August 23, 2017

Mr. Apple

Walter Isaacson, Steve Jobs, Nov-2011,Mondadori.  

 

Ottima biografia, questa di Isaacson, sobria, obiettiva, scorrevole, a tratti avvincente, nostalgica per coloro che hanno vissuto l’adolescenza negli anni ottanta, mitologica per chi ha avuto l’occasione di giocare con i primi videogiochi di quegli anni (chi si ricorda di Pong?), si perché il libro alla fine, pur se imperniato intorno a Jobs, è un amarcord centrato sulla Silicon Valley durante il boom economico degli anni settanta, ed ogni tanto tira fuori dal cilindro un nome di un prodotto che non si sentiva da anni ma che è stato per molti il giocattolo preferito della nostra infanzia (e per alcuni oserei dire dell’adolescenza fino alla maggior età!).

Il profilo che Isaacson traccia di Jobs ci sembra abbastanza obiettivo, sostenuto da citazioni di numerose fonti le più importanti riportate all’inizio del libro in una sorta di “lista dei personaggi” che ricorda un po’ un giallo di Agatha Christie.

In effetti in alcune parti la vita di Steve Jobs sembra un romanzo e non si capisce tanto chi sia il buono ed il cattivo, perché, chiariamolo subito, lo Steve Jobs dipinto da Isaacson non ha niente a che vedere con lo stereotipo dell’ eroe buono.
Facendo la tara delle seicento trenta e passa pagine ne esce il ritratto di un malato da sindrome bipolare, o affetto da carenza empàtica, un genio visionario, un mentitore spudorato che deformava la realtà a suo uso e consumo, un arrogante, un magnifico istrione, il pifferaio magico, un leader carismatico, un grande artista, un gran furbacchione, Mefistofele, machiavellico, manicheista (o è bianco o è nero), un perfezionista, un perfetto stronzo, un opportunista, un benefattore, una macchina per soldi (senza essere però attaccato ai soldi), terribilmente determinato, un capo, un manipolatore, un ribelle e al tempo stesso il grande Fratello, un rompipalle ficcanaso, un mèntore…

E potremmo andare avanti all’infinito. Scegliete voi i termini da tenere e quelli da scartare.

Questo di Isaacson  è un classico esempio del sogno americano, ma anche un affresco sul paradosso americano, sullo stereotipo dell’americano tipo che vede tutto o bianco o nero, là i cattivi e di là i buoni, e che forse grazie a questa semplicità di analisi riesce a buttarsi anima e corpo in progetti fantalunatici alla velocità della luce, di prendere le sberle cadere ma rialzarsi alla stessa identica velocità.
Si perché la vita di Steve Jobs non è solo successi e onori, il “nostro” ha preso anche delle severe sberle (per citarne due: la fallimentare esperienza della Next dopo che fu licenziato sul finire degli anni ottanta dal consiglio di amministrazione della Apple che non ne poteva più delle sue sparate e uscite di testa, e anche in un passato più recente quando era padre padrone della Apple e lanciò il miserrimo servizio MobileMe antesignano di iCloud, che fu presto abbandonato per le sue magre performances).
Ma proprio perché Jobs è lo stereotipo dell’ “eroe” americano (che non è necessariamente buono) ecco che si rialza e vince anche nella sconfitta (durante il periodo sfortunato della Next, quando i più sarebbero caduti nella depressione e si sarebbero contentati di godersi la già cospicua fortuna lui va a impelagarsi in un progetto folle e si compra un’azienda, la Pixar, che la Disney avrebbe prima trattato con altezzosa superiorità per poi essere costretta a comprarsela a un prezzo esagerato per salvare il suo deficitario settore dell’animazione, e, nel caso di MobileMe, dopo la pietosa figura del servizio di condivisione mobile invece di passare con modestia ad altri progetti si è intestardito e ha partorito iCloud che funziona decisamente meglio e che rischia di diventare un fenomeno planetario).
Ecco un attributo di Jobs che nessuno potrà mai smentire: assolutamente immodesto, o se vogliamo follemente arrogante. Quando fu costretto ad ammettere l’errore dell’antenna dell’iPhone 4 (dagli effetti collaterali relativamente modesti ad onor del vero) partì all’attacco contro la stupefatta delegazione stampa dicendo che tutti gli smartphones avevano dei problemi e che loro non erano perfetti. Mai una parola di scuse, mai un cedimento. E quando cambiava idea lo faceva in maniera incredibilmente rapida: dal “questa fa schifo” a  “questa è l’invenzione del secolo” nello spazio di una giornata o di una riunione. Altri sarebbero stati rinchiusi in un ospedale psichiatrico, o emarginati dal loro entourage professionale e familiare. Steve Jobs no. Quando è morto sembrava si trattasse del Papa o di un Re buono. Una contraddizione che si è protratta perfino durante i suoi funerali. Un’arroganza che si è trasmessa a tutta l’azienda e il modus operandi della Apple, i cui clienti da un lato sono considerati cuccioli da coccolare con il meglio che il mercato hardware e software possa offrire, ma dall’altro sono rigidamente bloccati in uno schema definito e gestito quasi a livello dittatoriale che non cambia neanche di fronte all’evidenza (ma che continua a vincere sul mercato). Se vogliamo è l’arroganza di chi è convinto di essere l’unico a poter offrire il meglio, o fai così o vai altrove tanto sappiamo che gli altri fanno schifo.

Se il libro non è  certo una sequela di onori e salamelecchi per Jobs, a cui Isaacson riserva a tratti una critica feroce (soprattutto riguardo al suo lato personale, estremamente rigido, fumantino, per dirla in una parola dello stesso Isaacson: stronzo), non si può dire che sia lo stesso della Apple che ne esce molto più che incensata, quasi eretta a “il” modello ideale della Società per Azioni della Silicon Valley, un gradino più in alto rispetto ad aziende del settore come la Intel, la Microsoft o per guardare in Europa alla ex Philips Electronics o in Giappone la Sony che vengono descritte come società mastodontiche e burocratiche, con divisioni interne spesso in competizione tra loro stesse (questa è una filosofia tipica di società giapponesi come la Sony che grazie a queste “gare” interne son o riuscite a produrre ottimi risultati nel settore audio e video, ma quando si è trattato di far funzionare l’azienda in modo sinergico – unire hardware software e contenuti multimediali per creare l’equivalente di un servizio iTunes-iPod hanno incredibilmente fallito proprio a causa di questi blocchi interni) o lente e farraginose (interessante il commento dato dal futuro direttore del Design Apple, Jonathan Ive sulla lentezza di Philips a pagina 418 “ero abituato alla Philips, dove decisioni del genere richiedevano più riunioni, con un sacco di presentazioni in Powerpoint e ricerche di approfondimento…”) mentre alla Apple anche una decisione fondamentale (come includere o no un lettore CD Rom nel Macintosh) poteva venir presa nel giro di mezz’ora garantendole una velocità decisionale fantastica e una capacità di guadagnarsi certe fette di mercato in un attimo.

La ragione di questa presunta “superiorità” è semplice : non è che la Apple sia la migliore azienda del mondo, semplicemente è un’azienda che è stata creata intorno ad un uomo con una filosofia volutamente arrogante, visionaria (e a tratti geniale) che non voleva solo porsi come uno standard di eccellenza tecnica ma anche come un riferimento di puro design e che ha creato prodotti di eccellenza (e che costano però il doppio dei loro fratelli tecnologici). Al suo interno Apple funziona come una dittatura (vedasi sempre in questo blog lo schema dell’organigramma di qualche mese fa quando Jobs era ancora al comando seppur in congedo malattia Apple_Org_Chart_April_2011, oggi per la cronaca il CEO e’ Timothy Cook ), al suo esterno è considerata l “High End” dell’elettronica di consumo, la “Tiffany” dell’elettronica, con cure nel dettaglio minuziosissime che rendono i loro prodotti più simili a degli oggetti di lusso che a dei gadgets elettronici (e che costano anche quasi due volte tanto rispetto a prodotti simili). La cura del dettaglio è eredità di Jobs che è stato sempre un fanatico in questo senso. Il libro cerca di spiegare in parte le origini di questa ricerca maniacale della perfezione artistica corroborandola con degli esempi al tempo tristi ed ilari (come quando Jobs – malato in ospedale in attesa dell’operazione per il trapianto del fegato – si rifiutò di indossare la mascherina dell’anestesia – reputandola “brutta” e mandando ai matti medici e infermieri sconsolati).

Il grande interrogativo è di capire se la Apple riuscirà a sopravvivere al suo fondatore (problema che Jobs si è posto a lungo durante la sua malattia) come la HP lo ha fatto per tanti anni (pur non avendo più lo smalto del passato) o anche la Microsoft.
Vedremo.
Certo è che per un decennio dal 1988 al 1998 durante l’assenza di Jobs l’azienda ha vissuto un periodo buio e difficile, con prodotti che nessuno si ricorda per quanto erano mediocri o al massimo nel range di qualità dell’epoca. Gli anni novanta sono gli anni dei PC assemblati su sistema Dos/Windows e piattaforma Intel. Non sono certo gli anni della Apple che quando gli è andata bene forse ha sfiorato il 5% della quota di mercato,
Appena tornato Jobs  (e appena si sbarazza dell’amministratore delegato dell’epoca, Gil Amelio) ecco che ti sforna l’iMac con lo schermo di plastica verde acqua trasparente che almeno uno di voi avrà visto una volta nella vita. Quando aveva comprato la PIxar se ne uscirono il primo anno con “Toy Story“, un successo planetario. Se non ci fosse stata la fallimentare esperienza con la Next ci verrebbe da pensare al Re Mida dell’elettronica: quando c’era lui  dalle fabbriche delle sue aziende (o dai cervelli dei suoi creativi) uscivano successi epocali. Ed è evidente anche che lui tecnicamente ha contribuito ben poco in prima persona a questo successo poiché di tecnica spinta non ne capiva un granché (Gates lo definiva quasi un ignorante dal punto di vista tecnico, Jobs non è un ingegnere, non si è mai laureato, chi aveva assemblato e progettato il primo Apple e poi il successone degli anni ottanta, l’Apple 2, era stato Steve Wozniack, brillante quanto modesto ingegnere della HP laureatosi a Berkley e di dieci anni più anziano di Jobs) ciononpertanto quando era lui alle redini sembrava quasi che la gente attorno riuscisse a tirare fuori il 150% e chi non ci riusciva a farlo era considerato incapace e veniva cacciato senza pietà non prima di una pubblica umiliazione in cui Jobs esplodeva in vere escandescenze isteriche.

Vedremo cosa succederà da oggi in poi. La Apple resterà un’azienda incredibilmente arrogante strenuo difensore di un sistema rigidamente chiuso e controllato ma “quasi” perfettamente funzionante (per la serie: fai quello che ti dico io, e divertiti ma se ci vuoi mettere le mani puoi pure impazzire perché te lo impedirò in tutti i modi), molto più cara delle sue concorrenti ma incredibilmente efficace e con il margine di profitto più elevato che si possa pensare in questo settore, o cominceranno a prevalere i corporativismi, le fazioni interne, il manager tizio e il caio di turno che vorranno dire la loro? Chi ci sarà allora ad urlare contro il capo degli ingegneri quando sbraiterà che quel design di quel prodotto è un controsenso tecnico (la storia dell’antenna dell’iPhone 4 che non funzionava per i mancini era nata così, con una diatriba tra il capo del “design” e il capo dello sviluppo hardware – che giustamente diceva che fare un bordo di metallo non era il massimo, lo aveva scoperto Faraday cento anni prima, ma Jobs, padre padrone, aveva tranciato seccamente il dibattito a favore del primo: bianco o nero).
Finora il decisionismo di Jobs ha permesso a questa società di restare “pazza” ossia di NON fare quello che il buon senso del business vorrebbe in questo settore (competere sul prezzo, fare prodotti aperti a tutti, conquistare la maggior parte di quota di mercato) e nonostante tutto restare leader. La filosofia di Apple nasce come una “elite” chiusa  che disprezza e schifa gli altri utenti (rilevatrice la dichiarazione di Jobs quando decise di non rendere aperto iTtunes per gli utenti del sistema Android “Io non voglio che gli utenti Android siano contenti”), ma che incredibilmente diventa anche un fenomeno di “massa” basti pensare a quanti oggi, in periodo di crisi dove si urla ai quattro venti che non si arriva alla fine del mese, sono disposti a spendere una bella somma per comprarsi un iPhone; per questo definiamo “pazza” la Apple, perché sta creando una “élite” di “massa” che è un ossimoro, un controsenso logico.

Quanto questa “follia” è frutto dell’ipnotismo di Jobs e quanto invece è derivante da una filosofia aziendale specifica che può sopravvivere nel tempo?
Chi vivrà vedrà.

Comments

  1. Riccardo says:

    Un ottima sintesi del libro e commenti che condivido.
    In particolare il fatto che gli anni novanta sono stati dominati con estremo successo dal binomio Windows/Intel – dove la Apple ormai era praticamente (giustamente) morta a causa dei mediocri prodotti.
    La figura pubblica e privata di un personaggio di successo non coincidono mai – e forse e’ proprio questa dissonanza e renderla interessante.

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