fine che si richiude su se stessa. Il fine ultimo dell’universo non sarebbe la creazione della vita, ma la creazione di un’intelligenza superiore, da quella umana a quella dei computer fino a quella di un software super intelligente che si trasformerebbe in energia pura e sarebbe capace tra 40 miliardi di anni (dopo che l’universo è stato nel frattempo colonizzato da robot super intelligenti) di definire la “formula di Dio” con cui ricreare le precisissime condizioni iniziali con cui si è formato il Big Bang e permettere il ciclo all’infinito. In somma la formula di Dio è la spiegazione di come il fine ultimo dell’Universo è la creazione di Dio stesso rappresentato da questa super intelligenza che avrebbe il dono di poter disporre a suo piacimento del comportamento dell’Universo. Nonostante tutte le stelle moriranno e diventeranno buchi neri e alla fine collasseranno nel Big Crunch, la super intelligenza avrà fatto in modo tale che questa colossale implosione avverrà rispettando delle precisissime (e infinitamente improbabili) condizioni che permetteranno lo scatenarsi di un nuovo Big Bang da cui rinascerà la vita, l’intelligenza e via discorrendo corroborando in questo modo anche la tesi teologica della “Vita Eterna” (molto confortante vero?). Inoltre viene “pseudo-dimostrata” mediante alcuni ragionamenti matematici abbastanza discutibili l’assoluto “determinismo” dell’Universo, ossia come tutto dalle condizioni iniziali possa essere determinato ma, visto che la conoscenza della totalità delle condizioni iniziali è impossibile perché richiederebbe la presa in considerazione di un numero esagerato di variabili, si resta con l’illusione di vivere nel libero arbitrio. Per dimostrarlo viene ripreso il concetto di fisica quantistica e del principio di indeterminazione di Heisenberg che dice che è impossibile sapere con precisione velocità e direzione delle microparticelle perché le osservazioni modificano la misura. Ma resta il fatto che le microparticelle hanno direzione e velocità interamente determinate dalle condizioni iniziali quindi in teoria potremmo sapere dove si troverà un elettrone tra miliardi di anni una volta che conosciamo il suo stato iniziale, solo che non possiamo dimostrarlo. Un altro esempio è quello della teoria del Caos che ipotizza come una piccolissima variazione delle condizioni iniziali possa avere enormi ripercussioni sul lungo termine (il battito delle ali di una farfalla a New York magari tra un anno sarà la causa iniziale di un ciclone nel Pacifico ed è il motivo perché fare delle previsioni del tempo più in la dei tre giorni è pura cabala da cialtroni).

La dimostrazione che Dio debba esistere è basata su due teoremi che sono la causalità (che poi implica il determinismo di cui sopra) e l’intenzionalità. Viene descritto come sia estremamente improbabile che l’Universo sia uscito fuori dal caso perché le condizioni per creare il Big Bang e la vita successiva possono capitare solo a qualche miliardesimo di milionesimo di milionesimo di probabilità. Questo dimostrerebbe il principio Antropico che come corollario ci farebbe concludere la necessità dell’esistenza un’ Entità super-intelligente che abbia scientemente creato certe particolarissime condizioni (estremamente improbabili) al fine di creare una vita e al fine un’intelligenza. In somma in termini di teoria della probabilità è molto più facile immaginare che il tutto abbia avuto dietro un grande organizzatore piuttosto che sia frutto dell’azzardo. Tutto molto bello se non fosse che è appunto una teoria bsata su concetti statistici. Come l’autore alla fine onestamente ammette in una postilla finale oggi esistono altre teorie che ipotizzano infiniti universi paralleli e seppur non dimostrate queste teorie hanno la stessa dignità di quella che ipotizza il Big Bang e il Big Crunch perché tutte basate su concetti statistici che parlano di cose molto probabili o molto improbabili ma si guado bene di dire che qualcosa è “impossibile”. Per esempio una delle argomentazioni che vengono usate per dimostrare che ci sarà un Grande Collasso di tutte le galassie su loro stesse è questa: Oggi “si sa” (correzione: è altamente probabile che) ci sia stato un “Big Bang” iniziale in cui tutte le galassie sono state create e sparate ai quattro angoli dell’Universo. La loro velocità è ancora in continuo aumento, il che vuol dire che sono in “accelerazione” permanente e da alcune misure attuali (grazie a telescopi che sfruttano concetti come la lente gravitazionale ipotizzata da Einstein) risulta che abbiano una velocità relativa di allontanamento prossima a quella della luce. Poiché la velocità della luce è un vincolo che niente in natura può superare, stabilito dalla teoria della relatività di Einstein (se no massa ed energia diventerebbero infinite) allora questa accelerazione deve prima o poi decrescere fino a che le Glassie si fermerebbero e piano piano verrebbero riattratte dalla forza di gravità reciproca che tra quaranta miliardi di anni le farebbe collassare tutte in un Big Crunch: tutto molto bello se consideriamo la teoria della relatività di Einstein come immutabile e la velocità della luce, questo fantomatico valore di 300.000 Km/sec come una colonna di Ercole invalicabile in secula seculorum. Mi verrebbe da dire: Anche 2000 anni fa si pensava che dopo lo stretto di Gibilterra non ci fosse niente, poi nel 1492 Cristoforo Colombo domostrò al mondo dell’epoca che erano stati dei babbèi. Anche 400 anni fa si credeva ciecamente alla teoria che poneva la terra al centro dell’universo, finché non arrivò Galileo. Anche 300 anni fa si assumeva la fisica classica di Newton come inamovibile e grazie alla legge di gravitazione universale si ipotizzava di poter conoscere velocità e posizione di qualsiasi corpo nell’universo a condizione di aver chiare le condizioni iniziali, finché non si scoprì la meccanica quantistica che ci dice che non possiamo essere sicuri di niente ma che possiamo ragionare solo a livello statistico e di probabilità, teoria oggi ampiamente accettata e accertata ma che porta a cose apparentemente assurde come quella che un gatto dentro una scatola in cui una fiala di cianuro sta per rompersi, finché non lo osserviamo ha una probabilità, seppur infinitesimale, di essere contemporaneamente vivo e morto, e che fece venire i mal di testa e i mal di pancia a Einstein che alla fine sbottò “Dio non gioca a dadi!” (nel senso: non ci credo che le leggi sulla natura sono basate su un caso probabilistico). In somma: oggi si considera la teoria della relatività di Einstein e il fatto che niente possa andare più veloce della luce come indiscutibile. Già al CERN ultimamente hanno tentato di dimostrare il contrario e non ci sono riusciti, per ora Einstein ha ragione. Tra trecento anni ne riparleremo. Magari scopriremo che questi 300.000 Km al secondo invalicabili sono una legge che vale nel nostro Universo ma che se esistono infiniti Universi magari la valgono altre leggi (come la teoria di Newton è ancora valida per predirre le eclissi di Luna ma non è valida per spiegare perché se eccito con una radiazione continua una massa di atomi in risposta mi generano solo valori di energia “quantizzati”). In ogni caso il succo è che questa teoria che postula l’esistenza di Dio basandosi sul fatto che sia estremamente improbabile che tutto sia nato dal caso, e che ha una sua valenza scientifica per carità, ma che è stata pessimamente romanzata in questo minestrone letterario (mischiando tutto Taoismo, Buddismo , Induismo, Fisica e Matematica) resta una tra le tante possibilità.

Una possibilità! Si, perché quando parliamo di statistica allora tutto è relativamente probabile, anche che io possa viaggiare nel tempo su infiniti universi paralleli il cui passaggio da uno all’altro sia istantaneo e non vincolato dai famosi 300.000 Km al secondo di Einstein (facendo cadere tutto il cucuzzaro). Ci sono scienziati che ci studiano. E non parliamo dei tuttologi di TeleStudio ma di gente che magari lavora al MIT o a Stanford! Il romanzo tenta di fare appello ai sacri principi matematici per corroborare questa teoria chiamiamola “creazionista”: ipotizzare l’Universo come frutto del caso implicherebbe il concatenarsi di eventi con infinitesimali probabilità, dell’ordine ci una cosa come 1 diviso 10 elevato alla 150 potenza, un numero che viene pure scritto per sottolinearne l’impatto emotivo: 0,000000000000…….. (150 zeri)….00001; in somma chi scommette sulla teoria che l’Universo sia frutto del caso, ha la stessa probabilità di vincere al superenalotto contemporaneamente in tutti gli stati della Terra. Va bene, è infinitesimamente probabile, ma non è IMPOSSIBILE. Se esistono infiniti universi allora anche 10exp150 è un numero piccolissimo perché potrei scrivere 10exp150exp150ex15pexp150exp150 un numero che per scriverlo tutto non basterebbero tutti i fogli di carta del mondo ed ecco che il nostro 10exp150 diventerebbe una caccola! Se esiste l’infinito esisterà sempre un numero molto più grande di quelli che oggi possiamo calcolare e che ci farà esclamare come l’ingenuo crittografo “Corbezzoli!” (Fichtre! Nell’edizione francese che ho letto, e dopo la quarta volta che lo dice vi viene voglia di prenderlo a sberle).

Il fatto poi che si voglia far coincidere sacro e profano con questo fantomatico colpo di scena finale in cui si scopre addirittura che la Bibbia aveva ragione a dire che il mondo è stato creato in sei giorni in cui nel primo giorno “la luce fu” (con complicati calcoli matematici utilizzando la teoria della relatività che dice che il tempo non è costante e che se ci avviciniamo alla velocità della luce esso rallenta, quindi all’inizio di tutto un giorno, per delle cose che viaggiavano velocissime quasi alla velocità della luce appena dopo il big bang, equivaleva magari a milioni di anni) ci sembra un commovente per non dire patetico tentativo dello scienziato-credente di voler far quadrare il cerchio delle sacre scritture con la teoria scientifica moderna che poggia su concetti come “caso”, e “indeterminabilità” obbligandolo alla fine a svestirsi dei panni del fisico e del matematico per indossare la tonaca del prete che non può che piegarsi alla professione della sola cosa comune a tutte le religioni del mondo: credere per un atto di fede. E a quel punto non stiamo più nel contesto della scienza ma in qualche cosa più simile alla filosofia.

Un saggio filosofico sarebbe stato più appropriato ed apprezzato.

Tra parentesi lo psicanalista Carl Jung e il fisico Wolfgang Pauli ci avevano già provato in alcuni scritti in comune in cui cercavano di trovare parallelismi tra fisica quantistica , e concetti più decisamente legati alle scienze umane come psicologia, alchimia e inconscio collettivo, senza mai scadere nel banale errore di pretendere di dimostrare teorie religiose con formule matematiche o viceversa tramite la matematica voler dimostrare concetti trascendenti come l’esistenza di Dio in cui ci si può credere o no ma che dovrebbero restare nella sfera personale.

Un po’ di umiltà e il famoso “So di Non Sapere” Socratico ci aiuterebbero a vivere forse un po’ più serenamente ed evitare presuntuosità (e mostruosità letterarie).

Comments

  1. Elena says:

    Ao che dire era mejo 50 sfumature di grigio allora!!! Hahsshaha

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