June 26, 2017

Addio al professore della memoria

Negli ultimi tempi complice l’impossibilità di collegarmi, per motivi che qui sorvoleremo, ai canali nazional popolari o a quelli a pagamento commercial demenziali,  mi sono dedicato al piacere di rivedere dei film che sono stati trasmessi per fin troppo breve tempo dai canali televisivi tradizionali e che ho gelosamente conservato.

Se dovessi fare una classifica degli ultimi tre,  in ordine di preferenza rigorosamente e del tutto casuale, metterei: Django Unchained, La Caduta, e Le Vite Degli Altri (la maiuscola non è un omaggio alla lingua di Kant ma piuttosto alle opere in se stesse).

Citerei anche il Nome della Rosa se non fosse che la versione cinematografica fa gridar vendetta per alcune vere e proprie bestemmie interpretative del regista (come la morte di Bernardo Guy, inesistente nel libro e che è tipica di un certo genere cinematografico importato da oltreoceano che necessita di “happy end” o almeno di una certa speranza che uccide a volte l’originale idea dell’autore o del regista stesso- si guardi ad esempio la versione di Blade Runner “director’s cut”).

Nonostante i tre film siano diversi tra di loro,  anche se si potrebbe identificare una purt roppo facile linearità temporale tra il film sugli ultimi giorni del macellaio di Berlino (inteso sia come attributo personale che come nome proprio visto quello che era  diventata la città-mattatoio nell’Aprile del 1945) e quello della stessa Berlino anni dopo inquadrata sotto la sottile fitta nebbia della normalizzazione orwelliana da grande fratello, il nesso con Django si fa difficoltà a trovarlo. Infatti non c’è, se non fosse per la superba interpretazione di un attore di origine germanica, come Christoph Waltz, così come superba è l’interpretazione degli altri due teutonici Bruno Ganz e  Ulrich Mühe.

Il fattore che hanno in comune  è quello della “memoria”, la memoria storica che ormai nessuno sembra più voler curare. La memoria della segregazione razziale e da dove viene, la memoria delle guerre e del totalitarismo dei primi del 900, la memoria della Stasi e del mito del controllo assoluto.

Eppure se ne parla sempre meno tanto che ci hanno dovuto fare una giornata apposta. Guardi i palinsesti televisivi che sono desolatamente uniformati, senti i discorsi del bar, del ristorante o davanti la macchina del caffè e sembra che ci si vergogni a parlare di cose che sono considerate troppo serie. E invece ve n’è  tanto il bisogno, basta vedere come cambiano i discorsi al suddetto bar, o alla mensa se invece di parlare di San Remo o del goal di Totti si azzarda un incipit del genere di quello che ho improvvidamente lanciato oggi, davanti ad alcuni miei nuovi commensali che alla mia malinconia sicuramente originata dalla scomparsa dello scrittore che più di tutti ha fatto della salvaguardia della memoria un tema costante delle sue opere, si sono stupiti quando, citandolo, ho detto che reputavo inconcepibile l’appiattimento del passato che fa ignorare alle nuove generazioni il fatto che per esempio Hitler e Mussolini non si siano incontrati per la prima volta nel 1945, quando erano alla fine dei loro giorni, ma molto prima. Eppure in uno di quei bei quiz normalizzati televisivi la maggioranza dei giovani presenti lo ignorava del tutto.  Oppure di alcuni discorsi antiparlamentari che si sentono fare spesso oggi da quelli che reputano parlamento e politici ormai cotti , morti, poiché tutti corrotti e che “si stava meglio quando si stava peggio” e vorrebbero rimpiazzare tutto con una rivoluzione che vorrebbero fosse democratica del popolo ma che in realtà è dominata dai pochi “guru” di internet o dei pifferai magici che cavalcano le paure del diverso. Interessante rileggere alcuni passi di un primissimo libro di De Felice sul duce (qui la minuscola è volontaria, me ne scuso con i puristi) e rendersi conto che erano gli stessi discorsi che pontificava un allora giovanissimo Benito Mussolini capo popolo, pensate un po’, delle frange dei socialisti rivoluzionari di allora (ancora più a sinistra dei riformisti di Turati) che tuonava contro il governo corrotto di Giolitti, che corrotto lo era veramente soprattutto quando si trattava di risolvere i problemi del sud gestito in maniera clientelare (fin d’allora!). E guarda un po’ la pausa caffè si anima, il pranzo passa via più velocemente, e scopriamo che c’è chi ha letto il libro di storia contemporanea del Villari, chi ha da dire la sua su “Canale Mussolini” e francamente la discussione diventa intellettualmente stimolante, lo stomaco ringrazia per il rinnovato afflusso sanguigno che stimola la digestione con buona pace dei problemi del povero Totti che si strugge l’anima perché non ha più l’età per giocare nella sua “Maggica” (ma ecco un buon motivo per ricominciare, o forse in questo caso dovremmo dire iniziare, a leggere!).

Ed allora ecco che la memoria si dimostra importante, forse un bisogno che per fortuna abbiamo noi esseri umani, consapevoli della nostra morte a differenza degli altri animali del creato. Quella memoria che un tempo si voleva cancellare per evitare lo sviluppo del libero pensiero, come facevano i fanatici dell’abazia del Nome della Rosa preferendo mangiare pagine avvelenate di un libro pur di non vederlo pubblico, o come tentavano i normalizzatori della Stasi o nel premonitore 1984 di Orwell con un sistematico lavaggio del cervello delle masse.

E come forse oggi si rischia di cancellare con un meccanismo piuttosto sottile che i militari esperti di guerre elettroniche conoscono bene, che si chiama “jamming” che viene dall’inglese “jam”: rumore. Quello che rischia di diventare il nostro modo di vivere sommerso dalla montagna di informazioni che riceviamo quotidianamente dalla televisione, da internet, dalle mille attività che facciamo in parallelo, in “multi tasking”, che fatalmente, è dimostrato, riducono la nostra capacità a ricordare, e a tenere viva la nostra memoria.

Ecco perché personaggi come Umberto Eco erano così importanti. Perché portabandiera della memoria.

Mi piacerebbe camminare in una biblioteca grande come quella in cui lo vediamo camminare nel finale di questo video, simbolo magnificente e possente della guida, e della speranza, che possiamo trarre dalla nostra memoria e da quella dei libri che abbiamo letto… e scritto.

https://www.youtube.com/watch?v=Hq66X9f-zgc&feature=youtu.be

Ciao prof!

Crowdfunding e idee contro la crisi

Interessante servizio di Report sul fenomeno delle nuove startup attraverso meccanismi di finanziamento dal basso chiamati Crowdfunding. Invece di tante parole credo sia più efficace guardarsi la trasmissione http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-a31abb5d-9a75-4947-8628-445afaa5ea0d.htm. In italia esistono siti di finanziamento dal basso (il cosiddetto corwdfunding) come per esempio questo https://www.produzionidalbasso.com/media/docs/pdb_comefunziona.pdf . Anche qui se  non volete leggervi il papiro basta che vi guardate il video all’interno del documento.

La problematica di una startup oltre all’incognita di avere la buona idea  è l’assunzione del rischio per lanciarsi in qualche impresa che a molti può sembrare pazza  (che non è proprio nella nostra cultura europea) e il budget iniziale di finanziamento, che è difficile da trovare nelle condizioni economiche attuali. Negli Stati Uniti questo problema non c’è mai veramente stato in quanto i mecenati disposti a rischiare non mancano. Il sistema di finanziamento dal basso con rischio praticamente nullo permette quindi anche da noi a chi ha un’idea di metterla in mostra in questi siti che sono una specie di “vetrine specializzate” e chiedere finanziamenti in cambio di quote partecipative o altre forme di contraccambio.

Un modo strategico di affrontare la crisi  ma soprattutto una via originale e eccitante per creare anche qui da noi il sogno americano e  non continuare a piangersi addosso.

Pensare il proprio pensiero strategico e saper gestire le emergenze

Molto attuale questa intervista del 2009 del professor Piero Marietti, che prendeva spunto dall’ennesimo incidente mortale incorso ad alcuni operai.

Molto ricorrente, purtroppo, il tema sull’imperizia dovuta al pressappochismo figlio dell’assenza di cultura generale, ma forse più banalmente alla mancanza di semplice buon senso, incapacità di trovare il tempo per “pensare il proprio pensiero”, svogliatezza, ignoranza chiamatela come volete.

L’imperizia di cui si parla in questo video non è solo quella della gestione dell’emergenza è anche quella della pianificazione strategica. Se la pianificazione è fatta senza trovare il tempo di “pensare a quello che stiamo facendo”, ma gestendo le cose come arrivano “day by day” alla fine è evidente la destinazione al fallimento. In questo caso il vecchio detto “carpe diem” non funziona. Vivere alla giornata può andar bene per una bella vacanza con Avventure del Mondo ma applicata in ambito professionale e civile crea disastri.

Un paio di esempi per rendere meglio l’idea.

Nel settore aziendale Privato, schiavo-padrone del mercato globale, spesso l’esigenza è rispondere rapidamente ed efficacemente alle richieste che sono sempre più rapide e folli. Immaginate cosa voglia dire sfornare un telefono cellulare ogni anno. Non si può solo pensare a “che telefono sviluppare nel 2015” ma anche e soprattutto “cosa vuole fare l’Azienda nei prossimi 5-10 anni”. E qui al bravo dirigente serve tutto: conoscenza tecnica dei prodotti, conoscenza umanistica e sociologica per la gestione del personale (se non crei una squadra vincente sei un fesso!), conoscenze di marketing ed economiche, ma anche Storia (maestra di vita! Della serie: non rifacciamo gli errori che altri hanno fatto nel passato).
E, infine, una volta decisa, dopo somma fatica, questa strategia bisogna avere la coerenza (e la DECENZA) di tenere la barra dritta per il tempo necessario. Il cambiamento è fisiologico, ma come tutte le cose quando è esagerato si trasforma in patologia.

Nel settore Pubblico non ci saranno le stesse pressioni del “time to market” ma ci sono delle responsabilità forse anche più importanti. Finché manca la carta igienica nelle scuole si storce il naso ma pazienza (anche se è, consentitemelo, vergognoso) ma se poi uno casca in un pozzo artesiano o in una voragine sulla Colombo o muore travolto da un mare di fango in un sobborgo urbano costruito abusivamente che si sbraca alla prima pioggia autunnale partono denunce e querele.
Il peccato mortale della dirigenza politica del nostro come di altri paesi messa tanto in croce negli ultimi anni per una condotta moralmente e penalmente disdicevole non è solo la corruzione e la concussione ma anche, e forse soprattutto, l’ignoranza nel senso di ignorare la cultura necessaria alla direzione di quel compito per cui queste persone sono state nominate e per cui non dovrebbero avere quella responsabilità. Temo che gli ignoranti siano molto più numerosi dei disonesti e possono fare tanto se non più male (il cocktail micidiale è avere entrambi: un ignorante E disonesto). Battaglie contro nepotismo e raccomandazioni andrebbero condotte in maniera molto meno emotiva e più ragionata. In molti altri paesi del mondo USA in testa la raccomandazione non è una parolaccia, ma è pratica consolidata per la ricerca dei talenti. Io non vedo niente di male a raccomandare una persona se la si reputa veramente brava- basandosi su criteri obiettivi : su esperienze lavorative, diplomi ottenuti in scuole di comprovato valore- e a condizione che il sistema lavorativo sia creato in modo che questa persona sia continuata ad essere valutata nel tempo anche dopo l’assunzione. Per il suo bene e per il bene degli altri. Basterebbe legare il 50% dello stipendio a dei vincoli di performances chiaramente misurabili e quantificabili stabiliti da una serie di norme eque in accordo con la legislazione sul lavoro (qui si aprirebbe un dibattito sui K.P.I equi ma non finti) ed in linea con parametri internazionali e di libera concorrenza (l’assessore ai lavori pubblici del comune di Udine deve avere gli stessi criteri di valutazione di quello di Catania ma mi verrebbe voglia di dire anche di quello di Parigi) e direttamente proporzionale al grado di responsabilità. Nel privato non esistono veri e propri concorsi alla fine sono tutti dei raccomandati e nessuno si scandalizza.

E visto che lo abbiamo accennato. Questi problemi di dirigenti ignoranti (o caproni) non esistono solo nel settore pubblico ma anche nel settore privato. Potrei enumerare una serie di esempi di campioni di ignoranza di floride e avviate aziende private che sono state affondate da dirigenti incapaci che potremmo definire “i re Mida al Contrario”, magari salutati al loro arrivo da trombe e fanfare per finire dopo pochi anni essi stessi trombati a seguito di una disastrosa pianificazione aziendale e un’incapacità di gestire l’emergenza della crisi.

Un bravo equipaggio di una qualsiasi buona compagnia aerea vola tranquillo perché è addestrato all’emergenza. Studia in continuazione situazioni di emergenza.
Un’azienda che risparmia sull’addestramento della gestione del rischio e del problem-solving non è una buona azienda e si assume responsabilità molto gravi.

In realtà una buona gestione strategica dovrebbe evitare l’emergenza. Se in ambito professionale si lavora in emergenza continua, a meno di non lavorare in un pronto soccorso dove l’emergenza “è” fisiologica (ma anche i professionisti dell’emergenza possono lavorare cum grano salis o improvvisando!) vuol dire che si sta lavorando male o che non si è definita una politica strategica chiara.
E quando poi ci si trova ad affrontare un’emergenza VERA (naufragio della nave che cozza sullo scoglio dell’Isola del Giglio, il bambino che casca nel pozzo artesiano, il telefonino che esplode e che uccide un utente facendo crollare le azioni della casa produttrice, o semplicemente il cinese che ti copia il prodotto, te non l’hai previsto non sai cosa fare e ti crolla il fatturato del 50%) allora la mancanza di saper pensare, l’assenza di cultura generale di chi è preposto a dirigere e decidere scatena un vero e proprio armageddon.
In somma, l’emergenza è la punta dell’iceberg o la cartina tornasole per capire quanto si stia lavorando in maniera efficace, efficiente e strategicamente producente.

L’essenziale è prevedere il problema ed insegnare a gestirlo e risolverlo. E questo si fa con l’educazione e la cultura che NON è mai solo specialistica ma ANCHE generale, l’insegnamento della Storia, del pensiero filosofico, sociologico, psicologico, della comunicazione strategica e del problem-solving tutta roba che richiede tempo per essere assimilata e non è un’accozzaglia di nozioni che si possono leggere su Wikipedia, o riassumere in qualche annetto di laurea specialistica che poi pomposamente chiamiamo “ingegneria gestionale” che mi fa piuttosto pensare a quel cartone animato gesticolante (il Diavolo della Tanzania) piuttosto che a un saggio pianificatore.
Solo un sistema scolastico serio e con capisaldi culturali inamovibili (non le cazzate delle “tre i”!) è il presupposto essenziale a questa forma mentis abituata al pensiero critico e destinata al successo.
E, in ambito professionale, solo con la formazione continua che non è solo specialistica ma anche e soprattutto legata allo sviluppo umano della persona (coaching, problem-solving strategico) si può addestrare personale di valore capace di attraversare indenne le tempeste della crisi del mercato globale (e con la capacità di riadattarsi ai cambiamenti che questa crisi produce).

Che sia di una grande Azienda, un intero Paese, il Parlamento, un Consiglio Comunale fino al nostro proprio nucleo familiare il successo è frutto di formazione continua, di pianificazione e di studio. Studio del pensiero stesso! Il successo rapido a meno di non essere dei geni è da guardare con diffidenza Quasi sempre si passa per tanta fatica.
Troppa fatica? Mi dispiace ma la cultura facile Prêt-à-Porter non esiste. Questa necessità di istruirsi al pensiero è tanto più essenziale in paesi come il nostro, in recessione ma soprattutto infettato dal disincanto e dalla sfiducia collettiva e senza più gli angeli custodi dei petrodollari del piano Marshall. Senza più la possibilità di sprecare soldi per incompetenza, semplicemente perché i soldi sono finiti e nessuno è disposto più a prestarceli a buon mercato.
Oggi più che mai ce la dobbiamo fare da soli e mai come prima è fondamentale ricercare inventiva, bravura individuale, saggezza, buon senso e una grandissima forza di volontà. Volontà di fare le cose PER BENE. In tutti i settori. Tutti. Non solo quello politico amministrativo su cui è facile sparare perché clamorosamente squalificato da conclamati e comprovati disastri colposi e dolosi (e speriamo di non votarlo più, anche se ci offre il posto fisso per nostro figlio). Di questi tempi bisogna essere esigenti anche verso noi stessi e trasmettere questo genere di cultura dell’eccellenza di fare le cose fatte per bene senza la ricerca di facili scorciatoie.
In somma siamo noi i primi manager della nostra vita. Sto parlando di sacrosanti valori culturali e morali che mi vergogno anche di scrivere per quanto sono banali. Tutto questo genera il successo a lungo termine. Ovviamente presupposto inamovibile è la voglia di migliorarsi e di migliorare, di lavorare ed anche una certa presunzione di arrivare ad essere i migliori. Con l’aiuto del pensiero e della ragione.

“Si… Può… Fare!” : L’arte (e il piacere) della soluzione strategica

Per caso sono capitato su questo post che cito volentieri http://www.efficacemente.com/2014/10/talenti/

Consiglio di fare l’esercizio indicato nel link su una difficoltà banale, ma fastidiosa (e ripetitiva, un po’ come il sassolino nella scarpa) magari legata al vostro lavoro e non utilizzare – almeno all’inizio -  questa “ricetta” come la cura a qualche patologia clinica o male di vivere esistenziale.

Io per esempio l’ho provato sull’ansia di dover fare le cose bene e in fretta (che è un po’ un ossimoro) che è tipica di certi ambienti lavorativi moderni, con clienti o datori di lavoro che pretendono il “tutto, subito e fatto al meglio”. L’ansia di dover soddisfare queste richieste, e il nobile obiettivo di garantire l’eccellenza del servizio va spesso a discapito del nostro sistema nervoso.

Ma la cosa potrebbe essere applicata ad altri settori, dall’insegnante troppo intimorito dalla classe, all’impiegato che si sente poco apprezzato, al marito (o alla moglie) che si sente svilito dalla controparte magari perché non compreso, a chi non trova lavoro e sbatte le corna continuamente su muri di gomma (perché magari spara curricula a ripetizione e sta cedendo all’ansia -legittima, ma terribilmente inefficace se non supportata da un piano strategico- di doversi trovare il lavoro ad ogni costo alla “ndo cojo cojo”) fino a a coloro che si sentono vittime e via discorrendo…. Tante piccole cose che spesso ci fanno sospirare, ci fanno fossilizzare sul “problema” e non sulla “soluzione” e infine capitolare con  la terribile frase “No, è inutile… Non ce la faccio … Non si può fare”

E invece si può sempre trovare il modo per urlare il liberatorio “Si… Può… Fare!”















P.S) tengo a precisare che non ho nessun tipo di legame, o collaborazione diretta o indiretta con il sito su menzionato, di cui però ho apprezzato il contenuto del post specifico che ho deciso di menzionare su matteosan.com.

Il potere strategico del “gioco di squadra”


Dedicato a tutti coloro che pensano che l’Italia sia un paese senza speranza.

All’ètà di 42 anni, dopo tredici anni di vita e di lavoro all’estero ho cercato e ostinatamente trovato una opportunità di lavoro nella mia città, Roma, e ci sono tornato. Per di più nel mio settore.
Le opportunità nella vita sono come i treni, bisogna andare a cercarle dove stanno, i treni passano alla stazione per esempio e non sotto casa tua.
Auguro a tutti di fare una lunga di esperienza di vita e di lavoro all’estero, ma soprattutto auguro a coloro che son partiti di tornare a lavorare nel proprio paese perché penso che si possa sviluppare un’opinione più obiettiva, un punto di vista diverso che permette di vivere meglio.

La maggior parte delle persone che conosco nella mia città natale, Roma, soprattutto di coloro che non sono mai andati a lavorare fuori (lo stesso lo posso dire per molte altre città del centro sud per conoscenze varie) le ho ritrovate più o meno come le lasciai 13 anni fa. E non parlo di dati anagrafici, o civili matrimoniali o catastali, quelli sono cambiati, ma parlo dello stato d’animo. Anzi, posso dire senza ombra di dubbio che li ho ritrovati pure peggio. Più depressi, disincantati e spesso incarogniti (eccezion fatta per i pochi che sono stati fuori e che sono tornati).

Posso fare diversi esempi, non posso generalizzare ovviamente visto che non sono un dipendente dell’Istat mi baso solo su ciò che vedo. E quello che vedo in Italia è un profondo sconforto, un disincanto che fa dire ai molti “masochista è chi resta, beato è chi parte” da un Paese che, dalla maggioranza viene definito allo “sbando” gestito nel migliore dei casi da incompetenti quando non da ladri e farabutti, in cui la diffidenza la fa da padrona (gli italiani sembra che odino prima di tutto gli italiani stessi).
I motivi sono tanti e sicuramente più che giustificabili legati a scandali a ripetizione, truffe conclamate, inettitudine burocratica e amministrativa. Sia. Ma quella che propongo in questa sede non è un’ ennesimo j’accuse e nemmeno una retorica soluzione politica, che pure vedo in essere in questo momento, ma una soluzione strategica.

Spesso sento discorsi che si fanno in fila alla Posta, o nei forum, su internet e nei gruppi di discussione. Si commentano le brutte notizie dei giornali urlate quando sono di cronaca nera. Mi domando come mai si dia per scontata e si accetti acriticamente una notizia di un giornale strillata in prima pagina, sull’onorevole X arrestato e la si generalizzi in una improbabile quanto erronea (dal punto di vista statistico) proprietà transitiva (governatore X arrestato = Ladro ⇒ quindi tutti gli italiani sono ladri), e non si dia altrettanto risalto ad altre notizie che potrebbero essere considerate positive (stanziamenti pubblici per ospedali e scuole per dirne una di attualità pubblica).
Sento fare da molti gli stessi discorsi di tredici anni fa, sullo scandalo del canone RAI, sulle assurdità delle imposte, sulle fantozziane pubbliche amministrazioni, le buche, l ICI, l AMA, l ANAS. Non credo di aver sentito nessuno dire pubblicamente che in Italia ci viva bene, sembra quasi sia una cosa di cui vergognarsi ammettere che ci sono delle cose belle nel Paese in cui stiamo. Al massimo si apprezza il cibo, il clima (che non è mica poco) e la squadra di calcio quando vince (aihmé in questo periodo sempre più raramente) e ovviamente salviamo dalla melma i nostri cari, la nostra famiglia (ad esclusione dei suoceri beninteso), degli amici e di coloro che amiamo che formano però una sorta di “ghetto” in cui ci si rinchiude perché gli “altri” sono considerati spesso disonesti, i “furbetti”, gli italiani di cui ci vergogniamo di farne parte, orgogliosi del proprio paese solo quando si tratta di mettere il tricolore fuori la finestra.
Domandatevi quanti veri amici vi siete fatti negli ultimi dodici anni. Parlo di veri amici, persone nuove con cui magari condividete una vacanza o un pianto. Non sono forse i vostri amici sempre quelli di dodici o vent’anni fa? Quelli dell’Università al massimo o forse del Liceo? Forse perché quando si è più giovani si è un po’ più disposti a sognare, si è meno diffidenti, più aperti alle nuove amicizie e alle nuove esperienze?

Tornando ai furbetti e alla malasorte che ci tocca di vivere in questo paese che consideriamo “allo sbando” alla macchina del caffè, sui social network, sui gruppi di discussione almeno una volta a settimana parte la filippica del disperato di turno, tipicamente il Lunedì mattina, con una sviolinata di bestemmie sulle buche sull’ardeatina, sulla “bomba d’acqua che ha invaso Roma”, sul lavoro in nero, la pubblica amministrazione che funziona male, i clienti o i fornitori che non pagano, sugli zingari, le truffe e via discorrendo. Tutto sempre al negativo. Fateci caso: un temporale estivo diventa una “bomba d’acqua” ma pure se fa bel tempo non si scrive sul giornale “arriva un bell’anticiclone preparatevi che ci godremo il mare”. Manco per niente! Meglio un bell’occhiello gigante “ARRIVA CARONTE, ALLARME IN CITTA’, PROTEZIONE CIVILE ALLARMATA”. Ma è possibile che viviamo sempre sull’orlo della catastrofe? Possibile che tutto in politica, società sia marcio e da buttare? Possibile che il paese sia veramente allo sbando? Possibile che ci sia del “CLAMOROSO” in tutte le cose che ci circondano? Forse che stiamo veramente guardando il mondo dal binocolo della parte sbagliata? Forse non è che abbiamo perso veramente il senso della prospettiva, dell’obiettività di giudizio? Siamo una piccola formichina bloccata su un granello di sabbia, con un prato a due centimetri e continuiamo a sbattere sul granello di sabbia pensando di vivere in un deserto?

Una volta a Parigi feci un corso di Programmazione Neurolinguistica. Era organizzato dalla mia ex azienda per migliorare la produttività dei quadri medi di imprese del settore della new economy, spesso team manager che si trovano ad affrontare nel loro piccolo dei gruppi di persone sotto forte stress. E’ dimostrato che anche solo dire la parola “problema” (”hey capo! Ho un problema!”) pone il nostro cervello in posizione difensiva, che si diminuisce la capacità razionale. Si dovrebbe vedere un problema come un’opportunità di trovare una soluzione. Ieri sera mi si è scassato il televisore. Una tecnica di PNL si chiama di rifocalizzazione (o cambio di prospettiva come quando fai una foto e ti sposti per vedere l inquadratura da un altro punto di vista). Una prospettiva è la bestemmia : se lanci improperi contro la malasorte o vere o presunte divinità magari continuando a spingere il tasto del televisore per riaccenderlo non risolverai il problema. Avrai solo generato più stress che si autogenera rendendoti ancora più nervoso. Una secondo prospettiva è pensare che forse una serata o anche una settimana senza televisore non è poi così male. E ancora che forse puoi divertirti come a un quiz di enigmistica, vai su internet “googli” e scopri che altri hanno avuto il tuo stesso problema. Se il televisore non è in garanzia magari ci metti le mani e scopri che non è poi così difficile risolvere il problema. E via discorrendo.

Un’altra cosa che insegnano nei corsi di PNL o in qualsiasi tecnica di problem solving strategico è la riformulazione del problema da un altro punto di vista. E in questo senso penso che vivere all’estero (ma poi rientrare) sia importante. Perché ti permette di vedere le cose “da un altro punto di vista” e di fare comparazioni un pelo più obiettive. In Francia dove ho vissuto per ben 13 anni, sicuramente le strade non hanno buche, sicuramente i trasporti pubblici funzionano meglio, sicuramente c’è meno lavoro in nero, ma è anche vero che se c’è uno sciopero del settore pubblico può durare un mese (sic!), che sulla metropolitana puoi cascare per terra e a Parigi (soprattutto nell’ora di punta) la gente ti monta sopra senza degnarti di un saluto, che per vedere il sole devi magare aspettare una settimana. Quello che intendo dire è che non esiste il mondo di Pandora: magari esistono Paesi con dei problemi, alcuni gravissimi ma non insolubili. Che i casi limite ci sono ma secondo me per nostra fortuna noi ne siamo esenti e ad oggi dovremmo essere felici di ciò: c’è molta gente disperata in questo momento che rischia la vita per scappare da paesi sotto le bombe o da fame vera, che muore su barconi scassati che attraversano il canale di Sicilia. Ci sono casi, estremi, dove le soluzioni si riducono all’osso e quella che garantisce la sopravvivenza immediata (ma fino a un certo punto) è una fuga precipitosa. Fino a prova contraria io di Italiani che scappano sui gommoni non ne vedo e non ne leggo sui libri di storia dai tempi delle emigrazioni a Ellis Island . Ho invece sentito di Italiani che per passare il concorso di Neurochirurgia se ne vanno in Romania, o di avvocati che per passare il concorso di procuratore se ne vanno in Spagna, o di gente scartata al test di ammissione cerca di rientrare facendosi un biennio in Albania, o di chi tenta il “CEPU” per bypassare il corso di ingresso in medicina. E non credo che lo facciano per disperazione ma perché è più “facile”. Scelta strategica? Mah… non so. Forse però più strategico di chi invece si lamenta, piange sulla malasorte che lo costringe a vivere in una città che lui stesso definisce uno “schifo” in un paese che tutti definiscono allo “sbando”, dove ormai non c’è più speranza, perché non cambia niente e quindi non cambia la sua vita.

Spesso mi son sentito dire che incito all’emigrazione, ma che c’è gente con moglie e figli che non può emigrare (andatelo a dire a quei poveracci che rischiano la vita con i figli attraversando il canale di Sicilia). In ogni caso io non credo che l’unica soluzione ai mali del nostro paese sia “emigrazione” o “rivoluzione”. Semplicemente perché come dimostrerò dopo non esiste l’UNICA soluzione. Innanzitutto la prima cosa da fare è di stimare “obiettivamente” quali sono i veri mali del nostro Paese, di capire cosa è fisiologico in una democrazia, come per esempio una certa spesa sociale di cui sono un accanito difensore, di capire per cosa veramente valga la pena di urlare scendere in piazza e di fare, si, se necessario la rivoluzione, da quelle che sono “battaglie di retroguardia”. Buttare tutto nel calderone è inutile. Onestamente credo di conoscere abbastanza bene l’Italia. Ci ho vissuto fino a 28 anni, e poi l’ho seguita grazie ai mezzi di comunicazione e di trasporto che nel ventunesimo secolo ti permettono di guardare un telegiornale regionale di Napoli da Parigi e di tornare a Roma ad ogni week end pagando il prezzo di un interregionale Milano-Firenze. E da fuori ho visto anche i pregi e i difetti di paesi che molti portano sempre nei soliti discorsi qualunquisti ad esempio europeo: Francia, o Germania.
La verità (la mia verità ovviamente) è che, dopotutto, penso che ogni paese della vecchia Europa occidentale abbia pregi e difetti, e soprattutto le stesse potenzialità. E’ come un campionato di Serie A, le prime 18 squadre si assomigliano tutte, hanno dei brocchi e dei campioni ma quello che conta alla fine è lo spirito di squadra. Puoi essere il Brasile mundiao ma se ogni giocatore va per se ed è diffidente dei suoi compagni il Brasile mundiao diventa il Brasile pecorau: una squadra appunto di pecore, senza il cane pastore, allora si allo sbando, perdente, cotta , depressa (avete notato che alla fine il Brasile aveva bisogno dello psicologo durante questi mondiali? ) e prende sette goal da una squadra degna di questo nome (posso fare lo stesso discorso della Spagna del 2010, una perfetta macchina da guerra fatta da 11 persone perfettamente sincronizzate).
Sono fermamente convinto che la maggioranza dei problemi del nostro paese dipendano dal fatto che gli italiani tra di loro non vogliono fare un gioco di squadra, perché non si fidano non dei rumeni o dei rom, ma soprattutto di loro stessi come italiani, ormai non c’è neanche lo spirito per una sana rivoluzione ma per un disincanto disfattismo individualista che genera quella rabbia del lunedì mattina, che svanisce al martedì sera. E sottolineo: individulista (ognuno per se, dove per ognuno possiamo estenderlo : io e la mia famiglia e che il resto crepi). Che è il peggio che possa capitare in democrazia. Se vi studiate la storia è un terribile presagio di anarchia e di derive autoritarie.
I vecchi saggi di cui oggi purtroppo nessuno sente il bisogno narrano di come nel primo dopoguerra i vicini di casa si aiutavano l’un l’altro. Di come la signora Rosa del piano di sopra aiutava la signora Elvira al primo piano se le mancava la pasta o il detersivo perché sapeva di poter contare su un sistema di solidarietà condiviso. Tutti avevano bisogno di tutti. Oggi nessuno ha bisogno di nessuno, grazie anche alle nuove tecnologie manco usciamo di casa per fare amicizia basta un click. Tutto è legato. E non è solo a Roma, io ho vissuto a Parigi per anni dove impazzano i siti per i single e non solo quelli per incontri amorosi ma anche quelli semplicemente per fare amicizia. Una società così non può che diventare sempre più incarognita, diffidente e cattiva. E il gioco di squadra a livello macro sociale a livello di Paese va a farsi friggere. Come possiamo pretendere che i Napoletani o i Romani facciano gioco di squadra se essi per primi non si fidano di loro stessi, dei loro stessi simili dei loro stessi vicini di casa perché si lasciano divorare dal terribile germe del “è tutto uno schifo e un magna magna, so tutti dei ladri”. “In questo mondo di ladri” cantava Venditti nel 1987…. Era prima di tangentopoli. Son passati più di vent’anni. Guardiamo avanti.

Io sono dell’opinione che se una persona sta male ha il dovere il diritto di cercar di star meglio. E le soluzioni sono tante. Ho sentito giovani imprenditori romani lamentarsi di dover lavorare con le Pubbliche Amministrazioni che pagano a 6 o 12 mesi che è obiettivamente un problema esistenziale per piccole e medie imprese. Bestemmioni, improperi, frasi del tipo “sono con le spalle al muro!”. Cosa farebbe un vero amico a uno che ti dice così? Gli dici “poverino mi dispiace” e ascolti pazientemente le sue bestemmie come farebbe uno psicanalista con un malato sul lettino o cerchi di aiutarlo a trovare delle soluzioni? (non dico che lo psicanalista non serva, ma spesso bisogna aspettare sette-dieci anni per vedere una soluzione, in questo caso un pelino fuori portata). E allora pensiamole le soluzioni dai! Puoi pensare di cambiare il sistema politico delle pubbliche amministrazioni col voto? Si, ma prende tempo. Dai su, pensiamone un’altra: se stai veramente con l’acqua alla gola e non vuoi emigrare da questo paese, o peggio mettere qualche bomba da qualche parte ingegnati e cerca di non lavorare con degli Enti che pagano a sei mesi (se puoi farlo). Vuoi pagare la “bustarella”? Beh problema tuo, è una soluzione, illegale ma poi non dire che sono tutti ladri. Organizza un “meet up” sul tema “imprenditori e pubbliche amministrazioni”. Ti iscrivi su meetup.com. Inviti gente, esponi il problema e vedi che succede (modello “google del televisore” :-) ): se il problema è generalizzato magari qualcun altro prima di te ha pensato già alla soluzione: venti cervelli pensano meglio di uno no? Possiamo continuare l’esercizio ci possiamo stare qui fino a domani. Ma piangere, bestemmiare e continuare a dire “non è possibile, l’unica è scappare o fare la rivoluzione” è strategicamente una “non soluzione”. Niente è impossibile, fuorché la morte (e anche li, se credi in qualcosa dopo se ne potrebbe discutere…) Non mi si venisse a dire che ciò che riguarda le scienze umane è “impossibile”. Persino in ambiti cartesiani e razionali come la matematica e la fisica frasi tipo “impossibile” sono bandite. Si dice al limite che “è infinitesimamente probabile”.

Ebbene io penso che ci siano i mezzi in Italia per trovare il modo non solo di migliorare il paese, ma prima di tutto di migliorarci la nostra vita, il nostro lavoro ed evitare così di tirarci stancamente avanti col motore al minimo. Analizzando il problema e cercando almeno tre soluzioni. Almeno tre! Sforzatevi! Fatevi aiutare! Le troverete sempre. Dalle più strambe alle più illuminanti. Parlatene con gli altri, con persone più grandi o gente che magari vive fuori dal vostro entourage familiare. Se sentite di stare in fondo al pozzo e di non poterne uscire fuori domandatevi da quanto tempo vi sentite così. Se sono anni, avete il diritto anzi DOVERE di uscirne fuori e la bella notizia è che è possibile. E non ne uscirete prima bestemmiando contro Iddio o la malasorte, ma semplicemente cambiando un parametro mentale: abolite le parole “problema” e “impossibile” e sostituitele con “soluzione” e “probabile”. Scoprirete che magari è piacevole passare una serata a discutere di come trovare soluzioni e alla fine vi renderete conto che, nonostante le buche, le truffe, la burocrazia e gli sprechi della politica, questo Paese non è più allo sbando di come lo fosse sessant’anni fa. Sessant’anni fa quando la gente, con le poche cose che aveva terminava un’autostrada in tre anni. E non solo grazie ai soldi del piano Marshall, ma soprattutto grazie all’energia del gruppo, al gioco di squadra.

Ovviamente questa è una soluzione, fra le tante.

Sicurezza, Crittografia e Trust Service Management dei sistemi Embedded

Ritengo utile publicare una parte dell’ultimo corso che ho tenuto all’Ecole Centrale De Electronique di Parigi (www.ece.fr)  per gli studenti del quinto anno di Ingegneria dei sistemi elettronici embedded.

Il corso comprende una parte molto più ampia dedicata alla fabbricazione dei wafer di silicio monocristallino su cui sono costruiti attraverso successive mascherature i “mattoni” di base di ogni circuito elettronico integrato, i transistor (tecnologie aihmé oggi sempre più nel dimenticatoio) e che per chi fosse interessato può consultare su questo stesso blog al seguente indirizzo Appunti di fabbricazione dei Wafer di Silicio Mono cristallino .

Questa parte su cui verte il presente “Post” invece si concentra su un’introduzione alla crittografia e alla sicurezza abbastanza generica che serve per poter capire la successiva parte sul Trust Service Management che oggi con la sempre più ampia diffusione degli smartPhones diventa di importanza capitale.

La domanda da chiedersi è : quanto è sicuro effettuare una transazione di pagamento o di identificazioen personale con un’applicazione installata sul mio Smart Phone? E come garantire che le informazioni confidenziali nel mio telefono non possano essere estratte da terze parti non autorizzate? Ma ancora: come assicurarci di garantire l’autenticità del proprio telefono o dell’applicazione che su esso è installata?

Sono domande che richiedono fiumi di pagine al di fuori dello scopo della presente pubblicazione e guardando sul web potrete trovare parecchie risposte dal punto di vista dell’utente finale. Invece in questa sede si vuole dare il punto di vista che per una volta non sia “applicativo” ad alto livello ma hardwaristico di basso livello, ossia dal punto di vista di chi “fabbrica” i chip che devono contenere le informazioni di sicurezza che devono essere protette (in crittografia questa informazione è quasi sempre una chiave di accesso). E quello che il grande pubblico spesso non sa è che per fabbricare un telefono esistono diversi “attori” che si parlano durante il processo di fabbricazione, essendo il grande produttore finale (quello che in alcune slides viene indicato come “OEM”: Original Equipment Manufacturer”) solo la punta dell’iceberg di tutta un’industria che lavora in sottofondo alla realizzazione di cose molto piccole ma che richiedono spesso tanti ingegneri quanti ce ne possono volere per costruire cose molto grandi come un moderno aereo di linea.

Il corso è anche un messaggio per certi addetti ai lavori che pensano che la sicurezza dei sistemi embedded possa farsi esclusivamente attraverso algoritmi di tipo “Software”. Ritengo, e come me molti altri, che la sicurezza sia un concetto di tipo “olistico” ossia omnicomprensivo in cui ogni sistema debba fare la sua parte e sia assolutamente necessario.
Le pubblicazioni sono in inglese (con buona pace dei puristi francesi :-)
Mi scuso di già per gli eventuali errori imputabili solo alla mia responsabilità, non potendo, purtroppo per questioni di tempo, dedicare all’insegnamento la parte del tempo che meriterebbe (così come il tempo per le correzioni).

Questo primo blocco si limita a spiegare i concetti base di sicurezza e crittografia
00_Introduction_to_security_And_Crypto

Questa seconda parte invece spiega i concetti del TSM (se scaricate il file powerpoint assicurate di vederlo in modo “presentazione”. Il terzo file word è praticamente la spiegazioen a parole delle differenti slides
01_TRUST PROVISIONING
01_TRUST PROVISIONING_Slides_explainations

E per evitare di restare sempre sul teorico un esempio di un applicazione commerciale reale e attualmente in uso

http://vimeo.com/77405148

Primarie e primavere

L’Otto dicembre ci saranno le “prime” primarie, per ora quelle del PD.

Io penso che sia un’importante occasione per cominciare a pensare di cambiare il paese (per favore se siete di quelli che pensano che è tutto un magna magna, che si stava meglio quando si stava peggio, che non c’è più niente da fare fatemi il piacere di fermarvi qui e tornare a fare le cose – inutili -  che quotidianamente fate perché evidentemente la pensiamo in maniera diversa).

Su questo sito molto spesso ho scritto di depressione italiana, di terapie strategiche del cambiamento. Ecco il cambiamento. Le primarie sono un ottimo strumento democratico per esercitare questo diritto di cambiamento. Si inizia l’otto dicembre con il PD. Mi auguro caldamente che il Movimento 5 Stelle di Grillo segua la stessa linea così come il PDL e le altre forze politiche. Ovviamente perché le primarie abbiano senso devono essere aperte a tutti, e non solo agli iscritti altrimenti sono autoreferenziali.

Per quelle del PD dovrebbe uscire una lista dei seggi. Io mi sono scervellato a cercare di capire dove siano purtroppo un questo link sembra facile ma poi non troverete la lista dei seggi http://www.primariepd2013.it/?q=comesivota.  La cosa migliore è che mandate una mail al responsabile di zona che potete trovare qui http://www.partitodemocratico.it/vicinoate/circoli/summa.aspx (possono votare anche gli italiani all estero: trovate la mail della persona della vostra città all’estero in questo link http://www.partitodemocratico.it/aree/italiani_nel_mondo/documenti/mappa.htm :  Io ho scritto al tizio di Parigi che mi ha risposto rapidamente e gentilmente).

Una raccomandazione: le primarie non piacciono molto agli estabilishment dirigenziali dei partiti. Che siano di destra o di sinistra coloro che hanno esercitato ruoli di primo piano e direttivo per lustri hanno una particolare allergia a degli strumenti democratici che possono mandarli a casa dall’oggi al domani. Non aspettatevi che sia facile capire come si vota alcune volte possono applicare qualche trucchetto sporco (come l’anno scorso dove se non avevi votato al primo turno non avevi il diritto di votare al secondo o come il M5S che limita il voto agli iscritti prima del 2012, sul PDL non saprei dire non hanno mai avuto il coraggio di farle). Fate sentire la vostra voce nel caso che le cose non vi piacciano, scrivete ai forum e incazzatevi se il caso. Meglio che calare le braghe.

Ripeto se mi riferisco alle primarie del PD è solo per un caso, perché sono i primi a farle. Votetrò anche a quelle del M5S  e del PDL se come spero verranno indette.

Ovviamente se siete di quelli che pensano che non ci sia più niente da fare potete iscrivervi ai black block, premere per una deriva rivoluzionaria antidemocratica o scappare dal paese. Non le condivido ma sono scelte che in casi estremi, come dimostra il nord africa, possono purtroppo avvenire. Ma siamo veramente a questo punto? Dove stanno i barconi di italiani che scappano sul mediterraneo? Il paese va male ma non è troppo tardi!

Questo è uno dei modi strategici di pensare al nostro Paese, secondo me, nel piccolo, per ciò che riguarda la vita politica così magari da poter regalare anche a noi e ai nostri figli una nuova primavera, possibilmente il meno dolorosa possibile.

ciao!

Depressione Italiana

Prendo spunto da un paio di episodi che sono successi ieri

Sto a mensa, a Parigi. Incontro tre italiani di una nota azienda telefonica nostrana che sono distaccati in Francia. Tutti e tre del sud. Discutono animatamente e mi infilo volentieri nel dibattito. Si parla dei mali dell’Italia, dei figli senza lavoro, del paese che e’ stanco e statico. Tutte cose che sappiamo. Solo che i tre, che non sembrano proprio scaricatori di porto con la terza media ma impiegati quadri con un background culturale medio (laurea o simile), riciclano le solite frasi che si sentono dappertutto nei bar : ” il voto di scambio e’ inevitabile al sud…” , ” io ci provo a cambiare ma e’ inutile, l’unica e’ scappare” “e’ tutto un magna magna”…. Stanco di sentire le solite lamentele qualunquiste cerco di dare una sterzata alla discussione utilizzando alcune tecniche di comunicazione paradossale, ponendo delle domande del tipo ” pensate che il paese sia lo stesso di cinquant’anni fa?”. La risposta sempre la stessa : “non cambia niente”. Allora mi sono innervosito : “veramente pensate che la Sicilia e’ la stessa di duecento anni fa”?  Al che il terzo tizio seduto davanti a me, quello che fino ad allora era restato in silenzio, alza la testa dal piatto, e mormora lapidario : “era meglio!”

Incidente ieri a Giuliano Gemma che muore purtroppo  in ospedale per complicazioni dopo un incidente d’auto. Il TG2 fa un memoriale abbastanza classico, il corriere oggi riporta la morte ricordando il personaggio. Il primo commento di un mio amico a Roma e’ stato “E’ morto Gemma. L’ambulanza ci ha messo due ore ad arrivare, la polizia municipale si rimbalza la responsabilità con il 118, e’ tutto uno schifo”. Domanda: chi l’ha detto? Come mai ci hanno messo tanto (se e’ vero) a tirarlo fuori dall’auto?  Ma soprattutto: perché in Italia siamo cosi’ pronti a credere (e a infervorarci) a scandalacci e a cose brutte? Perché’ capitano certo. Ma non capitano MAI cose anche belle per cui vale la pena di dire oprgogliosamente “W L’italia?” O siamo solo orgogliosi del nostro paese quando ci sono ste cazzo di partite di calcio? Io le vieterei per un anno le partite di calcio in televisione! E’ l’anestetico sociale, la droga che rincoglionisce! La cocaina che ci passano per ammorbidire gli spiriti ribelli.

Ma poi,  non sarà’ che su molti giornali non si cerca a bella posta lo scandalo dappertutto anche se non c’e’ per fare notizia?
Incidente a Fiumicino, un aereo atterra senza carrello. Titolo della Repubblica a un video di You Tube “i carrelli degli Airbus sono difettosi”. Non magari “eccezionale prestazione del pilota”. Cambia tutto no? Nel primo caso hai PAURA. Nel secondo caso no e hai SPERANZA. La paura ti fa restare a casa “coi sacchi di sabbia alla finestra” come cantava Lucio Dalla, la Speranza ti fa AGIRE. Chiaro il concetto no?

Ci sono delle cose su cui non si possono usare mezzi toni. Se ottanta poveri cristi muoiono a Lampedusa io chiedo il lutto nazionale, chiudo le scuole per forzare le persone a riflettere su immani catastrofi umanitarie e faccio il titolo a sedici colonne; ma anche li: polemiche da quarta categoria interne: la lega che se la prende col ministro dell’immigrazione. Il Papa che dice “e’ una vergogna” ma nessuno che dica: andiamo a fare un summit in Nordafrica tutti insieme, il prossimo G20 non lo faccio a San Pietroburgo ma lo faccio in Somalia, per capire come risolvere i problemi LAGGIU’ perche’ se quelli muoiono di fame la e’ normale lo farei anch io che scapperei alla disperata: dite che e’ utopistico. Cosa costa proporlo?

E invece ci si arrovella sullo scandaletto interno. Lo scandalo. A me che mi frega di quello che un esponente della Lega ha detto del sottosegretario agli interni. Che mi frega di sentir parlare solo delle dimissioni di Berlusconi per una settimana per poi scoprire che alla fine hanno votato la fiducia. Da una parte dicono “gesto nobile” , dall’altra “hai perso TIE! prrrr”: Ma che stiamo all’asilo Mariuccia? Ma si può bloccare il paese, e il parlamento in dibatti di questo livello che non si osava fare neanche alle autogestioni del primo liceo ? Si puo’ vivere e cibarsi di sacandali? La sera si sta seduti tutti zitti davanti al telegiornale. Rai uno parla degli scandaletti, snocciola le solite notizie ingessate e filtrate, La Sette invece propone un campo di battaglia Mentana ogni sera urla “CLAMOROSO” pure se un esponente politico X si e’ scaccolato in parlamento. E noi li a guardare il telegiornale aspettando la soap. E se la spegnessimo sta cazzo di televisione la sera che e’ l’unico momento in cui la famiglia e’ riunita a tavoila e magari e’ l’occasione per parlare un pochetto?

Lo scandalo gridato alla lunga genera rabbia permanente che poi sedimenta e si trasforma in una cosa ancora peggiore: la depressione. A furia di leggere titoli che parlano solo di presidi arrestati per nepotismo, amministratori arrestati per frode, “pinze nella panza” si rischia di entrare nel loop infernale che il paese e’ veramente marcio fino al midollo e allora molti pensano alle tre alternative

1) Me ne frego, rubo anche io se posso tanto gli altri non sono meglio di me

2) Vorrei far qualcosa ma “il piu’ pulito cia’ la rogna” non mi fido di nessuno: mi deprimo e mi piango addosso (questo e’ lo sport nazionale della maggior parte delle persone)

3) Scappo e vomito sul mio paese

Io non faccio un discorso politico ma sociologico e psicologico. Una persona depressa rende meno. Non ha la forza di uscire di casa, se fuori piove pensa “che palle anche oggi piove non posso andare a giocare a tennis” non vede le alternative strategiche tipo “il tempo ideale per andarsene a vedere un bel film al cinema”. Il depresso non agisce. Soffre terribilmente e masochisticamente sembra necessitare della sua sofferenza. E’ un cane che si morde la coda. La depressione e’ terribile e pericolosa. Una malattia che può’ colpire non solo un singolo ma un intero paese. Si capisce quando si e’ depressi non solo se si perde ogni piacere della vita e si vegeta sul divano (anche un medico legale con la specializzazione in estetica riuscirebbe a capire che trattasi di depressione) ma la depressione (nevrotica) puo’ manifestarsi anche dalla ripetitività’ delle azioni che si fa, dalla mancanza di fiducia negli altri e nell’altro, dalle fobie dalle nevrosi,  dalla PAURA DEL CAMBIAMENTO, dallo stress che ti fa venire voglia di uccidere chi ti taglia la strada perché e’ un delinquente come il 90% di quelli che ci circonda, dalla rabbia esagerata che ci fa svalvolare per un incidente domestico. Sono tutte reazioni smisurate di chi cura la sua depressione con effetti placebo.  Un comico una volta disse che l Italia e’ il paese dove si usano meno antidepressivi perché’ alla fine noi diciamo “sticazzi”. Io non conosco le statistiche, ho letto su internet che in effetti sembra che i paesi dove si consumino piu antidepressivi siano quelli del nord Europa. Conosco molti italiani che si incazzano tutta la settimana dei mali del paese ma poi la domenica dicono “sticazzi” perché’ c’e’ la partita, la braciata, la porchetta e il Lunedì si ritorna a pensar male del nostro paese. Non sarà’ depressione ma questa e’ psicosi nevrotica!

Depressione e nevrosi sono l’antitesi del progresso sociale. Paesi come gli Stati Uniti, il paese degli eccessi, sono quelli dove regnando una certa “ingenuità’ sociale” ma anche un certo spirito di iniziativa,  di voglia del rischio (e una assoluta mancanza di compassione sociale guardate quanto pena Obama per far passare una riforma sociale minima), ma soprattutto di “fiducia nel paese” , il paese del “YES WE CAN” dove alla fine pure se ci si ammazza politicamente il presidente e’ quello di tutti. Andate a vedere al cinema :IL MAGGIORDOMO e capirete cosa intendo (http://www.allocine.fr/video/player_gen_cmedia=19515848&cfilm=188951.html). Tutto questo può sembrare ingenuo, per anni in italia abbiamo schifato e guardato con aria di superiorità’ questa ingenuità americana. Ma in un paese come il nostro giustamente forse bisogna tornare ad essere ingenui come i bambini per avere la forza di fare le cose. Per averne pero’ la PERSEVERANZA bisogna pensare STRATEGICO se no si generano una marea di idee che poi diventano monnezza (di “tuttologi” o ‘visionari” del marketing strategico ce ne abbiamo piene le tasche, uno solo diventa Steve Jobs).

Che futuro possiamo dare ai nostri figli se continuiamo a pensare che e’ veramente tutto uno schifo? Che ci abitiamo a fare in Italia, perché’ non prendiamo tutti uno zatterone come quei poveri cristi che venivano dall’Africa e ce ne andiamo in Norvegia? Perché’ non lo si fa? O si resta e si COMBATTE per cambiare il paese (con i mezzi democratici che la Repubblica ci offre) oppure… oppure stavolta non  mi viene l ‘alternativa scusate.

E infine perché i giornali non strillano con altrettanto vigore le cose buone che i nostri cittadini e il nostro paese produce? L’assessore che ruba va messo in prima pagina. Ma anche l’imprenditore che crea un nuovo lavoro, o magari un progetto nuovo per la scuola va urlato altrettanto no? (O forse non andrebbe urlato più niente perché ne abbiamo abbastanza delle urla). Le cose belle sono sempre sussurrate, quelle brutte urlate. Anche un amore passionale urlato e’ sintomo di un dolore troppo forte. Come se ci fosse un inconscio sadomasochistico piacere a soffrire dei nostri mali. Forse per questo ci si ricorda meglio dell’Inferno di Dante ma non del Paradiso. Ma questa e’ una tattica di comunicazione dei mass media. Loro lo sanno che e’ più appetibile il titolo scandalistico. Ma oggi le informazioni ce le possiamo andare a cercare su diversi media, e, quindi, infine farci un opinione più obiettiva di come stanno le cose.

E magari cominciare a vedere finalmente il bicchiere mezzo pieno che e’ il miglior antidepressivo che esista, salvaguardare la nostra energia non dispersa alla ricerca dello scandaletto del giorno, ma canalizzarla per definire un piano di miglioramento strategico per noi, per il nostro paese , per i nostri figli. Per il nostro futuro.

I Cannoni di San Vito

 

Un Amarcord estivo, con un flash back di trent’anni fa! :-)   Cliccate sul link di sotto per vedere il video!

http://youtu.be/aF1qRgET5I4

Genitori e Figli: ieri, oggi e… domani?

Durante un seminario a cui ho partecipato a Bologna nel Marzo del 2013, ho incontrato Paolo Crepet, e ho ascoltato un suo intervento. Da quel giorno ho letto diversi libri sul tema, non solo di Crepet ma anche di altri e mi sono convinto che molti, forse la maggior parte dei problemi che oggi affrontiamo (o che non siamo capaci di affrontare) provengono dal genere di educazione che abbiamo ricevuto e da quella che daremo ai nostri figli. Così mi è venuta l’idea di scrivere queste riflessioni. Molti concetti li ritroverete nei riferimenti che citerò in fondo. Tengo a precisare che molte delle cose scritte sono citazioni prese tali e quali dai seminari di Crepet, semplicemente perché mi sono piaciute o forse perché le ho pensate anche prima di sentirle. Non credo che sia stato Crepet a convincermi, ma piuttosto ho trovato qualcuno che esprimesse in maniera gagliarda, sarcastica, ironica, incisiva quello che probabilmente ho sempre pensato: che nella nostra vita abbiamo sempre più bisogno di autorevoli educatori. Quest’ articolo non è un elogio agiografico di Paolo Crepet o della Montessori e a dei metodi dei bacchettoni. Crepet probabilmente semplifica molto, non sono convinto che un metodo solo sia sufficiente a farci crescere bene. Ma essendo romano, e come tutti i romani legatissimo a “mamma Roma” mi sono spesso interrogato sul perché sia così difficile per molti romani emigrare da una città che a detta di tutti è la più bella del mondo ma è anche invivibile e piena di problemi, o, per coloro che per diversi motivi sono infine partiti, soprattutto negli ultimi dieci anni, non si riesca a vivere la vita all’estero con serena armonia con il nuovo mondo che ci circonda, ma nostalgici di quel cordone ombelicale tagliato. Che poi, leggendo le esperienze descritte da Crepet (che essendo Veneto riporta spesso situazioni famigliari di famiglie del nord est produttivo dell’Italia) scopro che il “mammismo” non è solo un marchio DOC del centro sud Italia, anzi spesso si radica molto più fortemente nelle regioni dove i genitori possono permettersi di mantenere i figli fino ai trent’anni e passa. Figli che poi vivranno magari melanconici o incapaci di staccarsi dalla casa dove si stava tanto bene e in cui la mamma ti portava il cappuccino al letto. Nostalgia e melanconia che spesso inficia, per chi parte, se non sull’efficienza (è proverbiale che gli italiani all’estero lavorino il doppio, e spesso meglio, degli autoctoni) ma sulla nostra qualità della vita, dominata sempre più da angosce, ansie e, per l’appunto, rimpianto di un felice passato. Quanto di questo si può evitare con l’educazione? Vediamo..

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Volo Alitalia Parigi-Roma, due settimane fa. Sono seduto in un posto adiacente al corridoio nelle ultimi dieci file. Dietro di me una delle più classiche famigliole romane: padre quarantenne che gioca con la playstation, la madre si sta leggendo una rivista patinata e i due pargoli di sei e otto anni che giocano con un palletta di carta nel corridoio urlando a perdifiato. Il più piccolo a un certo punto tira la palletta fino alla business class e urla “Goal!!!” Il padre ancora ipnotizzato dalla playstation lo guarda distratto (o forse deliziato da quel campioncino in erba di suo figlio) e urla “Abbravo de papà!”. All’atterraggio i due pargoletti costretti dal benedetto regolamento che impone le cinture di sicurezza senza smettere di urlare a squarciagola commentano serenamente l’immagine della posizione indicata sullo schermo dello schienale, un software antidiluviano che Alitalia non si è mai curata di aggiornare con un aereo che occupa quasi tutta la regione Lazio per quanto non è in scala

“Anvedi papà stamo quasi en Sicilia!”, risposta del genitore (sempre a dieci decibel sopra il livello delle due turboventole dei motori che urlano in fase di atterraggio) “Anvedi aoh!”.

Il tutto per due ore e pochi scampoli (incluso il tempo di attesa dei bagagli ai tapis roulant) senza che la voce di un solo adulto si sia levata per richiamare all’ordine i due provetti calciatori in erba, non dico dei genitori, poverini impossibilitati, ma neanche del personale di volo.

A chi obietta che stiamo di fronte alla solita filippica disfattista anti-italiana potrei fornire, se questo possa servire di conforto, con altrettanti edificanti esempi dei nostri vicini d’oltralpe. Nel civilissimo quartiere perifierico di Saint Cloud, sede dell’ultranazionlista “Fronte di Le Pen”, distretto alla moda, periferia “prout prout” di Parigi come la chiamano i francesi (un equivalente dei Parioli a Roma) si contano periodicamente ogni sabato sera atti di vandalismo effettuati da quattordicenni o sedicenni “autoctoni”  ubriachi che girano con la bottiglia di whisky,  che spaccano vetri di auto (compresa la mia) e che lasciano prove tangibile del loro vandalico passaggio con lasciti gastrico organici come un’orda di lumache.

Due mesi fa un mio collega, una brava persona,  quarantasette anni, padre di una figlia di ventuno e di un maschio di sedici è stato licenziato, come spesso accade nel nostro così flessibile (o precario?) mondo del lavoro di oggi, senza una ragione veramente tplausibile (“non pensava in maniera abbastanza ‘strategica’, che è un modo per dire che sei vecchio e devo assumere uno più giovane di te”). Quando gli ho chiesto cosa pensasse di fare nel momento in cui, terminate la fase di negoziazione con le risorse umane appariva ineluttabile il licenziamento in tronco,  la risposta è stata fulminea “devo trovarmi un lavoro al più presto”. Si ma quale? Cosa? Quali sono le tue passioni? Qual è il tuo “savoir faire” e il tuo “savoir etre” che potremmo tradurre in italiano come “quali sono le tue capacità e le tue passioni?”. Mi ha guardato di traverso. Non s’era mai veramente posta questa domanda. Anzi non è stato mai sicuro di fare il lavoro che avrebbe sempre voluto. In un mondo dove passi dall’infanzia al mondo degli adulti (ma saranno veramente tali o magari restiamo perennemente nel limbo adolescenziale?) alla velocità della luce spesso molti non si fermano a pensare alla cosa più importante: cosa mi da quella passione che mi accende dentro il mio fuoco sacro? E cosa farei o darei per ricercarla?

Crepet inizia un suo testo citando Vivian King:

“Se arriva in tempo si chiama educazione. Se arriva tardi si chiama terapia”.

Quel mio collega, che ha sempre lavorato nella stessa regione, sempre fatto lo stesso lavoro,  oggi, al secondo licenziamento (il primo è stato un licenziamento economico) è incapace di affrontare un mondo del lavoro spietato dove a quarantasette anni sei “out” sei vecchio. E ha deciso di trovarsi qualcuno che lo possa aiutare, ma non a trovare un lavoro, ma a trovare le passioni che ha in se stesso, i talenti che sicuramente ha, e che nessuno ha mai pensato di fargli scoprire, tanto che anche lui come molti giovani quando aveva diciott’anni a chi gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare avrà probabilmente risposto “boh” (o più francesisticamente una sonora pernacchia). Oggi gli serve una lunga e magari costosa terapia per rimettersi in sesto. Il problema sta sempre la, e sta purtroppo nel nostro passato, un passato che non comincia a  quattordici anni e neanche a otto ma anche prima. Un passato in cui si ha bisogno di qualcuno che ci guidi e ci educhi, ci punisca se necessario, che sia autorevole (e non autoritario) che non sia un “amico” con cui giocare tutto il giorno alla play station ma un punto di riferimento, magari temuto alle volte odiato quando ci dice di no, ma in fondo stimato.

Un genitore.

Io credo che fare il genitore soprattutto al giorno d’oggi sia il mestiere più difficile del mondo. Quarant’anni fa c’era più sofferenza, c’erano più privazioni, e c’erano più punti saldi e fermi. Le famiglie erano composte spesso da tre, quattro persone. I genitori non avevano tempo da passare con i loro figli (non dico che oggi ce ne sia di più ma il lavoro precario lo sta virtualmente creando); si occupavano delle cose essenziali: mandare avanti la baracca. Molto spesso i nostri genitori hanno avuto fratelli maggiori come assistenti dei padri. Un chissene frega a tavola costava una sberla. Non dico che fosse meglio, ma era una certezza, eri sicuro che se tornavi la sera tardi in casa scoppiava il Vietnam e che se non mangiavi la minestra il giorno dopo rimangiavi la stessa. Si viveva scomodi in casa, e la scomodità generava “fame” voglia di andarsene. I nostri progenitori, zii, nonni, moltissimi sono partiti se ne sono andati altrove si sono comprati la casa da soli all’estero. Hanno avuto altri problemi ma sicuramente non hanno avuto genitori molto comprensivi, non se ne aveva il tempo. Purtroppo hanno preso magari forse troppe “sberle”. Perché non è vero che le sberle aiutano a crescere. Non quelle fisiche. Un adulto che picchia un bambino è un adulto stanco a cui mancano argomenti di discussione. Quel bambino crescerà con l’idea che la sberla fisica è fatta per il suo bene rimuoverà questa cosa nel suo inconscio. Diventerà forse un padre troppo generoso per evitare al figlio le sofferenze che lui ha subito da piccolo, gli farà troppi regali troppe concessioni finché sarà troppo tardi per tornare indietro. O rinuncerà magari a diventare padre. Le sberle sono frutto dell’autoritarismo di genitori che non vogliono perdere tempo. La giusta punizione, spiegata, senza violenza fisica, autorevole e non autoritaria è forse da preferire alla sberla. Come tutte le cose la virtù sta nel mezzo di una coerenza che tutti son disposti a controfirmare ma che costa tanta fatica.

Oggi non ci sono più molti punti fermi, in casa quando un bambino piange perché la mamma lo ha rimproverato per un brutto voto magari va dal papà che urla alla moglie “e daje amò! Tutte ste storie per un quattro! Sapessi io quanti ne ho presi!”. Il bambino non ci capisce più niente. Perde punti di riferimento. Se rientra tardi la sera e il papà gli urla “basta da domani niente motorino!” e poi lo stesso papà il giorno dopo rientrando dal lavoro col magone sullo stomaco (non tanto per la pena per il figlio quanto per il terrore di dover affrontare la litigata serale dopo una giornata di corsa in ufficio tra telefoni e computer dove magari ha vissuto da solo la maggior parte dei problemi) e allora quel no fermo si trasforma in un ni, e poi in un si. E il bambino capisce che se strilla alla fine ottiene. Perché mantenere i punti fermi costa fatica. E molto spesso, e qui i miei amici romani sanno di cosa parlo, ci ronza in testa quella frasetta pericolosa “ma lassa perde… ma nun lo fa… ma chi te lo fa fa!”.  Si torna a casa stanchi e i bambini invece sono super eccitati dopo aver passato magari pomeriggi a saltare da una attività a un’altra: alle 14 piscina, alle 17 c’è Judo, poi c’è teatro poi due ore di playstation (perché hanno tolto il tempo pieno alle scuole medie superiori?). Poi torni a casa e ti trovi due diavoli della Tanzania, e grazie! Con tutte quelle attività che neanche Bubka alle olimpiadi si sognava, avranno più adrenalina che sangue nelle vene. E allora che si fa? Si accende il nostro bel 52 pollici che troneggia nel salotto davanti al tavolo imbandito lo si sintonizza e si prepara la cena. Un po’ di pace, “ e chi gliela fa a parlare”, il pupo è ipnotizzato davanti al cartone animato, o a qualche culo di qualche ballerina che lancia il messaggio subliminale a vostra figlia preadolescente che bellezza=fortuna=successo.  Ma un po’ di musica alla radio e basta no? Perché la prima cosa che facciamo quando rientriamo a casa, dopo esserci tolti le scarpe è accendere il televisore?

Sempre in un libro dello stesso genere leggevo una statistica in cui più del 50% dei giovani delle scuole medie alla domanda su “cosa conta di più per riuscire nella vita” immancabilmente risponde “soldi, raccomandazione e culo”. Dove per culo lascio a voi l’interpretazione. E allora perché non spegnere il televisore la sera? Ma da subito. Dai tre mesi. Rai Yo Yo è penso uno dei canali più visti e utilizzati da fasce di bambini tra i 3 mesi e i 2 anni. Il genitore dice “parli facile te, pensa a tornare a casa dopo ore di lavoro e quello non la smette di piangere, non la smette di chiedermi di giocare io non ce la faccio alle volte è l’unico rimedio”.  Oppure l’obiezione classica “viviamo in settanta metri  quadri in periferia, è figlio unico oggi non ce la si fa a mantenere un bambino figuriamoci due o tre, che faccio dove lo porto dove lo lascio andare? Alle volte la televisione o il videogioco è l’unica soluzione per calmarlo”.

L’unico? Io non ci credo alle soluzioni “uniche”.  Anche in matematica spesso non c’è un solo modo per risolvere un problema. Due anni fa conobbi una persona, un esperto in PNL e psicologia cognitiva e terapia strategica a breve. Durante un training ci disse “ricordatevi, una regola generale. Un postulato come il sole che sorge ogni mattina. Ci sono sempre ALMENO TRE soluzioni a un problema. ALMENO TRE, basta un po’ di iniziativa un po’ di curiosità e di buon senso per trovarle”. Certo se uno sceglie la via comoda e facile spesso la soluzione è quella più stupida. Basta girare il concetto: le cose scomode spesso sono intelligenti (spesso non sempre, non cominciamo a trovare le eccezioni che confermano la regola un po’ di onestà intellettuale vi prego!); i miei vicini di casa hanno la figlia che si trova davanti alla scelta di quale università scegliere. I discorsi spesso vertono più sul dove (quanto è lontana, quanto ci metto per arrivarci, è collegata bene o male a casa) più che sul contenuto (cosa vuoi veramente fare?). Ho incontrato due mesi fa una ragazza simpatica di trent’otto anni, che lavora alla prefettura di Nanterre. E’ in crisi perché il suo matrimonio dopo dodici anni è naufragato e lei ha sempre vissuto solo per la casa e per il marito. Non hanno neanche avuto figli. Le ho chiesto che studi avesse fatto: mi ha risposto che ha iniziato con biologia poi però dopo due anni ha cambiato e ha scelto economia e commercio (eh certo… sono legate…), ma a trentacinque anni ha scoperto che la sua passione è la speleologia. C’è sempre tempo per cambiare, per carità, ma se magari qualcuno in casa avesse cercato di aiutare questa donna a capire prima, facendo delle semplici DOMANDE, quali fossero le sue passioni, magari portandola a vedere un museo invece che al parco di DisneyLand Paris, o a fare un viaggio chissà, o semplicemente spendendo più tempo la sera per discutere a tavola invece che guardare inebetiti il telegiornale, magari questa donna non si sarebbe attaccata come una cozza all’unica cosa che la rassicurava (il matrimonio) per poi ritrovarsi a trentotto anni senza un lavoro appassionante e con molti, troppi rimpianti e necessità di terapie psicologiche e farmacologiche per calmarla. Oggi questa donna ha il terrore del week end in cui è costretta a restare sola a pensare, passa in continuazione da una fase di iper attività a una depressiva, si è iscritta a tre siti per incontri e uscite, ha l’orrore di stare da sola in casa e ha deciso di iniziare una terapia (che poi ha interrotto). Nessuno l’ha forse mai istruita a pensare a interrogarsi.

Le famiglie oggi passano insieme meno di una o due ore al giorno. Di corsa la mattina inzuppiamo un cornetto nel cappuccino mentre i figli si svegliano e poi la sera stanchi quando si torna a casa non si ha voglia o tempo di parlare.

Ma ci sono anche le famiglie opposte, le mamme badanti full time, complice una crisi terribile che spesso ci obbliga a lavori part time, magari al nero,  magari alla cronica disoccupazione di un partner che (e non è sempre la donna) resta a casa a coccolarsi il pupo. E allora si ha più tempo, forse troppo, da dedicare al bambino che si sente il re del mondo colui che è al centro dell’attenzione. E quando diventano più grandi si passa magari poco tempo a fare discorsi importanti, perché sono difficili e “scomodi” perché Dio non voglia che rischiamo di litigare. Non semplicemente chiedere a nostro figlio “come è andata la scuola” ma porre delle domande: Vuoi fare Judo? Perché? Vuoi andare in parrocchia? Perché? Non dico di no, ma spiegamelo. Fammi capire: stupiscimi! Dimmi che vai in parrocchia perché hai voglia veramente di scoprire cose nuove e non semplicemente perché tutte le tue amichette lo fanno e se non lo fai anche te ti senti un esclusa! E se la bambina urla e sbatte la porta perché non vuole discutere con voi interrogatevi come mai. Come mai quel bambino o quella bambina non hanno voglia o tempo di parlare o di ubbidire semplicemente alla ferrea legge che in casa comandano i genitori, pure se sono ingiusti. E’ così. La famiglia non è una democrazia. I genitori amici come la De Filippi sono una catastrofe educativa, una jattura. Peggio della peste. Un mio conoscente mi ha detto che si preoccupa perché il figlio di sei anni va a casa degli amici a giocare con i videogiochi violenti vietati ai minori di dicotto anni. La soluzione (almeno una, ma ripeto ce ne sono almeno tre) che ha trovato è: glielo compro io, così ci gioca a casa con me, almeno gli spiego io che quella non è la realtà ma è una finzione. Meglio che giochi a spappolare le teste delle vecchiette e a veder schizzare budella dallo schermo col papà accanto, che lo asseconda (e magari ci gioca insieme provandone un inconfessabile piacere) piuttosto che con gli amichetti da solo. Ma siamo sicuri che sia l’unica soluzione? Ma dire semplicemente “te da quel tuo amico non ci vai”? Io a sei anni andavo a giocare a casa dell’amichetto accompagnato da mamma. E il genitore magari va a vedere cosa fai con chi giochi. Giochi a MortalSbudelCombat? Io da quello non ti ci porto più. “Ma mi diventa un disadattato! A scuola ci giocano tutti!” E lascialo diventae un disadattato, fallo crescere forte!  Fagli capire che se crede e fa una scelta giusta allora non è detto che sia la moda da seguire, anzi chissà potrebbe lui lanciare una nuova moda! Sono andato al mare due giorni fa. Tutti, ma dico TUTTI, portavano le infradito con il marchietto del brasile. Le vendono da dectahlon, costano venti euro quando lo stesso sandaletto senza la bandierina del brasile ne costa sette. Ma perché dobbiamo farli crescere che se si vestono o si comportano come gli altri allora sono “sani” se no sono dei “malati”? Delle mie amiche a Parigi, disgustate dal mio look anonimo,  mi hanno quasi sequestrato per due ore in un negozio di un noto marchio di Jeans per farmi vestire alla moda “ecco! Così magari la trovi la fidanzata!” E certo, perché se ti vesti con i pantaloni della Rifle la fidanzata la trovi sicuro? E quanto dura? Due giorni? La mia cuginetta di dodici anni l’altra settimana mi mostrava orgogliosa le sue nuove scarpette da ginnastica che sembravano quelle di un astronautaper quanto fossero grandi “hai visto quanto sono belle?” , io le ho chiesto “perché ti piacciono?” . Risposta “perché ce le hanno tutte le mie amiche!”. Poi magari a vent’anni andiamo in quella scuola non perché ci va, ma perché ci vanno i nostri amici. E sul lungo termine queste scelte si pagano!

Ma non sto dicendo che bisogna dire sempre e solo no! Conosco il figlio di una persona la cui famigli è molto religiosa ed estremamente anticonformista e rigida. Nessuno giochino moderno, solo giochi all’antica (la campana, il tiro alla fune), niente palestra ma solo comunità, niente televisore, niente videogiochi. Il bambino sembra un angioletto. A otto anni, lo abbiamo scoperto che rubava gli iPod ai compagni e se gli chiedi cosa voglia fare da grande ti risponde “il cecchino” (sic!). Come mai? Non è che perché il “no è spesso sano” che bisogna farli vivere come nel medioevo, poi ci diventano dei serial killer! Possibile che non si conosca la misura? Ci sono cose che NON vanno assolutamente fatte (come giocare con il figlio di sei anni a mortalsbudellacombat, o comprare tre playstation per due figli così lo possono usare tutti e due compreso il papà e non si litiga), altre che vanno fatte con moderazione e grano salis. Il cartone animato lo vediamo una sera si e due no, magari accendiamo ANCHE la radio, magari facciamo ANCHE altre cose. Leggersi un libro di come si educano i bambini e applicare qualche regoletta in più, cercando di evitare gli errorissimi.

Fare, e dire tutte queste cose è difficile. E’ complicato. Io ho 41 anni e non ho ne famiglia de figli. Molti amici mi dicono “beato te!” altri mi dicono “povero te!”. Hanno ragione entrambi. Fare il genitore è uno dei mestieri più difficili ma anche più belli e importanti. E non c’è nessuno che ci  insegni come si fa, le istituzioni non sembrano voler spendere soldi per dedicare tempo a questa crescita culturale. Ho amici psicologi che guadagnano una miseria lavorando in centri di recupero per tossicodipenti. Ma perché non si creano anche centri di recupero per genitori che non sanno come fare? Ma mica è una vergogna voler imparare a far bene una delle cose più importanti che esistono al giorno d’oggi. Se diventassi genitore io non mi farei mancare l’occasione per cercare di capire le regole di base, che nessuno mi ha mai insegnato (magari perché non abbiamo avuto modelli educativi chiari complice anche una crisi di identità dei ruoli dei genitori).

Mi si dice “non ho tempo”. Scusate ma è una risposta non valida. Mia nonna che viveva durante la guerra e lavorava al forno anche il sabato forse non aveva tempo. Ma se si ha tempo di passare il “week end” al Gardaland o a farsi una settimana bianca, o ad andare mezza giornata al mare il sabato, il tempo per leggersi un libro, partecipare a un seminario o invitare qualche educatore a scuola per insegnarci a NOI come fare i genitori lo si trova. C’è gente che trova il tempo tutte le domeniche per andare a messa, e si perde tutta la mattinata. E magari incontri pure tipi gagliardi, gente che ti fa pensare alle cose diversamente, perché se esci e vedi sempre i soliti amici, sempre le solite persone magari le idee nuove non ti vengono.

Una volta (sempre quel “coach” di cui sopra) durante una discussione accalorata in un piccolo bistrot a due passi da Notre Dame de Laurette, nel 9 arrondissement di parigi, con gli occhi fiammeggianti guardandomi dritto mi esortò “quale è il mito dei tuoi genitori? Cosa ti hanno dato, cosa ti hanno lasciato? E soprattutto quali erano le loro aspirazioni? Il loro mito! I loro sogni?”.
Ognuno ce li ha, ogni persona ha il proprio mito il proprio sogno bisogna scoprirlo e spesso tutto questo passa per cammini difficili, per sofferenze, per privazioni., per cambiamenti E proprio chi ha sofferto magari è chi ha la capacità in futuro di avere la forza di prendere dei rischi di dire “basta io vado li, esco dal nido!”. Io cambio!

Una cosa che ho capito con gli anni, dopo, è che una certa forza di affrontare la vita non è venuta dalle paghette e dai regali “gratis” che mi hanno fatto i miei genitori ma spesso da scelte sofferte, dai “No”. Forse una delle migliori benedizioni che i miei genitori mi hanno lasciato è l’aver divorziato. Dirò una bestemmia per i più, ma quante famiglie si tengono in piedi con lo sputo quando è evidente che non c’è manco più un briciolo di amore a cercarlo con il lanternino e la frase spesso sentita, trita e ritrita la più ipocrita è “non divorziamo per i figli”. Bella storia. Se i genitori restano insieme e litigano spesso è una violenza inaudita per il bambinoç o mi ricordo con orrore quando mamma e papà litigavano in camera da letto mentre io e mia sorella tremando ci tenevamo per mano davanti alla porta della cameretta e ululavamo sottovoce “mamma papà… finitela….”. E magari non era che una sfuriata, manco volavano sberle perché siamo in un paese pseudo civile. Ma anche se si convive insieme forzatamente e si vive ipocritamente senza litigare sapendo che non c’è più amore (e basta che uno dei due lo sappia) i danni, tragici, sono ineluttabili.  Un conoscente vive orma da anni frustrato della moglie che, secondo lui, è una donna passiva e non gli da più stimoli inclusi quelli sessuali. (Mi domando perché se la sia sposata visto che lo sapeva anche dieci anni prima: mi piace pensare che ognuno si merita il marito o la moglie che ha, non ce l’ha scritto il dottore di sposarci o di vivere con tizio e caio). Per amor di famiglia ha deciso di restare e non andarsene sfogando le sue pulsioni con incontri clandestini. La moglie forse intuisce ma accetta in silenzio lo status della famiglia dello pseudo mulino bianco. Vivono come fratello e sorella. Il figlio, unico, a sei anni sembra autistico e stenta a parlare. E certo che dopo il divorzio non ci saranno più le settimane bianche, non si potrà magari mandare il bambino al collegio privato, finiti i 18 regali per  Natale, befana e Santo Stefano, ma magari la metà. E certo che all’inizio ti senti smarrito, povero, un “paria” un diverso. Non solo devi andare nella scuola pubblica dove la palestra si riduce a un campetto di pallavolo mentre prima andavi al collegio privato con quattro campi di calcio, ma ti vergogni pure di dire che hai i genitori separati (oggi non è più così, viva Dio una delle poche conquiste di questo paese civile). Però tutto questo crea un cortocircuito vitale, ti crea “fame”, hai fame di fare di ottenere, di fare meglio. Mettiamoci il voler dimostrare qualcosa, o voler ottenere quello che non hai più. E magari poi capita che a venticinque anni hai l’occasione e parti e te la vai a cercare altrove la tua indipendenza economica. E non dico che bisogna far soffrire i figli di proposito, che bisogna divorziare per farli sentire forti. Dico solo che bisogna fare delle scelti coerenti e coraggiose, una famiglia che si tiene in piedi in maniera ipocrita crea cento volte più danni di una famiglia che decide di separarsi. Ovvio che tutti vorremmo la famiglia del mulino bianco per la vita, ma spesso la vita è ingiusta. Perché non farlo capire ai figli dall’inizio che non è tutto rose e fiori, che c’è anche una sana dose di malasorte o se vogliamo una più realistica dose di “errori” che si fanno ma a cui si ha il coraggio di porre rimedio? Cresceranno senza il terrore dell’errore, perché anche se sbaglieranno sapranno rialzarsi e lottare.  Perché è molto più diseducativo e improduttivo un matrimonio che funziona male che un sano e onesto divorzio spiegato ai nostri figli che li fa crescere. E’ molto più improduttiva e diseducativa una scuola dove funziona tutto perfettamente e non si sgarra di un minuto, che un’altra dove magari (si spera) almeno gli insegnanti siano bravi e se poi non hai la palestra con pavimenti antitraumatici o la piscina con diciotto corsie vabbeh pazienza! A trent’anni secondo voi cosa farà quel figlio cresciuto in una famiglia virtualmente felice o infelice in cui si sta insieme per “salvarsi”? Deciderà di andarsi a costruire un futuro altrove? Deciderà  di investire in Italia rischiando i soldi di famiglia magari per aprire un’impresa o cercherà magari l’aiutino di papà per una raccomandazione in qualche azienda e, in caso negativo (perché vista la crisi oggi manco la raccomandazione basta) vivrà come un frustrato e un disadattato? Vogliamo questo per i nostri figli? Per anni ho imprecato contro la malasorte che non mi ha permesso di avere a disposizione come la maggior parte dei miei amici degli appartamenti di famiglia su cui contare. E invece dovrei ringraziare la sorte, dovrei ringraziare il cielo che i miei genitori li hanno venduti in maniera anche scriteriata perché questo mi ha dato l’opportunità di avere “fame” di essere obbligato di farmi le cose da solo, di comprarmele da solo.

Ed oggi capisco anche da dove viene questa malinconia che mi prende quando vivo e lavoro all’estero, come il sottoscritto, manco a dire in Nigeria, ma a Paris la Ville de la Lumiere, e che mi fa pensare ogni santo giorno al modo in cui poter rientrare all’ovile, melanconica tristezza che si accentua durante i lunghi inverni senza sole, e magari vivi come un adolescente, fatichi a comprarti una casa, a sposarti a metter su radici. Quanti “giovani” di quarant’anni esistono al giorno d’oggi?  Quanti che partono in continuazione e girano in tondo? E quanti invece che non partono mai e che restano all’ovile per tutta la vita, ancorati a un cordone ombelicale di tre centimetri? Gli uni magari girano troppo e sono rosi dalla malinconia e dalla sindrome dell’emigrante. Gli altri vivono un’apparente serenità che può venir disintegrata dalla minima avversità (uno scaldabagno che si rompe per citare una delle più terribili calamità). Io mi sento più nella prima categoria per esempio. Se da un lato la capacità di partire mi è stata magari consegnata da quella famosa “fame”, la maledetta malinconia, oggi mi interrogo, non sarà forse la reminiscenza di una vita troppo coccolata come molto di noi l’hanno vissuta in queste famiglie che restano troppo tempo “mono nucleari” in cui i genitori scaricano esasperato affetto nei confronti del loro bel rampollo?  Bisogna abituare i bambini fin da piccoli a cercare (nelle piccole cose) a cavarsela da soli. Dov’è il parmigiano? Cercatelo! Meglio abituarsi prima a sapere che le cose me le devo fare da solo.  Perché non puoi contare su nessuno. La vita è così. Alla fine su quante persone si può contare? Alla fine può arrivare il terremoto e radervi la casa, allora chi è capace di rialzarsi più in fretta, quello che nella vita ha ottenuto tutto e gratis e che non è abituato a farsi le cose o chi ha magari patito un po’ di sofferenza? Un terzo delle piccole e medie imprese del Nord Est polmone produttivo dell’Italia chiude non perché c’è la concorrenza cinese, ma perché i padri non possono lasciare le imprese a dei figli senza midollo che passano le giornate a bere lo Spritz al bar con l’amico. A Roma c’è quella che io chiamo la “sindrome della porchetta” ma che oggi potremmo chiamare “la sindrome dello Spritz”: ci si arrabbia, si bestemmia tutta la settimana. All’Università magari ci si riunisce,  ci si incazza contro questi baroni messi li dalla burocrazia, si pianificano progetti imprenditoriali, si scrivono giornaletti rivoluzionari,  si pianifica di andare a studiare all’estero, a lavorare fuori, si arriva il venerdì esasperati e poi, e poi arriva il sabato e la porchetta a Ariccia, la domenica, e lo spritz a Fregene. C’è il sole che calma e migliora l’umore (è scientificamente provato che il sole è antidepressivo), la Roma la Lazio e il lunedì tutto torna come prima. Sono dodici anni che ho lasciato Roma, ogni volta che torno e parlo con i miei amici o con le persone che conosco sento gli stessi problemi, magari gli stessi progetti, le stesse speranze: perché se uno vuol partire non lo fa? Perché se uno vuol creare un’impresa non lo fa? Sempre colpa dello stato, della burocrazia, del “tanto vanno avanti solo i raccomandati”. A Roma c’è il sole che funziona da anti depressivo, ma quanto sole ci serve quando arriveremo frustrati a cinquant’anni?  E mi ci metto in mezzo anche io, che ho lasciato casa a ventotto anni non per una forma di rivolta e sfida, ma perché avevo conosciuto la tipa a Parigi. A ventotto anni eh? Non a ventidue. “si vabbeh ma te hai studiato ingegneria è dificile”. La scusa. Difficile in sette anni? “eh vabbeh ma con i corsi annuali era molto più difficile. E poi c’erano certi professori che ti bocciavano tre volte, Fisica I dovevi farla quattro volte,  il biennio a fare la fila alle cinque del mattino per un posto in prima in aule stracolme fila tornavi a casa sderenato, se facevi quattro esami all’anno era un miracolo, certi incompetenti messi li a insegnare materie che dovevi studiarle da solo…”. Analisi giusta, ma patetica: e le tre soluzioni le abbiamo dimenticate? Se veramente l’Università di Roma ha un biennio che faceva (fa?) pietà e un triennio dove la metà dei professori sono figli e nipoti di, o cugini di, e non sanno cosa vuol dire insegnare allora perché non andarsene a cercare un’altra? Alla fine ti laurei in sette anni, due in più della media dei tuoi coetanei europei, e lasci casa a ventotto (quando ci dice bene). Quanta fatica per capire che certe scelte vanno fatte per passione per noi stessi e non per cercare la rassicurazione! Anni di terapia! Ho un mio amico che è partito per andare a insegnare elettronica in una facoltà di ingegneria in Finlandia, a 100 Km dal circolo polare artico,  dopo aver perso il lavoro nella crisi del 2002. Non aveva la fidanzata lassù. Poi è tornato a Roma gli hanno offerto un lavoro e si è comprato un appartamento: non aveva i soldi dei genitori, si è indebitato al 45%. Oggi vive negli stati Uniti con moglie e due figli, la casa di Roma l’ha affittata e si è comprato una seconda casa negli Stati Uniti. A chi fa più paura la crisi a gente come lui che è abituata a mettersi in discussione e a partire fino al polo nord o al figlio di papà che ha come unico scopo quello di farsi regalare il motorino? Con un altro mio amico, compagno di studi con cui condividevo speranze e frustrazioni del nostro parassitario sistema universitario Romano, si fantasticava sul mitico giorno della Laurea che sembrava non arrivare mai. Su i sogni nel cassetto, il prestito d’onore e magari andarsene all’estero . Poi appena laureati si è cercato subito il posto su Roma (non solo lui, anche il sottoscritto! Perché dobbiamo andare lontano?). Gli hanno proposto un posto in una provincia del nord est e ha storto la bocca: “non chiedo San Francisco ma almeno Milano, che ci vado a fare nella periferia di Vicenza?”: Se ci credi che quel lavoro sia per te, allora parti. Ma visto che nessuno ci ha insegnato a porci questa domanda… Se ai genitori gli dici “mamma io vado a vivere da solo, ho trovato un appartamento alla Magliana e me lo pago io” e i genitori stanno sulla Cassia la prima cosa che ti dicono è “perché così lontano? Ma che non ci stai bene a casa?”. E’ educativo tutto ciò?

Un noto imprenditore del nord est inviò il figlio nella succursale di famiglia a Shangai per dirigerla. Lo chiamarono dopo due settimane terrorizzate “dottore, suo figlio è sparito da una settimana, che facciamo?”: Dopo due settimane trovarono il figlio che se n’era andato  fare una vacanza con la nuova fidanzata in Tailandia. A chi le lasciamo queste aziende a gente così? E questo figlio prodigio secondo voi ha mai sofferto un po’ nella vita? A Natale magari ha ricevuto due regali in meno? Magari la sera mentre aveva due anni e faceva lo show per tutta l famiglia in piedi ancora alle dieci  di sera invece che una bella urlata e un liberatorio “tuttialletto!!” le nonne, le zie gli stessi genitori applaudivano il bambino prodigio per come è vispo per come è bravo, tutti a metterlo al centro dell’attenzione? Oggi forse anche a causa del fatto che si fanno pochi figli e quindi si ha più tempo per scaricare le nostre angosce protettive su quello che spesso resta un figlio unico, li si iper protegge, li si mette al centro dell’attenzione, si ha paura di tutto, che caschino dalle scale, che caschino dal balcone, che si facciano male in palestra, giocano con sedici ginocchiere gomitiere, e si fanno anche le palestre con pavimenti anti trauma! E questi bambini come cresceranno? Alla prima difficoltà cosa faranno? Come quel tipo, fidanzato con una mia amica, che si è presentato dopo due anni a casa di lei con la madre: “amore mio è ora che cominciamo a vivere assieme, sono due anni che ci conosciamo e ci amiamo. Ah, tra l’altro ecco ti presento mia madre, vivrà con noi” (sic!). Vogliamo veramente che i nostri figli diventino questo? Al massimo delle badanti per i nostri anni della pensione?

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Riferimenti

Scuola Genitori: http://www.scuolagenitori.it

Testi:

Crepet, P. L’Autorità perduta, Einaudi, 2011

Crepet, P. Sfamiglia, Einaudi, 2009

Video

http://youtu.be/13LU2EzrsXc

https://www.youtube.com/watch?v=17yAPuK6am4

https://www.youtube.com/watch?v=xOaVf4qbJT8

P.S) Un commento finale di cronaca attuale. Sempre per quelli che hanno risposto che nella vita ci vuole “fortuna, culo e raccomandazioni”, lasciando quindi prevalere l’idea che nella vita vanno avanti i furbi più che i meritevoli, che conti più l’inventiva furbesca che l’onestà e la giustizia, mi permetto di dissentire con prove provate. Come in una partita a scacchi si vince all’ultima mossa. La vita è una bilancia. Si può avere l’impressione che chi va avanti nel paese fa patte di quei furbetti del quartierino (o del quartierone) ma alla fine queste persone fanno la fine che si meritano. Alla fine la bilancia della vita starà in equilibrio. Ciò che fai ricevi. Ne sanno qualcosa tutti coloro che nel nostro paese erano considerati potenti, intoccabili e “furbi” e che la storia ha giudicato, o sta giudicando, per quello che realmente hanno fatto e valgono. Tra trent’anni queste persone forse non saranno neanche citate nei libri di storia e, se lo saranno, non certo per agiografarne la vita, ma magari per constatarne la rovinosa caduta che resterà quella si d’imperitura memoria. Chi vuol cogliere la sfumatura di attualità pubblica colga. Io credo che questi esempi siano di una forte educazione per i nostri figli: vedete? Alla fine non sono i furbi e i raccomandati che, alla lunga, la fanno franca!

1Q84

Murakami Haruky, 1Q84, Nov-2011, Einaudi.(vol 1,2,3)   

Aomame è una giovane ragazza Giapponese che ufficialmente lavora come “personal trainer” in una palestra di Tokio. Come “secondo lavoro” è un killer che elimina su commissione uomini che si sono macchiati di violenze sulle donne e che per diversi motivi sono riusciti a sfuggire alla giustizia “tradizionale”.

Tengo è un giovane ragazzo che come lavoro fa l’insegnante di matematica in una scuola preparatoria di Tokio. Come “secondo lavoro” Tengo è un Ghost writer, riscrive romanzi su commissione del suo editor, e in particolare l’ultimo a cui ha messo le mani, dal titolo “La Crisalide d’Aria”, scritto da una misteriosa ragazza dislessica di diciassette anni di nome Fukaeri è diventato un successo editoriale senza precedenti.

Tengo e Aomame avevano frequentato la stessa scuola elementare in cui avevano sviluppato una fugace amicizia che poi si scoprirà essere un amore quasi simbiotico. Sono come due metà che si sono perse e che si cercano.

Durante uno dei suoi “lavori su commissione” Amomane, dopo essere stata lasciata da un Taxi sulla tangenziale di Tokio e essere scesa da una scala d’emergenza si accorge di trovarsi in una specie di mondo parallelo , un nuovo 1984 (l’anno in cui è ambientato il romanzo). Un mondo quasi perfettamente simile al precedente se non fosse per alcune poche ma macroscopiche differenze (per esempio due Lune nel cielo che possono essere viste solo da Amomane e in seguito da Tengo). O per la presenza di una setta esoterica, il Sakigate, il cui leader è capace di ascoltare delle voci di alcuni esseri  di un altro mondo“i Little People” quando si materializzano si mettono a tessere “crisalidi d’aria” che contengono cloni di esseri umani dotati di speciali poteri paranormali.

Amomane verrà ingaggiata dall’associazione clandestina contro le violenze per le donne per uccidere il leader della Setta, apparentemente reo di aver violentato delle minorenni che venivano usate come “vestali” durante alcuni riti esoterici. Scoprirà presto che è lo stesso leader ad aver voluto che fosse così.

Dopo l’omicidio del leader Amomane vivrà nascosta in un appartamento dove, casualmente vedrà Tengo per strada che contempla le due lune. Decide così di restare in quell’appartamento (casualmente vicino all’abitazione di tengo) per incontrarlo ancora. Alla fine i due riusciranno a trovarsi e insieme percorreranno la scala della tangenziale in senso opposto per scappare dal mondo con le due Lune, che Amomane ha chiamato 1Q84, in cui i Little People li stanno cercando per tornare nel 1984.

Il romanzo è diviso in due volumi per una discutibile scelta editoriale, e francamente ho faticato ad arrivare alla fine. Non aspettatevi di capire chi siano questi Little People, rimarrete delusi. Lo stile di Murakami è semplice, il vocabolario pulito e lineare tanto da far pensare a tratti una sorta di “pulizia etnica” dovuta a una cattiva traduzione tralasciando, chi sa, alcuni modi di dire originali della lingua del Sol Levante. Accanto alle descrizioni deliranti e fantascientifiche di questi “Little People” che escono dai corpi di capre e cani morti per tessere le fila dell’aria e generare Crisalidi con cloni umani, si snocciola la vita quotidiana di Amomane e Tengo descritta con puntigliosa quanto alcune volte fastidiosa precisione come il descrittivismo esasperato degli abiti dei protagonisti, il soffermarsi sui dettagli delle scene, dettagli di una normalissima quotidianità. Anche le avventure sessuali dei protagonisti, giovani, sani e single e quindi con una vita sentimentale viva, anche se desolante, sono descritte in maniera asettica, alcune espressioni come “fare sesso sfrenato” lasciano un po’ interdetti per la banalità della terminologia che fa pensare a un manga scritto per diciassettenni.  Mentre il primo volume ha una trama più dinamica, il secondo è composto quasi esclusivamente da dialoghi interiori che scorrono nell’intervallarsi di tre storie parallele: Amomane che da sola nel suo appartamento rifugio attende Tengo (e scoprendo tra l’altro dopo un po’ di esserne persino in cinta senza aver avuto nessun rapporto diretto). Tengo che assiste il padre malato terminale e che in fine per una serie di casi si avvicinerà ad Amomane, e Ushikawa, una spia mandata dal Sakigate che farà una fine orribile per mano di Tamaru, una sorta guardia del corpo di Amomane, un killer di professione che ha una sua speciale sensibilità, ma che ci lascia un po’ perplessi e fa pensare a un personaggio alquanto artificiale. Queste tre storie sono spesso ripetitive piene di dettagli inutili ai fini della comprensione del racconto (potete fare l esercizio di leggere una pagina si e una no dopo la seconda metà del volume non ne perderete il senso), sono più la storia di tormenti interiori che di altro.

Il finale vedrà Amomane e Tengo ritrovarsi e scappare dal 1Q84 attraverso la scala di servizio da cui il romanzo è iniziato per tornare in un 1984 che però mostra già alcune discrepanze con il mondo originale (chi sa l’idea per un terzo volume, Dio ci scampi)

In breve un Murakami abbastanza vago che lascia molti punti all’interpretazione del lettore in opposizione a certi autori americani che si dannano per la spiegazione deterministica e che, se vogliamo, è forse un po’ la caratteristica di certa letteratura orientale, il che non guasta ma onestamente in questo caso ci pare esagerata . Eppure l’originalità della storia all’inizio lasciava ben sperare. Forse il motivo per cui, anche se indispettito da certe lungaggini o da una trama che ricorda più un manga che un intreccio poliziesco di Agatha Christie, il lettore comunque arriverà fino alla fine.

The Giant of the Sky, Paris Airshow, June 23rd 2013

click the link —->A380 Take off and landing, Le Bourget

Spiritualità, coscienza e i pericoli del dogmatismo

La lettura, consigliatami, di “Milioni di Farfalle” del dottor Eben Alexander, mi porta a scrivere questa riflessione, che poi vorrei estendere a spiritualità e religione.

Sul libro di Alexander secondo me c’è poco da dire. Se fosse stato scritto da un filosofo, uno psicologo, un prete, un monaco buddhista (un “Santone” come alcuni soprannominano sarcasticamente e dispregiativamente chi tenta di spiegare fenomeni legati a spiritualità, alla mente umana e la coscienza al di fuori dei canoni culturali classici) il libro non avrebbe venduto molto. Invece essendo stato scritto da un affermato neurochirurgo americano che prima dell’incidente era un saldo sostenitore della scienza razionalista moderna (e cioè quella a cui la maggior parte del mondo occidentale “crede”) unita a una buona prosa e un mix di suspence ne ha fatto un libro che è diventato presto un best seller. Non per questo lo considero un buon libro. Tutt’altro.

Riassumendo la storia è questa: Eben si sveglia una mattina preda di lancinanti dolori di schiena e di testa, poco dopo cade in uno stato comatoso che si rivela presto molto grave. In ospedale gli viene diagnosticata una meningite batterica da Escherichia Coli (rarissima negli adulti) che nel giro di poche ore compromette tutte le funzioni della parte più esterna del suo cervello, la corteccia cerebrale (sede del pensiero cosciente, responsabile di tutto quello che un essere umano riesce a fare consciamente e anche parzialmente inconsciamente: i sogni per esempio). Il batterio, in effetti, si autoriproduce in maniera esponenziale,  divora tutto quello che trova e inspiegabilmente si è infiltrato nel liquido cerebrospinale moltiplicandosi rapidamente e propagandosi nel cervello. La prima cosa che ha trovato da attaccare è stata la corteccia che è andata fuori uso.

L’affermato neurochirurgo cade in uno stato di coma profondo per sette giorni. Al settimo i medici (e suoi colleghi tra parentesi) stanno per staccare la spina quando “il nostro” si risveglia inspiegabilmente e altrettanto inspiegabilmente dopo un periodo di confusione, per altro normale in questi casi, riacquista tutte le sue funzioni cerebrali, e in più narra di un’esperienza ultraterrena che ha vissuto in un periodo indefinito senza tempo durante il coma. In questa esperienza ultraterrena il dottor Alexander parla di come sia stato trasportato in una dimensione luminosa fatta di gioia e serenità da una creatura alata che volava sopra ali di farfalle. Da un mondo tenebroso e buio in cui si trovava inizialmente (quello che lui definisce il “Regno della prospettiva del verme”) viene in seguito proiettato in quello che lui chiamerà  “l’Utero Cosmico” (scusandosi anzitempo per l’inadeguatezza delle parole poco adatte a spiegare questa sensazione vissuta solo con la coscienza), una dimensione in cui è possibile comunicare senza parlare, sentire senza udire, vedere senza guardare, e in cui si è permeati di una serenità infinita e partecipi della verità dell’universo o degli infiniti universi. In somma: si è in contatto con Dio.

La conclusione alla quale arriva lo scienziato una volta sveglio è che esiste una coscienza separata dal nostro corpo umano, compreso il cervello. Ossia: dato che la corteccia cerebrale era completamente compromessa e in un tale stato non è neanche ipotizzabile (secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne) una qualsiasi attività onirica (REM  o delirante) quello che il dottor Alexander ha vissuto è un’esperienza extra corporea attraverso una “coscienza” che quindi esiste al di fuori del nostro corpo.

Corollario a questa conclusione è ovviamente che esiste il paradiso, ed esiste ovviamente Dio.

Questo tipo di teoria non è nuova.  Io non esprimerò un giudizio dell’esperienza del dottor Alexander, mi limito a citare altre ipotesi che non possono spiegarsi solo con la nostra razionalità umana – penso all’inconscio collettivo di Jung e ai fenomeni di “sincronicitrà” -  ma potrei citare anche altre esperienze che lasciano presupporre che si, certamente, esiste “qualcosa” al di la del nostro universo fatto di atomi visibili e di particelle invisibili.  Che,  si, è estremamente probabile che dietro l’Universo o gli infiniti universi ci sia un Entità che abbia in qualche modo “generato” quello che ci circonda, semplicemente perché (secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne) la probabilità che tutto questo mondo che ci circonda sia frutto del caso è estremamente ma estremamente bassa. La pensava così anche Einstein quando cercando di confutare la moderna meccanica quantistica “casualistica” che si affacciava all’inizio del secolo scorso, pur essendone stato un precursore, sosteneva che “Dio non gioca a dadi”, presupponendo con questa frase l’esistenza di un “Dio”!

Tutto giusto.

Ma c’è un ma.

La tesi del Dottor Alexander regge secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne.

Che sono estremamente… ma estremamente limitate!

Qui sta il ma.

Rimango sempre piuttosto scettico di fronte a degli scritti che pretendono, in maniera scientifica, di dimostrare ciò che scientifico non è. Dove per scientifico intendo il frutto di un pensiero razionale sviluppatosi nell’arco di migliaia di anni e codificato nei trattati di chimica, fisica, matematica, medicina, astronomia che oggi si possono trovare nelle varie università.

Il libro del dottor Alexander poteva essere riassunto in venti o trenta pagine. Io capisco le esigenze editoriali e anche un po’ quelle “romanzesche”.  Ma è ingenuo pensare di poter dimostrare “scientificamente” che tutto quello che il dottor Alexander ha vissuto sia “reale”. Oserei dire è tipico di una certa ingenuità americana che pensa che il mondo possa essere diviso in bianco e nero, buoni e cattivi, io lo chiamo il “parossismo” ingenuo americano.

Nel libro questo mantra viene ripetuto in continuazione fino a stancare il lettore:

[...] “Il luogo che visitai era reale. Così reale che la vita che stiamo vivendo qui, adesso, appare completamente assurda a confronto […] Non si trattava di un sogno: Anche se non sapevo dove fossi e nemmeno cosa fossi, non avevo dubbi: il luogo in cui ero capitato era assolutamente reale. […] è stata l’esperienza più reale della mia vita… ” [...]

Ma cosa definiamo per reale?

Per confutare le ipotesi che tutto questo non è stato che un delirio, paranoia, o qualsivoglia attività onirica e quindi giustificare la realtà del paradiso il dottor Alexander redige un’appendice, perlopiù incomprensibile al profano (presumo redatta soprattutto per convincere i suoi colleghi scienziati) la cui ipotesi portante è che visto che la corteccia cerebrale è stata completamente assente per sette giorni, come è possibile che lui abbia vissuto e percepito questa esperienza ultraterrena in un mondo senza tempo senza spazio ma estremamente nitido e chiaro?

Potrei fare lo scettico e il San Tommaso e dire: in base a quali conoscenze scientifiche il dottor Alexander afferma questo? In base a quelle che la scienza moderna pensa di aver acquisito sul cervello umano? Una scienza che ancora oggi non è in grado di curare efficacemente tumori al cervello se non tramite una gretta chirurgia locale per poi condannare il paziente a mesi di estenuanti chemioterapie dall’esito spesso scontato? La neuroscienza che ancora oggi usa le stesse tecniche di riabilitazione a seguito di un Ictus di quelle di vent’anni fa e con risultati che non riesce a predire? Perché dovrei fidarmi di una scienza arrogante che quando si parla di cervello ancora oggi mostra un fianco debolissimo, pieno di indeterminatezze?

Il libro del Dottor Alexander tenta di far passare la tesi che, visto che è impossibile scientificamente che tutto questo possa essere accaduto, quindi è un miracolo, quindi Dio esiste.

Va bene, allora il dottor Alexander dica chiaramente che crede nei miracoli e non cerchi di spiegare il tutto con un trattato sulla meningite batterica (che è tra l’altro la parte più interessante che ho trovato nel libro: ho imparato cosa sia la meningite! :-) )

Un atteggiamento più saggio sarebbe stato il socratico “so di non sapere”. Perché se il dottor Alexander afferma che “è scientificamente impossibile che lui abbia vissuto questa cosa con la corteccia in pappa” quindi questa cosa è “reale” : questo chiamasi a casa mia paradosso.

Io potrei controbattere con la tesi che, visto che il cervello ha dei meccanismi ancora misteriosi, chi non mi dice che lui si sia sognato tutto nel momento del risveglio? In quel picosecondo in cui il cervello si stava riavviando, compresa la corteccia? Il riavvio del cervello può essere rapidissimo ma per quel fenomeno che alcuni di noi hanno provato che si chiama “espansione temporale” il sogno può essere percepito di una durata molto lunga anche se, nel mondo cosciente il tempo scorre più lentamente. Quanti di noi non hanno fatto l’esperienza la mattina quando si svegliano e, guardando l’orologio, costatano che sono le 07:00; poi si riaddormentano un attimo e fanno un lungo sogno che sembra durare tanto, poi si risvegliano di soprassalto temendo di aver dormito chissà quanto, riguardano l’orologio e sono le 07:01?

Ma dato che io “so di non sapere” non cerco di confutare esperienze“esoteriche” tramite argomentazioni scientifiche. Cpisco che la cultura del dottor Alexander sia quella del più puro illuminismo, ma sarebbe meglio cercare di descrivere l’esperienza senza ricorrere a teoremi scientifici. Sarebbe puerile. Sarebbe come voler spiegare la psicanalisi col teorema di Pitagora. Quasi sicuramente la mia contestazione dell’espansione temporale potrebbe essere confutata efficacemente da un’altra teoria scientifica (secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne) che io non conosco attualmente. Questo genere di esperienze spirituali, ultraterrene, esoteriche chiamatele come volete non ha una spiegazione razionale di questo mondo  in questi casi bisogna adottare secondo me un approccio puramente relativista, ed estremamente ma estremamente umile (quindi neanche dire “io so che è reale. Si! è così credetemi!” e ripeterlo dieci volte nel libro che alla fine scoccia pure) che poi non è molto lontano del “so di non sapere” di cui sopra.

Il nostro cervello è finito, non infinito. Lo stesso concetto di infinito non è concepibile per lui e quindi per noi. Gli scienziati si sono inventati la storia dell’Universo curvo in cui parti da un punto e torni sul tuo stesso punto dopo miliardi di miliardi di miliardi di anni luce di viaggio. L’uovo di Colombo.

Il dottor Alexander ora non può pretendere di farci credere in Dio in maniera scientifica, confutando la scienza tramite argomentazioni scientifiche!

La credenza e la ricerca di una spiritualità sono un percorso puramente soggettivo secondo me, individuale, e oserei dire anche necessario per gli esseri umani. Un percorso di crescita, che ci fa andare avanti alla ricerca del perché, del per come. E’ sano. E’ giusto che sia così. E’ innato. Ed è per questo che diffido di ogni dogma, di ogni liturgia. Sia di quelle scientifiche che di quelle non scientifiche.

E concludo finalmente riallacciandomi a quello che ho accennato all’inizio.

Io personalmente diffido di ogni forma di spiritualità che si basa su un dogmatismo liturgico definito da precisi canoni di regole imposte, del “è così e se non è così è peccato”, o delle sofferenze e penitenze imposte come vie per raggiungere la spiritualità rivelata (da chi codifica i dogmi s’intende). La spiritualità del dogma è una contraddizione in termini perché la spiritualità è soggettiva. Se ognuno di noi ha in se un Dio, o se è esso stesso Dio, non mi serve un libro, una serie di regole, il catalogo dei dieci comandamenti, o una serie di riti costrittivi o restrittivi (digiuni ramadamici, astinenze sessuali e via discorrendo) per avvicinarmi a Dio e alla spiritualità. Ognuno ha il suo modo di cercare, ognuno sa quando è il momento, ognuno sa come arrivarci, l’imposizione non aiuta, crea nevrosi, stress, e alla fine guerre, per l’appunto di religione.

Come nell’amore anche nella spiritualità e la religione la cartina tornasole di quello che è “saggio” da quello che è “tossico” sta nel vostro stato d’animo nel momento in cui vi approcciate alla pratica spirituale. Se praticate una religiosità o una spiritualità che vi riempie di serenità, amore tranquillità, una curiosità costruttiva e fiduciosa, pace, del “dare senza chiedere niente in cambio” dell’abbandonarsi fiduciosamente all’altro financo Dio allora probabilmente questo vostro percorso è qualcosa di “buono e giusto”.  Dove per “buono e giusto” lascio a voi giudicare cosa sia.

Se di contro la vostra religiosità è fatta del “non devi”, o  del “devi fare” di “ansie nevrotiche da astinenza” di “senso del peccato e dell’angoscia”  ma anche al contrario “esagerata  euforia e misticismo” che vi incita alla conversione degli infedeli ( o dei poveri fratelli che ancora non hanno scoperto la bellezza della fede) , allora secondo me questo genere di pratica è tossica, pericolosa, per voi e per chi vi circonda.

Il dogmatismo di chi pensa di conoscere “la realtà” la presunzione di chi dice “questo è reale! Si si! Credeteci! È così!” che sia uno scienziato come il dottor Alexander, o il sacerdote che dice la predica in Chiesa o l’Imam nella Moschea per me fa lo stesso. Non è perché lo dicono loro che poi io ci credo. E se dovessi sperimentare una cosa del genere come quella del dottor Alexander  la racconterei, senza la presunzione di voler dimostrare “scientificamente” o “non scientificamente “ che sia la verità. Una cosa che sono sicuro cambierebbe la mia vita, come l’ha cambiata a lui, che penso oggi sia un uomo migliore, anche se il suo libro non mi è piaciuto.

In generale credo fermamente che si debba diffidare di qualsiasi dogma assoluto, incluso quello che scientificamente vorrebbe dimostrarmi l’esistenza di Dio. La spiritualità è un percorso puramente individuale, che ognuno si cerchi il Dio che gli conviene, e possibilmente agisca seguendo forse l’unica vera regola che abbia un senso e che non ha veramente alcuna controindicazione: ama il prossimo tuo, e fa quello che ti pare.

Guarda caso regola non confutata né dal Corano, né dalla Bibbia, né dal Buddismo, né da Freud o da Jung e né tantomeno dai vari teoremi di meccanica quantistica che hanno rivoluzionato la fisica degli inizio del secolo.

Se agiremo secondo questo semplice precetto avremmo fatto probabilmente una vita in cui dopo essere nati piangendo circondati da tante persone sorridenti, moriremo ridendo circondati da tante persone che piangeranno per noi. Allora si che potremmo dire di aver veramente e pienamente vissuto la nostra vita insieme alla nostra spiritualità.

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Eben Alexander Milioni di farfalle,  Mondadori 2013 (titolo originale proof of Heaven, 2012)

Valutazione

Il Ciambellone di Zia “ALicia” Fantasia

Allora il Ciambellone è una ricetta molto stupida e facile da farsi.  Ci sono affezionato perché me lo faceva la mia zia abbruzzese, Licia. Una volta da piccolo le scrissi una cartolina, che iniziava così “cara zia Alicia…” e da allora per me è rimasta Zia “A”Licia. Con la “A”. Buon anima!

Allora eccovi la ricetta (rivista da mia madre).

Ingredienti: 3 uova, 250 g di zucchero, 300 g di farina, 1 bicchiere di olio di semi, 1 bicchiere di latte, 1 bustina di lievito “Pane Angeli” (in Francia la levure chimique), un po’ di gocce di essenza di mandorla amara. Cacao in polvere (un cucchiaio da minestra),

Dunque sbattere le uova in una GRANDE insalatiera per cinque minuti (sic, nella ricetta di mamma… vabbeh, io l’ho fatto per un minuto ed è stato sufficiente: però se volete fare le cose veramente bene state pure li cinque minuti ad ammorbarvi).  Dopo aggiungete un bicchiere di latte, e un bicchiere di OLIO. Allora normalmente – “mamma dixit” – dovete usare l’oio di semi più buono che c’è che, sempre secondo mamma dixit è l’olio di arachidi. Io l’olio di arachidi non ce l’avevo oggi e quindi ci ho messo un bicchiere di olio extravergine di oliva della toscana. Guardate il colore nella foto seguente (se cliccate sulle foto le vedrete ingrandite). Va beh. Crepi l’avarizia! Quindi aggiungete la bustina di lievito e poi lo zucchero. Mischiate per uno o due minuti con il frullatore (se avete un frullatore a mano va bene lo stesso non vi scoraggiate!). Quindi le gocce di essenza di mandorle e la polvere di cacao.

Io in Francia ho trovato, su suggerimento di un mio amico alsaziano , la polvere di cacao e cioccolato “vanHouten”: un mito: è un mix di cacao amaro con zucchero e scaglie di cioccolato. Sebra il nostro “Nesquick”: da usare SENZA moderazione.

Continuate a mischiare quindi aggiungete la farina, frullate per poco meno di un minuto e poi continuate ad amalgamare il tutto con un cucchiaio di legno. Quando l’impasto è ben amalgamato preparate la teglia. Deve essere una teglia circolare dal bordo alto, possibilmente con un cono al centro (per il buco, se no che ciambellone è?). Io non ce l’ho, ed ho provveduto con apposito “Shaker” per i cocktail (da qui il tocco “fantasia”). Attenzione: imburrate bene teglia e “cono”. Poi spargeteci sopra la farina e battete la teglia in modo da far andar via la farina: la teglia resterà “imbiancata” come i tetti delle casette del presepio (lo fate il presepio a Natale con la farina sui tetti per l’effetto neve VERO???).

Bene. Avete quasi finito. Accendete il forno e mettetelo a 180 gradi. Versate l’impasto nella teglia circolare lentamente. Quando il forno è ben caldo mettete tutto dentro. Non toccate niente per 30 minuti, se aprite il forno prima si sgonfia tutto e avete fatto la pizza-ciambellone. Se avete usato la variante fantasia dello “shaker” controllate che non si muova durante la lievitazione della pasta. Se si inclina dovete effettuare un azione commando aprendo il forno rapidissimamente e premendolo e rimettendolo dritto. Date prova di riflessi!

Dopo 35 minuti controllate la cottura: tirate fuori il ciambellone e bucatelo con uno stuzzicadenti. Se resta umido vuol dire che non è cotto, e ripetete la procedura dopo cinque minuti. Se è secco avete finito.

Tirate fuori la teglia e lasciate freddare per trenta minuti. Quindi  delicatamente mettete il ciambellone nel piatto, cospargetelo di zucchero a velo o ancora meglio con il cacao tipo “Nesquick” e poi servitelo.

Quando ero piccolo ce lo facevano mangiare col caffellatte. Se io mangio oggi il Ciambellone col caffellatte do di stomaco. Ma… “de gustibus”... Io lo preferisco di sera, dopo mangiato, accompagnato da un bicchierino di vodka, freddissimo.

Grazie Zia… Alicia!

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COME INSERIRE I COMMENTI IN MATTEOSAN

Lavoro, emigrazione e la sindrome del “cordone ombelicale”

Oggi manca l’acqua in tutta Saint Cloud. Non succedeva se la memoria mi assiste da tre anni. Al supermercato affollato ho visto molte persone uscire con i fustini di plastica da cinque litri d’acqua. Verso la fine della mattinata l’acqua non era ancora tornata e si subodorava una leggera aria di panico.

Ci sono cose essenziali per gli esseri umani come l’acqua (nel caso specifico è essenziale per tutti gli esseri viventi di cui facciamo parte) a cui ci si abitua e non ci fa caso se non nel momento della mancazna.

Alcuni fattori sono però essenziali e peculiari alla vita del genere umano.

Il lavoro è uno di questi fattori.

Ieri sera al telegiornale avevano intervistato un’attrice italiana, una vecchia gloria ormai tramontata ma che testardamente cerca di combattere il tempo che passa. Al giornalista che la intervistava e le chiedeva di dare qualche consiglio alle nuove e vecchie generazioni ha risposto con la seguente frase “di non mollare. E di lavorare. Sempre. Il lavoro rende vivi”.

Mi piace pensare che il lavoro renda vivi piuttosto che liberi, se non altro perché quest’ ultima accezzione campeggiava su un cartello all’ingresso di uno dei tanti inferni creati dagli esseri umani (non c’è bisogno di andare a cercare luighi di paura e perdizione nella Divina Commedia di Dante, a volte basta guardare il telegiornale o leggere i libri di storia).

Tempo fa a parigi appena fuori il terminale 2F dell’aeroporto Charles de Gaulle dove rientro dai Roma sui muri che costeggiano il tapis roulant che vi porta alla stazione dei treni si potevano vedere i cartelli pubblicitari di una nota banca, in perfetto stile positivista. Una di esse ritraeva un tassista indiano, col turbante, che sta uscendo (o entrando) nel suo Taxi, presumibilmente  in una città nordica visto che tutto intorno la neve cadeva abbondante. La didascalia faceva più o meno così: “Più di 138 milioni di persone lavorano lontane dal loro luogo di nascita… Benvenuti in un mondo pieno di opportunità”.

C’è un libro in Francia scritto da uno psicanalista che si chiama Tobie Nathan intitolato “Etno Roman” la cui quarta di copertina cita (per farvi capire il genere): “Nato in Egitto, sono egiziano, come lo furono i miei antenati, sotterrati nel cimitero del Cairo a Bassatine, da tempi immemorabili. Pronipote di generazione di rabbini, portandone il cognome più celebre, sono “naturalmente” ebreo […]. Avendo vissuto a Roma, sono italiano come era stampato sul mio passaporto. Essendo cresciuto a Genevilliers [in Ile de France N.d.R] sono comunista come lo era quella città dopo la guerra…” Nathan è uno dei massimi esperti nell’analisi e la spiegazione dei fenomeni legato alle nevrosi o alla malinconia del distacco e della partenza (probabilmente perché ha vissuto tutta la sua vita partendo e distaccandosi dai suoi luoghi di origine).

Il lavoro ci rende vivi, è essenziale per la vita dell’uomo ed è per questo che quando manca, come oggi mancava l’acqua, siamo portati ad andare a cercarcelo dove c’è, coi nostri secchi vuoti sulle spalle.

E questo spesso causa dolore perché il taglio del cordone ombelicale con la terra-madre non taglia i nostri legami famigliari che resteranno sempre tali. Ci sono centomila modi e/o ragioni di emigrare. C’è chi fugge dalla guerra, chi fugge da solo, chi si porta appresso mogli e figli, chi semplicemente fugge dalla noia, chi magari cerca libertà, chi scappa dalla famiglia oppressiva o violenta, chi scappa dalla fame.

E’ comunque sempre una fuga a ben vedere. Non è un bisogno istintivo dell’essere umano. Non si nasce col bisogno “istintivo” di abbandonare la propria madre. E’ qualcosa che si sviluppa con l’età (e per fortuna, se no altro che mammoni!) e che è causata da fenomeni di tipo psicologico e sociologico. Ogni emigrante (che abbandoni la propria città per un ‘altra città nello stesso paese o che abbandoni addirittura il proprio paese) ha una storia a se, ma tuti hanno un punto in comune: che siano ricchi o poveri, da soli o in compagnia, hanno abbandonato la loro terra madre con cui esisterà un legame perenne.

Anche coloro che vivono senza rimpianti devono fare i conti con la sindrome del cordone ombelicale. Domenica scorsa stavo a Parigi per votare alle primarie, e proprio in una traversa di Rue Montorgueil vicino al seggio ho scoperto un nuovo ristorante italiano. Piccolo, un po’ caro, ma pasta eccezionale. Uno dei coproprietari è un ragazzo di trent’anni di Roma, di Cinecittà. Abbiamo parlato e quando gli ho detto che sono di Roma e vivo da undici anni in Francia mi ha guardato con sorpresa “Sei forse uno degli unici romani a riuscire a vivere lontano da Roma per più di due anni!?”.

“Tu no?”

“ Io? Io da sei che vivo qui..”

“E non hai nostalgia di tornare?”

“Io? Per niente! Ah guarda, si ci torno ogni tanto  per le vacanze ma sto tanto bene qui!!!” (tre punti esclamativi).

Ho imparato a guardare tra le righe e a fare attenzione ad altre cose che al contenuto semantico delle parole. La comunicazione tra esseri umani è fatta principalmente di messaggi “non verbali”. Quest’ultima frase è stata detta quasi con rabbia, una rabbia nascosta sotto determinazione e sicurezza. Ma sempre rabbia. Al punto che è suonata pure un po’ insincera. In Francia si dice che “ca cloche”. O forse ero io che volevo che suonasse falsa chissà (perché possiamo anche autosuggestionarci spesso!)

E’ ovvio e sottinteso che se questa persona avesse avuto la possibilità di aprire il proprio pastificio a Trastevere invece che a Rue de Montorgueil lo avrebbe fatto. I motivi che lo hanno spinto ad aprire il pastificio qui invece che a Roma non li conosco. Ma tra due possibilità, per una variante del Rasoio di Occam, la più semplice (leggasi=facile da realizzare) è quella che intuitivamente si predilige. Non dico sia la più efficiente dal punto di vista del ritorno di investimento. Ma divagherei.

La ricerca del lavoro spesso ci porta lontano. E questo genera, che lo vogliamo o no, una frattura, la sindrome del cordone ombellicale strappato dalla nostra terra madre. E’ qualcosa che chi vive lontano si porterà appresso per sempre. Figli, famiglia e lavoro possono compensare, farci dimenticare certe volte, farci pensare che tutto sommato viviamo bene altrove, che i vantaggi superano decisamente gli svantaggi di stare lontani dai nostri affetti (sempre che in terra madre ce ne siano) al punto tale che moltissimi che partono non tornano più una volta che sono riusciti a crearsi una famiglia lontano.

Si potrebbero fare tanti esempi e controesempi. La critica più evidente a una simile tesi (quella dell’emigrante perennemente nostalgico) è evidente facendo riferimento a chi magari è dovuto fuggire da una famiglia violenta. O da una terra violenta. Che nostalgia può avere? Nostalgia sicuramente dell’amore che una madre e una nazione (terra madre) non gli ha saputo dare per esempio?!

Il distacco e un certo grado di sofferenza è una fase essenziale per la crescita e la maturazione di un individuo. Per questo se domani mattina qualche cervellone del CERN inventasse finalmente sta benedetta macchina del tempo e mi dicesse di tornare indietro sicuramente farei la stessa cosa. Ripartirei. All’epoca era la cosa buona e giusta da fare. La sofferenza superata genera maturazione. Ma cercherei di mettere a frutto questa maturità per migliorare le cose nel mio paese, invece di vivere con un malcelato rancore (come il propriatario del pastificio). Mi impegnerei per dare qualche contributo (come sto ennesimo papiro?) affinché l’unica speranza delle nuove generazioni di trovare un lavoro decente che soddisfi le prorpie ambizioni (il loro savoir faire e il loro savoir etre come dicono qui) non sia solo quella di fuggire.

Ecco quello che mi sento oggi di consigliare a chi è partito o si accinge di andarsene a fare un’esperienza di lavoro all’estero: andate! Non abbiate paura, perché il ritorno di investimento sarà grande. Ma non pensate di non pagarne il prezzo. E una volta che vi sentirete appagati e maturi, beh, cercate di non sputare su quel paese sgangherato che non è stato in grado, come forse una cattiva madre, di darvi quello che voi esigevate. E con la vostra esperienza potrete  magari contribuire a miglioralo.

A salvare il vostro Paese.

Come voi stessi.

Le Nuove Solitudini

Qualche giorno fa  sono rimasto folgorato sulla via di Damasco che è quella che usualmente mi porta attraverso le mie librerie del centro di Parigi, alla vista di una rivista esposta davanti alla cassa. Senza pensarci troppo l’ho comprata.

In breve questo dossier tratta dell’analisi di un nuovo fenomeno sociale evidente soprattutto nelle grandi agglomerazioni urbane delle società occidentali; avrei dovuto dire “capitaliste” ma non intendo dare un taglio ideologico-politico all’argomento e concentrarmi sugli effetti sociologici di tipo generale.

L’atrticolo descrive il fenomeno delle “nuove solitudini” di chi, per scelta o per necessità vive solo per un periodo molto prolungato della sua vita (che di solito rischia di protrarsi fino alla fine se questa nuova condizione di solitudine avviene in tarda età).

Il reportage definisce molto bene il concetto di solitudine che è soprattutto di tipo “mentale”. Ovverosia non è forzatamente legato all’isolamento fisico da parte degli altri. Ci sono molte persone che escono tutte le sere, che vedono tantissime persone, ma che formalmente possono essere considerate “sole”. La maggior parte di queste ovviamente costituisce un nucleo familiare che i francesi definiscono “mono-parentale” ovviamente.

Invece che stare qui ad ammorbarmi con le mie elucubrazioni vi incoraggio di leggervi questo dossier. Gli orgiginali sono in inglese ma avendo solo la copia in francese la traduzione potrebbe presentare diverse lacune stilistiche di cui mi scuso anzitempo.

Buona lettura
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Zuppa di cipolle franco-italiana

Bonjour messieurs dames eccovi qua l’ultimissima ricetta originale che mescola la tradizione franzosa alle belle speranze e ai lontani amarcord italiani.

Trattasi della classicissima zuppa di cipolle, da prepararsi preferibilmente in periodi freddi, il che vuol dire otto mesi l’anno qui a Paris ecco perché i transalpini la apprezzano di più. Per i Romani de Roma la consiglio nelle fredde notti invernali di febbraio quando tira la tramontana. Ideale per i cagionevoli di salute, manosanta contro il raffreddore, meglio di una mezza tonnellata di aspirine e di supradin se abbinata a un forte vino rosso (consiglio un rosso di Montalcino con gradazione non inferiore ai 13°)
Preparazione molto semplice ma sono le varianti che contano.

Ecco l’occorrente per una persona affamata (o per una coppia in cui lei mangia poco): quattro cipolle di media grandezza (prendetele bianche tanto poi colorite col vino). Un cucchiaio di fecola (o farina), cento grammi di parmigiano regiano e cento grammi di pecorino sardo dolce, un dado, un mazzetto di erba cipollina (ciboulette in franzoso, questa, modestamente è una variante mia), pepe , un pizzico di sale, due fette di pane di Lariano ben tostato (se abitate in franzonia un paio di fette di pain de campagne, o un demi-complet che questi il Lariano se lo sognano), tre cucchiai d’olio, e mezzo bicchiere di vino rosso.

Prima di tutto togliete il primo strato della cipiolla. Poi se siete masochisti come a me che vi piace soffrire e farvi il piantarello tagliuzzate le cipolle a dadini e preparate i fazzoletti. Se invece siete delicatucci sciacqate le cipolle (pelate) sott’acqua e quando le tagliuzzerete piangerete di meno.

Mettete tutto su un tagliere insieme all’erba cipollina tagliuzzata

Preparate una casseruola di brodo (l’equivalente di due grandi tazze da té) e quando bolle mettete il fuoco al minimo. In una seconda casseruola più grande della prima mettete la cipolla con l’erba cipollina a soffriggere a fuoco moderato. Dopo cinque minuti aggiungete un cucchiaio di farina di fecola di patate: mischiate molto bene e continuamente con un cucchiaio di legno se no si appiccica tutto. Dopo tre minuti buttate giù mezzo bicchiere di vino rosso. Continuate a mischiare per un paio di minuti e poi versate il brodo dalla casseruola piccola a quella più grande e mettete a cuocere a fuoco basso per dieci minuti. Mescolate ogni tanto, se vi sembra poco salata aggiungete sale e poi un pizzico di pepe a piacere.

Poi prendete una scodellina piccola con il bordo molto alto (non va bene la scodella per la pasta, deve essere una via di mezzo tra una scodella e una tazza) e versateci il pappone caldo. Ci metterete sopra le due fette di pane tostato (io preferisco tagliarle prima) quindi il pecorino e il parmigiano grattuggiati.

Prendete la scodella e mettetela nel forno a microonde in modalità “crisp” o anche solo in modalità “griglia” per tre minuti (il tempo di far fondere il formaggio in superficie).

FONDAMENTALE il bicchiere di vino rosso (il mezzo che è restato lo riempite e ve lo berrete sulla minestra, così salutate il dottore  – e la malinconia dell’inverno che viene -  dalla finestra)

Risultato GA-RAN-TI-TO.

Ciao!

Rinascimento?

Un po’ troppe per essere semplici coincidenze una serie di notizie che non tutti i telegiornali hanno riportato come spesso sono alla ricerca di sensazionalismi e a caccia di ascolti. Non potremo forse chiamarlo Rinascimento ma certo è che, dopo i nove mesi di lacrime e sangue, si inizia la fase due, quella promessa dal Governo per la ripresa del paese.

Ed i segnali non mancano. Magari piccoli come quello dell’ultimo concorso per la pubblica istruzione che, se non ricordo, erano quindici anni che non si faceva (dopo la fallimentare esperienza dei tirocini formativi, per non parlare di quei poveracci che si sono sciroppati la scuola di specializzazione all’insegnamento secondario, la fantomatica SSIS varata e poi cassata da governi schizfrenici che avevano la stessa casacca!). In ogni caso quello che segue è un decreto vero per posti di insegnanti veri che servono al paese : http://www.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/fdce7231-bdf6-49fc-a8f9-e954fb883cce/DDG82_12.pdf

Chi storcesse la bocca per il dispendio di fondi pubblici nella definizione di concorsi per funzionari della P.A,  perché sostenitore di una economia liberale e strutturale, non potrebbe di contro  obiettare alcunché di fronte al varo del decreto sviluppo anche chiamato decreto crescita pubblicato il quattro ottobre sul link che segue http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/Dl-crescita.pdf, un decreto che definisce chiaramente le aree di intervento nell’Agenda digitale : finalmente sembra partirà questa benedetta carta di identità elettronica multiservizi dopo alcune esperienze regionali della carta sanitaria elettronica che però aihmé non ha mai preso piede su scala nazionale (nonostante le success histories ci siano basti vedere il caso del passaporto elettronico seppur dettato da esigenze di sicurezza internazionale dopo gli attentati dell undici settembre), le agevolazioni di impresa giovanile (le cosiddette startup), investimenti per le infrastrutture (con forte spinta per la banda ultralarga, perché un paese che ha difficoltà a far connettere telematicamente ad internet i suoi abitanti è perso), iniziative di credito per le piccole e medie imprese e compagnia bella.

Che poi a tutto questo si associno iniziative che mirano ad enfatizzare l’agenda digitale italiana (come la creazione di attività di cooperazione tra università e impresa che speriamo non restino carta morta, vedasi ad esempio http://www.rimontiamolitalia2013.it/) fino a semplici iniziative di divulgazione culturale che evidenziano come ancora nel nostro paese ci sia la passione per diffondere idee e cultura rimboccandosi le maniche senza aspettare il concorso pubblico – che peraltro alla fine è arrivato (cito per merito il Globetto, vedasi http://www.globetto.it/, idea fantastica di rendere concetti difficili accessibili a tutti,  financo a chi, come passaparola italia, si impegna per insagnare l’italiano agli stranieri http://www.passaparolaitalia.it/) beh tutto questo lascia ben sperare e ci fa sognare un Rinascimento prossimo venturo

Insegnamento e investimento, infrastrutture e credito per le picciole e medie imprese. Un buon auspicio, sperando che questo miracolo di un fragile equilibrio politico fatto fino a neanche un anno fa solo di litigi regga ancora.

Per molto tempo!

Se fossimo tutti elettricisti non ci godremmo la televisione

Una riflessione filosofica sullo stress da computer forse anche perché su Sky stasera davano Terminator 3 :-) (lo so  ma concedetemi un po’ di patatine fritte! Mica possiamo sempre mangiare macrobiotico!)

Ecco il pensieroide: Oggi siamo circondati dalla tecnologia. Gli ingegneri poi si considerano padroni della medesima quando invece molto spesso ne sono tristemente schiavi incoscienti (nel senso di non rendersene conto ma potete benissimo considerare il significato di incosciente come pazzo perché ci rimettono la salute).

La tesi è semplice: l’ingegnere poiché ha studiato – ci mancherebbe che non sapesse padroneggiare tutto quello che è tecnologico! Ne fa quasi una questione di principio! Quindi non sia mai che se ho un problema all’auto, al rubinetto di casa, al televisore o al computer e non me lo riparo da solo!?

Finché si trattava di sistemi elettromeccanici la cosa poteva anche funzionare. Ricordo una volta mio zio – che beato lui non era ingegnere! – dopo aver meticolosamente riparato un vecchio televisore (Seleco mi pare) lo fece inavvertitamente cadere per terra. Erano i vecchi televisori a tubi catodici (che saranno mai?), riuscì a rimontarlo pezzo per pezzo con somma pazienza!

Oggi le macchine cominciano a vivere di una vita propria perché i programmi che servono per girarci sopra diventano sempre più complessi: programmi che servono per spiegare altri programmi. Programmi che riparano altri programmi. Programmi che insegnano a come usare i programmi che programmano altri programmI! Programmi che fanno i dottori (gli antivirus). E programmi che cominciano neanche ad aver bisogno dei programmatori perché imparano da soli in base ai propri errori! Eh si, sono gli algoritmi di apprendimento automatico (ci hanno fatto pure un corso a Stanford, si chiama Machine Learning, trent’anni fa ci ridevamo sopra guardando i film come War Games!). Il programma comincia ad essere autocosciente: in somma te torni a casa accendi Windows e hai l’impressione che viva “di vita propria”! Non hai assolutamente toccato niente ma chissà perché non ti si collega alla rete. Chissà perché non ti vede più quel tuo santissimo disco di backup che ci hai messo dentro tutti i dati e se te li perdi ti butti dlla finestra. Panico.  ”Semplice” ti fa il tuo amico hacker a cui ti sei rivolto dopo che hai cercato invano di risolverti il problema da solo “il tuo router ha cambiato un ip dimanico a causa dello scheduling del processo di aggiornamento del net bios locale e quindi lui ha riparametrizzato il tunneling”

SEMPLICE??? Se credete che questo sia arabo per gente comune tranquillizatevi. E’ turcocinese anche per la maggior parte degli ingegneri, che però testardi  si continuano a guardare i forum, internet, i libri di scuola, smadonnano tutta la notte e poi alle tre del mattino contenti come una pasqua trovano la soluzione e neanche riescono ad adormentarsi (si perché per chi non lo sapesse lo schermo del computer riduce la melatonina che è un ormone che ci fa dormire). In somma hai passato sei ore per poter risistemare la connessione di rete!

In soldoni il concetto è il seguente: si passa più tempo a fare la “maintenance” del software che a godersi le applicazioni. Per una fame di controllo, o un’ansia da prestazione, chiamatela come volete. Senza rendersi conto (da qui l’incoscienza) che, come dei redivivi “Icari”, andiamo a mettere le mani su qualcosa più grande di noi: il SOFTWARE che sta diventanto autocosciente. La rete Skynet di Terminator non è poi così lontana. Come il cervello umano contiene il nostro software (e infatti senza il cervello che funziona siamo dei vegetali) così i programmi sono i neuroni del nostro PC. Solo che quando un neurone del cervello si brucia non c’è verso di rigenerarlo. Così il software, che diventa sempre più complesso, diventa anche sempre meno riparabile. Siamo noi che pensiamo di poterlo mettere a posto.

Alla fine la vecchia soluzione è: cancello e reinstallo tutto (aihmé per il cervello umano non funziona, contenti gli psicanalisti che se no andrebbero sul lastrico)

E quindi continuiamo a vivere credendoci dei bravissimi elettricisti senza renderci conto che passiamo la nostra vita a riparare ( o a leggere i manuali di istruzioni) invece che di approfittare.

Ah postilla: questo discorso non vale solo per gli ingegneri, ma per tutti quelli che si considerano tali. Molto spesso questi ultimi, gli hacker fai da te che hanno il poster di Matrix in camera, sono estremamente più bravi degli ingegneri “titolati” .Ma proprio per questo o a causa di un contrappasso cosmico anche i nostri bravi amici “hacker” sono quelli che senza saperlo sono i più schiavi di “Skynet”. In somma non serve il famoso pezzo di carta per essere un’ ingegnere. E’ una forma-mentis propria di tutti coloro che pensano di poter controllare un Sistema che invece piano piano sta inesorabilmente controllando le loro vite.

Asta la vista!

Meditate.

La Formula di Dio

Rodrigues dos Santos, La Formule de Dieu, 2012. Una persona mi ha consigliato di leggere “La Formula di Dio” di José Rodrigues Dos Santos, un romanzo che ha definito filosofico-scientifico e che, en passant, ha venduto più di due milioni di copie. Sono andato in libreria e senza pensarci troppo ho comprato l’unica edizione disponibile a 22 euro. L’avevo già vista al reparto libri di un noto supermercato locale ma la copertina con un’immagine molto “cinematografica” di Einstein nonché il reparto in cui era esposta, (un tempio del consumismo moderno del compri tre e paghi due) mi avevano dissuaso, seppur fossi stato tentato dalla faccia bonaria del grande fisico della relatività ma soprattutto perché fresco di lettura della bella biografia scritta da Isaacson, lo stesso di quella di Steve Jobs entrambe scritte con grande maestria. Dopo le prime trenta pagine sono stato tentato di gettare il libro dalla finestra. Trattasi di una spy-story centrata intorno alla ricerca di un misterioso manoscritto di Einstein, su cui sembrerebbero celati i misteri per la realizzazione di una potentissima bomba a basso costo. La missione viene affidata a uno crittografo di fama internazionale intelligente e colto ma ingenuo e maldestro che dopo neanche dieci pagine si trova coinvolto in un intrigo internazionale con la CIA da una parte e i cattivi turno dall’altra – nel caso specifico gli Iraniani che vogliono fabbricarci una bomba, ma quale originalità!- che mandano un loro agente, manco a dirlo una bellissima “amazzone” dagli occhi a mandorla e dal fascino mediorientale (“la dea del letto” come verrà più tardi definita, tanto per aggiungere quel pizzico di piccante che non guasta mai e che piace agli editori dei cinepanettoni in formato cartaceo, ma non preoccupatevi a parte una paginetta di passione da “lancio story” la storia d’amore è più che altro accennata), la quale aggancia il nostro simpatico “prof” all’uscita di un museo del Cairo, lo invita a pranzo, e gli offre centomila euro al mese per lavorare su un fantomatico manoscritto di Einstein che loro non riescono a decifrare. Il nostro eroe che fino al giorno prima era un metodico impiegato statale di una nota università portoghese che a parte qualche conferenza all’estero la massima emozione provata in vita sua era stata quella di vedere una studentessa in camicia succinta e senza reggipetto venire a dare l’esame, senza dire ne ai ne bai dopo un tiepido tentativo di avere i sacrosanti chiarimenti (giusto per quel minimo di realismo dettato da esigenze di logica elementare) accetta di partire per Teheran. La CIA – rappresentata nello specifico dal classico cinquantenne americano, massiccio, in carriera e ancora con il fisico palestrato dai capelli brizzolati, aurea misteriosa e con lo sguardo di ghiaccio e gli occhiali da sole pure quando piove (sic, evviva l’originalità descrittiva!) – è ovviamente sulla stessa pista dei cattivoni e non esiterà a ricattare il nostro simpatico professore per costringerlo ad assumere il ruolo di agente doppio.

Lo stile e il genere rientrano senza troppa fantasia nell’ambito degli stereotipatissimi clichees delle spy story con qualche velleità scientifica. I personaggi sembrano creati ad hoc per un classico hollywood movie americano, ovvero tagliati con il coltello e poco spazio all’immaginazione (della serie o è bianco o è nero). La trama esageratamente scontata e lineare tipica dei best-seller che mirano più alla quantità di pubblico accessibile che alla qualità dei contenuti: in soldoni una macchina per far soldi (quindi l’esposizione al reparto libri del supermercato era più che meritata). Insomma il classico polpettone visto e stravisto che ha fatto la fortuna di Dan Brown e incrementato le visite al Louvres del duecento per cento e fatto guadagnare qualche centinaio di milioni di dollari agli Studios con i film di Indiana Jones e di 007. Quarant’anni fa poteva essere qualcosa di originale in piena guerra fredda oggi è il minestrone riscaldato da lettura leggera sotto l’ombrellone.

La tentazione di rispedire il libro alle sue origini organiche è stata forte. Se non fosse che la persona che me lo ha consigliato, e che stimo, mi aveva onestamente prevenuto di questa tragica inconvenienza. E consigliatomi di arrivare almeno fin alla metà.

Così, cocciutamente, ho continuato.

In realtà il collante della storia, ossia il racconto delle peripezie di questo scienziato braccato dalla CIA e dagli Iraniani che scappa un po’ in giro per il mondo, è veramente materiale di quarta categoria. E’ qualcosa di posticcio creato attorno a una discussione di tipo filosofico scientifico sull’origine dell’universo che potrebbe essere riassunta in un saggio di cinquanta pagine. Per evidenti esigenze editoriali l’autore, che non ha nessuna esperienza di romanziere questo è evidente, ci ha appiccicato la storia attorno che fa acqua da tutte le parti (il lettore sa già come andrà a finire quando ad esempio lo sventato professore tenta di entrare in un palazzo del governo iraniano di notte per rubare il manoscritto). Se si legge il libro cercando di non dare troppa importanza alla banalità della storia di fondo ma concentrandosi sui pochi pezzi in cui si discute di scienza e di filosifia allora un minimo di valenza la si trova.

Il succo vero del libro è questo: mediante alcuni dialoghi tra il nostro scienziato, un professore di fisica dell’università di Lisbona, e un monaco buddista, viene spiegata in parole semplici quella che è la teoria (o meglio una delle teorie) della creazione dell’Universo mediante l’ausilio delle nuove teorie fisiche scoperte ad inizio secolo (meccanica quantistica, principio di indeterminazione di Heisenberg), la teoria “antropica” dell’origine dell’universo, la teoria del Caos e degli universi paralleli, il determinismo contrapposto alla casualità e ne vengono fatti dei parallelismi di tipo filosofico-epistemologico con le varie religioni orientali che sembrano dire la stessa cosa in maniera ovviamente allegorica, fino al “botto” finale di arrivare addirittura a conciliare quello scritto nella Genesi della Bibbia con tutte le teorie scientifiche menzionate pocanzi. Vorrei fare una premessa su cui tornerò alla fine: le argomentazioni filosofico scientifiche contenute (oserei dire diluite) in questo libro sono definite in maniera abbastanza esatta, e descritte soprattutto mediante ricorso ad encomiabili e suggestive semplificazioni (encomiabili perché trovo sempre degno di lode chi cerca di spiegare le cose difficili in modo facile, altrimenti la scienza, se non fosse capace di arrivare al grande pubblico, si parlerebbe addosso). Se l’autore si fosse limitato a un saggio divulgativo sulla teoria del caos, sulla teoria “antropica”, sulla fisica quantistica anche con alcuni parallelismi con la filosofia orientale perché no (rendendo il tutto leggibile, come nel famoso manuale di fisica di Isac Asimov), avrebbe guadagnato di meno ma sicuramente salvato l’onore. Perché la trama avventurosa che fa da collante alla maggior parte del romanzo non solo è scontata, ma è scritta veramente male e di fretta. Più dell’ottanta per cento del libro è inutile. Al confronto la complessità della struttura di “Capitani Coraggiosi” di Kipling è paragonabile quella de “Pendolo di Focault” rapportata alla banalità delle situazioni da Indiana Jones dei poveri di questo papocchio.

Premesso questo, e visto che non comprerete questo libro perché non lo merita (avendo venduto due milioni di copie credo che il nostro José Rodrigues sia diventato abbastanza ricco da non meritarsi altri compensi) eccovi spiegata la trama “scientifico-filosofica” (quella vera attorno a cui l’autore ha appiccicato i post-it dell’avventura per fare massa editoriale) in poche righe: La Formula di Dio semplicemente è la dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio che il nostro autore ipotizza Einstein abbia scoperto negli ultimi anni della sua vita. Einstein lascia un messaggio cifrato che alla fine si rivela essere questa frase “Guarda nella Genesi: E la luce fu!”. Ovviamente l’autore non sta a spiegare le formule matematiche di un fantomatico manoscritto lasciato da Einstein (per togliersi dall’impaccio lo immagina conservato a Teheran in un palazzo inaccessibile da cattivissimi Iraniani intransigenti che ammazzano tutti quelli che lo toccano). Quindi il mistero viene chiarito alla fine quando un assistente di un vecchio professore di fisica (discepolo di Einstein) svela il segreto delle loro ricerche. Ossia che l’universo debba essere nato da un grosso botto iniziale, il famoso Big Bang ma che in realtà non è l’inizio di un tutto, ma parte di un processo infinito di un Universo “ciclico” in continua espansione e contrazione da sempre. Ossia l’Universo è semplicemente l’eterno altalenarsi tra un Big Bang in cui tutte le galassie partono e viaggiano in espansione fino a fermarsi e a ricadere su loro stesse in un Big Crunch in cui torneranno tutte a scontrarsi in un unico punto. Simpatica l’analogia con una serie di navi (che rappresentano le Galassie) che partono (Big Bang) dal polo nord della Terra (che rappresenta lo Spazio-tempo curvo) per allontanarsi ognuna in una direzione diversa e re incontrarsi, e scontrarsi (Big Crunch) al polo sud. L’Universo sarebbe finito ma al tempo stesso infinito. Come una strada senza inizio e senza fine che si richiude su se stessa. Il fine ultimo dell’universo non sarebbe la creazione della vita, ma la creazione di un’intelligenza superiore, da quella umana a quella dei computer fino a quella di un software super intelligente che si trasformerebbe in energia pura e sarebbe capace tra 40 miliardi di anni (dopo che l’universo è stato nel frattempo colonizzato da robot super intelligenti) di definire la “formula di Dio” con cui ricreare le precisissime condizioni iniziali con cui si è formato il Big Bang e permettere il ciclo all’infinito. In somma la formula di Dio è la spiegazione di come il fine ultimo dell’Universo è la creazione di Dio stesso rappresentato da questa super intelligenza che avrebbe il dono di poter disporre a suo piacimento del comportamento dell’Universo. Nonostante tutte le stelle moriranno e diventeranno buchi neri e alla fine collasseranno nel Big Crunch, la super intelligenza avrà fatto in modo tale che questa colossale implosione avverrà rispettando delle precisissime (e infinitamente improbabili) condizioni che permetteranno lo scatenarsi di un nuovo Big Bang da cui rinascerà la vita, l’intelligenza e via discorrendo corroborando in questo modo anche la tesi teologica della “Vita Eterna” (molto confortante vero?). Inoltre viene “pseudo-dimostrata” mediante alcuni ragionamenti matematici abbastanza discutibili l’assoluto “determinismo” dell’Universo, ossia come tutto dalle condizioni iniziali possa essere determinato ma, visto che la conoscenza della totalità delle condizioni iniziali è impossibile perché richiederebbe la presa in considerazione di un numero esagerato di variabili, si resta con l’illusione di vivere nel libero arbitrio. Per dimostrarlo viene ripreso il concetto di fisica quantistica e del principio di indeterminazione di Heisenberg che dice che è impossibile sapere con precisione velocità e direzione delle microparticelle perché le osservazioni modificano la misura. Ma resta il fatto che le microparticelle hanno direzione e velocità interamente determinate dalle condizioni iniziali quindi in teoria potremmo sapere dove si troverà un elettrone tra miliardi di anni una volta che conosciamo il suo stato iniziale, solo che non possiamo dimostrarlo. Un altro esempio è quello della teoria del Caos che ipotizza come una piccolissima variazione delle condizioni iniziali possa avere enormi ripercussioni sul lungo termine (il battito delle ali di una farfalla a New York magari tra un anno sarà la causa iniziale di un ciclone nel Pacifico ed è il motivo perché fare delle previsioni del tempo più in la dei tre giorni è pura cabala da cialtroni).

La dimostrazione che Dio debba esistere è basata su due teoremi che sono la causalità (che poi implica il determinismo di cui sopra) e l’intenzionalità. Viene descritto come sia estremamente improbabile che l’Universo sia uscito fuori dal caso perché le condizioni per creare il Big Bang e la vita successiva possono capitare solo a qualche miliardesimo di milionesimo di milionesimo di probabilità. Questo dimostrerebbe il principio Antropico che come corollario ci farebbe concludere la necessità dell’esistenza un’ Entità super-intelligente che abbia scientemente creato certe particolarissime condizioni (estremamente improbabili) al fine di creare una vita e al fine un’intelligenza. In somma in termini di teoria della probabilità è molto più facile immaginare che il tutto abbia avuto dietro un grande organizzatore piuttosto che sia frutto dell’azzardo. Tutto molto bello se non fosse che è appunto una teoria bsata su concetti statistici. Come l’autore alla fine onestamente ammette in una postilla finale oggi esistono altre teorie che ipotizzano infiniti universi paralleli e seppur non dimostrate queste teorie hanno la stessa dignità di quella che ipotizza il Big Bang e il Big Crunch perché tutte basate su concetti statistici che parlano di cose molto probabili o molto improbabili ma si guado bene di dire che qualcosa è “impossibile”. Per esempio una delle argomentazioni che vengono usate per dimostrare che ci sarà un Grande Collasso di tutte le galassie su loro stesse è questa: Oggi “si sa” (correzione: è altamente probabile che) ci sia stato un “Big Bang” iniziale in cui tutte le galassie sono state create e sparate ai quattro angoli dell’Universo. La loro velocità è ancora in continuo aumento, il che vuol dire che sono in “accelerazione” permanente e da alcune misure attuali (grazie a telescopi che sfruttano concetti come la lente gravitazionale ipotizzata da Einstein) risulta che abbiano una velocità relativa di allontanamento prossima a quella della luce. Poiché la velocità della luce è un vincolo che niente in natura può superare, stabilito dalla teoria della relatività di Einstein (se no massa ed energia diventerebbero infinite) allora questa accelerazione deve prima o poi decrescere fino a che le Glassie si fermerebbero e piano piano verrebbero riattratte dalla forza di gravità reciproca che tra quaranta miliardi di anni le farebbe collassare tutte in un Big Crunch: tutto molto bello se consideriamo la teoria della relatività di Einstein come immutabile e la velocità della luce, questo fantomatico valore di 300.000 Km/sec come una colonna di Ercole invalicabile in secula seculorum. Mi verrebbe da dire: Anche 2000 anni fa si pensava che dopo lo stretto di Gibilterra non ci fosse niente, poi nel 1492 Cristoforo Colombo domostrò al mondo dell’epoca che erano stati dei babbèi. Anche 400 anni fa si credeva ciecamente alla teoria che poneva la terra al centro dell’universo, finché non arrivò Galileo. Anche 300 anni fa si assumeva la fisica classica di Newton come inamovibile e grazie alla legge di gravitazione universale si ipotizzava di poter conoscere velocità e posizione di qualsiasi corpo nell’universo a condizione di aver chiare le condizioni iniziali, finché non si scoprì la meccanica quantistica che ci dice che non possiamo essere sicuri di niente ma che possiamo ragionare solo a livello statistico e di probabilità, teoria oggi ampiamente accettata e accertata ma che porta a cose apparentemente assurde come quella che un gatto dentro una scatola in cui una fiala di cianuro sta per rompersi, finché non lo osserviamo ha una probabilità, seppur infinitesimale, di essere contemporaneamente vivo e morto, e che fece venire i mal di testa e i mal di pancia a Einstein che alla fine sbottò “Dio non gioca a dadi!” (nel senso: non ci credo che le leggi sulla natura sono basate su un caso probabilistico). In somma: oggi si considera la teoria della relatività di Einstein e il fatto che niente possa andare più veloce della luce come indiscutibile. Già al CERN ultimamente hanno tentato di dimostrare il contrario e non ci sono riusciti, per ora Einstein ha ragione. Tra trecento anni ne riparleremo. Magari scopriremo che questi 300.000 Km al secondo invalicabili sono una legge che vale nel nostro Universo ma che se esistono infiniti Universi magari la valgono altre leggi (come la teoria di Newton è ancora valida per predirre le eclissi di Luna ma non è valida per spiegare perché se eccito con una radiazione continua una massa di atomi in risposta mi generano solo valori di energia “quantizzati”). In ogni caso il succo è che questa teoria che postula l’esistenza di Dio basandosi sul fatto che sia estremamente improbabile che tutto sia nato dal caso, e che ha una sua valenza scientifica per carità, ma che è stata pessimamente romanzata in questo minestrone letterario (mischiando tutto Taoismo, Buddismo , Induismo, Fisica e Matematica) resta una tra le tante possibilità.

Una possibilità! Si, perché quando parliamo di statistica allora tutto è relativamente probabile, anche che io possa viaggiare nel tempo su infiniti universi paralleli il cui passaggio da uno all’altro sia istantaneo e non vincolato dai famosi 300.000 Km al secondo di Einstein (facendo cadere tutto il cucuzzaro). Ci sono scienziati che ci studiano. E non parliamo dei tuttologi di TeleStudio ma di gente che magari lavora al MIT o a Stanford! Il romanzo tenta di fare appello ai sacri principi matematici per corroborare questa teoria chiamiamola “creazionista”: ipotizzare l’Universo come frutto del caso implicherebbe il concatenarsi di eventi con infinitesimali probabilità, dell’ordine ci una cosa come 1 diviso 10 elevato alla 150 potenza, un numero che viene pure scritto per sottolinearne l’impatto emotivo: 0,000000000000…….. (150 zeri)….00001; in somma chi scommette sulla teoria che l’Universo sia frutto del caso, ha la stessa probabilità di vincere al superenalotto contemporaneamente in tutti gli stati della Terra. Va bene, è infinitesimamente probabile, ma non è IMPOSSIBILE. Se esistono infiniti universi allora anche 10exp150 è un numero piccolissimo perché potrei scrivere 10exp150exp150ex15pexp150exp150 un numero che per scriverlo tutto non basterebbero tutti i fogli di carta del mondo ed ecco che il nostro 10exp150 diventerebbe una caccola! Se esiste l’infinito esisterà sempre un numero molto più grande di quelli che oggi possiamo calcolare e che ci farà esclamare come l’ingenuo crittografo “Corbezzoli!” (Fichtre! Nell’edizione francese che ho letto, e dopo la quarta volta che lo dice vi viene voglia di prenderlo a sberle).

Il fatto poi che si voglia far coincidere sacro e profano con questo fantomatico colpo di scena finale in cui si scopre addirittura che la Bibbia aveva ragione a dire che il mondo è stato creato in sei giorni in cui nel primo giorno “la luce fu” (con complicati calcoli matematici utilizzando la teoria della relatività che dice che il tempo non è costante e che se ci avviciniamo alla velocità della luce esso rallenta, quindi all’inizio di tutto un giorno, per delle cose che viaggiavano velocissime quasi alla velocità della luce appena dopo il big bang, equivaleva magari a milioni di anni) ci sembra un commovente per non dire patetico tentativo dello scienziato-credente di voler far quadrare il cerchio delle sacre scritture con la teoria scientifica moderna che poggia su concetti come “caso”, e “indeterminabilità” obbligandolo alla fine a svestirsi dei panni del fisico e del matematico per indossare la tonaca del prete che non può che piegarsi alla professione della sola cosa comune a tutte le religioni del mondo: credere per un atto di fede. E a quel punto non stiamo più nel contesto della scienza ma in qualche cosa più simile alla filosofia.

Un saggio filosofico sarebbe stato più appropriato ed apprezzato.

Tra parentesi lo psicanalista Carl Jung e il fisico Wolfgang Pauli ci avevano già provato in alcuni scritti in comune in cui cercavano di trovare parallelismi tra fisica quantistica , e concetti più decisamente legati alle scienze umane come psicologia, alchimia e inconscio collettivo, senza mai scadere nel banale errore di pretendere di dimostrare teorie religiose con formule matematiche o viceversa tramite la matematica voler dimostrare concetti trascendenti come l’esistenza di Dio in cui ci si può credere o no ma che dovrebbero restare nella sfera personale.

Un po’ di umiltà e il famoso “So di Non Sapere” Socratico ci aiuterebbero a vivere forse un po’ più serenamente ed evitare presuntuosità (e mostruosità letterarie).

Volo AF 447, Rapporto finale del BEA, Le reazioni

Come era prevedibile le reazioni di AirFrance, di Airbus e dei parenti delle vittime riguardo al rapporto finale del BEA (citato in questa sede, cfr:Terzo Rapporto BEA sull’incidente AF447)   non si sono fatte attendere.

1/3) Crash du Rio – Paris : Air France réagit (1/3)
Ovviamente Air France sottolinea le parti del rapporto che mettono in evidenza come l’ambiente nel coockpit quella sera fosse “degradato” nel senso che i piloti non avevano tutte le informazioni necessarie per prendere le decisioni corrette e che comunque sono restati al loro posto fino alla fine (mi verrebbe da dire: ci mancherebbe!). La parte interessante è la nota finale in cui AirFrance rivendica di aver già messo in atto molte delle raccomandazioni che sono emerse dal rapporto per ciò che riguarda la formazione del personale il che implicitamente rivela come sia piuttosto d’accordo con queste raccomandazioni (e che forse prima le procedure non erano proprio perfette).

2/3) Crash du Rio – Paris : Airbus réagit (2/3)
Airbus sembra piuttosto d’accordo con il rapporto e, come AirFrance rivendica l’aver messo in atto delle contromisure per migliorie tecniche (per esempio la sostituzione di tutte le sonde Pitot) ben prima del rapporto definitivo del BEA, terminando la dichiarazione con un ricordo delle vittime.

3/3) Crash du Rio – Paris : les familles plutôt déçues (3/3)
La reazione delle vittime essendo dettata dall’emotività è spesso meno controllata e imparziale come è inevitabile e comprensibile. Alcuni comunque riconoscono al rapporto del BEA di aver fornito molti più dati. Il loro desiderio è di capire esattamente il perché tutto questo si sia verificato (ma, onestamente credo che sia abbastanza chiaro a questo punto che il perché vada cercato in una molteplicità di fattori) e alcuni lamentano il fatto che si sia data troppa importanza al fattore dell’errore umano (che in questi casi ripara le compagnie aeree e il costruttore da potenziali indennizzi). Riguardo a quest’ultimo punto c’è da dire che, rispetto al penultimo rapporto del BEA (Terzo Rapporto del BEA sull’incidente AF447 ) quello definitivo riporta molte più raccomandazioni tecniche per il costruttore (come quelle sui segnali visivi dell’allarme di Stallo e del modo di disinnesco dei direttori di volo che sono degli assi sull’orizzonte artificiale che indicano al pilota come muovere il joystick per mettere l’aereo in un corretto assetto, e che quando il pilota automatico si disconnette hanno un funzionamento tale da richiedere un intervento manuale che i piloti quella sera non hanno eseguito).

Da notare che è in atto un procedimento giudiziario separato all’inchiesta del BEA che vede Airbus e Airfrance comparire come imputati per il reato di omicidio involontario. Ci si augura che i giudici facciano un corretto uso del rapporto tecnico del BEA senza cedere a pressioni o strumentazioni politiche (a meno che, durante il processo, non emergano fattori di rilevanza penale ad oggi sconosciuti).

(Update: 16/03/2013)
Alcune informazioni complementari riguardanti il procedimento giudiziario in corso metterebbero in evidenza come l’equipaggio la notte precedente l’incidente non avrebbe dormito molto.
Equipaggio Stanco
Fonte originale (settimanale Le Point)
Fatigue des Pilotes

Volo AF 447, Rapporto finale del BEA

Il BEA ha finalmente pubblicato il rapporto finale del volo AF 447 già ampiamente discusso in questa sede. La totalità del rapporto è disponibile a questo link: http://www.bea.aero/fr/enquetes/vol.af.447/vol.af.447.php.

Come ampiamente previsto il BEA, al contrario di certi piloti che cercano fama come romanzieri, ha fatto un lavoro serio confermando la tesi secondo la quale si tratta di una serie di problemi tecnici aggravati dal fattore umano.

Nessun dubbio che il fattore scatenante sia stato il congelamento delle sonde Pitot (le sonde che permettono all’aereo di capire la sua velocità, attraverso la misura della velocità dell’aereo rispetto all’aria). Sugli Airbus come su tutti gli aerei queste sonde sono ridondanti: ce ne sono tre. In quella particolare situazione atmosferica sul fronte intertropicale quella notte di Giugno si è probabilmente verificato il fenomeno del supercongelamento. Di fatto tutte e tre le sonde si sono congelate. Il computer di bordo non sapendo più a che velocità viaggiava l’aereo ha disconnesso il pilota automatico e l’aereo è entrato in una modalità che nel rapporto viene chiamata ALTERNATA ma che sostanzialmente vuol dire pilotaggio manuale.

Si tratta di un’anomalia seria ma che non è per niente tragica. Esistono delle procedure per la gestione del volo anche in assenza di riferimenti di velocità. Airfrance le pubblica periodicamente, nello specifico ci si deve riferire a quella intitolata IAS douteuse (velocità dubbia). Ora bisogna capire che in cabina erano restati i due piloti, essendo il comandante andato a dormire, e che il pilota in funzione era il più giovane. Il comandante era a riposo come previsto dal turno. L’errore del comandante (primo errore) è stato quello di non aver definito chiaramente un suo vice. Il pilota che non pilotava (Pilota Non in Funzione) ha avuto un ruolo non definito.

Alla disconnessione del pilota automatico con le velocità indicate molto basse (immaginate le sonde tappate, o quasi, che misurano una velocità di una novantina di chilometri all’ora, a tratti zero! che è evidentemente impossibile perché l’aereo fino a tre secondi prima viaggiava a 900 chilometri all’ora), il pilota avrebbe dovuto applicare la procedura di IAS douteuse che prevede di tirare su LEGGERMENTE l’aereo (massimo 3 gradi) e di dare tutta manetta. Perché LEGGERMENTE? Perché a 35000 piedi l’aria è molto rarefatta, basta cabrare l’aereo in maniera più energica e l’aria che fila sulle ali diventa turbolenta, l’aereo perde portanza e va in Stallo. Attenzione: la procedura è radicalmente diversa se l’aereo è sotto i 10000 piedi (per esempio in fase di atterraggio): in quel caso bisogna tirare su più energicamente (per modo di dire: max 6 gradi) e dare sempre tutta manetta (Take Off Go Around). Il pilota in funzione era stato addestrato solo per situazioni di velocità dubbia a bassa altitudine. Forse per questo ha tirato su troppo l’aereo. Sta di fatto che il pilota mette i motori al massimo (giustamente) ma cabra troppo l’aereo ben oltre i tre gradi (a onor del vero ben oltre anche i sei gradi di assetto): doppio secondo errore. In un minuto l’aereo è salito al ritmo di 6000 piedi al minuto (manco fossimo in un decollo di un C130 in configurazione di attacco da un terreno del Kosovo!)

Dopo un minuto per il teorema di Bernouilli l’aereo è entrato in stallo. Ora attenzione: l’allarme di stallo sugli Airbus funziona così: se l’angolo di incidenza è superiore a un valore limite E la velocità indicata è superiore ai sessanta nodi SUONA. MA se la velocità è inferiore ai sessanta nodi NON SUONA. Questo per evitare allarmi intempestivi quando l’aereo è in rullaggio sulla pista. Nessuno si immagina che un aereo vada in stallo sotto i 50 nodi, il pilota deve prendere azioni ben prima! Ebbene questo funzionamento ha fatto si che nei primi secondi l’allarme di stallo ha suonato un po’, il pilota ha cabrato, poi ha picchiato un po’, ma la velocità era così bassa (sonde gelate) che l’allarme di Stallo ha smesso di funzionare per un attimo. Poi ha ripreso e ha continuato a suonare per 58 secondi ininterrottamente. In quel caso il pilota DEVE picchiare per far riprendere aderenza del flusso di aria con le ali. DEVE. E a 35000 piedi ha tutto il tempo che vuole. Puoi picchiare per un minuto buono al massimo perdi 10000 piedi poi la portanza ti porta su. Paradossalmente se lasci la cloche (il joystick negli airbus) l’aereo casca da solo e si rialza da solo! Ma no! Qui il pilota continua a CABRARE con motori al massimo. Ad un certo punto lo si sente pure dire “Oddio mi sembra di avere una velocità assurda”. Invece stava a una velocità ridicola e in caduta costante (visto che in caduta costante non percepisci l’accelerazione come insegna la relatività di Einstein e fuori era buio senza riferimenti visivi). Questo il terzo errore grave. Poi il comandante rientra e non prende la situazione in mano (quarto errore grave), nel frattempo le sonde si sono scongelate la velocità torna corretta ma ormai NESSUNO IN CABINA DI PILOTAGGIO SEMBRA FARE PIU AFFIDAMENTO AGLI STRUMENTI E/O AGLI ALLARMI. In sostanza sono in condizione di disorientamento totale.

Ecco l’aspetto critico della faccenda. L’equipaggio dopo qualche secondo ha perso finducia nella strumentazione di bordo, o non l’ha capita o voluta capire. Pure un allarme tanto netto e semplice che urla STALLO STALLO non vè stato preso in considerazione.

Ecco perché il BEA tra le 41 raccomandazioni alla fine del rapporto, dopo aver citato doverosamente i compiti di addestramento a cui devono essere sottoposti gli equipaggi in questo caso (soprattutto l’addestramento in simulatore per situazioni di velocità dubbia ad alta quota), dopo le dovute citazioni agli errori umani, ci tiene a sottolineare che anche certi parametri ergodinamici e/o alcuni gestioni software degli allarmi vanno riviste, per rendere i sistemi di comunicazione dell’aereo ancora più comprensibili di quanto non lo siano già all’equipaggio. Nel caso specifico dell’allarme di stallo di aggiungere per esempio segnali VISIVI e non solo sonori. E inoltre di aggiungere un’indicazione dall’angolo di incidenza che è l’unico vero parametro che ti fa capire se sei in stallo o no (l’angolo di incidenza NON E’ l’orizzonte artificiale! Quello c’è su tutti gli aerei).

In Francia le polemiche si sono scatenate. I presunti esperti trovano il rapporto scandaloso perché secondo loro scarica la colpa solo sui piloti. Altri invece dicono che la colpa è solo ed esclusivamente di un equipaggio inetto ed incapace. Tutte opinioni estreme dettate più dall’emotività che dalla ragione.

In questa storia la responsabilità dell’equipaggio è enorme. Ma non di quello specifico equipaggio. Sarebbe potuto capitare a chiunque. La responsabilità della compagnia aerea che non ha assicurate un corretto addestramento è importante. Anche i costruttori hanno le loro responsabilità. Thales, che ha fabbricato delle sonde che in quelle specifiche condizioni non si sono comportate come dovevano (anche se solo temporaneamente). Airbus che su alcuni parametri ergonomici deve migliorare l’interazione dell’interfaccia uomo-macchina. Nessuno è un assassino in questa storia. Non c’è nessuno scandalo. La solita maledetta serie di fattori assolutamente imponderabili. Forse paradossalmente l’equipaggio non è stato capace di reagire perché abituato a un sistema, quello del trasporto aereo, dove non capitano quasi mai incidenti, e magari in simulazione ci si concentra su altri scenari che su questo così raro.

Il riassunto di questa storia lo ha sintetizzano bene in questo trafiletto di questa rivista on line molto professionale ma al contempo accessibile a tutti

“Per Jean-Paul Troadec, direttore del BEA « se il BEA avesse pensato che questo incidente fosse dovuto unicamente a un errore dell’equipaggio, non avrebbe scrtitto (tra le 41 N.d.A) raccomandazioni quelle relative ai sistemi (avionici) alla formazione del personale e così via”. Quello che si vuol dire è che questo incidente avrebbe potuto capitare senza dubbio anche con altri equipaggi” (Air-Journal-Articolo-Crash de l’AF447 : le BEA pointe des facteurs techniques et humains)

M.S

Fabbricazione dei Wafer di Silicio… all’italiana

Mi sono trovato per ragioni di lavoro a dover spiegare qualche tempo fa a chi non ne sa un accidente di cosa sia un computer, figuriamoci di un transistor, di come si fabbricano i wafer di silicio, che sono il supporto di base per la costruzione di miliardi di transistors che, a loro volta, sono il mattone di base di tutta la microelettronica digitale moderna.

Avevo a disposizione ovviamente tutti i testi e gli appunti che conservo gelosamente dall’epoca dei miei corsi all’Universita’,  che pero’ presuppongono una conoscenza di fisica e di matematica che non si hanno spesso il tempo di spiegare (secondo il tempo stabilito dal time to market di oggi, dove prima si lancia un prodotto sul mercato prima si vince).

Discutendo con qualche collega davanti a una pessima pizza che stavo cercando di mangiare con estrema difficolta’ (ovviamente non stavo in Italia e per decenza non cito il nome del luogo) mi venne l’idea di usare un’analogia culinaria.

Gli appunti che vedete qui sotto sono scritti per chi ha una conoscenza di base in ingegneria elettronica, e sono semplicemente un riassunto di alcuni concetti chiave riportati in bibliografia. Non hanno la presunzione di sostituire nessun tipo di corso dedicato alle tecnologie di costruzione dei dispositivi a semiconduttori a cui debitamente rimando.

Il capitolo 4 invece, che e’ quello che usai per spiegare in dieci minuti tutti quelli precedenti, e’ proprio il caso di dirlo, “farina” del mio sacco.
Appunti sui materiali e le tecnologie per la costruzione di wafer in silicio monocristallino

Profitterol amarcord

Un omaggio ai Profitterol ritrovati:

—> SCARICA PDF Profitterol_Story

Istanbul

 
Esiste anche un link a un video, che si può prelevare in fondo.

 



SEZIONE VIDEO

Istanbul_muezzin



 
 
 

Matteo-Tube the best 2011/2012

Basta! Una sfilza di link scacciapensieri!

Buona visione!

Iniziamo col mitico Trapattoni, come non dimenticare la sua performance dell’11 Novembre 2011?

No Say The Cat

Ed ecco perché in Germania lo adorano!

Io sono terminato!

Un’altro cervello in fuga: un eroe italiano!

Lasciatemi Cantare! (Les annee bonnheur, Fevrier 2011)

Facciamo una pausa ora tocca diventare più seri (mi dispiace mica si può sempre ridere!)

Questa foto  l’ho scattata il 27 Dicembre 2011 verso le cinque. Stavamo sopra l’Isola d’elba. Inquietante la somiglianza con il video che vedrete dopo. In fin dei conti sono la stessa cosa: l’effetto della fusione dell’idrogeno. Solo che nel secondo caso lo sconsiderato Icaro ha voluto sfidare gli Dei.

Icaro sfida gli Dei

Un link interessante per capire la follia degli anni della guerra fredda. Non so dirvi se i dati siano realistici,  ma anche se solo la metà fosse vera potrete capire quanto insignificanti diventino eventi come quello di Cernobyl o di Fukushima.

WATCH 2053 WARHEADS EXPLODE – NUCLEAR EXPLOSION TIMELINE

Pausa musicale per riprendersi dallo shock!

Cornflake Girl

E, sempre per restare in tema musicale un omaggio a tutte le mamme in questi due video che mi sono piaciuti molto (nel primo video dopo pochi secondi un cameo… de mi sorella!!)

F.Renga_Per_Farti_Tornare

Massive Attack, Teardrop

Sempre per restare in tema musicale la sigla completa di Otto e Mezzo :-)

The Arcade Fire – Rebellion (Lies)

Ed ora un po’ di filosofia Romana… o no? ;-)

Patata Carota…

E per finire terminiamo con “le mattità!”

I pazzi

(per chi non conoscesse l’originale parodiato dal video precedente eccovi la foto che rimanda alla famosa pubblicità – l’ho scattata a New York, Settembre 2009).

Ed ora SIGLA DI CHIUSURA! ;-)

A Long time ago…

ciao!

Matteosan

Albert Einstein, di W. Isaacson

Isaacson, W.  Einstein. His Life and Universe, 2007.

Superba biografia dello stesso autore di quella su Steve Jobs. Oltre che la storia di uno dei più grandi pensatori del secolo una carrellata storica nel cinquantennio più produttivo, esplosivo e drammatico del genere umano.

Un libro per tutti che necessita però di passione e curiosità per i misteri della scienza e una certa conoscenza di base (ma molto generica) della fisica generale.

Per gli appassionati di Storia e Filosofia della Scienza, per i nostalgici dell’età d’oro della Fisica Teorica, dei Ragazzi di Via Panisperna, di quel periodo storico così rivoluzionario e drammatico che ha segnato un’epoca come la prima metà del ventesimo secolo.

Da leggere assolutamente.

 

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Ritratto di Philippe Halsman, 1947.Il celebre fotografo di origine lettone (1906-1979), sfuggito ai nazisti con laiuto di Einstein, scattò questa foto nell istante in cui il grande fisico aveva appena espresso la sua malinconica opinione sul tema della guerra.

 

L’ultima equazione scritta da Einstein sul letto di morte

Falsi profeti

  Oggi mi è salito il sangue al cervello quando ho letto questo articolo del Corriere della Sera: http://www.corriere.it/ambiente/12_marzo_16/ninoluca-pecoranera.

Mi sono dato una calmata sono uscito ho fatto una corsa e poi sono tornato a casa. Sono andato sullo store degli e-Book di Apple e mi sono scaricato l’estratto di questo libro e ne ho letto le prime cinquanta pagine. Allora non solo il sangue al cervello è rimontato ma mi hanno anche cominciato a fumare le orecchie e a girare i cosiddetti.

Qui non si tratta di condividere o no un modello di vita più vicino alla natura che tutti vorremmo (chi non vorrebbe poter vivere tranquillo nella natura? Chi non vorrebbe inquinare di meno?).  Il problema è che il predicatore non è credibile. Perché questa persona, come lo scrive nel libro, vive da “squatter” nella casa di papà che l’ha costruita da zero e su cui presumo non ci pagherà nessuna spesa (perché il budget di vita non glielo permette: si vanta di poter vivere con 200 euro al mese). In cui probabilmente non ci paga neanche l ICI (che gli verrà pagata da papà). Il legno lo va a tagliare nella foresta ma se tutti facessero così addio foreste. Poi ci sono una marea di incoerenze. Ci si vuole far credere che oggi è possibile vivere con 200 euro al mese in Italia. Ma fatemi il piacere! Se non si hanno dietro i soldi di mamma e papà col cavolo! Un’altra incongruenza all’italiana (da classico figlio di papà e mammà) è la seguente: “Io vivo nella natura, mi taglio la legna da solo, mi faccio il mio orto e sono autosufficiente. Il poco eccesso che ho lo uso per qualche sfizio tipo la birra e la cioccolata al supermercato, e per muovermi uso la bicicletta”:

Eh? Ma che stiamo nel mondo dei cartoni animati? MA che vivi nell’isolotto di Conan di Myazaky? E se ti senti male? Ci vai nell’ospedale a farti togliere l’appendice? E chi lo paga il servizio pubblico? E se si come contribuisci al bene della comunità, quale è il tuo contributo al progresso sociale moderno (visto che nella modernità ci vivi, a 15 km di distanza, una mezz’ora di pedalate).  E i contributi INPS come li paghi? A settant’anni se ti viene la cataratta o la flebite come campi senza servizio sociale? Vai in chiesa e ti fai ospitare dal curato?O finirai come un barbone sotto un ponte? Ovviamente no, perché ci sarà un parente che ti lascerà qualcosa in eredità senza che te non abbia contribuito per niente al progresso e alo sviluppo sociale della comunità che ti circonda.

Inoltre questo modello “sempliciotto” e “idealizzante” di uno stile di vita di duecento anni fa dimentica che duecento anni fa si moriva a cinquant’anni per una setticemia a causa di una carie che non riuscivano a curarti perché non c’era la penicillina. E la penicillina non l’ha inventata un eremita che squattava lo chalet di famiglia a dieci chilometri dal villaggio,  ma un medico grazie all’unione intellettuale di diverse persone per il bene della collettività e alla cultura accumulata da chi in passato ha deciso di renderla disponibile per le future generazioni.

Il modello culturale e filosofico che qui ci viene proposto è egoista perché non tiene conto dello sviluppo sociale e dei problemi di chi è meno fortunato e non può vivere in questo modo. “Io ho il mio orticello e vivo nella casa di famiglia, consumo poco e non faccio male a nessuno”. E’ utopistico, falso e menzognero. Te sei un parassita chesi tappa gli occhi e che non contribuisci minimamente al benessere della comunità di uomini che ti circonda, e che in ogni modo fa aumentare l’entropìa (il grado di disordine) dell’universo che qualcun altro dopo di te dovrà mettere a posto.

Questo modello di vita per come è descritto nel libro è sbagliato e pericoloso. Si predica la vita da parassita, senza che si contribuisca alla società moderna di cui però si useranno pure i servizi (riciclo dei rifiuti, strade illuminate, e ospedali pubblici) senza minimamente contribuire alla vita civile (dubito che con 200 euro al mese di entrata si possa pagare che ne so l’ ICI e la tassa sull’immondizia. E non mi venissero a raccontare che generano solo rifiuti biodegradabili: se ti compri il computer e l’iphone la scatola di plastica la butti da qualche parte no? E l’elettricità per ricaricarlo da dove la prendi? Quindi i tuoi grammetti di CO2 o il tuo grammetto di plutonio generato nella centrale nucleare francese che alimenta il settore energetico di Udine lo utilizzi no?)

In somma questo è uno dei modelli più pericolosi e gretti che abbia mai visto. Nel passato ho letto libri di santoni che predicavano i rischi del modernismo ma almeno loro coerentemente partivano se ne andavano a mangiare scarafaggi nel bel mezzo dell’australia senza il portatile o il cellulare per scrivere sui blog! Si perché esiste pure un blog! Andate a vedere qui: www.progettopecoranera.it E come te lo paghi il dominio? Il computer per scrivere sul blog dove ce l’hai? Vai in un cyber caffè di Udine?

In somma caro Devis sei proprio una pecora nera, un modello da non insegnare ai nostri figli. Un modello fastidioso, di chi predica bene e razzola male grazie ai vantaggi acquisiti dal lavoro dei genitori, che non contribuisce alla società civile di cui però utilizza in maniera predatoria e sciacallesca i servizi, pagati dalle tasse di chi magari guadagna 1000 euro e non ce la fa ad andarsene ad abitare da solo perché i genitori non hanno i soldi per comprargli una seconda casa e le banche non gli fanno il mutuo senza garanzie e nel migliore dei casi deve lavorare 15 anni all’estero per potersi mettere un gruzzolo da parte e per comprarsi l’agognata casetta

Ma dai… siamo seri!

Il Sensazionalismo della… “Società del Gas”!

  Nell’epoca in cui la libertà di informazione è diventata un diritto sacrosanto e spesso esaltato in nome di una sana lotta alla censura, verrebbe da chiedersi se non esiste un limite opposto da non valicare, quello del “sensazionalismo gratuito” che da molti mesi se non anni a questa parte viene regolarmente varcato dai mezzi di informazione.

Guerre televisive e mediatiche, scenari catastrofici, terremoti, incidenti spettacolari, dittatori veri e presunti, crisi finanziarie e imminente fine del mondo periodicamente annunciata.

Quali sono gli effetti sul nostro benessere personale? Quanto di questo stress endogeno delle democrazie massmediatiche pesa sulla accresciuta (e documentata) ipocondria nevrotica del mondo occidentale in cui molti sentono il bisogno di evasione, cambiamento e conforto psicologico quando non spirituale?

Quanto di tutto questo viene dalla nostra infanzia e soprattutto quanto di quello che ci circonda influisce le persone più deboli, ossia i bambini?

Senza scadere in un vacuo quanto sterile vittimismo o peggio in un inutile “J’accuse” vi lascio alla lettura del brano seguente su cui ognuno di noi potrà fare le dovute riflessioni.

La Società Del Gas

 

How the U.S. Lost Out on iPhone Work

Original article from Ney York Times,  can be found here:

http://www.nytimes.com/2012/01/22/business/apple-america-and-a-squeezed-middle-class.html?_r=4&pagewanted=1&hp

How U.S. Lost Out on iPhone Work
When Barack Obama joined Silicon Valley’s top luminaries for dinner in California last February, each guest was asked to come with a question for the president.
But as Steven P. Jobs of Apple spoke, President Obama interrupted with an inquiry of his own: what would it take to make iPhones in the United States?
Not long ago, Apple boasted that its products were made in America. Today, few are. Almost all of the 70 million iPhones, 30 million iPads and 59 million other products Apple sold last year were manufactured overseas.
Why can’t that work come home? Mr. Obama asked.
Mr. Jobs’s reply was unambiguous. “Those jobs aren’t coming back,” he said, according to another dinner guest.
The president’s question touched upon a central conviction at Apple. It isn’t just that workers are cheaper abroad. Rather, Apple’s executives believe the vast scale of overseas factories as well as the flexibility, diligence and industrial skills of foreign workers have so outpaced their American counterparts that “Made in the U.S.A.” is no longer a viable option for most Apple products.
Apple has become one of the best-known, most admired and most imitated companies on earth, in part through an unrelenting mastery of global operations. Last year, it earned over $400,000 in profit per employee, more than Goldman Sachs, Exxon Mobil or Google.
However, what has vexed Mr. Obama as well as economists and policy makers is that Apple — and many of its high-technology peers — are not nearly as avid in creating American jobs as other famous companies were in their heydays.
Apple employs 43,000 people in the United States and 20,000 overseas, a small fraction of the over 400,000 American workers at General Motors in the 1950s, or the hundreds of thousands at General Electric in the 1980s. Many more people work for Apple’s contractors: an additional 700,000 people engineer, build and assemble iPads, iPhones and Apple’s other products. But almost none of them work in the United States. Instead, they work for foreign companies in Asia, Europe and elsewhere, at factories that almost all electronics designers rely upon to build their wares.
“Apple’s an example of why it’s so hard to create middle-class jobs in the U.S. now,” said Jared Bernstein, who until last year was an economic adviser to the White House.
“If it’s the pinnacle of capitalism, we should be worried.”
Apple executives say that going overseas, at this point, is their only option. One former executive described how the company relied upon a Chinese factory to revamp iPhone manufacturing just weeks before the device was due on shelves. Apple had redesigned the iPhone’s screen at the last minute, forcing an assembly line overhaul. New screens began arriving at the plant near midnight.
A foreman immediately roused 8,000 workers inside the company’s dormitories, according to the executive. Each employee was given a biscuit and a cup of tea, guided to a workstation and within half an hour started a 12-hour shift fitting glass screens into beveled frames. Within 96 hours, the plant was producing over 10,000 iPhones a day.
“The speed and flexibility is breathtaking,” the executive said. “There’s no American plant that can match that.”
Similar stories could be told about almost any electronics company — and outsourcing has also become common in hundreds of industries, including accounting, legal services, banking, auto manufacturing and pharmaceuticals.
But while Apple is far from alone, it offers a window into why the success of some prominent companies has not translated into large numbers of domestic jobs. What’s more, the company’s decisions pose broader questions about what corporate America owes Americans as the global and national economies are increasingly intertwined.
“Companies once felt an obligation to support American workers, even when it wasn’t the best financial choice,” said Betsey Stevenson, the chief economist at the Labor Department until last September. “That’s disappeared. Profits and efficiency have trumped generosity.”

Companies and other economists say that notion is naïve. Though Americans are among the most educated workers in the world, the nation has stopped training enough people in the mid-level skills that factories need, executives say.
To thrive, companies argue they need to move work where it can generate enough profits to keep paying for innovation. Doing otherwise risks losing even more American jobs over time, as evidenced by the legions of once-proud domestic manufacturers — including G.M. and others — that have shrunk as nimble competitors have emerged.
Apple was provided with extensive summaries of The New York Times’s reporting for this article, but the company, which has a reputation for secrecy, declined to comment.
This article is based on interviews with more than three dozen current and former Apple employees and contractors — many of whom requested anonymity to protect their jobs — as well as economists, manufacturing experts, international trade specialists, technology analysts, academic researchers, employees at Apple’s suppliers, competitors and corporate partners, and government officials.
Privately, Apple executives say the world is now such a changed place that it is a mistake to measure a company’s contribution simply by tallying its employees — though they note that Apple employs more workers in the United States than ever before.
They say Apple’s success has benefited the economy by empowering entrepreneurs and creating jobs at companies like cellular providers and businesses shipping Apple products. And, ultimately, they say curing unemployment is not their job.
“We sell iPhones in over a hundred countries,” a current Apple executive said. “We don’t have an obligation to solve America’s problems. Our only obligation is making the best product possible.”

‘I Want a Glass Screen’
In 2007, a little over a month before the iPhone was scheduled to appear in stores, Mr. Jobs beckoned a handful of lieutenants into an office. For weeks, he had been carrying a prototype of the device in his pocket.
Mr. Jobs angrily held up his iPhone, angling it so everyone could see the dozens of tiny scratches marring its plastic screen, according to someone who attended the meeting. He then pulled his keys from his jeans.
People will carry this phone in their pocket, he said. People also carry their keys in their pocket. “I won’t sell a product that gets scratched,” he said tensely. The only solution was using unscratchable glass instead. “I want a glass screen, and I want it perfect in six weeks.”
After one executive left that meeting, he booked a flight to Shenzhen, China. If Mr. Jobs wanted perfect, there was nowhere else to go.
For over two years, the company had been working on a project — code-named Purple 2 — that presented the same questions at every turn: how do you completely reimagine the cellphone? And how do you design it at the highest quality — with an unscratchable screen, for instance — while also ensuring that millions can be manufactured quickly and inexpensively enough to earn a significant profit?
The answers, almost every time, were found outside the United States. Though components differ between versions, all iPhones contain hundreds of parts, an estimated 90 percent of which are manufactured abroad. Advanced semiconductors have come from Germany and Taiwan, memory from Korea and Japan, display panels and circuitry from Korea and Taiwan, chipsets from Europe and rare metals from Africa and Asia. And all of it is put together in China.
In its early days, Apple usually didn’t look beyond its own backyard for manufacturing solutions. A few years after Apple began building the Macintosh in 1983, for instance, Mr. Jobs bragged that it was “a machine that is made in America.” In 1990, while Mr. Jobs was running NeXT, which was eventually bought by Apple, the executive told a reporter that “I’m as proud of the factory as I am of the computer.” As late as 2002, top Apple executives occasionally drove two hours northeast of their headquarters to visit the company’s iMac plant in Elk Grove, Calif.
But by 2004, Apple had largely turned to foreign manufacturing. Guiding that decision was Apple’s operations expert, Timothy D. Cook, who replaced Mr. Jobs as chief executive last August, six weeks before Mr. Jobs’s death. Most other American electronics companies had already gone abroad, and Apple, which at the time was struggling, felt it had to grasp every advantage.
In part, Asia was attractive because the semiskilled workers there were cheaper. But that wasn’t driving Apple. For technology companies, the cost of labor is minimal compared with the expense of buying parts and managing supply chains that bring together components and services from hundreds of companies.

For Mr. Cook, the focus on Asia “came down to two things,” said one former high-ranking Apple executive. Factories in Asia “can scale up and down faster” and “Asian supply chains have surpassed what’s in the U.S.” The result is that “we can’t compete at this point,” the executive said.
The impact of such advantages became obvious as soon as Mr. Jobs demanded glass screens in 2007.
For years, cellphone makers had avoided using glass because it required precision in cutting and grinding that was extremely difficult to achieve. Apple had already selected an American company, Corning Inc., to manufacture large panes of strengthened glass. But figuring out how to cut those panes into millions of iPhone screens required finding an empty cutting plant, hundreds of pieces of glass to use in experiments and an army of midlevel engineers. It would cost a fortune simply to prepare.
Then a bid for the work arrived from a Chinese factory.
When an Apple team visited, the Chinese plant’s owners were already constructing a new wing. “This is in case you give us the contract,” the manager said, according to a former Apple executive. The Chinese government had agreed to underwrite costs for numerous industries, and those subsidies had trickled down to the glass-cutting factory. It had a warehouse filled with glass samples available to Apple, free of charge. The owners made engineers available at almost no cost. They had built on-site dormitories so employees would be available 24 hours a day.
The Chinese plant got the job.
“The entire supply chain is in China now,” said another former high-ranking Apple executive. “You need a thousand rubber gaskets? That’s the factory next door. You need a million screws? That factory is a block away. You need that screw made a little bit different? It will take three hours.”

In Foxconn City
An eight-hour drive from that glass factory is a complex, known informally as Foxconn City, where the iPhone is assembled. To Apple executives, Foxconn City was further evidence that China could deliver workers — and diligence — that outpaced their American counterparts.
That’s because nothing like Foxconn City exists in the United States.
The facility has 230,000 employees, many working six days a week, often spending up to 12 hours a day at the plant. Over a quarter of Foxconn’s work force lives in company barracks and many workers earn less than $17 a day. When one Apple executive arrived during a shift change, his car was stuck in a river of employees streaming past. “The scale is unimaginable,” he said.
Foxconn employs nearly 300 guards to direct foot traffic so workers are not crushed in doorway bottlenecks. The facility’s central kitchen cooks an average of three tons of pork and 13 tons of rice a day. While factories are spotless, the air inside nearby teahouses is hazy with the smoke and stench of cigarettes.
Foxconn Technology has dozens of facilities in Asia and Eastern Europe, and in Mexico and Brazil, and it assembles an estimated 40 percent of the world’s consumer electronics for customers like Amazon, Dell, Hewlett-Packard, Motorola, Nintendo, Nokia, Samsung and Sony.
“They could hire 3,000 people overnight,” said Jennifer Rigoni, who was Apple’s worldwide supply demand manager until 2010, but declined to discuss specifics of her work. “What U.S. plant can find 3,000 people overnight and convince them to live in dorms?”
In mid-2007, after a month of experimentation, Apple’s engineers finally perfected a method for cutting strengthened glass so it could be used in the iPhone’s screen. The first truckloads of cut glass arrived at Foxconn City in the dead of night, according to the former Apple executive. That’s when managers woke thousands of workers, who crawled into their uniforms — white and black shirts for men, red for women — and quickly lined up to assemble, by hand, the phones. Within three months, Apple had sold one million iPhones. Since then, Foxconn has assembled over 200 million more.
Foxconn, in statements, declined to speak about specific clients.

“Any worker recruited by our firm is covered by a clear contract outlining terms and conditions and by Chinese government law that protects their rights,” the company wrote. Foxconn “takes our responsibility to our employees very seriously and we work hard to give our more than one million employees a safe and positive environment.”
The company disputed some details of the former Apple executive’s account, and wrote that a midnight shift, such as the one described, was impossible “because we have strict regulations regarding the working hours of our employees based on their designated shifts, and every employee has computerized timecards that would bar them from working at any facility at a time outside of their approved shift.” The company said that all shifts began at either 7 a.m. or 7 p.m., and that employees receive at least 12 hours’ notice of any schedule changes.
Foxconn employees, in interviews, have challenged those assertions.
Another critical advantage for Apple was that China provided engineers at a scale the United States could not match. Apple’s executives had estimated that about 8,700 industrial engineers were needed to oversee and guide the 200,000 assembly-line workers eventually involved in manufacturing iPhones. The company’s analysts had forecast it would take as long as nine months to find that many qualified engineers in the United States.
In China, it took 15 days.
Companies like Apple “say the challenge in setting up U.S. plants is finding a technical work force,” said Martin Schmidt, associate provost at the Massachusetts Institute of Technology. In particular, companies say they need engineers with more than high school, but not necessarily a bachelor’s degree. Americans at that skill level are hard to find, executives contend. “They’re good jobs, but the country doesn’t have enough to feed the demand,” Mr. Schmidt said.
Some aspects of the iPhone are uniquely American. The device’s software, for instance, and its innovative marketing campaigns were largely created in the United States. Apple recently built a $500 million data center in North Carolina. Crucial semiconductors inside the iPhone 4 and 4S are manufactured in an Austin, Tex., factory by Samsung, of South Korea.
But even those facilities are not enormous sources of jobs. Apple’s North Carolina center, for instance, has only 100 full-time employees. The Samsung plant has an estimated 2,400 workers.
“If you scale up from selling one million phones to 30 million phones, you don’t really need more programmers,” said Jean-Louis Gassée, who oversaw product development and marketing for Apple until he left in 1990. “All these new companies — Facebook, Google, Twitter — benefit from this. They grow, but they don’t really need to hire much.”
It is hard to estimate how much more it would cost to build iPhones in the United States. However, various academics and manufacturing analysts estimate that because labor is such a small part of technology manufacturing, paying American wages would add up to $65 to each iPhone’s expense. Since Apple’s profits are often hundreds of dollars per phone, building domestically, in theory, would still give the company a healthy reward.
But such calculations are, in many respects, meaningless because building the iPhone in the United States would demand much more than hiring Americans — it would require transforming the national and global economies. Apple executives believe there simply aren’t enough American workers with the skills the company needs or factories with sufficient speed and flexibility. Other companies that work with Apple, like Corning, also say they must go abroad.
Manufacturing glass for the iPhone revived a Corning factory in Kentucky, and today, much of the glass in iPhones is still made there. After the iPhone became a success, Corning received a flood of orders from other companies hoping to imitate Apple’s designs. Its strengthened glass sales have grown to more than $700 million a year, and it has hired or continued employing about 1,000 Americans to support the emerging market.
But as that market has expanded, the bulk of Corning’s strengthened glass manufacturing has occurred at plants in Japan and Taiwan.

“Our customers are in Taiwan, Korea, Japan and China,” said James B. Flaws, Corning’s vice chairman and chief financial officer. “We could make the glass here, and then ship it by boat, but that takes 35 days. Or, we could ship it by air, but that’s 10 times as expensive. So we build our glass factories next door to assembly factories, and those are overseas.”
Corning was founded in America 161 years ago and its headquarters are still in upstate New York. Theoretically, the company could manufacture all its glass domestically. But it would “require a total overhaul in how the industry is structured,” Mr. Flaws said. “The consumer electronics business has become an Asian business. As an American, I worry about that, but there’s nothing I can do to stop it. Asia has become what the U.S. was for the last 40 years.”

Middle-Class Jobs Fade
The first time Eric Saragoza stepped into Apple’s manufacturing plant in Elk Grove, Calif., he felt as if he were entering an engineering wonderland.
It was 1995, and the facility near Sacramento employed more than 1,500 workers. It was a kaleidoscope of robotic arms, conveyor belts ferrying circuit boards and, eventually, candy-colored iMacs in various stages of assembly. Mr. Saragoza, an engineer, quickly moved up the plant’s ranks and joined an elite diagnostic team. His salary climbed to $50,000. He and his wife had three children. They bought a home with a pool.
“It felt like, finally, school was paying off,” he said. “I knew the world needed people who can build things.”
At the same time, however, the electronics industry was changing, and Apple — with products that were declining in popularity — was struggling to remake itself. One focus was improving manufacturing. A few years after Mr. Saragoza started his job, his bosses explained how the California plant stacked up against overseas factories: the cost, excluding the materials, of building a $1,500 computer in Elk Grove was $22 a machine. In Singapore, it was $6. In Taiwan, $4.85. Wages weren’t the major reason for the disparities. Rather it was costs like inventory and how long it took workers to finish a task.
“We were told we would have to do 12-hour days, and come in on Saturdays,” Mr. Saragoza said. “I had a family. I wanted to see my kids play soccer.”
Modernization has always caused some kinds of jobs to change or disappear. As the American economy transitioned from agriculture to manufacturing and then to other industries, farmers became steelworkers, and then salesmen and middle managers. These shifts have carried many economic benefits, and in general, with each progression, even unskilled workers received better wages and greater chances at upward mobility.
But in the last two decades, something more fundamental has changed, economists say. Midwage jobs started disappearing. Particularly among Americans without college degrees, today’s new jobs are disproportionately in service occupations — at restaurants or call centers, or as hospital attendants or temporary workers — that offer fewer opportunities for reaching the middle class.
Even Mr. Saragoza, with his college degree, was vulnerable to these trends. First, some of Elk Grove’s routine tasks were sent overseas. Mr. Saragoza didn’t mind. Then the robotics that made Apple a futuristic playground allowed executives to replace workers with machines. Some diagnostic engineering went to Singapore. Middle managers who oversaw the plant’s inventory were laid off because, suddenly, a few people with Internet connections were all that were needed.
Mr. Saragoza was too expensive for an unskilled position. He was also insufficiently credentialed for upper management. He was called into a small office in 2002 after a night shift, laid off and then escorted from the plant. He taught high school for a while, and then tried a return to technology. But Apple, which had helped anoint the region as “Silicon Valley North,” had by then converted much of the Elk Grove plant into an AppleCare call center, where new employees often earn $12 an hour.

There were employment prospects in Silicon Valley, but none of them panned out. “What they really want are 30-year-olds without children,” said Mr. Saragoza, who today is 48, and whose family now includes five of his own.
After a few months of looking for work, he started feeling desperate. Even teaching jobs had dried up. So he took a position with an electronics temp agency that had been hired by Apple to check returned iPhones and iPads before they were sent back to customers. Every day, Mr. Saragoza would drive to the building where he had once worked as an engineer, and for $10 an hour with no benefits, wipe thousands of glass screens and test audio ports by plugging in headphones.

Paydays for Apple
As Apple’s overseas operations and sales have expanded, its top employees have thrived. Last fiscal year, Apple’s revenue topped $108 billion, a sum larger than the combined state budgets of Michigan, New Jersey and Massachusetts. Since 2005, when the company’s stock split, share prices have risen from about $45 to more than $427.
Some of that wealth has gone to shareholders. Apple is among the most widely held stocks, and the rising share price has benefited millions of individual investors, 401(k)’s and pension plans. The bounty has also enriched Apple workers. Last fiscal year, in addition to their salaries, Apple’s employees and directors received stock worth $2 billion and exercised or vested stock and options worth an added $1.4 billion.
The biggest rewards, however, have often gone to Apple’s top employees. Mr. Cook, Apple’s chief, last year received stock grants — which vest over a 10-year period — that, at today’s share price, would be worth $427 million, and his salary was raised to $1.4 million. In 2010, Mr. Cook’s compensation package was valued at $59 million, according to Apple’s security filings.
A person close to Apple argued that the compensation received by Apple’s employees was fair, in part because the company had brought so much value to the nation and world. As the company has grown, it has expanded its domestic work force, including manufacturing jobs. Last year, Apple’s American work force grew by 8,000 people.
While other companies have sent call centers abroad, Apple has kept its centers in the United States. One source estimated that sales of Apple’s products have caused other companies to hire tens of thousands of Americans. FedEx and United Parcel Service, for instance, both say they have created American jobs because of the volume of Apple’s shipments, though neither would provide specific figures without permission from Apple, which the company declined to provide.
“We shouldn’t be criticized for using Chinese workers,” a current Apple executive said. “The U.S. has stopped producing people with the skills we need.”
What’s more, Apple sources say the company has created plenty of good American jobs inside its retail stores and among entrepreneurs selling iPhone and iPad applications.
After two months of testing iPads, Mr. Saragoza quit. The pay was so low that he was better off, he figured, spending those hours applying for other jobs. On a recent October evening, while Mr. Saragoza sat at his MacBook and submitted another round of résumés online, halfway around the world a woman arrived at her office. The worker, Lina Lin, is a project manager in Shenzhen, China, at PCH International, which contracts with Apple and other electronics companies to coordinate production of accessories, like the cases that protect the iPad’s glass screens. She is not an Apple employee. But Mrs. Lin is integral to Apple’s ability to deliver its products.
Mrs. Lin earns a bit less than what Mr. Saragoza was paid by Apple. She speaks fluent English, learned from watching television and in a Chinese university. She and her husband put a quarter of their salaries in the bank every month. They live in a 1,080-square-foot apartment, which they share with their in-laws and son.
“There are lots of jobs,” Mrs. Lin said. “Especially in Shenzhen.”

Innovation’s Losers
Toward the end of Mr. Obama’s dinner last year with Mr. Jobs and other Silicon Valley executives, as everyone stood to leave, a crowd of photo seekers formed around the president. A slightly smaller scrum gathered around Mr. Jobs. Rumors had spread that his illness had worsened, and some hoped for a photograph with him, perhaps for the last time.
Eventually, the orbits of the men overlapped. “I’m not worried about the country’s long-term future,” Mr. Jobs told Mr. Obama, according to one observer. “This country is insanely great. What I’m worried about is that we don’t talk enough about solutions.”
At dinner, for instance, the executives had suggested that the government should reform visa programs to help companies hire foreign engineers. Some had urged the president to give companies a “tax holiday” so they could bring back overseas profits which, they argued, would be used to create work. Mr. Jobs even suggested it might be possible, someday, to locate some of Apple’s skilled manufacturing in the United States if the government helped train more American engineers.
Economists debate the usefulness of those and other efforts, and note that a struggling economy is sometimes transformed by unexpected developments. The last time analysts wrung their hands about prolonged American unemployment, for instance, in the early 1980s, the Internet hardly existed. Few at the time would have guessed that a degree in graphic design was rapidly becoming a smart bet, while studying telephone repair a dead end.
What remains unknown, however, is whether the United States will be able to leverage tomorrow’s innovations into millions of jobs.
In the last decade, technological leaps in solar and wind energy, semiconductor fabrication and display technologies have created thousands of jobs. But while many of those industries started in America, much of the employment has occurred abroad. Companies have closed major facilities in the United States to reopen in China. By way of explanation, executives say they are competing with Apple for shareholders. If they cannot rival Apple’s growth and profit margins, they won’t survive.
“New middle-class jobs will eventually emerge,” said Lawrence Katz, a Harvard economist. “But will someone in his 40s have the skills for them? Or will he be bypassed for a new graduate and never find his way back into the middle class?”
The pace of innovation, say executives from a variety of industries, has been quickened by businessmen like Mr. Jobs. G.M. went as long as half a decade between major automobile redesigns. Apple, by comparison, has released five iPhones in four years, doubling the devices’ speed and memory while dropping the price that some consumers pay.
Before Mr. Obama and Mr. Jobs said goodbye, the Apple executive pulled an iPhone from his pocket to show off a new application — a driving game — with incredibly detailed graphics. The device reflected the soft glow of the room’s lights. The other executives, whose combined worth exceeded $69 billion, jostled for position to glance over his shoulder. The game, everyone agreed, was wonderful.
There wasn’t even a tiny scratch on the screen.

David Barboza, Peter Lattman and Catherine Rampell contributed reporting.

Processi Mediatici Panem et Circenses, e girare in tondo.

Due mesi fa, nell’ambito di un programma di formazione-lavoro, ho fatto un corso di Programmazione Neurolinguistica (PNL).

La PNL, come molte tecniche di “terapia breve” (che poi non sono altro che una forma di ipnosi indotta) verte a cercare di riprogrammare il nostro modo di funzionamento che spesso a causa soprattutto di alcune brutte esperienze si cristallizza in certe abitudini che ci impediscono di andare avanti nella vita (pessimismo, girare in tondo, difficoltà a concentrarsi, pensare sempre al passato, incapacità di organizzarsi in un mondo così frenetico, rimandare a domani quello che si può fare oggi, ma anche fobìe, o difficoltà del comportamento sociale generale).

La PNL è nata dal frutto di anni di ricerche, compiute da Richard Bandler e John Grinder, orientate a scoprire quali fossero gli elementi comportamentali e linguistici che permettevano a psicoterapeuti di orientamento teorico diverso, come Fritz Perls, Milton Erickson e Virginia Satir, di avere una costanza di risultati positivi talmente rilevante.
I risultati sono stati l’individuazione di una serie di strategie comportamentali e di modelli linguistici specifici e riproducibi

Tengo a precisare che come tutte le tecniche che toccano il comportamento umano esse non sono ad oggi accettate dalla scienza medica ufficiale. Se è per questo bisogna anche ricordarci che neanche la psicanalisi o certi settori della psicologia non sono completamente riconosciute dal mondo scientifico “ufficiale” .   I denigratori di questa tecnica ci vedono sostanzialmente una metodologia capace di “manipolare” i più deboli (come si fa con l’ipnosi). I fautori ci vedono la panacea di ogni male. Come tutte le cose se usata cum grano salis sul proprio sviluppo personale la PNL può fornire certi benefici senza essere assolutamente il rimedio di ogni male.

Un aspetto fondamentale che mi ha colpito di queste discipline psicoterapeutiche che cercano di risolvere i nostri problemi personali ( o di permetterci di interfacciarci con persone che hanno difficoltà comportamentali nella vita: ossia il 90% della popolazione) è la tecnica che in francese chiamano “recadrage” di cui non conosco il corrispettivo italiano e che potremmo definire “reinquadramento della realtà” cercando di coglierne gli aspetti positivi. L’aspetto fondamentale di tutte queste terapie psicologiche è appunto di riuscire a rifocalizzare la nostra energia vitale spesso svuotata dalle angoscie e dalla negatività della vita. Il superamento degli ostacoli, anche piccoli, diventa impresa disperata per il “pessimista” o per chi “vede tutto nero”, ma anche per chi esagera nel senso opposto e come un farfallone ingenuo e ottimista salta di palo in frasca. La PNL è utile quindi per reinquadrarsi personalmente e per vedere la realtà che ci circonda secondo un’ottica più obiettiva, per vedere cioè le cose da un punto di vista diverso che ci potrebbe permettere di sormontare i piccoli ostacoli della vita (che per noi sono grandi: cambiare il lavoro, intraprendere un corso di studi, o semplicemente decidersi a fare quel viaggio che si rimanda da sempre dietro la scusa che si ha troppo da fare).
Facciamo qualche esempio.
Dire “A Parigi sono depresso perché piove sempre” è un’affermazione mal posta, filtrata dalla nostra esperienza personale e che generalizziamo. Rendendo questa affermazione generica la rendiamo assoluta, come se fosse scritta nella Bibbia, e ci pare impossibile cambiarla. Relativizzare e reinquadrare significa porsi delle domande che ci permettono di guardare il problema da un altro punto di vista ad esempio ci si dovrebbe chiedere “è mai capitato che io sia stato depresso col sole?” Se la risposta è si la colpa di una depressione non è la città in cui si vive o il tempo che fa in quella città e così si toglie a Parigi questo primo attributo assoluto di negatività (fermo restando che il tempo di Parigi è peggiore in media di quello di Roma). Questo reinquadramento genera energia positiva. Se uno vi chiede “come si vive a Parigi?” non vi viene in mente la prima risposta classica “una merda! Piove sempre!” ma magari quella più costruttiva “è una città con molte cose da fare, il tempo non è bello come a Roma ma si trova molto più lavoro”.
Un altro esempio è nella vita di tutti i giorni, in cui abbiamo la tendenza a enfatizzare solo le cose negative che ci accadono. Sui trasporti pubblici “il treno e’ SEMPRE in ritardo”. Sempre sempre? Sempre significa tutti i giorni della settimana!
Oppure “i mezzi pubblici sono pieni da scoppiare non ne posso più” : anche li, quando? Nelle ore di punta?  Pieni da scoppiare e allora i pendolari africani che viaggiano sul tetto dei treni?
“C’è sempre sciopero!” Sempre? quanti giorni di sciopero all’anno sono fatti in quel determinato settore, vi siete documentati? E se si ha questa impressione come mai? (in Italia per esempio i trasporti pubblici scioperano spesso, quando lo fanno, il venerdì per mezza giornata. Se uno prende i trasporti solo il venerdì avrà un giudizio falsato).
Anche nei rapporti personali nei giudizi con le altre persone si tende spesso a generalizzare “gli italiani sono tutti rumorosi”, “I parigini sono tutti arroganti”. Personalmente i miei amici Parigini che conosco non sono arroganti, è vero che ho conosciuto alcune persone arroganti a Parigi come a Aix-En-Provence, come alcuni Milanesi arroganti e certi Romani che pensano di sapere tutto loro (i nostri cari e bei “cazzari” nostrani!).
In somma il trucco è “decontestualizzare”, evitare le generalizzazioni, eliminare l’energia negativa dove non serve per poter andare avanti.
Perché se si vive un po’ più serenamente nel luogo, nel tempo e con coloro che ci circondano magari si ha più energia per costruire progetti di vita utili a se stessi e agli altri, che poi è lo scopo del nostro vivere in società.
Ovviamente lo sdegno, la collera, la rabbia sono energie che anch’esse hanno contribuito volenti o nolenti al progresso sociale. Molti cambiamenti sono nati da Rivoluzioni e Guerre sacrosante e inevitabili. Ma a un prezzo da pagare altissimo. Ma molte guerre, molte rivoluzioni, nonostante morti e cambiamenti epocali non è che abbiano poi risolto tutti i problemi. Spesso, troppo forse, si sentono persone che con aria sconfortata dicono “si stava meglio quando si stava peggio”…

Perché questa lunga premessa? Perché mi sono messo ad analizzare dei fatti molto diversi tra di loro che sono stati per mesi sulla bocca di tutti  ma che secondo me sono un chiaro esempio di come oggi si spenda un tempo esagerato a logorarci l’anima di rabbia e collera, che non causano nessun progresso sociale, nessuna rivoluzione ultima, ma che sono fini a se stesse e generano solo altra rabbia e frustrazione.
Qualche filosofo o logico potrebbe obiettare che lo stesso tempo che io sto spendendo a scrivere questo panegirico è una contraddizione. Se non fosse che, giustamente, il mio scopo è reinquadrare i fatti e dimostrare come il “gioco non è valso la candela”. L’energia che abbiamo speso nell’angosciarci, arrabbiarci, scandalizzarci dei punti sottostanti non sta rendendo il mondo migliore.

Di quali casi parlo? Dei seguenti

Il caso DSK. Il caso “Berlusconi”. Il caso del Capitano “Schettino”.

Sono tutti casi di persone che hanno generato una forte emotività negativa nei media e nell’opinione pubblica tanto da essere stati considerati per molti il male assoluto. E, vengo subito alla conclusione, questo non ci ha portato a sentirci meglio, ma solo pieni di rabbia e risentimento.

Dominique de Strauss-Kahn. E’ stato condannato dall’opinione pubblica mondiale dopo un processo mediatico di due giorni. Sembrava di aver stappato il vaso di pandòra. Anche i commentatori più moderati avevano la bava alla bocca. DSK è assorto come simbolo del potere corrotto che crede di poter fare quello che si vuole con i soldi. Si sono spesi fiumi di parole, quasi a senso unico. La gente che incontravo si era fatta un’opinione immediata, senza appello e senza scuse, a neanche ventiquattr’ore dal fattaccio. Nessun reinquadramento, il cattivo ultimo era lui, prigione, gogna mediatica e poi rilascio con mille scuse dopo un mese. Ne abbiamo tratto giovamento? La politica Francese ne ha tratto un vantaggio di dover privarsi di un candidato alternativo alle presidenziali? Il Fondo Monetario Internazionali oggi va meglio senza DSK? Le Banche o “i poteri forti” che si citano in questi casi sono oggi meno forti?

Berlusconi. E’ il catalizzatore dell’odio di metà degli Italiani dal 1994. Ci sono partiti politici come quello di Di Pietro che ci campano grazie all’odio contro Berlusconi. Berlusconi è capace di dire oggi una cosa e domani il suo contrario (l’ultima è la sua uscita sul governo Monti che ha fallito e che ora il Nostro “si aspetta che la gente lo richiami in aiuto”). Le persone non hanno ancora capito che Berlusconi gestisce la politica come un tifoso di calcio che nega anche l’evidenza, ma lo fa giustamente perché sa che gli italiani si comportano come tifosi e che in situazioni di scontro frontale lui ne esce meglio. Queste battute le fa per calcolo, non perché ha un disturbo bipolare della personalità, seppur si ha difficoltà a crederlo. Anche se la squadra del cuore è sull’orlo della serie B il tifoso prenderà in giro i cugini nel Derby pure se loro sono primi in classifica e per farlo non esiterà a distorcere la realtà. Berlusconi è un altro esempio di “leader carismatico” che distorce il campo della realtà. Ma invece che “non curarsi di lui, e lasciar che passi…” moltissimi Media ci ricamano sopra, urlano che è un personaggio incredibile, evidenziano le sue contraddizioni, e molti di noi sono invasi da una sorta di odio incredibile quando lo vediamo e sentiamo quello che dice (smentendo il se stesso del giorno prima) o viceversa di amore incondizionato se sei il tifoso della sua squadra. Tutto al di fuori della realtà. Probabilmente Berlusconi, nella realtà, è solo un gran venditore e un mediocre politico che non lascerà il segno quando se ne andrà. Non è Satana, e tantomeno l’Unto del Signore. Dieci anni di dibattiti televisivi urlati al grido “Berlusconi in galera!” , o “Berlusconi Santo, meno male che ci sei tu!” non sono certo serviti a migliorare il paese. Un governo “sobrio” come quello Monti sta facendo molto di più in poche settimane dei quattro governi di centro sinistra e di centro destra che abbiamo avuto negli ultimi quindici anni (anche ad onor del vero grazie a questo parlamento della Casta che glielo permette, finora.). A Berlusconi fa comodo l’estremismo delle masse, perché la massa dominata da sentimenti estremi non ragiona più. E’ isterica. Provate a guardarvi una serata di Ballarò quando tutti i politici urlano uino contro l’altro. Non cambierete certo opinione, vi sentirete anzi più arrabbiato di prima (e disgustato). Sogni d’oro allora!

Il Capitano Schettino della Costa Crociere.
Dall’inizio della tragedia della Costa Crociere l’odio e l’emozione di tutto il mondo si è catalizzato su questa persona, un comandante che ha commesso una serie di errori culminati, ciliegina sulla torta, nel presunto abbandono della nave con passeggeri a bordo. Tutto quello che sappiamo lo sappiamo dai giornali e da certe telefonate che sono state pubblicate. Schettino è stato già condannato prima del processo, è l’uomo più odiato d’Italia dicono alcuni, i giornalisti di molti dei più importanti telegiornali nazionali di vari paesi (Tg2, La 7, France 2, la CNN, la BBC) hanno perso ogni prudenza professionale e, sapendo di giocare su terreno facile, si sono trasformati in opinionisti e giudici spietati. (Diffido sempre del giornalista, seppur bravo, che se ne esce con la sua opinione personale, lo stesso Mentana ora ci ha preso gusto).
Su Schettino si sono espressi tutti. Il Financial Times, citato da Severgnini sul Corriere, vede il caso Schettino come il simbolo del nostro sgangherato paese, facendo paralleli azzardati tra situazione economica attuale e il naufragio della Concordia (mi verrebbe da dire : ma che ci azzecca?).
Vale la pena citare l’intero passaggio:

“Sorprendentemente – ma solo per chi non conosce bene l’Italia – gli italiani hanno accettato la nuova situazione. Le misure di austerità colpiscono duro, soprattutto le pensioni e la casa, ma non hanno provocato il panico o risposte emotive, come in Grecia. In Italia abbiamo l’opera, non la tragedia. Sappiamo quando la soprano sta per cantare e tutto finisce. O, se vogliamo restare alle metafore d’attualità, sappiamo vedere le rocce sotto la superficie. Ecco perché il comandante della Costa Concordia è tanto poco amato. Non ha visto quello che arrivava; e quando è arrivato, non ha saputo affrontarlo ed è andato via – non una bella figura, per niente. Gli italiani, oggi, sono invece per il capitano Gregorio De Falco che grida al telefono: «Vada a bordo, cazzo!». Perché in fondo è lì che vogliamo stare: a bordo, sicuri in Europa e con l’euro. Forse addirittura senza prima toccare il fondo.”

Tutto molto bello ma a che servono tutti questi voli pindarici per esprimere dei concetti sacrosanti ma che esulano dal caso Schettino? O se vogliamo : siamo sicuri che Schettino sia il simbolo di tutti i mali d’Italia? E’ utile generalizzare e fare questi giochi di parole tra opera e tragedia? E’ utile per far progredire l’Italia? Ci è utile per farci sentire meglio?

Su Facebook poi l’odio e il sarcasmo si sono scatenati, uniti all’inventiva italiana poi sono diventati micidiali. Devo dire che alcune vignette su Schettino mi hanno fatto pure sorridere, ma molto più spesso ho pensato mestamente come ci siano tante persone che sembrano aspettare il momento giusto per scatenare una rabbia accumulata da una lettura acritica dei media di informazione; si sono visti dei commenti che, anche li, generalizzavano, uno sfogo di odio demagogico senza contenuto costruttivo “Schettino abbandona la nave mentre un marinaio cede il posto alla bambina sulla lancia. Anche in questo caso un esempio di manager incompetenti strapagati che non fanno il loro dovere e di povera gente che invece si comporta da eroe”.
Dunque riassumiamo

Schettino = Manager;  Schettino = Incapace. ERGO Tutti i Manager italiani sono incapaci!

Tizio = Marinaio; Tizio = Eroe. ERGO Tutti i poveri disgraziati “Tizio” in Italia sono degli eroi!

Ebbene io credo che bisogna restare con i piedi per terra e relativizzare. Schettino ha commesso un reato penale che come tale verrà giudicato. Nel codice di procedura penale ci sono le attenuanti e le aggravanti, nel caso il giudice rileverà delle aggravanti per la pena Schettino si farà probabilmente anni di prigione a due cifre.
Ma questo risolverà il problema? E poi… C’è veramente un problema del trasporto marittimo in Italia? Tutte le navi di Costa Crociere sono insicure? Se è un eccezione dovuta a una serie di fattori negativi mischiati a un micidiale cocktail di incompetenza, in questo caso che bisogno c’è di generalizzare? C’è un problema di management in Costa Crociere? Se si quale è il ruolo della dirigenza? Secondo me il trasporto marittimo e più in particolare quello di lusso in Italia NON hanno un problema. Anzi funzionano molto bene, visto che da quel che mi ricordo questo è il primo incidente così grave da anni a questa parte.
Secondo me NON tutti i dirigenti e manager in Italia sono incapaci, ladri e messi la per non si sa quale benedizione. Ci sono dirigenti e quadri che ho conosciuto che lavorano sessanta ore a settimana, che dirigono decine di persone con un carico di responsabilità inaudito, che magari prendono un buono stipendio  ma che se lo meritano tutto. E ci sono dirigenti incapaci che si siedono sull’onda del successo, i raccomandati, così come ci sono operai o semplici impiegati che fanno i trucchi per imbrogliare il prossimo o che sono stati loro stessi raccomandati.
Così come NON tutti i politici fanno parte della casta.
Pensare che “è tutto un magna magna”, che in Italia vanno avanti solo i raccomandati, che tutti i dirigenti o tutti i politici fanno parte di una Casta,  fare queste generalizzazioni negative non aiuteranno voi a sentirvi meglio, ma vi caricheranno di un’impotenza distruttiva, chi soffre di depressione penserà spesso al suicidio come un bel rimedio risolutivo, i più ottimisti emigreranno all’estero.
I libri di Travaglio o di Stella e Rizzo dovrebbero proporre un’alternativa e non solo lanciare le accuse. Dovrebbero specificare chi è che sbaglia, e magari portare dei controesempi positivi. Gente come Beppe Grillo che sputa su tutti veleno e odio non serve al progresso del Paese. Da che parte si sta bisogna dirlo, è molto più facile dire “io sto contro tutti!” piuttosto che dire “io sto con quello!”
In somma per fare un’ennesima frase fatta: costruire è molto più difficile che distruggere.

A meno che…

A meno che non si sia in uno stato di decadimento sociale, civile, economico così avanzato e prostrante per cui valga la pena dire radiamo tutto a zero.
Nel caso in cui obiettivamente si possa dire che “la maggioranza” degli italiani non arriva alla fine del mese, “la maggioranza” dei politici e dei dirigenti di aziende sono incapaci e corrotti, “la maggioranza” dei dirigenti pubblici sono raccomandati e/o nullafacenti, “la maggioranza” degli ospedali e delle scuole sono inefficienti e le persone che ci lavorano degli incapaci nel caso migliore, “la maggioranza” degli italiani sono dei truffatori, e cioè se in geneale possiamo dire con una certa sicurezza basandoci su dati ogettivi, misurabili e provabili che   “la maggioranza” delle nostre vite è dominata dai problemi senza alcun beneficio per cui non valga la pena vivere nel nostro paese allora c’è una soluzione :

la Rivoluzione.

Con la R maiuscola.
In Italia come in Francia sento spesso le persone che mi circondano, ma anche molti illustri opinionisti urlare scenari apocalittici. Alla fine la rivoluzione l’hanno fatta in Tunisia o in Egitto e non da noi. Forse arriverà, non dico di no, (e ci saranno dopo i soliti che diranno “si stava meglio quando si stava peggio nella vecchia Repubblica”) e la goccia che farà traboccare il vaso sarà magari una storia tipo quella di Schettino (banale, lasciatemelo dire, spettacolare si, ma banale perché di nuessuna rilevanza nazionale) ; magari (o purtroppo secondo i punti di vista) come in Tunisia la scintilla scatenante è stata quel disgraziato che si è dato fuoco davanti a un ufficio pubblico anche da noi vedremo non solo black blocs ma padri e madri di famiglia, ingegneri, postini, insegnanti, commercianti, medici e infermieri, dirigenti di impresa tutti scendere in piazza coi forconi e distruggere banche, municipi, chiese, scuole…

Ci sono stati episodi di violenza nel passato, a Roma, a Genova , ma la borghesia è restata a casa .
E la rivoluzione la si fa solo se c’è la classe borghese che scende in piazza, e finché si hanno i soldi per andare a farsi due settimane di vacanza o per andarsi a mangiare una pizza con gli amici la sera vuol dire che non si è veramente raggiunto il limite della soportazione. Sento spesso dire da molti amici “ah ma ci stiamo arrivando!” .Vedremo. E vedremo se la tanto auspicata Rivoluzione risolverà il problema. A me, che piace rivangare la Storia, mi vien da dire che tutte le micro o macro rivoluzioni non è che abbiano portato cambiamenti necessariamente migliori per la maggioranza del popolo che le ha fatte o le ha subite. Dopo la Rivoluzione Francese  ci fu il terrificante periodo del “regime del Terrore” quindi è arrivato Napoleone che non era certo un candido democratico illuminato. Non voglio dire che non ci siano stati cambiamenti ma a quale prezzo? La caduta del Re di Persia nel 1978 non ha migliorato la vita del popolo Iraniano (tant’evvero che il regime riesce a mantenersi solo grazie alla “costruzione del nemico”  si veda a tale proposito l’interessante e omonimo saggio di Eco su come la costruzione del nemico serva a contenere l’insoddisfazione popolare).  Ma per restare ai giorni nostri: ci si lamentava della DC e dei Socialisti che rubavano. Del Pentapartito. Negli ultimi 15 anni non è che la politica abbia fatto tanto ed oggi stiamo assistendo al ritorno del Pentapartito camuffato in questo governo di matrice decisamente centrista e democristiana che ciononostante, miracolo, sta facendo molto di più dei governi di un recente passato “con il leader eletto dal popolo”. E lungi da me di cadere nel tranello dello “si stava meglio quando si stava peggio”, vorrei dire che forse bisogna partire dal presupposto che tocca accontentarsi della classe politica che si ha e tentare di farle fare le leggi che siano utili alla maggioranza, siano essi di destra che di sinistra. Riuscire a trovare il buono anche in politici mediocri questo bisognerebbe fare. Machiavelli. Il fine giustifica i mezzi. Riuscire a trovare il lato positivo e, idealmente, cercare di rivoltare la frittata, render il cattivo buono. Se volete – citando Asimov nel finale di Abissi d’Acciaio – ma sospettando che la citazione abbia origini ben più illustri -  “Non c’è nioente di più giusto e desiderabile più che della distruzione del male, la sua trasformazione in bene”.

Lasciatemi citare, invece, l’unico caso in cui si sarebbe dovuto fare di una situazione personale un evento di risonanza nazionale e scatenare un forte dibattito e che invece è passato, aihmé a causa della Telenovela della Concordia, abbastanza in secondo piano .
Parlo del suicidio annunciato di quella coppia di disoccupati di Bari, lui più prossimo alla sessantina, e che aveva perso il lavoro anni prima. Un agente di commercio, anche di una certa cultura a giudicare dall’intervista che ha rilasciato. Con una sua dignità. Un cittadino Italiano come lo siamo noi. Suicidatosi con la moglie perché non riusciva a trovare un lavoro che gli permettesse di avere una vita indipendente in cui poter vivere con la sua consorte (erano stati sistemati in un centro di accoglienza in stanze separate) nel sud d’Italia.

Anche li le informazioni che ho potuto rilevare sono quelle filtrate dai media, e quindi parziali così come lo può essere la mia analisi, ma ho potuto fare qualche riscontro incrociato sui blog al di fuori del circuito di informazione standard.

Con tutta la buona volontà e la PNL che vogliamo, e perché lo sperimento ogni volta che rientro in Italia, il problema dell’assenza di un lavoro decentemente stabile e decentemente retribuito che ci permetta di vivere degnamente la nostra vita è un problema generalizzato del  sud del mondo che ci deprime. Molti amici che conosco sono costretti a vivere lavorando al nero e si campa grazie al salario del secondo componente della coppia, o se non si è in coppia spesso si deve vivere con il genitore fino a tarda età. Molti vanno all’estero. Chi perde il lavoro dopo i cinquant’anni ha una difficoltà enorme a ritrovarlo, e questo è inquietante nel nostro Continente dove l’ età pensionabile si alza ogni anno che passa. I contratti a durata indeterminata sono rarissimi. Le retribuzioni salariali della maggioranza degli italiani sono molto basse rispetto al costo medio della vita. Qualcuno mi dirà che sto generalizzando? Forse, ma ci sono dati Istat, e poi la mia esperienza personale quando visito l’Italia del centro sud e parlo con le persone che incontro.

E’ un problema secondo me più serio dell’incidente della Costa Concordia, che ha fatto 15 morti, tragedia si, ma che non mi aiuterà a vivere meglio anche sapendo che Schettino si prenderà la galera a vita. Ma anche questo problema se vogliamo risolverlo dovrà essere reinquadrato. Non so come, ma questi episodi tristi devono cercare di farci riflettere perché si arriva fino a questo punto. Come è possibile perdere le speranze al punto tale di farla finita perché si perde il lavoro.

In somma: la sostanza è che bisogna reinquadrare gli eventi che i media ci vomitano addosso, lasciandoci scivolare ciò che non ha importanza per il progresso umano e sociale e concentrandosi sui problemi del paese cercando di risolverli giocando o trovando gli aspetti positivi e minimizzandone i negativi. Fare leva sulle energie positive per scavalcare ostacoli insormontabili.
E’ anche il segreto di chi vuol diventare classe dirigente, da chi invece si contenta di restare sugli spalti dell’arena a fare il tifoso e godere di panem et circenses (e a mangiarsi il fegato contro quelli della squadra avversaria).

Polpette della mamma “Bio”

Una ricetta che farà felici gli amanti della cucina Bio. E’ una variante della ben più famosa ricetta delle polpette di mia madre (sostituite semplicemente il tofu con la carne tritata di vostro gusto per ritornare all’originale).

 

Ingredienti: 3 etti di hamburgher di Soja macinato (io compro quello mostrato in Fig. 2, che in Francia si trova nei supermercati Monoprix. In Italia forse lo trovate da Auchan o Carrefour, ma penso che vada bene un qualsiasi hamburger a base di Tofu). 2 bianchi d’uova e un rosso d’uova. 50 grammi di parmigiano. 1 fetta di pane casareccio tostato e bagnato. 1 grande spicchio d’aglio tritato. Origano. Sale. Pepe bianco e pepe nero (quanto basta). Farina (quanto basta) e un bicchiere di vino bianco secco.

Se volete usare la variante BIO con la pasta di Soja del prodotto in figura 2, attenzione alla viscosità dell’intruglio. Se vi sembra troppo liquido aggiungete qualche cucchiaio di farina, viceversa se vi sembra troppo solido aggiungete pan bagnato (più bagnato che pan!)

Preparazione:

Mettere gli hamburger in un piatto cavo e spezzettarli con un coltello o direttamente con le mani. Metter dentro il “pappone” così creato le uova, il parmigiano, la fetta di pane bagnata e sbriciolata, l’aglio tritato  il sale e il pepe. Lavorare l’impasto con le mani fino a che gli ingredienti si siano bene amalgamati. Fare le polpettine (delle dimensioni di una pallina da golf un po’ schiacciata) e infarinarle ( fare attenzione  che non prendano troppa farina).

In una padella mettere 6-7 cucchiai d’olio e farlo riscaldare bene, mettere le polpette e farle rosolare, devono fare la crosticina dorata (tipicamente le lasciate a fuoco medio per tre minuti di cronometro, quindi le rigirate e le lasciate altri tre minuti).  A quel punto versare circa 1 bicchiere di vino bianco e farlo evaporare (tre o quattro minuti a fuoco vivace).

Suggerisco di accompagnare le polpette (che servirete insieme a un po’ della salsetta che si è creata durante la cottura e magari con due tre gocce di  limone) con verdura cotta (spinaci all’agro o ancora meglio cicoria ripassata in padella. I Francesi si ostinano a usare la pasta scotta e scondita come contorno della carne. E’ una battaglia persa in partenza non ci fate caso. VOI NON DOVETE FARLO MAI PENA SCOMUNICA PERPETUA ED ESPULSIONE DAL PRESENTE BLOG.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 2

 

Ed ecco una bella opzione per un apericena biologico!

Mr. Apple

Walter Isaacson, Steve Jobs, Nov-2011,Mondadori.  

 

Ottima biografia, questa di Isaacson, sobria, obiettiva, scorrevole, a tratti avvincente, nostalgica per coloro che hanno vissuto l’adolescenza negli anni ottanta, mitologica per chi ha avuto l’occasione di giocare con i primi videogiochi di quegli anni (chi si ricorda di Pong?), si perché il libro alla fine, pur se imperniato intorno a Jobs, è un amarcord centrato sulla Silicon Valley durante il boom economico degli anni settanta, ed ogni tanto tira fuori dal cilindro un nome di un prodotto che non si sentiva da anni ma che è stato per molti il giocattolo preferito della nostra infanzia (e per alcuni oserei dire dell’adolescenza fino alla maggior età!).

Il profilo che Isaacson traccia di Jobs ci sembra abbastanza obiettivo, sostenuto da citazioni di numerose fonti le più importanti riportate all’inizio del libro in una sorta di “lista dei personaggi” che ricorda un po’ un giallo di Agatha Christie.

In effetti in alcune parti la vita di Steve Jobs sembra un romanzo e non si capisce tanto chi sia il buono ed il cattivo, perché, chiariamolo subito, lo Steve Jobs dipinto da Isaacson non ha niente a che vedere con lo stereotipo dell’ eroe buono.
Facendo la tara delle seicento trenta e passa pagine ne esce il ritratto di un malato da sindrome bipolare, o affetto da carenza empàtica, un genio visionario, un mentitore spudorato che deformava la realtà a suo uso e consumo, un arrogante, un magnifico istrione, il pifferaio magico, un leader carismatico, un grande artista, un gran furbacchione, Mefistofele, machiavellico, manicheista (o è bianco o è nero), un perfezionista, un perfetto stronzo, un opportunista, un benefattore, una macchina per soldi (senza essere però attaccato ai soldi), terribilmente determinato, un capo, un manipolatore, un ribelle e al tempo stesso il grande Fratello, un rompipalle ficcanaso, un mèntore…

E potremmo andare avanti all’infinito. Scegliete voi i termini da tenere e quelli da scartare.

Questo di Isaacson  è un classico esempio del sogno americano, ma anche un affresco sul paradosso americano, sullo stereotipo dell’americano tipo che vede tutto o bianco o nero, là i cattivi e di là i buoni, e che forse grazie a questa semplicità di analisi riesce a buttarsi anima e corpo in progetti fantalunatici alla velocità della luce, di prendere le sberle cadere ma rialzarsi alla stessa identica velocità.
Si perché la vita di Steve Jobs non è solo successi e onori, il “nostro” ha preso anche delle severe sberle (per citarne due: la fallimentare esperienza della Next dopo che fu licenziato sul finire degli anni ottanta dal consiglio di amministrazione della Apple che non ne poteva più delle sue sparate e uscite di testa, e anche in un passato più recente quando era padre padrone della Apple e lanciò il miserrimo servizio MobileMe antesignano di iCloud, che fu presto abbandonato per le sue magre performances).
Ma proprio perché Jobs è lo stereotipo dell’ “eroe” americano (che non è necessariamente buono) ecco che si rialza e vince anche nella sconfitta (durante il periodo sfortunato della Next, quando i più sarebbero caduti nella depressione e si sarebbero contentati di godersi la già cospicua fortuna lui va a impelagarsi in un progetto folle e si compra un’azienda, la Pixar, che la Disney avrebbe prima trattato con altezzosa superiorità per poi essere costretta a comprarsela a un prezzo esagerato per salvare il suo deficitario settore dell’animazione, e, nel caso di MobileMe, dopo la pietosa figura del servizio di condivisione mobile invece di passare con modestia ad altri progetti si è intestardito e ha partorito iCloud che funziona decisamente meglio e che rischia di diventare un fenomeno planetario).
Ecco un attributo di Jobs che nessuno potrà mai smentire: assolutamente immodesto, o se vogliamo follemente arrogante. Quando fu costretto ad ammettere l’errore dell’antenna dell’iPhone 4 (dagli effetti collaterali relativamente modesti ad onor del vero) partì all’attacco contro la stupefatta delegazione stampa dicendo che tutti gli smartphones avevano dei problemi e che loro non erano perfetti. Mai una parola di scuse, mai un cedimento. E quando cambiava idea lo faceva in maniera incredibilmente rapida: dal “questa fa schifo” a  “questa è l’invenzione del secolo” nello spazio di una giornata o di una riunione. Altri sarebbero stati rinchiusi in un ospedale psichiatrico, o emarginati dal loro entourage professionale e familiare. Steve Jobs no. Quando è morto sembrava si trattasse del Papa o di un Re buono. Una contraddizione che si è protratta perfino durante i suoi funerali. Un’arroganza che si è trasmessa a tutta l’azienda e il modus operandi della Apple, i cui clienti da un lato sono considerati cuccioli da coccolare con il meglio che il mercato hardware e software possa offrire, ma dall’altro sono rigidamente bloccati in uno schema definito e gestito quasi a livello dittatoriale che non cambia neanche di fronte all’evidenza (ma che continua a vincere sul mercato). Se vogliamo è l’arroganza di chi è convinto di essere l’unico a poter offrire il meglio, o fai così o vai altrove tanto sappiamo che gli altri fanno schifo.

Se il libro non è  certo una sequela di onori e salamelecchi per Jobs, a cui Isaacson riserva a tratti una critica feroce (soprattutto riguardo al suo lato personale, estremamente rigido, fumantino, per dirla in una parola dello stesso Isaacson: stronzo), non si può dire che sia lo stesso della Apple che ne esce molto più che incensata, quasi eretta a “il” modello ideale della Società per Azioni della Silicon Valley, un gradino più in alto rispetto ad aziende del settore come la Intel, la Microsoft o per guardare in Europa alla ex Philips Electronics o in Giappone la Sony che vengono descritte come società mastodontiche e burocratiche, con divisioni interne spesso in competizione tra loro stesse (questa è una filosofia tipica di società giapponesi come la Sony che grazie a queste “gare” interne son o riuscite a produrre ottimi risultati nel settore audio e video, ma quando si è trattato di far funzionare l’azienda in modo sinergico – unire hardware software e contenuti multimediali per creare l’equivalente di un servizio iTunes-iPod hanno incredibilmente fallito proprio a causa di questi blocchi interni) o lente e farraginose (interessante il commento dato dal futuro direttore del Design Apple, Jonathan Ive sulla lentezza di Philips a pagina 418 “ero abituato alla Philips, dove decisioni del genere richiedevano più riunioni, con un sacco di presentazioni in Powerpoint e ricerche di approfondimento…”) mentre alla Apple anche una decisione fondamentale (come includere o no un lettore CD Rom nel Macintosh) poteva venir presa nel giro di mezz’ora garantendole una velocità decisionale fantastica e una capacità di guadagnarsi certe fette di mercato in un attimo.

La ragione di questa presunta “superiorità” è semplice : non è che la Apple sia la migliore azienda del mondo, semplicemente è un’azienda che è stata creata intorno ad un uomo con una filosofia volutamente arrogante, visionaria (e a tratti geniale) che non voleva solo porsi come uno standard di eccellenza tecnica ma anche come un riferimento di puro design e che ha creato prodotti di eccellenza (e che costano però il doppio dei loro fratelli tecnologici). Al suo interno Apple funziona come una dittatura (vedasi sempre in questo blog lo schema dell’organigramma di qualche mese fa quando Jobs era ancora al comando seppur in congedo malattia Apple_Org_Chart_April_2011, oggi per la cronaca il CEO e’ Timothy Cook ), al suo esterno è considerata l “High End” dell’elettronica di consumo, la “Tiffany” dell’elettronica, con cure nel dettaglio minuziosissime che rendono i loro prodotti più simili a degli oggetti di lusso che a dei gadgets elettronici (e che costano anche quasi due volte tanto rispetto a prodotti simili). La cura del dettaglio è eredità di Jobs che è stato sempre un fanatico in questo senso. Il libro cerca di spiegare in parte le origini di questa ricerca maniacale della perfezione artistica corroborandola con degli esempi al tempo tristi ed ilari (come quando Jobs – malato in ospedale in attesa dell’operazione per il trapianto del fegato – si rifiutò di indossare la mascherina dell’anestesia – reputandola “brutta” e mandando ai matti medici e infermieri sconsolati).

Il grande interrogativo è di capire se la Apple riuscirà a sopravvivere al suo fondatore (problema che Jobs si è posto a lungo durante la sua malattia) come la HP lo ha fatto per tanti anni (pur non avendo più lo smalto del passato) o anche la Microsoft.
Vedremo.
Certo è che per un decennio dal 1988 al 1998 durante l’assenza di Jobs l’azienda ha vissuto un periodo buio e difficile, con prodotti che nessuno si ricorda per quanto erano mediocri o al massimo nel range di qualità dell’epoca. Gli anni novanta sono gli anni dei PC assemblati su sistema Dos/Windows e piattaforma Intel. Non sono certo gli anni della Apple che quando gli è andata bene forse ha sfiorato il 5% della quota di mercato,
Appena tornato Jobs  (e appena si sbarazza dell’amministratore delegato dell’epoca, Gil Amelio) ecco che ti sforna l’iMac con lo schermo di plastica verde acqua trasparente che almeno uno di voi avrà visto una volta nella vita. Quando aveva comprato la PIxar se ne uscirono il primo anno con “Toy Story“, un successo planetario. Se non ci fosse stata la fallimentare esperienza con la Next ci verrebbe da pensare al Re Mida dell’elettronica: quando c’era lui  dalle fabbriche delle sue aziende (o dai cervelli dei suoi creativi) uscivano successi epocali. Ed è evidente anche che lui tecnicamente ha contribuito ben poco in prima persona a questo successo poiché di tecnica spinta non ne capiva un granché (Gates lo definiva quasi un ignorante dal punto di vista tecnico, Jobs non è un ingegnere, non si è mai laureato, chi aveva assemblato e progettato il primo Apple e poi il successone degli anni ottanta, l’Apple 2, era stato Steve Wozniack, brillante quanto modesto ingegnere della HP laureatosi a Berkley e di dieci anni più anziano di Jobs) ciononpertanto quando era lui alle redini sembrava quasi che la gente attorno riuscisse a tirare fuori il 150% e chi non ci riusciva a farlo era considerato incapace e veniva cacciato senza pietà non prima di una pubblica umiliazione in cui Jobs esplodeva in vere escandescenze isteriche.

Vedremo cosa succederà da oggi in poi. La Apple resterà un’azienda incredibilmente arrogante strenuo difensore di un sistema rigidamente chiuso e controllato ma “quasi” perfettamente funzionante (per la serie: fai quello che ti dico io, e divertiti ma se ci vuoi mettere le mani puoi pure impazzire perché te lo impedirò in tutti i modi), molto più cara delle sue concorrenti ma incredibilmente efficace e con il margine di profitto più elevato che si possa pensare in questo settore, o cominceranno a prevalere i corporativismi, le fazioni interne, il manager tizio e il caio di turno che vorranno dire la loro? Chi ci sarà allora ad urlare contro il capo degli ingegneri quando sbraiterà che quel design di quel prodotto è un controsenso tecnico (la storia dell’antenna dell’iPhone 4 che non funzionava per i mancini era nata così, con una diatriba tra il capo del “design” e il capo dello sviluppo hardware – che giustamente diceva che fare un bordo di metallo non era il massimo, lo aveva scoperto Faraday cento anni prima, ma Jobs, padre padrone, aveva tranciato seccamente il dibattito a favore del primo: bianco o nero).
Finora il decisionismo di Jobs ha permesso a questa società di restare “pazza” ossia di NON fare quello che il buon senso del business vorrebbe in questo settore (competere sul prezzo, fare prodotti aperti a tutti, conquistare la maggior parte di quota di mercato) e nonostante tutto restare leader. La filosofia di Apple nasce come una “elite” chiusa  che disprezza e schifa gli altri utenti (rilevatrice la dichiarazione di Jobs quando decise di non rendere aperto iTtunes per gli utenti del sistema Android “Io non voglio che gli utenti Android siano contenti”), ma che incredibilmente diventa anche un fenomeno di “massa” basti pensare a quanti oggi, in periodo di crisi dove si urla ai quattro venti che non si arriva alla fine del mese, sono disposti a spendere una bella somma per comprarsi un iPhone; per questo definiamo “pazza” la Apple, perché sta creando una “élite” di “massa” che è un ossimoro, un controsenso logico.

Quanto questa “follia” è frutto dell’ipnotismo di Jobs e quanto invece è derivante da una filosofia aziendale specifica che può sopravvivere nel tempo?
Chi vivrà vedrà.

La voce dell’esperto, parte 2

J.P. Otelli, Erreurs de Pilotage 4,   Aprile 2010, Ed. Altipresse

E’ un peccato dover constatare come il sensazionalismo di Jean Pierre Otelli sia ancora il leit motiv principale di quelli che altrimenti, scremati da inutili polemiche e forzature nazionaliste, potrebbero essere degli eccellenti libri di approfondimento.

In questo Tomo il nostro affronta due incidenti abbastanza famosi, uno quello in cui rimase vittima il presidente Polacco, e un secondo che coinvolse un aereo della Tuninter sul territorio Italiano; coloro che nell’agosto nero del 2005 seguirono un po’ le cronache si ricorderanno dell ATR72 che fu costretto ad ammarare al largo della costa settentrionale della Sicilia a causa di un errore di sostituzione degli indicatori del carburante che hanno ingannato il pilota, e fatto restare a “secco” l’aereo.

 Nel caso dell’incidente del presidente polacco resta sulla linea classica “trancheant” che di solito usa in questi casi: errore banale di un gruppo di piloti che viene descritto come una banda di dilettanti allo sbaraglio.

Ma nell’incidente della Tuninter Otelli cambia radicalmente stile e si lancia in una vera e propria requisitoria Urbi et Orbi, contro tutto e tutti. Arriva perfino a ritenere responsabile il controllore ATC del radar di Roma che nella storia ha avuto un ruolo marginale. La sua accusa frutto di analisi minuziose non risparmia nessuno: dai piloti, al costruttore,  all’Agenzia Italiana della Sicurezza al Volo che secondo lui ha condotto omertosamente l’inchiesta, fino ad accusare il sistema giudiziario italiano in toto. Dato che il libro non è disponibile per un pubblico italiano mi sono permesso di tradurlo e di renderlo disponibile in questo sito. Per un confronto allego anche il rapporto ufficiale di inchiesta della ANSV che può essere richiesto in questo sito http://www.ansv.it previa registrazione gratuita.

Vi ricorderete (cfr: la voce dell’esperto La voce dell’esperto ) come nel caso dell’incidente AirFrance l’analisi di Otelli era stata spietata e il giudizio inaquivocabile: responsabilità interamente di un ‘equipaggio stanco e/o maldestro. Nel libro relativo all’incidente del volo Rio-Paris Otelli prende in considerazione i fenomeni atmosferici come il congelamento delle sonde ma non per inserirlo nel calderone delle “numerose cause contribuenti”, ma per escluderlo (citiamo, per chi ha la versione francese: Tomo 5, pagina 276 ” [il congelamento delle sonde]… è stato breve. Non può essere la causa del crash“.  Inoltre Otelli come ho già ricordato a proposito del crash Rio-Paris trascura la raccomandazione del BEA relativa all’angolo di incidenza che è un parametro che non è disponibile sul modernissimo glass cockpit del A330. Ovviamente siamo consapevoli che questi fenomeni sono un dettaglio rispetto all’errore dei piloti di non aver capito nonostante i numerosi allarmi di essere in stallo. Ma per amore di cronaca andavano citati, se si ha l’ambizione di fare un lavoro di divulgazione giornalistica serio e non rischiare di essere sospettati nel migliore dei casi di presunzione semplicistica e nel peggiore di ricerca del sensazionalismo a fini di vendite. Abbiamo cercato di chiedere dei chiarimenti all’autore e all’editore (sul loro sito Facebook) riguardo a questo modo singolare di condurre inchieste giornalistiche. Ma nonostante la Francia figuri tra i primi paesi per quanto riguarda tolleranza e libertà di stampa come unica risposta siamo stati banditi dal loro sito Facebook.

Nel racconto dell’incidente dell’ATR72 della Tuninter Otelli si trasforma in un pignolo dottor azzeccagarbugli, innescando una polemica senza fine con la ANSV che inquina la lettura in un crescendo che termina in un vero e proprio “J’Accuse” polemico, urlato, sproporzionato. Niente di quello che dovrebbe essere un resoconto obiettivo che dovrebbe restare prettamente tecnico e non sbilanciarsi in accuse pericolose. Arriverà a prendersela persino con le vittime,  gli stessi passeggeri.

Lasciateci passare il sospetto che questo stile polemico e velenoso sia frutto anche del fatto che la Francia (coproduttore dell’ATR72) ai fini di questa inchiesta non ha ricevuto la collaborazione necessaria dall ANSV che non ha voluto fornire i dialoghi originali delle scatole nere. Per quanto deprecabile questa attitudine possa essere (e ne siamo convinti perché nel quadro della sicurezza aerea niente dovrebbe essere tenuto confidenziale, se esposto obiettivamente e senza polemica sensazionalistica), Otelli secondo noi ha lavorato un bel po’ di perfidia, e forse anche con un pizzico di fantasia, libero anche dalle paure di eventuali azioni legali della Ansv che non essendo un ente francese ha poco potere giurisdizionale oltralpe.

Prevediamo che nonostante la provocazione del libro francese non ci saranno in ogni caso straschi legali in Italia per motivi che potrete capire leggendo  i documenti allegati di seguito.

Buona lettora

ALLEGATI:

  •  Traduzione dell’episodio intitolato “Panne Sèche” di J.P Otelli tratto da “Erreurs de Pilotage” N 4,Ed Altipresse 2010. pp 9-50

    Restare A Secco

 

  • Rapporto Originale ANSV incidente

ANSV relazione ATR 72

 

 

La Notte dell’Oracolo

Paul Auster, (C)2003, La Notte dell’Oracolo (Oracle Night)

“I pensieri sono reali, -aggiunse. – Le parole sono reali.Tutto quello che è umano è reale, e a volte conosciamo le cose prima che succedano anche se non ne siamo consapevoli. Viviamo nel presente, ma il futuro è dentro di noi in ogni momento. Forse scrivere è proprio questo, [...], non registrare i fatti del passato, ma far succedere le cose nel futuro.”

La storia stava solo cominciando – la vera storia cominciò solo allora dopo la distruzione del tacquino blu – e tutto quello che avevo scritto finora era poco più che un preambolo agli orrori che sto per raccontare. [...] A volte conosciamo le cose prima che succedano anche se non lo sappiamo. [...] Il futuro era già dentro di me, ed io mi preparavo ai disastri che stavano per succedere.

 

Un altro classico di Auster sulla legge del caso,  in cui questa volta la premonizione gioca un ruolo inquietante.  Un bell’esempio dell’inconscio colelttivo che Jung definiva “fuori dal tempo”, in una New York degli anni ottanta…

Fratelli d’Italia?

FratelliDItalia

Ferruccio De Bortoli è abbastanza conosciuto in Francia, e leggevo un lancio di agenzia riportato da FranceInfo qualche giorno fa dove il direttore del Corriere Della Sera spiegava ai francesi come questo fine settimana per noi italiani sia stato uno dei più critici della storia moderna  repubblicana (o qualcosa di simile).

Tempo prima in una trasmissione televisiva ha lasciato trapelare tutta la sua amarezza riportando i caustici commenti dei colleghi esteri sull’Italia, commenti che ovviamente il nostro paese non avrebbe dovuto meritarsi, ma che nel fondo sono giustificati (e per questo bruciano ancora di più). Nessuno può capire De Bortoli meglio di un italiano che vive all’estero.

Credo che la cosa che manchi alla nostra classe politica sia in effetti la capacità di vedersi dal di fuori dell’Italia, che oramai non è che una regione dello stato Europeo (e per fortuna!).

Questo lo si vede da piccoli dettagli (come il livello trapattoniano dell’inglese di La Russa) ma potremmo citare sviste, gaffes ed errori a livello internazionale ben più evidenti.

Il Governo in Italia cade perché pezzi del parlamento si sono distaccati dalla maggioranza anche a causa di una fortissima pressione Europea, di cui facciamo parte, e non credo che lo abbiano fatto per un rinnovato spirito di responsabilità nazionale (responsabilità che non hanno mai avuto avendo votato per la stragrande maggioranza del loro mandato leggi confezionate “ad hoc” per il premier dimissionario), quanto piuttosto per paura, paura di chi non capisce come la situazione abbia potuto precipitare in tre mesi (cosa che non è vera in quanto i segnali di allarme c’erano da ben prima). Staremo a vedere.

Ai francesi, agli inglesi , agli americani che guardano l’Italia in base a quello che riportano i loro telegiornali locali io consiglio accortezza in questo momento e ricordo che così come Berlusconi è un italiano, così lo sono il presidente della Repubblica, e il futuro Presidente del Consiglio. Tutte facce di una stessa medaglia di un paese pieno di contraddizioni ma, come diceva Benigni al parlamento Europeo, bellissimo e non solo orgoglio nostro, ma di cui l’Europa ha maledettamente bisogno.

 

 

La voce dell’esperto

Erreurs de Pilotage, 2011 ed. Altipresse. J.P. Otelli

E’ il quinto Tomo di Jean Pier Otelli consacrato agli errori di pilotaggio, ma che alla fine mettiamo in evidenza in questa sede perché si concentra sull’incidente Rio-Parigi accaduto a un aereo di AirFrance il primo giungo del 2009.

Il consiglio che do a coloro che si avvicinano per la prima volta all’analisi di questo incidente è di non cominciare con il libro di Otelli, ma di dare prima una bella spulciata al lungo e meticoloso rapporto del BEA, già ampiamente discusso in questo blog (http://www.matteosan.com/?p=447)

 

Otelli è un professionista dell’aviazione abbastanza conosciuto in Francia dagli addetti ai lavori, ed ha una buona capacità descrittiva, sa misurare la giusta dose di dettagli tecnici e volgarizzare abbastanza il linguaggio in modo che non sia comprensibile solo da degli esperti, e tutto questo è una dote considerevole ma a mio avviso ha due grandi difetti

-         Ha una ceta tendenza al sensazionalismo

-         Mette in evidenza quasi sempre l’errore umano senza spiegarne troppo le cause al contorno (si contraddice alcune volte affermando che un incidente e’ sempre causato da molteplici fattori ma alla fine restate quasi sempre con l’impressione che ai comandi ci sono dei debuttanti allo sbaraglio).

Raramente nelle sue opere troverete delle critiche al costruttore europeo che in Francia ha un poderoso centro di sviluppo a Tolosa detto per inciso. In quest’ultima opera Otelli fa malignamente precedere il resoconto dell’incidente di Rio, da un altro incidente simile (un aereo sull’orlo di uno stallo che è partito in avvitamento). Trattasi dell’incidente che ha portato al crash un Tupolev 154M in un aeroporto della Siberia in Russia dieci anni fa.  Otelli un po’ superbamente fa notare come l’Airbus del volo Rio-Paris, nonostante le sollecitazioni completamente “sballate” del pilota, non sia mai partito in avvitamento, al contrario del suo vetusto compagno russo che definisce “splendidamente arcaico”. Siamo un po’ abituati allo stile schietto e senza paura di Otelli, e ne potremmo anche sorridere, se poi ahimè il risultato non fosse tragicamente lo stesso: la morte di tutti gli occupanti i due velivoli; magari l’Airbus è caduto molto più “elegantemente” del suo scalcinato compagno Russo, il  Tupolev, ma il risultato è stato lo stesso.

Il paragone tra un Tupolev 154M che ha una concezione da anni sessanta, e un Airbus A330 che è di trentanni più giovane, la punta di diamante di una ricerca tecnologica che si è basata su decenni di esperienze e di insegnamenti, compresi errori ed incidenti, puo’ interessare gli esperti di storia dell’aeronautica. L’aeronautica è una delle rare scienze umane ad aver imparato dalla storia. Se solo anche politici, economisti, militari sapessero fare altrettanto! Se oggi questi aerei sono insieme ai Boeing i più usati al mondo nel trasporto passeggeri ci sarà un motivo. Un vecchio Tupolev 154M progettato per atterrare anche sui campi in terra con un carrello di atterraggio che pesa come dieci elefanti è un carroarmato paragonato – rispetto a un Airbus -  a una limousine. Fare una comparazione e’ possibile, certo, ma a che scopo? Sarebbe come chiedere a uno che pensa di un piatto di papate contro un fois gras e champagne. Nessuno si sognerebbe neanche di provare a fare questo azzardato parallelismo. A meno di non voler dimostrare che gli Airbus sono estremamente piu’ avanzati tecnologicamente e piu’ sicuri (ma, scusate, e’ come scoprire l’acqua calda!). Lasciateci sospettare che Otelli usi questo espediente per addolcire un po’ la pillola ai suoi compatrioti, visto che questa tragedia tocca da cicino Airfrance ed Airbus (che restano comunque due compagnie di punta nel panorama aeronautico mondiale, tutte le compagnie hanno sofferto incidenti, e’ normale che possano capitare a un’azienda monumentale come Airfrance-KLM. E’ una legge statistica).

Facendo la tara non posso certo dire che questo libro di Otelli sia disonesto, di parte o tecnicamente sbagliato. Tutt’altro. Leggendolo si acquisiscono interessantissime informazioni tecniche che gli amatori altrimenti non conoscerebbero mai, si comprende meglio come funzionano le procedure di volo, Otelli pazientemente spiega in dettaglio le ultime fasi di volo, e in questo caso specifico la sintesi che fa della trascrizione degli ultimi attimi del volo è fedele al rapporto del BEA. E’ anche comprensibile lo stupore dell’autore di fronte a un pilota come quello che era ai comandi sull’aereo di Airfrance in quella maledetta notte di Giugno, che si intestardisce a cabrare un aereo che è in stallo permanente.
Ciò che per me è criticabile sono le conclusioni di Otelli a senso unico e certe omissioni che fa nel riportare il rapporto BEA.  E ossia:

-         Completa e unica responsabilità dei piloti

-         Completa mancanza di una spiegazione al comportamento del pilota anche se sul rapporto del BEA sono riportate due procedure di AirFrance riguardanti la “IAS dubbia” che potrebbero spiegare in parte il motivo perché il pilota abbia tirato l’aereo in su, invece di picchiare durante uno stallo. In generale Otelli non prende quasi mai in considerazione il fattore psicologico.

-         Non c’è nessun riferimento alle due raccomandazioni del BEA sull’addestramento dei piloti in volo manuale e soprattutto quella riguardante la mancanza sugli Airbus di un indicatore di incidenza che potrebbe aiutare moltissimo i piloti con un aereo in stallo.

In somma, leggendo questo libro di Otelli si ha l’impressione che di fronte a un incidente aereo  l’equipaggio si comporti spesso come una massa di dilettanti allo sbaraglio che non sono a conoscenza neanche dei principi di aerodinamica di base.

Francamente è troppo riduttivo, anche per un libro non addetto ai lavori. E quindi, lasciateci passare la critica che Otelli si sia lasciato un po’ trasportare la mano anche per certe esigenze editoriali.

Vademecum per utenti Apple disperati

Visto che mi ci sono scassato le ” corna” per una settimana vi elenco qui di sotto alcuni trucchi e alcune raccomandazioni per i nuovi arrivati nel mondo della mela (stregata!).

L’utilizzatore medio di Windows/Linux si crede molto furbo e “scafato” perché riesce a personalizzarsi il suo sistema secondo le sue voglie.

Bene sui sistemi Apple dimenticatevi ste voglie. Siete in una dittatura, lo volete il giocattolo? Si? Allora dovete fare come dicono loro, punto.

Eccovi un breve vademecum sotto forma di Questioni/Risposte

Q1) Ho comprato il mio IPAD (o il mio Iphone) l’ho usato per un po’ di tempo e ho scaricato (tramite IPAD e IPHONE diverse applicazioni). Oggi l’ho connesso a  Itunes e lui simpaticamente mi dice che c’e’ un nuovo aggiornamento del software. Però se cerco di farlo Itunes mi dice che tutte le applicazioni verranno cancellate dal nuovo aggiornamento ed io non ho mai sincronizzato l’IPAD o l’IPHONE!

R1)

1)      prima di tutto aprite Itunes e verificate di avere l’ultima versione (in alto sulla barra cliccate su ? e poi verifica aggiornamento). In caso negativo allora aggiornate Itunes (meglio far questo senza connettere nessun device Apple). Poi connettete l’IPAD/Iphone  e dovete trasferire le applicazioni comprate dal vostro IPAD/Iphone su Itunes  del vostro PC(gratis o a pagamento non fa differenza per lui sono comprate). Per fare questo Aprite Itunes, connettete l IPAD/Iphone e sulla sinistra vedrete la figura del device. Cliccate col pulsante destro sul device e scegliete dal menù a tendina “TRASFERISCI ACQUISTI”. Vi apparirà un messaggio chiedendovi se volete AUTORIZZARE il PC/User corrente. Dite SI. Se come me avete due account itunes (uno per l’Apple Store Italiano e uno per l’Apple store Francese) dovete connettervi due volte (con itunes), nello Store corrispondente al vostro account e fare questo processo due volte. Adesso le vostre applicazioni sono state salvate dentro la directory MyDocuments/MyMusic/Itunes/ItunesMusic/MobileApplications (potete copiarle MA NON VI VENISSE IN TESTA DI TOGLIERLE DA LI a meno di non eseguire il passo indicato in Q3)

2)      Ora dovete fare il BACKUP del vostro IPHONE e del vostro IPAD. Sempre come nel passo 1 cliccate nella colonna a sinistra di Itunes col vostro device connesso, pulsante destro e scegliete BACKUP. Il Backup (per un Iphone 4 può essere qualche centinaio di mega, per un IPAD e’ poco più di un giga) verrà messo in una cartella di sistema.  Dove? Se avete un Mac qui ~/Library/Application Support/MobileSync/Backup/, Se avete Windows XP C:\Documents and Settings\user\Application Data\Apple Computer\MobileSync\Backup  qui, e se avete Windows 7 qui  C:\Users\user\AppData\Roaming\Apple Computer\MobileSync\Backup  (la ~ la Home, User e’ il vostro accountname (tipo Administrator) e se C non e’ il vostro driver principale lo sostituite. (cito la fonte di queste informazioni: http://osxdaily.com/2009/09/11/iphone-backup-location/ ) NON VI VENISSE IN MENTE DI TOGLIERE il backup da quella directory: lasciatelo li  per ora, se volete lo cancellerete in seguito.

3)      A questo punto avete trasferito le applicazioni e la configurazione del vostro sistema (incluse le mail e le foto che avete preso con il vostro Iphone/Ipad): NON avete assolutamente trasferito i file musicali, le foto, gli e-book e i video! Per trasferirli dovete utilizzare il PC (l’unico, la sorgente di MATRIX!) quello che per primo avete utilizzato per caricare sul vostro IPAD i video o la musica con la sincronizzazione (si veda la domanda Q3). In alternativa potete utilizzare un programma che si chiama IPAD TRANSFER ma che è a pagamento che vi permette di copiare foto, musica, video e libri da e su Ipad/Iphone. Ma dovete farlo a mano ed e’ una rottura. Ripeto: FOTO, E-BOOK, MUSICA e VIDEO NONV ENGONO TRASFERITI CON IL BACKUP E NEANCHE CON IL PASSO 1 (TRASFERISCI ACQUISTI)

4)      Sincronizzate in ogni caso le APPLETS (andando sul vostro dispositivo in Itunes, cartella Applet: se le avrete trasferite come si deve staranno tutte li)

5)      Se ve la sentite potete procedere ora all’aggiornamento del sistema operativo con Itunes. Io ci ho messo 20 minuti con l’IPAD. Pregate che non salti la luce. Lasciate fare, alla fine dovrebbe reinstallare  il backup. Se non lo facesse, eseguite di nuovo  il passo 2 e invece di cliccare su BACKUP sceglierete RESTORE. Se anche le vostre applicazioni non sono state reinstallate allora fate una bella sincronizzazione (ora non c’e’ rischio perché le avete trasferite).

In generale dovete tener presente che Apple ha messo in piedi tutta questa blindatura per impedirvi di usare il vostro Iphone/IPAD come una normale chiavetta USB. Questo per tutelare i diritti di autore. Quindi stampatevi bene in testa che è sempre il PC che vince, e mai il vostro Iphone/IPAD (è sempre un PUSH dal PC).

Q2) Ho esaurito il numero di PC autorizzati da Apple Store! Come faccio?

R2) Come anticipato nel passo precedente, quando effettuate il trasferimento delle applicazioni da APPLESTORE a ITUNES il sistema tiene traccia del vostro PC. Se lo fate su cinque PC differenti (o se create cinque account Itunes sullo stesso PC) avete sparato tutte le cartucce. Per poter trasferire le applicazioni da Apple Store a un ennesimo PC (perché siete ricchi e ne avete sei, perché siete sbadati e ne avete persi cinque, perche’ non me ne frega niente io voglio trasferirle dove me pare!) dovete rimuovere dalla lista un PC. Questo articolo vi spiega come fare:  http://gigaom.com/apple/itunes-101-multiple-devices-one-itunes-account/ In pratica andate su Itunes (non c’e’ bisogno che L’IPAD o L’Iphone siano connessi) , dal menù in alto scegliete STORE e poi RIMUOVI AUTORIZZAZIONE. Se vi rubano il PC vi siete bruciati per sempre un account (e ovviamente correte a cambiare la vostra password su Itunes perché se malauguratamente avrete lasciato la vostra carta di credito preregistrata quello che vi ha fregato il PC potrà scaricarsi quello che vuole dall’Apple Store (se riesce a scassare la password di Windows il ché e’ facile).

Su un forum ho letto che le applicazioni comprate sull Apple Store si possono ricaricare dal vostro Ipad direttamente connettendovi con il vostro User name ad Apple Store, ricercando l’ applicazione. Il sistema si ricorda di voi e non vi rifa’ pagare. L’Inconveniente e’ che

a)      dovete ricordarvi tutte le applicazioni (dopo sei mesi di utilizzo di un IPAD ne avrete come minimo una sessantina)

b)      Tutti i dati associati alle applicazioni andranno perse (ad esempio PAGES che e’ tipo WORD, tiene i file .DOC creati con Ipad in una zona di memoria condivisa dall’applicazione. Se riscaricate l applicazione da Applestore i doc sono persi se non li sincronizzate…)

 

Q3) Voglio esportare tutti i file multimediali, audio e video inclusi, in una specifica directory da me scelta e non voglio usare quella predefinita di Itunes.

R3) In questo caso c’e’ una procedura che riporto qui http://support.apple.com/kb/HT1364?viewlocale=it_IT

Da notare che su Windows 7 la directory Itunes/Media si chiama Itunes/iTunes Music.

Con questo metodo dovreste riuscire a esportare tutti i dati, e con i procedimenti precedenti ad evitare di perdere le applicazioni

 

Q4) Non riesco ad importare un file musicale o un file PDF con itunes. PEr farlo trascino il file in questione sull icona dell’ IPAD o dell’Iphone quando sono connessi ad Itunes.

R4) Credo che la nuova versione di Itunes impedisca in blocco questa funzionalita’. Nelle versioni precedenti mi pare si potesse fare. Purtroppo e’ una carognata. In questo caso dovete trascinare il file NON sull’icona dell’IPAD ma dentro la cartella corrispondente sopra l’icona dell’Ipad (esempio Libreria -> Musica). Poi dovete sincronizzare e TUTTO il contenuto dell IPAD per quella cartella corrispondente (esempio Musica) verra’ sovrascritto. Il che vuol dire che se lo fate dal vostro Laptop dell’ufficio perderete probabilmente i file caricati dal Laptop di casa.

In generale per fare l’update di file conviene solo e sempre usare un solo Laptop. Probabilmente per la condivisione di file converra’ usare Icloud.

Un parallelo azzardato.

Leggevo questa mattina alcuni commenti su Facebook riguardanti alcuni fenomeni di massa accaduti negli ultimi mesi. Farò un parallelo azzardato tra la morte di Steve Jobs e il fenomeno degli “Indignados” infiltrato dai black blocs (che però esistono già da una decina d’anni, basti pensare al G8 di Genova, e che per ora sono qualche centinaio, contro i qualche milione dei primi, centinaio che basta però a distruggere una parte di centro storico di una qualsiasi capitale europea).

Che c’entra la morte di Steve Jobs? C’entra nel senso che anche li abbiamo assistito a un fenomeno di massa nelle manifestazioni di affetto, solidarietà a livello mondiale. Manifestazioni riportate pare-pare dalla Rete, da siti come facebook, twitter, non solo dai media tradizionali (quindi fenomeno di massa). Così come il fenomeno degli indignados, che si ripercuote sulla “Rete” che è libera per definizione è un fenomeno di massa.

Va beh, che ci azzecca? Ci azzecca perché stamattina un mio amico mi ha fatto notare come per la morte del “padre di Unix” Dennis Ritchie non ci sia stato lo stesso fragore mediatico (ed io aggiungo: e non solo dei media tradizionali ma anche di quelli tradizionalmente liberi come il mondo della Rete).

Io credo che stiamo di fronte a una nuova spaccatura ideologica per la prima volta dalla caduta del Muro di Berlino (quando il comunismo è praticamente scomparso, tranne forse dalla testa di Berlusconi). Oggi è una spaccatura non politica ma di tipo sociale. Una spaccatura che prima era tra occidente sviluppato e terzo mondo sotto sviluppato e che quindi vedevamo alla televisione, ci faceva pena ma tanto quei poveracci erano lontani, e oggi invece è a arrivata fino sotto casa nostra (da quel terzo mondo sottosviluppato che ne ha le scatole piene e che approda a forza nei nostri mari – e vorrei vedere voi in quelle condizioni- ma anche da persone che del mondo occidentale ne sono cittadini a pieno titolo perché qui nati).

Da una parte abbiamo coloro che si sono riusciti a fare una posizione sociale ad oggi, che hanno un lavoro stabile ben pagato che gli permette di avere una casa, fare figli, magari sono costretti ad andarsene all’estero, magari sono stressati vanno dallo psicanalista, ma si possono comprare auto, Ipad, Iphone spendere soldi all’ Apple Store e altri ammennicoli del genere. In somma una classe che potrebbe corrispondere alla piccola e media borghesia degli anni settanta. Dall’altra una grande parte di persone che possono arrivare anche fino ai quarant’anni e che in molti paesi non è riuscita a raggiungere quella libertà sperata e che ancora vive spesso alle spalle dei genitori (quei genitori che negli ani settanta hanno messo i soldi da parte con il boom economico), che devono vivere un po’ arrangiandosi, campando con lavori a contratto, barcamenandosi tra mille difficoltà.

Questo secondo gruppo di persone raccoglie gli embrioni di quelli che potrebbero incrementare il numero degli “Indignados”,  che vorrebbero cambiare il sistema, un sistema in cui non si riconoscono più, un sistema cristallizzato per garantire lo status quo di chi ha raggiunto certi privilegi, e che impedisce la loro libertà (un po’ come gli utenti di Unix, del software libero, libero dalle costrizioni di chi invece il mercato lo ha vinto e cerca di blindarlo). Dall’altro abbiamo i fautori dello “status quo”, spessissimo i “governativi” (coloro che votano sempre per il governo, indipendentemente da quale governo sia) che mi fanno spesso pensare agli utenti del mondo Apple, i vincitori attuali del mercato che tentano di cristallizzare a loro vantaggio. Né gli uni, né gli altri si legittimano a vicenda, si considerano nemici, non c’è possibilità di dialogo. Un po’ come i Comunisti e i Democristiani degli anni di Peppone e Don Camillo.

Naturalmente la differenza di classe è esistita da sempre e sempre esisterà. E’ vano ed ingenuo pensare di poter ridurre il mondo in una sola classe benestante pacifica e contenta (a meno di non rincoglionirla come nel Grande Fratello). Ma quando la maggioranza della popolazione comincia a cristallizzarsi in due sole classi fortemente antagoniste con enormi disparità, ossia quando la(o le) clase(i) media/e comincia a dissolversi nel nulla, questo può causare diversi problemucci.

Non dico che sia un male, la dialettica dei due opposti in democrazie è il sale per la sintesi del cambiamento.

Ma non sarà un cambiamento indolore.  Su questo ne sono abbastanza convinto. Quando finiranno i soldi dei genitori che hanno fatto la fortuna negli anni settanta questi figli di papà probabilmente varcheranno la barricata…

Luci d’inverno

Corso numero due della seria “je veux etre photographe”, Parigi, Sabato 8 Ottobre 2011. Tema di oggi “Luce ed esposizione”. Una giornata ai limiti dell’invernale, 14 gradi quando dieci giorni fa ne faceva 28! Avremmo dovuto giocare molto sul contrasto, il “controluce” la sotto e sovraesposizione, ma con un cielo che sembrava una tavola di cemento e questo vento umido e freddo che ti tagliava in due “Bon courage!”

Alcuni attenti osservatori hanno giustamente rimarcato come spesso le mie foto manchino di “sentimento”. Non so se sia riuscito oggi a far filtrare questo “senso”.

 

Antidepressivo Italia?

Una volta scherzando con un mio amico sui miei frequenti cambi di umore legati (in parte) alle montagne russe delle ricorrenti crisi economiche gli dicevo in chat ” Ciao! Oggi ridopiango c’e’ il solemapiove domani penso che mangero’ il pescarne e stasera mandero’ un bel Curriculum a quell’azienda che mi piace tanto per fare l’ingegnere-professore-aviatore ma anche spazzino muratore perche’ no scrittore-calciatore…”

A proposito del “ridopiango” prendo spunto da questo interessante post http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2011/10/06/news/bussole_6_ottobre-22775013/?ref=HREC1-8 sul blog di Repubblica che mi ha scatenato una serie di riflessioni.

Prima di andare avanti leggete il link precedente.

La domanda che mi pongo oggi e che, a un mese scarso allo scadere dei miei dieci anni di vita di italiano residente all’estero, rimane la stessa: Perche’ gli italiani nonostante tutto tirano avanti e, pur lamentandosi in continuazione a causa di obiettive difficolta’ sociali, politiche ed economiche di un paese che si barcamena faticosamente tra l’occidente industrializzato e il terzo mondo disastrato, resta alla fine sono uno dei popoli meno depressi d’ Europa?

Non conosco le ultime statistiche italiane ma quelle francesi si: la maggioranza delle persone qui in Francia non sono contente di come vivono, aspirano a cambiare vita, la stragrande maggioranza dei dieci milioni di abitanti di Parigi e dintorni trasloca in regioni piu’ a misura d’ uomo nel giro di cinque massimo dieci anni dal loro sbarco in questa non certo idilliaca “Ile de France”  ( il picco lo si riscontra in coppie sposate con figli piccoli in eta’ pre-scolare), e la tendenza non e’  peculiarita’ della sola regione di parigi ma si puo’ ritrovare in altre megalopoli che hanno il comune denominatore di essere i polmoni econimici del paese (tradotto: il minor tasso di disoccupazione o la maggior possibilita’ di carriera), prendiamo Londra ad esempio, dove serpeggia lo stesso stress da economia globalizzata e che ha portato alla nascita di nuove realta’ come certe agenzie di ricollocamento per chi decide di “cambiare vita”. Questa tendenza molto spesso resta disattesa per motivi logistici o di opportunita’ (non e’ facile trovare il coraggio di andarsene a trovare lavoro altrove, le opportunita’ decrescono man mano che ci si allontana dalla capitale) e quindi le persone, sempre piu’ frustrate e rassegnate, restano schiave del loro tran tran quitidiano, in attesa dell’ occasione giusta. Non sono un sociologo e non posso generalizzare ma non sarei sorpreso di trovare situazioni simili in altri paesi dell occidente sviluppato. Piu’ ci muoviamo verso il  nord o verso zone industrializzate ed economicamente dinamiche e piu’ la tendenza e’ la stessa: lavoro e occupazione inversamente proporzionali al benessere “percepito” della popolazione.

In Italia come dicevo questa depressione non e’ cronica. Salterete sulla sedia leggendo queste righe , soprattutto per chi magari conosce un po’ i secolari problemi del sud. Eppure anche senza le statistiche alla mano piu’ passa il tempo piu’ mi convinco dell’esattezza di queste ipotesi dopo aver vissuto per cinque anni nel sud della Francia, per ormai quasi cinque nel nord, e aver girato l’Italia da sud a nord diverste volte: piu’ si va a sud, piu’ le condizioni socio economiche si fanno difficili, ma meno c’e’ rischio di incontrare persone veramente e cronicamente depresse.  Magari la gente si incazza di piu’  ma non c’e’ questa tendenza di ricorrere spesso e volentieri allo psicanalista come fanno un francese su tre (anche perche’ mancano i soldi e’ vero ma semplicemente perche’ lo psicanalista e’ il nonno, il prete, l’amico di famiglia che chi emigra, cambia citta’  difficilmente trova). Naturalmente ci sono le doverose eccezioni: le violenze sulla persona, famiglie distrutte… Ma questo e’ vero sia in Italia che in Francia. Non e’ un caso che la psicanalisi sia stata fondata tra l’Austria,la Svizzera e la Francia (l’ospedale per malattie mentali della Salpêtrière di Charcot esisteva gia’ prima che Freud si sognasse il suo libro dei sogni, scusate il gioco di parole)  in regioni economicamente le piu’ prospere all’epoca (l”austria era alla fine del suo impero politico ed economico e la Svizzera e’ stata sempre un luogo considerato come il paradiso terrestre- paradiso economico ovviamente). La depressione di oggi colpisce di piu’ il ceto borghese che decide di optare per la carriera a discapito della qualita’ della vita e di certe rinuncie economiche. Coloro che invece devono combattere la sfortuna giorno per giorno, i precari magari con figli a carico, che stentano ad arrivare a fine mese (ma che in qualche modo ci arrivano) sembrano avere sviluppato- forse proprio a causa di queste difficolta’- degli anticorpi che gli permettono di continuare ad avanzare tra gli ostacoli.

Maurizio Battista, noto comico delle parti nostre der core de Roma, ironizzava sul fatto che in Europa il paese con il minor consumo di antidepressivi fosse l’Italia, e si dava una soluzione alquanto originale: ” e’ si vero che in Italia e’ tutto un magna magna che non funziona niente chessistavameglioquandosistavapeggio che non c’e’ lavoro ed il poco che c’e’ e’ precario, che bisogna avere il Santo in Paradiso” ed altri luoghi comuni di questo genere ma poi alla fine l’Italiano ha la sua arma segreta, il suo antidepressivo fisiologico e naturale che riassume in questi sketch epocali : “Estic….”!.

La spiegazione del comico, per quanto grossolana ha un suo fondo di verita’. A Roma, da dove vengo, ogni volta che rientro per una vacanza la prima cosa che le persone mi dicono e’ ” beato a te che vivi fuori… Ahh… Qui e’ un macello” E giu’ “santiando” come direbbe Camilleri contro tutto e tutti, contro un Governo che ha responsabilita’ politiche e una reputazione morale sotto le scarpe, e contro un’opposizione polulista, arrangiata e abbastanza evanescente. In somma molti luoghi comuni (tranquillizatevi sono simili a quelli che si dicono in Francia!). Il panorame che se ne fa un osservatore esterno e’ che il paese sia sull’orlo di una guerra civile.
Solo che poi nel week-end scatta quella che io chiamo la ” sindrome della porchetta” : un week end a Frascati con vino gazzosa e porchetta, o al mare a Sabaudia, o al Lago, ce se fa la “magnata” con gli amici, si ride e si scherza e i problemi passano. Ci si ritorna a incazzarsi il Lunedi’ ma poi verso il giovedi’ venerdi’ si e’ tutti contenti specialmente se in mezzo alla settimana ci scappa la partitella con gli amici, lo” spritz” in piazza come diceva il nostro amico nel post precedente, la partita della Lazzie o della Roma, il cinemimo ed il ristorante. A parigi non lo fanno? Si certo che la gente lo fa: ma spesso con sconosciuti, con gente che ti devi andare a trovare su internet (esistono siti per organizzare le ” uscite” lo sapevate?) perche’ molto spesso gli amici cambiano ogni due anni in una citta’ che ha una dinamica economica impazzita. L’Italia con le sue tradizioni che cambiano molto lentamente funge da un appiglio rassicurante per la memoria (mi e’ capitato di tornare per le vacanze in alcuni vecchi luoghi di villegiatura della mia infanzia: nelle case del cinrcondario ancora abitavano alcuni dei miei vecchi amichetti:  tornassi dieci anni a Parigi nel mio quartiere non riconoscerei uno che sia uno)

Una domanda corollario che mi sento porre spesso da alcuni amici ” filogovernativi” (indipendentemente dal colore del governo, sempre per citare Camilleri) e’ “ma come e’ possibile che i ristoranti la sera sono pieni se c’e’ la crisi?” La risposta e’ semplice: perche’ si campa grazie ai soldi dei genitori che negli anni 60 e 70 hanno profittato del boom economico prima e delle baby pensioni poi (la ragione per cui oggi si ha un debito pubblico del 120% del PIL e’ anche questa non ce lo scordiamo). Alzi la mano chi non ha un genitore che non abbia contribuito con aiuti di qualsiasi tipo il mantenimento del nostro tenore di vita (pizzette, la macchina, aiuti dulla casa) dove per contribuzione non parlo solo di contribuzione attiva in denaro ma anche passiva in termini di risparmio, non sottovalutiamo il non dover pagar l’affitto di casa: tenersi a casa un figlio fino a 27 anni e passa e non fargli pagare l’affitto (perche’ studia o perche’ guadagna una miseria) e’ comunque sempre denari risparmiato che ti permette di farti una vita onorevole anche se guadagni poco piu’ di mille euro al mese. E da noi e’ prassi cosi’ comune che chi dovesse restare a casa e sentirsi chiedere un piccolo affitto dal padre e dalla madre inorridirebbe, si attaccherebbe al telefono azzurro. In Francia la percentuale di figli che vive con i genitori dopo aver compiuro i 23 anni e’ irrisoria. Le persone non guadagnano il doppio, forse a livelo nazionale il livello del salario medio  francese e’ del 10% in piu’ che in Italia (si… avete sentito bene) solo che non esiste quel fenomeno del “sommerso” e del “precariato”  che c’e’ in Italia, un contratto a durata indeterminata fornisce indiscutibiuli vantaggi di un altro lavoro equivalente in termini economici ma precario e/o pagato al nero, e, quindi, qui in Francia se tiri la cinghia anche con uno stipendio medio nazionale di 1500 euro (questa e’ la media francese piu’ o meno), con i supporti di uno stato sociale che funziona (peche’ l’evasione fiscale e’ infinitesimale rispetto alla nostra)  ti arrangi a vivere in una periferia semidecente e magari tiri a campare avendo l’impressione che non ti manca niente. Eppure sei depresso. Ma tiri a campare. Da noi il nostro tessuto familiare  che ci circonda, ci protegge contribuisce allo scudo. ” Chi cia’ mamma non piagne” dicono a Roma. E non solo a Roma : in prima lettura ho pensato che il “ragazzone” di trentacinque anni dell’articolo citato all’inizio, “pessimista ma abbastanza felice”, precario e a casa di mamma’ e papa’ fosse il propotipo del compromesso bamboccione romano, per poi invece scoprire (con un certo compiacimento lasciatemelo dire) che risiede nell’ operosissimo Nord Est che considera Roma ladrona…

Alla fine il segreto e’ nel piu’ oraziano ” giusto mezzo” che poi vuol dire serenamente accettare i compromessi, in un mondo sempre piu’ globalizzato ed esasperato.

Forse se avessimo l’onesta’ intellettuale di ammetterlo candidamente vivremmo meglio.

 

Nota:

Negli ultimi tempi si sta assistendo a diversi fenomeni che alcuni definirebbero di ” riscossa delle coscienze”. Fenomeni fuori dai canali di politica tradizionale e che vengono sia dal ceto medio-piccolo borghese della popolazione (Indignados, Il movimento cinque stelle, I girotondi) che da alcune rappresentanze di coloro che vorrebbero farsi passare per dirigenti illuminati (le uscite della Confindustria, gli appelli di Montezemolo e ultimo in ordine di tempo di Diego Della Valle). Nonostante polemiche da tutti i fronti io considero questi fenomeni – facendo la tara- nel complesso positivi per lo sviluppo del paese (in questo specifico momento storico dell’Italia). Si puo’ discutere e polemizzare infinitamente nel nostro paese malato di dietrologia chi sia che tira le fila dietro questi eventi, a chi conviene ” Qui prodest?”, ma nonostante tutto continuo a pensare che tutto questo movimento di “risveglio delle coscienze”  faccia parte della sana dialettica di un paese che spera ancora in un cambiamento democratico. Tutto cio’ per dire che il mio non vuole essere un appello buonista e democristiano (nel senso dispregiativo del termine che purtroppo ha assunto la D.C negli ultimi trent’anni di vita del paese) al chissenefrega . Politicamente la vita di un paese dinamico necessita di un attivismo essenziale. Di tutti i colori.  Ma questo articolo non vuole essere politico e quindi mi limito alla postilla.

 

Spaghetti alla bottarga di tonno

  Come postilla al viaggio Siciliano permettetemi di condividere la ricetta degli spaghetti alla bottarga di tonno della criata Carmelina di Marina di Ragusa.

 

 

 

 

Procuratevi della bottarga di Tonno.  Se capitate per ferie o affari in Sicilia (affari di vossia di cui io non saccio ne voglio sapiri e se puro lo saccio nzmà che m’impiccio ;-) )  fate una visita a Noto e proseguite a sud per Capo Passero (il comune piu’ a sud di Tunisi!).   Poi dopo deviate per Marzamemi e comprate della bella bottarga di tonno sotto sale e sotto vuoto.  E se non potete andare in Sicilia allora nun me scassate a’ minxxxx e  rifornitevi dal vostro pescivendolo siciliano preferito!

Ricetta per quattro persone

  • Un limone
  • Due rametti di prezzemolo
  • 50 grammi di bottarga di tonno
  • Aglio (tre spicchi tagliati a metà a cui avrete tolto l’animadelimort…)
  • Olio (sei cucchiai da minestra abbondanti)
  • 400 grammi di spaghetti (se siete quattro maschietti fate pure mezzo chilo)
  • un pizzico di peperoncino BONO stavolta (non quello delicatuccio franzoso)

Fate un soffritto di aglio, olio e peperoncino.  Appena l’aglio è un po’ dorato e comunque non oltre un minuto prima della fine cottura aggiungete 40 grammi di bottarga tagliata a cubetti molto piccoli o se volete grattuggiata. Non cuocete la bottarga nell’olio bollente per più di un minuto se no vi diventa troppo dura! Spegnete e mettete al pizzo (non al pizzino! quello è dove ci avrete scritto la ricetta! Non mi fate confondere….uhhh che camurrìa!)

Preparate la pasta in abbondante acqua (con pochissimo sale perché la bottarga è salata già di suo). Scolatela, e in un pentolino sotto lo scolapasta raccoglierete un po’ d’acqua della pasta.

Mettete la pasta calda, il sugo con la bottarga in una insalatiera dovre avrete messo preventivamente quattro spicchi di limone ed il prezzemolo. Mischiate il tutto aggiungendo se il caso l’acqua della pasta per mantecare bene. Il limone servirà a rendere più morbido il sapore della bottarga. Dopo aver riemscolato con due grossi cucchiai tre o quattro volte toglierete il limone e catafottetelo indo u cesso o dove vuliti avvossia ma non vi sognate di lasciarlo nella pasta!

Servite cospargendo i piatti con la restante bottarga grattuggiata.

Assolutamente proibito il parmigiano altrimenti vi mando un commando siciliano con la lupara.

Vino rigorosamente bianco, secco e fresco, ovviamente siciliano ma secondo me una più partenopea falanghina qui non ci starebbe niente male.

P.S) : non ho provato la ricetta con la bottarga di muggine, ma secondo me funziona lo stesso. A mio parere la bottarga di muggine è più forte di quella di tonno e quindi il sistema del “limone ammorbidente” ci azzecca tutto. Provate e fatemi sapere!

 

Macarons’ revenge /2

Allora miei cari, come promesso ecco la seconda parte della ricetta dei macarons, in particolare per i vostri palati panni-fini avro’ il piacere di fornirvi tre ulteriori varianti a quella gia’ ampiamente e delirantemente descritta sul cioccolato.

Per la preparazione dei ” gusci” riferitevi quindi al precedente post Macarons_cioccolato&peperoncino mentre per la preparazione delle creme eccovi i tre procedimenti

 

 

1) Crema della passione e mango.
Mettete 10 cl l acqua a bollire e poi aggiungeteci 100 g di zucchero di semola; mischiate a caldo e cercate di ottenere uno sciroppetto omogeneo.

Tagliare il frutto della passione da cui recupererete con un cuchiaino i semini e la polpa interni e aggiungete tutto allo sciroppo.Lasciare in infusione per cinque munuti, poi passare dentro un gran filtro per togliere i semini.
Pelare il mango, toglire il nocciolo fare dei cubetti (il mango deve essere bello maturo eh!) e mischiarli con lo sciroppo filtrato del punto precedente. Frullare il tutto nel frullatore, quello che usate per fare le pappe ar pupo, se non avete il pupo compratevi un frullatore o pensate a procreare! Quindi rifate bollire il tutto e ci aggiungete 3 grammi di AGAR AGAR che non è il nome di un terrorista ma e’ un addensante non animale che proviene dalle alge , lo vendono in polverine.

Versate la gelatina in una teglia e ricopritela con un film di plastica sottile facendo attenzione a che non si formino vuoti tra il liquido e il film e mettete in frigo per dieci minuti (se avete fretta dopo potete metterla dieci minuti nel congelatore, NON subito che vi si scassa il congelatore! In tutto lascerete freddare trenta minuti).

Per unire i macarons con la crema eseguirete a regola d’arte la stessa tecnica dell’ avvitamento descritta nel post sulla preparazione dei gusci.
AH! dimenticavo!Per dare alla pasta un colore arancione aggiungete alla preparazione dei gusci dei macarons (quando frullate la meringa) un pizzico di colorante per alimenti arancione (la punta di un coltello).

2) Limes e Gingembre
Questo e’ un botto energetico se servito insieme ai macarons con la cioccolata al peperoncino d espelette e’ micidiale. Io non lo posso mangiare se no mi fumano le …

[...]

le orecchie va… ci sono le creature che possono leggere….
consiglio per il gentil sesso: se preparate un paio di macarons al cioccolato&peperoncino e un paio di questi col gingembre e li offrite al maritino o al fidanzatino svogliato alla fine della cena, potete staccare televisione e telefono perche’ avrete la notte bella occupata :-) ;-) :-) ;-) :-) ;-) :-P
Aggiungete un po’ di colorante verde o giallo durante la preparazione del cappello di meringa. Viste le controindicazioni energetiche consiglio il verde che ricorda tanto il terribile Hulk… cosi’ non vi sbagliate!

Ecco gli ingredienti della crema per sei persone.

- due uova
- 3 limoni verdi
- 15 grammi di gingembre fresco
- 160 grammi di burro non salato
- 2 grammi di foglie di gelatina (quella animale)
- 80 grammi di zucchero di semola

preparazione: mettete la gelatina in una pentolina di acqua FREDDA e lasciatela rammollire.
Grattare la pelle del limone: ATTENZIONE a non grattare troppo perche’ se prendete anche  l’ interno del limone vi viene amaro. Recuperate per ora solo la polvere della pelle del limone grattugiato. Poi grattuggiare il gigembre (che avrete preventivamente spellato: lavatevi le mani che se malauguratamente vi leccate vi trovate a ballare la samba in salotto).
Spremere il resto dei limoni. Mettere tutto (succo, gingembre plverizzato polvere di limone) in una casseruola, scaldare e fonderci il burro (ricordate di non far bollire se no il burro fa le palline!).

In una scodella ci mettete le uova con lo zucchero e con una frusta le montate facendo ampi movimenti circolari. Ora mischiate tutto includendoci la gelatina. Lasciate freddare per 30 minuti almeno con la tecnica della scodella e il film ermetici spiegata nella precedente puntata.
Prima di integrare la crema nei macarons tramite “avvitamento”, appena dopo averla tolta dal frigo, dategli una bella frustata (ma nooo! Non con la frusta che avrete preparato per la notte!!! Quella da cucina…)
e dai un po’ di serieta’!

3) Vaniglia e le cinque spezie

Qui vi serve (sempre per 6 persone)
- 50cl di latte parzialmente scremato
- 3 uova
- 150 burro non salato
- 50 grammi di farina 00
-100 grammi di zucchero di semola
- un pizzico di polvere delle cinque spezie (e’ un mix di cinque spezie, so solo che c’ e’ anche il cumino ma il resto non lo ricordo. In francia si chiama ” 5 epices”  in italia non lo so francamente…. lavorate di fantasia!,
- Vaniglia (due rametti freschi)

Con un coltello tagliate la vaniglia longitudinalmente e poi ” raschiatela” con un coltello fino e tagliente per far uscire la parte un po’ cremosa che e’ all’interno. e mettete tutto in una casseruola ( polpa e ramoscello).
Aggiungete il latte e portate a ebollizione. Trenta secondi e spegnete.
Prendete la frusta (QUELLA DA ALIMENTI!) e montate le uova con lo zucchero e 3 grammi di composto ” le cinque spezie” . Aggiungeteci il latte bollente di cui sopra, riportare a ebollizione e cuocere 3 minuti. Togliete il rametto di vaniglia alla fine. Versate tutto in una teglia di porcellana quadrata piccolina che ricoprirete col film sottile. Poi 30 minuti al fresco e, prima dell” avvitamento” , ricordati di dare alla crema una bella frustatina

;-)

Macarons al cioccolato e peperoncino

Bonsoir ou bonjour mesdames messieurs eccovi a voi in diretta da parigi la ricetta der Mateo per i Macarons che non sono i Maccheroni e neanche i MACARONI (con cui dispregiativamente i franzosi apostrofano i nostri emigranti compatrioti mangiapasta) ma un dolcetto rigorosamente made in France apparentemente leggero che gaiamente accompagnera’ il vostro autunno gastronomico e di cui mi appresto a fornirvi dettagliata ricetta della variante al cioccolato piccante che e’ pure un bell’antidepressivo per questa estate che sta finendo.

Leggete fino in fondo perche’ le note interessanti vengono alla fine!

 

 

 

 

Preparazione dei ” gusci”

    • Zucchero a velo : 350 g (prendete quello buono! Meno amido c’ e’ meglio e’!)
    • Polvere di mandorle SPELLATE (bianche) : 250 g
    • Cacao in plovere non zuccherato : 30 g
    • Chiara d’uova : 215 g
    • Zucchero normale bianco : 150 g

La crema.

  • Cioccolato fondente : 200 g
  • Crema (grassa, intera. Non prendete roba ” light” tanto sta roba fa ingrassare comunque!) : 20 cl
  • Peperoncino d’ Espelette : 2 pizzichi.  (*)

(*) Il peperoncino d’ Espelette è una varietà di peperoncino a denominazione d’origine controllata (AOC in Francia) coltivato nei Paesi baschi e particolarmente nel comune di Espelette. Questo e’ un dolce ” franzoso” quindi adattiamoci alle usanze franzose. Qui ci vuole un peperoncino poco piccante che dia appena un retrogusto di peperoncino. Se provate a metterci il peperoncino nostrano, magari quello pugliese di cui andate tanto fieri e che vi fa lacrimare gli occhietti e il cuoricino,  rischiate di ammazzare qualcuno, a vostro rischio e pericolo. Il macaron e’ un dolcetto delicato per palati fini e un po’ borghesotti come i parigini con la puzzetta sotto il naso. Lo offrirete alla nonnetta, alla regazzetta al boy friend alla girl friend alla mamma’…

 

 

RICETTA:Quantità per sei persone.

 

Preparazione dei ” gusci” dei macarons.

Riscaldare il forno a 160 gradi (di preferenza un forno a convezione)

Montare la chiara d’uovo a ” neve” ed aggiungere lo zucchero di semola. Continuare a montare il tutto che dovrà raggiungere la consistenza di una panna brillante.

Filtrare la polvere di mandorle, lo zucchero a velo e la polvere di cacao (idealmente con un grosso filtro a forma di piatto, con una rete metallica al centro, una specie di tamburello non so come si chiami, andate in un negozio specializzato e compratevelo.)

Incorporare il tutto nella crema alla meringa fatta al punto precedente.

 

Con l’aiuto di un cucchiaio di plastica “molla” (quelli con il manico duro e l’ estremità trapezoidale gommosa) mischiare la meringa e il tutto, mischiando fino a che la pasta non diventi omogenea. Poi ” rompere” un po’ la meringa (vedere dopo come).

Poi dovete mettere la crema così creata in una tasca da pasticcere. Se comprate la sacca e poi la punta separatamente evitate di mettere tutto dentro la sacca senza aver pensato a bloccare la punta. Quindi create i ” macarons” su una teglia su cui preventivamente avete steso una carta da forno. Lasciare seccare tutto per 15 minuti in luogo fresco e asciutto. Infornare per 12 minuti circa.

Per la crema:
Bollire la crema. Versare dopo il cioccolato fondente (se lo comprate a cubetti miglio e’ ). E dopo aggiungere il peperoncino e mischiare con una frusta.

Lasciar prendere consistenza poi riempire una scodella e mettere in frigo e poi mettere nei macarons  e incollarli a due a due.

 

 

allora. se riuscite a fare dei buoni macarons con questa ricetta (che mi hanno spedito dopo aver fatto il corso) vi meritate il titolo di Chef dell’ anno e maestri di cucina franzosa. Il massimo che potete raggiungere da queste poche istruzioni sarà una pappetta APPENA commestibile.

Quindi  eccovi ora quelli che sono i veri e propri
SEGRETI DELLO CHEF!

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1)      Zucchero a velo: comprate quello buono, non fate i tirchi. In quelli economici ci mettono l’amido per non fargli prendere umidità ma l’ amido non e’ buono per i macarons!

2)      Chiara d’uovo: contrariamente a quello che si potrebbe pensare e’ meglio utilizzare delle uova non freschissime che hanno una chiara d’ uovo troppo densa. L’ideale è prendere un uovo decentemente fresco (non dovete per forza usare le uova marce!) e mettere la chiara d’uovo in una bacinella. Mettere tutto in frigo (coprire la bacinella con un film sottile che tocchi il pelo del liquido per evitare la condensa). La lasciate TRE giorni in frigo e la chiara d’uovo si liquefarà un poco favorendo il processo successivo per montare la meringa.

3)      Per montare la meringa usate questo metodo: frullate la chiara d’uovo a bassa velocità per un minuto. Poi aumentate la velocità del frullatore al massimo per DUE minuti non oltre. Quindi aggiungete la metà dello zucchero. Questo vi permetterà di montare tranquillamente la ” panna” senza che impazzisca. Dopo che si è formata bene la panna mettete il resto della metà dello zucchero. I primi tre minuti sono cruciali, rispettate i tempi!

4)      Filtrare lo zucchero a velo e la polvere di mandorle SPELLATE con un ” passino”. Non utilizzate un passino da tè non affitterete mai! Dovete comprare uno a forma di tamburello con una retina di metallo su cui metterete una grande quantità di mistura e la premerete col cucchiaio (usate un cucchiaio di gomma dura a spatola). Potete aggiungere il cacao in polvere che darà un bel colore marrone scuro al vostro macaron! O se preferite polverizzarlo sopra i gusci prima di metterli in forno (io preferisco il primo metodo)

5)      Per incorporare la crema di meringa preparate al punto 3 con il miscuglio polverizzato del punto 4 dovete mischiare in questo modo (usando sempre il cucchiaio a spatola di gomma semirigida): mettete tutto in una scodella: fate ruotare la scodella per un quarto e all’ interno fate un largo cerchio, tra il bordo e il centro con il cucchiaio. Un altro quarto di giro della scodella e un altro cerchio del cucchiaio. Cercate di fare un movimento continuo: se girate la scodella di un quarto di giro e poi DOPO fate il cerchio con il cucchiaio avrete vinto il premio dello Chef più cretino dell’ anno. Dovete completare il giro del mestolo insieme al quarto di giro della scodella.

6)      Dopo dovrete ” macaronare”… cioè far liquefare un po’ la meringa. Prendete il cucchiaio di gomma e lo agitate violentemente dentro il mestolo (senza far schizzare tutto fuori) a destra e a sinistra con movimento orizzontale violento. Poi prendete una bella cucchiaiata (quasi tutta la pasta) e controllate se FILA (deve colare dal cucchiaio come l’ovetto battuto che vi preparava la mammina prima di andare a scuolina il lunedì mattina vi ricordate? Da grandi non lo prendete più l’ovetto battuto a meno che non siete particolarmente stanchi dopo una nottata in compagnia di una bella signorina… le signorine per loro fortuna non hanno di questi bisogni di ricarburazione energetica va beh sto divagando…)

7)      Ora dovete inserire tutta la crema nella ” tasca da pasticcere”. Se non sapete cos’e’ andate su google-images e metteteci il nome. Qui entra in gioco la parte artistica. La tasca di pasticcere deve essere bella riempita e SEMPRE in pressione. Mettete quattro puntine di crema ai quattro angoli di una teglia e al centro un quinto per attaccarci sopra una carta da forno. Quindi prendete la sacca con la sinistra come se dovesse tenere la testa di un neonato per non farlo caracollare di dietro, e con la destra vi preoccuperete di appoggiare la punta della tasca sulla teglia. La sacca deve stare a QUARANTACINQUE gradi. Poi rapidamente fate uscire un po’ di crema strizzando la sacchetta. Se la sacca è ben in pressione, uscirà una bella montagnetta rotonda. Non la fate troppo rotonda che poi si spande. Ritirate rapidamente il beccuccio verticalmente. Dovete toccare la teglia mentre fate la ‘ spremitura”  se tenterete di fare il guscio del macaron con il beccuccio per aria farete delle simpatiche merde di cane, e avrete inventato un altro tipo di dolce che forse vi mangerete da soli. Fate una serie di pallette distanziate almeno di un paio di centimetri e poi una seconda serie. Guardate la foto per farvi un’idea.

8)      Che non vi venisse in mente di mettere subito la teglia in forno! Lasciate seccare i gusci dei macarons all’aria aperta in un luogo FRESCO E ASCIUTTO. Evitate di preparare i macarons durante una giornata umida o piovosa è una battaglia persa. A Parigi si sono rassegnati hanno sigillato le cucine e le hanno climatizzate e deumidificate con potenti condizionatori, tanto loro l’elettricità nucleare la pagano poco e se aspettano il caldo secco stanno freschi (per stare freschi ci stanno da ottobre a maggio). PER ESSERE sicuri che i macarons sono pronti per essere infornati sfiorateci un dito sopra. Se la pasta vi resta appiccicata al dito non sono pronti. Quando la pasta è un po’ gommosa, sono pronti per essere infornati.

9)      Metteteli nel forno a 160 gradi. Cuocete. Poi DOPO SEI MINUTI PRIMI (mettetevi una sveglia!) aprite il forno per trenta secondi per far uscire il vapor d’acqua eventualmente accumulatosi. Chiudete il forno per altri sei minuti. Poi riaprite. Toccate leggermente il macaron. Se è solidale con tutto il tronco, è pronto. Se invece il ” cappello” si muove, ma la pasta a contatto con la teglia sembra un budino semovente, lasciate cuocere altri due minuti. Poi li sfornate e li lasciate freddare almeno un quarto  d’ ora.

10)  Quando metterete la crema al centro di una metà del macaron lo farete in questo modo: un cucchiaio da tè ben pieno. Mettete la crema a montagnetta nel centro del mezzo macaron. L’altro mezzo lo appoggerete sopra e farete un lento movimento circolare delle due metà e contemporaneamente le avvicinerete. Come se ” avvitaste” virtualmente i due mezzi macaron. Se esce un pochetto di crema dopo avete messo la giusta quantità vuol dire che siete stati bravi. Il Macaron vi ringrazia.

 

Alcuni consigli per le creme.

A)    Se dovrete sciogliere del burro ( se preparate per esempio la crema alla vaniglia che vi spiegherò in una seconda puntata) NON LO FATE con il pentolino sul fuoco. Il burro va sempre sciolto in un liquido caldo che non bolla e che non stia sul fuoco. Altrimenti il burro si dissocia con il siero e poi quando rimischiate tutto, vi forma delle palline fastidiosissime.

B)     Ogni crema che preparererete dovrà essere messa in frigo per un buon quarto d’ora o anche di più prima di metterla nei macarons. Per metterla in frigo la dovete coprire con un film sottile che faccia aderenza con la superficie della crema. Metterete la crema in una teglietta rettangolare. Cosi vi sarà più facile coprirla facendo ben attenzione a non lasciare aria tra la crema e il film di plastica se no vi forma la condensa dell’acqua e viene uno schifo. Quando riprenderete la crema, la mischierete con una frusta  prima di metterla nei macarons.

 

 

Bene… mi scuso della pedanteria dovuta alla franzosità della ricetta. A Parigi ci tengono alla forma e visto che il macaron e’ francese fino al midollo, subdolo, lo capirà, lui, se voi, italiani pizza mandolino mamma lo sai chi c’e’ ecco il merendero!,  che cercate sempre la scorciatoia e la ” mandrakata”, o se farete i “bari”, truccherete sui tempi o sulle movenze. Vi consiglio di truccarvi con un bel paio di baffi a punta da tre moschettieri, un bel cappelletto a pon-pon rosso, e una bella camicetta alla marinara, cosi il  FrancoMacaron verrà definitivamente illuso e si concederà infine al vostro palato panno-fino.

 

Ah un commento finale. Il macaron ha le dimensione ideali dei “due morsi”. S’intende con ciò che con due morsi dovete poterlo finire di ingurgitarlo. Due morsi franzosi pero! Non quelli che date ai panini di super-Pippo a Tivoli, se no dovete fare un macaron delle dimensioni di una pizza!

 

Altra raccomandazione: andateci piano. Come detto il Macaron è subdolo. Sembra leggero e leggiadro come un fiore di zucca fritto in olio vegetale, ma in realtà è una bomba ipercalorica da guerra chimica ed arma non convenzionale. Avrete notato che non c’e’ farina, e le poche proteine presenti nella chiara d’uovo fanno presenza di rappresentanza. Il resto è zucchero. La mattina con un buon caffè al massimo un paio di macarons. E mi raccomando mangiateli con la erre moscia se no loro si infastidiscono.

 

Bon appétit!

 

NOTA: Ulteriori varianti per le creme disponibili qui: http://www.matteosan.com/?p=904

Sicilia, Settembre 2011

Melancholia

Melancholia

Science Fiction, 2011
http://en.wikipedia.org/wiki/Melancholia_%282011_film%29

 

 

 

 

 

La sequenza dei primi due minuti iniziali lascia ben sperare. Poi il film entra nella sua prima metà che è incomprensibilmente decontestualizzata.  L’autore ha probabilmente voluto descrivere l’animo depressivo della protaginista, e indubbiamente l’interpretazione della Dunst è notevole, ma in tutta onestà dopo trenta minuti avete il mal di testa (è tutto quasi filmato “a mano”  che vi viene da dare di stomaco) per poi sprofondare in una noia mortale (si narra la storia di un matrimonio di una famiglia alto borghese che cade a pezzi e viene voglia di chiederci “si, ma chissene frega?”). Sarete tentati di alzarvi, andarvene e chiedere i soldi indietro. La prima parte è quindi da dimenticare. Giudizio:  mezza stella per carità cristiana.

Poi inizia la seconda parte più interessante  in cui il regista riesce a trasmettere lo stato di inquetudine e angoscia direttamente dai protagonisti allo spettatore. Verso la fine del film si arriva addirittura a provare un senso di claustrofobia in netto contrasto con l’ariosa atmosfera della foresta svedese e della sontuosa villa di campagna che si erge nel mezzo di un campo da golf da 18 buche.  Gli ultimi dieci minuti sono molto angoscianti, ma va dato il merito all’autore di essere riuscito a trasmettere esattamente quel tipo di impatto emotivo.

E’ il motivo per cui alla fine il giudizio, complessivamente, è “appena” discreto, migliore vivaddio della “catastrofe” del primo tempo, ma senza arrivare a nessuna menzione speciale.

Interessante la scelta della colonna sonora sulle note di Wagner, anche se limitata alla singola “ouverture” del Tristano e Isotta che, riproposta in diversi momenti del film rende le atmosfere alla lunga fastidiosamente ripetitive (forse in maniera voluta) anche se il finale è sontuoso nella sua tragica fatalità.

Dal punto di vista dell “astrofisico” anche se resta un film di fantasia, non manca di un certo interesse scientifico,  e se non altro si capisce immediatamente di non essere di fronte al solito genere catastrofico americano seppur destinato al prevedibile ed inesorabile finale, che per evitare inutili “suspences” il regista propone all’inizio del film anche se lo spettatore dopo il terribile mal di pancia della prima mezzora avrà probabilmente dimenticato!.

In somma il consiglio è di vedervi solo il secondo tempo!

Invisibile

 

Invisibile (Invisible), Paul Auster, (C)2009

“Scrivendo di me in prima persona mi ero represso , mi ero reso invisibile, mi ero reso impossibile scoprire ciò che stavo cercando. Occorreva che mi separassi da me stesso, facendo un passo indietro e scavando uno spazio fra me stesso e il mio tema per cui tornai all’inizio […] e cominciai a scrivere in terza persona”

Tutti coloro che hanno tenuto, per poco o tuttora, un diario, svilupperanno un’imeddiata empàtia per il libro di Auster. Una storia molto newyorkese ma per un buon terzo ambientata in Europa nella più classica e oserei dire scontata Parigi (scontata perché romanzata e forse sopravvalutata da scrittori di chiara fama, come non ricordare Umberto Eco che nella sua ultimo romanzo storico “Il Cimitero di Praga” si diletta in erudite digressioni culturali storiche e gastronomiche di una città che ha sempre amato dai tempi del Pendolo di Focault, indiscusso amante de la ville des lumieres).
Una storia inizialmente un po’ banale, da romanzo rosa-grigio- se volete (un giovane studente di lettere che entra suo malgrado in una storia torbida tra il suo professore-editore e la sua amante di dieci anni più anziani), tanto che dopo il primo terzo del libro quando il protagonista viene completamente sopraffatto dagli eventi voi, europei, vi dite “la solita esagerazione americana”…
E invece Auster continua a sorprendervi, giocando sugli “eventi casuali” che a lui piacciono tanto e che rendono i suoi romanzi sempre soprendenti, e il secondo capitolo ci colpisce in maniera originale e sorprendente (come uno schiaffo in pieno viso quando non te l’aspetti) e la normale vita quotidiana del protagonosta si trasforma in una storia torbida, tormentata, difficile da leggere e una curiosità morbosa vi spinge ad andare avanti. Di più meglio non dire per non privavi del piacere della lettura.
Se arriverete a metà del libro, non vi ci vorrà più di una giornata per terminarlo e a pensare al prossimo da leggere,
Consiglio Leviatano.

Incidente AF 447 Rio de Janeiro – Paris: Terzo rapporto.

In fine il rapporto numero 3 del BEA (Bureau d’ Enquêtes et Analyses) chiarisce molti dei misteri del volo AF 447 che si è inabissato tra il Brasile el’ Africa il primo Giugno del 2009.

Come spesso accade per gli incidenti aerei una molteplicità di fattori è da considerarsi a l’origine della tragedia.

Quello che manca a mio avviso nel rapporto è una valutazione sul “peso” che ha avuto ogni fattore ma questo probabilmente è fatto volontariamente perché, come citato nella premessa del rapporto (purtroppo per ora solo in francese) « L’ Inchiesta non è stata condotta al fine di stabilire delle colpe o valutare delle responsabilità individuali o collettive.Il suo unico obiettivo è di ricavare le informazioni necessarie da questo episodio al fine di evitare incidenti futuri»

Dopo la pubblicazione del rapporto molti giornali si sono affrettati a riassumerlo come un atto di accusa nei confronti de l’ equipaggio il quale, a mio avviso leggendo il rapporto, ha una responsabilità solo parziale dell’incidente.

Per giustificare questa affermazione, in considerazione che non sono tenuto ai vincoli del BEA di non emettere valutazioni di responsabilità, ma precisando che le conclusioni successive sono interamente frutto di una mia speculazione personale dopo la lettura del rapporto e che quindi sono da considerare materiale OPINABILE, permettetemi di riassumere le cause che conducono alle raccomandazioni finale del BEA indicandoci accante la mia valutazione personale sulla responsabilità e il peso, che hanno condotto a l’incidente. La sola raccomandazione che non figura nel rapporto del BEA è relativa all’allarme di stalo, ma secondo me è una questione di tempo perché questo tipo di causa era stata già menzionata in un rapporto del BEA del 25 Luglio “scovato” da “Les Echo” (rapporto poi ritirato), per più informazioni si veda Les Echo : Vol Air France Rio-Paris : les oublis du rapport sur le crash http://www.lesechos.fr/entreprises-secteurs/auto-transport/dossier/0201281289310/0201547519725-vol-air-france-rio-paris-les-oublis-du-rapport-sur-le-crash-202012.php.

Il BEA conferma questa informazione e la giustifica in un comunicato stampa del 03/08/2011 http://www.bea.aero/fr/enquetes/vol.af.447/com03aout2011.fr.php di cui cito la premessa“[…] questo lavoro conteneva una raccomandazione relativa all’allarme di stallo. Questa raccomandazione è stata ritirata perché agli investigatori del BEA è apparso prematuro inserirla a questo stadio dell’inchiesta. In effetti questo argomento verrà approfondito dal gruppo «Sistemi avionici» e completato dall’analisi del  gruppo di lavoro «fattori umani» la cui creazione è stata annunciata durante la conferenza del 29 Luglio.”

Risultati attuali dell’inchiesta:

L’”incidente” vero e proprio comincia alle 02h, 10′ qualche secondo, per terminarsi quattro minuti e ventisei secondi dopo. L’inizio dell’incidente è stato causato da un malfunzionamento del sistema di sbrinamento delle sonde PITOT probabilmente per l’attraversamento dello strato superiore di un cumulo nembo  del fronte nuvoloso Inter Tropicale – che a quelle latitudini è sempre presente. A causa della temperatura esterna l’aereo non è potuto salire oltre un certo limite dovendo entrare nella perturbazione. I piloti avevano deviato la rotta  qualche minuto prima, ma ciò non ha impedito l’entrata in un un fronte pericoloso. Il radar meteo era configurato pochi minuti prima dell’incidente in modo non ottimale. Appena le sonde si sono presumibilmente ostruite a causa dei cristalli di ghiaccio la velocità dell’aereo (quella indicata) è scesa brutalmente e il pilota automatico si è disconnesso. L’aereo è entrato in un modo che si chiama ALTERNATE (una via di mezzo tra il pilotaggio manuale e quello completamente automatico): Il Pilota in Funzione (il meno esperto dell’equipaggio essendo il più giovane, pur se titolare di una licenza di pilota di linea assolutamente valida e legittima) nei primi dodici secondi afferma ad alta voce che i valori di velocità non sono “buoni” e presumibilmente applica la procedura di “IAS (velocità indicata N.d.A )  dubbia” (senza però mai citare questa procedure, né lui ne il suo copilota) ma cabra tropo l’aereo (assetto di 10 gradi di inclinazione): i due copiloti non sono mai stati addestrati per la procedura di “IAS dubbia” ad alta quota che richiede di cabrare l’aereo con un assetto INFERIORE ai 5°. La procedura a bassa quota richiede un assetto a cabrare più importante data la più alta densità dell’aria. Cionondimento tutti i piloti di AirFrance hanno ricevuto una nota informativa teorica spiegante la procedura da seguire.  Durante i  primi trenta secondi il valore di velocità indicato è erroneo, e anche il valore dell’ISIS (indicatore di velocità di urgenza N.d.A ) che resta incoerente per quasi un minuto!  L’Allarme di STALLO suona diverse volte, ma è presumibile che i due piloti non gli diano affidamento (esiste una procedura infatti di Airfrance, legata ai possibili danni delle sonde Pitot che menziona il fatto che l’allarme di STALLO può essere un “falso allarme”. Nessuno dei piloti nomina la parola STALLO e neanche IAS DUBBIA il che lascia capire come l’equipaggio ai comandi non capisca cosa stia succedendo – nonostante l’allarme STALLO risuoni almeno cinquanta volte!). Da notare che gli Airbus sono concepiti in modo che l’allarme di STALLO a velocità invalide o al di sotto di qualche decina di nodi sia disattivato. Queste disattivazioni e riattivazioni dell’allarme (appena le sonde e/o i parametri di volo sono tornati normali) hanno contribuito al disorientamento dei piloti (che avrebbero dovuto essere addestrati a questo tipo di eventi in alta quota, ma pare che Airbus li consideri rarissimi o addirittura impossibili). Il Pilota in funzione ha quasi sempre tirato il joistick a “cabrare” per quasi tutta la fase del volo. Questo dopo un minuto (anche se ha poi leggermente corretto questa attitudine) ha portato rapidamente l’aereo in un vero STALLO. Dopo un minuto dall’inizio dell’incidente durante il quale l’aereo è salito di quota molto velocemente comincia la fase di STALLO vera e propria: per uscirne il pilota avrebbe dovuto spingere in avanti il muso del’aereo, ridurre l’angolo di incidenza fino a far picchiare leggermente l’aereo in modo da fargli riprendere velocità e portanza, ma così non è stato: non avendo riferimento esterni (notte, nuvoloso), e con una velocità di caduta costante (quindi accelerazione verticale quasi nulla) e non credendo verosimilmente all’allarme di STALLO il pilota ha continuato testardamente a tenere l’aereo con il “naso all’insù”. Il Comandante sopraggiunto due minuti dopo l’inizio dell’incidente non ha avuto abbastanza tempo per capire la situazione e non ha esercitato l’autorità dovuta prendendo il posto di uno dei due piloti che erano visibilmente in stato confusionale (probabilmente perché era stanco?). Nell’ultimo minuto di volo in caduta costante né il PF (Pilota che ha i comandi) ne il PNF (pilota che si occupa della radio e supporta quello che ha i comandi) capiscono che stanno in stallo. Il pilota non in funzione essendo comunque più esperto. I due cominciano negli ultimi trenta secondi a passarsi i comandi senza una procedura specifica in modo alquanto caotico ma oramai ogni azione risulterebbe tardiva. Su questi modelli di AIRBUS i valori dell’angolo di incidenza (che è direttamente legato al fenomeno dello stallo) non sono evidenziati.

Il BEA che ha condotto l’inchiesta attualmente ha redatto quattro raccomandazioni di sicurezza.

A)    Una relativa all’addestramento dei piloti e al ruolo del comandante in periodo di supplenza (evidenziando le enormi responsabilità dell’equipaggio ma sottintendendo in maniera sibillina le responsabilità della casa costruttrice e della compagnia aerea per  un vuoto procedurale e/o di addestramento)

B)    Una relativa alla mancanza dell’informazione dell’angolo di incidenza sui display di volo (sottintendendo la responsabilità del solo costruttore Airbus)

C)    Una raccomandazione sui registratori di volo (questa non avendo un impatto sull’incidente ma solo al fine di facilitare le analisi in caso di incidente)

D)    Una sulla trasmissione dei dati.

Allo stato attuale un gruppo di lavoro è all’opera per studiare il “fattore umano” in questo specifico caso di STALLO in condizione di IAS dubbia.

E)    Una raccomandazione sull’allarme di STALLO (e che quindi avrebbe reso più delicata la situazione del costruttore AIRBUS) è stata annunciata dal BEA per poi essere ritirata in quanto non confermabile allo stato attuale. Polemiche ci sono state a questo riguardo da chi pensa che il BEA sia stato sottoposto a pressioni da ambienti esterni che vorrebbero scaricare massime responsabilità sul costruttore.

 

 

 

  1. Fattore numero 1: Sonde Pitot. Costruttore: THALES. Le sonde si sono gelate a causa dei cristalli di ghiaccio presenti ad alta quota. Il sistema di anticongelamento non ha funzionato correttamente per almeno trenta secondi dall’inizio dell’incidente, poi gradualmente il sistema di riscaldamento delle sonde ha elminato il ghiaccio. Ciononpertanto i valori di velocità dell’indicatore di urgenza sono rimasti non validi per almeno un minuto dall’inizio dell’incidente e questo ha probabilmente fatto pensare ai piloti che l’allarme di STALLO era un falso allarme.. Airfrance aveva già cominciato la sostituzione delle sonde prima dell’ incidente (segno che qualcosa sapevano). Ad oggi non esiste un vero sistema alternativo alle sonde pitot per la misurazione della velocità in quota di crociera, poiché il GPS non può essere utilizzato a 35000 piedi a causa della ridotta densità dell’aria e dei forti venti in crociera (la velocità che fa volare un aeroplano è quella relativa all’ aria, non al suolo, e a quote di crociera  queste due possono differire anche di duecento chilometri l’ ora!). Responsabilità: Costruttore (Airbus) e fornitore delle sonde (THALES). Fattore: scatenante (la causa iniziale, anche se c’è da sottolineare che questa eventualità è  nota e non impossibile, soprattutto per aerei che traversano il fronte Inter Tropicale sull’equatore, che può arrivare anche a 15Km di altitudine. Si registrano altri casi di congelamento temporaneo delle sonde Pitot in passato senza che ciò abbia portato alcuna conseguenza: esistono delle procedure in merito che se seguite – o se insegnate ai piloti – permettono la gestione di questa eventualità.).
  1. Fattore numero 2: RADAR METEO: Il radar meteorologico rileva l’acqua allo stato liquido, tra cui la pioggia e la grandine umida. Di contro, rileva poco l’acqua in forma solida come la neve e i cristalli di ghiaccio. Rileva in parte la grandine in funzione della dimensione dei chicchi. I piloti hanno rilevato dunque un echo radar la cui interpretazione però non deve essere sembrata abbastanza chiara. Apparentemente fino a qualche minuto prima il radar era configurato in una maniera non ottimale tanto che il pilota non in funzione lo ricalibrerà (ma forse non c’era più tempo per evitare con largo anticipo le zone pericolose) Responsabilità: 50% piloti (avrebbero dovuto prendere più precauzioni in presenza di un probabile cumulo nembo – nuvole che arrivano anche ad altissime quote configurando il radar meteo con più giudizio) e 50% Costruttore (Airbus/Collins). Fattore: Importante.
  1. Fattore numero 3: Allarme di Stallo. L’ angolo di incidenza è il parametro su cui si basa l’allarme di stallo; se i valori dell’incidenza diventano invalidi l’allarme si disattiva. A causa dell’ostruzione delle sonde Pitot l’allarme di stallo si è disattivato e riattivato in maniera incoerente (per esempio non suonava quando i piloti cabravano l’aereo di contro si riattivava quando i piloti  riducevano il beccheggio probabilmente perché, per motivi non chiari, i valori di incidenza e di velocità sono tornati dentro dei limiti che hanno attivato le funzionalità dell’allarme). I piloti sono stati quindi confusi da questa incoerenza (se si effettuano delle manovre a “picchiare” l’aereo dovrebbe recuperare velocità ed uscire dallo stallo e quindi il segnale di allarme di stallo avrebbe dovuto fermarsi cosa che in una circostanza non è accaduta). E’ logico supporre che i piloti a partire da un certo momento non abbiano più prestato attenzione all’allarme di Stallo considerando lo strumento inaffidabile a causa delle false informazioni di velocità. Responsabilità: Costruttore (Airbus) e Airfrance (pratica in simulatore). Fattore: determinante (P.S: a notare che il funzionamento dell’allarme di STALLO è stato conforme alle specifiche dell’aereo: Airbus progetta questo tipo di velivoli in modo tale che, quando la velocità misurata è inferiore ai 60 kts, i tre valori di incidenza diventano invalidi disattivando l’allarme di stallo. Questa scelta progettuale è stata fatta da Airbus per evitare allarmi di stallo intempestivi con aereo a terra a basse velocità e anche perché Airbus considera lo stallo ad alta quota e a bassa velocità un evento estremamente improbabile. Non si capisce però perché l’allarme di stallo deva disattivarsi in volo. Una volta che il carrello è in su un costante funzionamento dell’allarme di stallo eviterebbe incomprensioni!
  1. Fattore numero 4: condizioni Meteo. I piloti sapevano che andavano incontro a un settore atmosferico perturbato, tanto è vero che hanno discusso lungamente diversi minuti prima su come potessero evitare questa zona. Una correzione della rotta di 12 gradi è stata effettuata, ma vista l’ estensione della zona il metodo più semplice e immediato sarebbe stato salire di quota. Purtroppo la temperatura esterna in quelle particolari condizioni atmosferiche diminuiva con l’altezza meno di quanto ci si aspettasse. Gli aerei di questo tipo hanno una quota massima raggiungibile che dipende da questi parametri. I piloti non sono potuti salire a causa di sfortunati fattori di temperatura e pressione atmosferica. Responsabilità: Nessuna apparente: possiamo considerare questo evento nel quadro della pura sfortuna. Fattore: importante.
  1. Fattore numero 5: Stallo ad alta quota. I due piloti non erano stati addestrati per reagire su questo tipo di velivolo ad uno stallo ad alta quota. Responsabilità Airfrance/AIRBUS (congiunta): Il costruttore e la compagnia aerea si rimbalzano le responsabilità in questo caso. Airfrance afferma che è Airbus che, escludendo la possibilità di questo evento, li ha spinti a non eseguire questo genere di esercizi di addestramento (che hanno un costo). Restiamo del parere che in questi casi si debba agire con il principio della doppia precauzione (anche se non obbligatorio l’addestramento avrebbe potuto e dovuto essere fatto). Fattore: Importante.
  1. Fattore numero 6: Utilizzo della procedura di emergenza sbagliata da parte del Pilota al momento dell’inizio dell’ incidente. Al momento del primo allarme di STALLO i piloti dichiarano che la “velocità non è valida”, ossia dimostrano di rendersi conto che gli indicatori mostrano un valore incoerente. Un allarme di STALLO così improvviso, su un aereo che viaggia a Mach 0.8 (20% meno della velocità del suono) a 35000 piedi, è estremamente improbabile che sia dovuto a una raffica di vento di coda: Air France in questi casi prevede una procedura che si chiama “IAS douteuse” (Velocità Indicata Inaffidabile) e ha emesso in passato alcune note informative su questo argomento (alcuni piloti avevano segnalato simile anomalie). La procedura in caso di IAS inaffidabile, ad ALTA QUOTA, è differente da quella a BASSA QUOTA . Quella ad ALTA QUOTA prevede di tenere un piano verticale di inclinazione dell’aereo inferiore al 5% e potenza massima dei motori (Take Off Go Around), quindi leggermente a salire. I piloti, che erano stati addestrati solo per uno stallo a BASSA QUOTA,  invece hanno eseguito una procedura non standard in questi casi che ha rapidamente portato l’ aereo in una VERA situazione di stallo. A notare che ad alta quota l’aria molto sottile richiede dei movimenti molto leggeri sui comandi di direzione; il pilota invece ha agito in maniera abbastanza brutale cabrando troppo l’aereo. Il comportamento del pilota potrebbe essere in parte spiegato dal fatto che aveva seguito sessioni di addestramento per stallo a BASSA QUOTA, che prevede un angolo di inclinazione dell’ aereo più importante a causa della più elevata densità dell’aria. Resta comunque l’ errore che nessuno dei due abbia chiamato e applicato la procedura corretta. Responsabilità : 50%/50% piloti e Airfrance. Fattore: determinante è quello che ha portato l’aereo in una vera condizione di STALLO. A onor del vero se il pilota avesse capito di essere in STALLO avrebbe avuto tutto il tempo per recuperare. Uno STALLO a 35000 piedi è un evento grave, ma si ha il tempo di risolvere la situazione).
  1. Fattore numero 7: Mancanza di un briefing chiaro quando il comandante lascia la cabina di pilotaggio ai due copiloti per andare a dormire. Il comandante lascia la cabina di pilotaggio senza precisare le condizioni che richiederebbero un suo ritorno anticipato, e senza assegnare formalmente funzioni e compiti ai due piloti (a parte indicare chi è il Pilota in Funzione). Airfrance precisa in una specifica procedura che questo tipo di briefing deve essere fatto in maniera formale ogni volta che c’è un simile avvicendamento. L’assenza di una chiara gerarchia e di ripartizione efficace dei compiti tra i due copiloti hanno contribuito a degradare la sinergia dell’equipaggio. Responsabilità: Piloti e Comandante. Fattore: importante.
  1. Fattore numero 8: L’ informazione dell’ angolo di incidenza non è direttamente accessibile ai piloti. L’ incidenza non corrisponde in quota di crociera all’ angolo di inclinazione dell’aereo sul piano orizzontale. L’aereo ha un’inclinazione leggermente a cabrare. L’angolo tra la traiettoria dell’aereo e la sua inclinazione quindi non è zero e quest’angolo, che corrisponde all’ angolo del flusso d’ aria sul bordo d’ attacco anteriore sul profilo alare) si chiama angolo di incidenza. In quota di crociera l’angolo di incidenza è molto prossimo a quello di “STALLO” e quindi questo parametro è essenziale per i piloti che devono evitare ogni movimento brusco sulla “cloche” in caso dovessero riprendere i comandi in manuale (cosa che Airbus considera estremamente rara). L’ orizzonte artificiale che hanno i piloti mostra direttamente solo l’angolo di inclinazione dell’aereo e non l’angolo di incidenza. Non esiste nessuno strumento che riporti quest’ultimo valore: Responsabilità: Costruttore (Airbus) e Compagnia Aerea (in misura inferiore, e solo relativamente alla mancanza di un addestramento specifico), Fattore: importante.
  1. Fattore numero 9: Assenza di un meccanismo di soccorso e recupro automatico in caso di avvicinamento al suolo ad alta velocità verticale. La famiglia Airbus è dotata di tre modi di volo : normale, diretto e alternato. Nel primo modo l’ aereo impedisce ai piloti comandi che sarebbero contrari a un regime di volo “normale”. Questo tipo di sicurezza è stato pensato come ausilio al pilotaggio.  Nel caso in esame l’aereo passa in modalità ALTERNATE ossia alcuni comandi di volo automatici sono disattivati e il pilota in funzione ha più autorità sul computer di bordo. Ciononostante il computer “veglia” ancora su certi parametri di volo (alcuni lo chiamano “angelo custode” il che è evidenziato dal fatto che seppur in stallo l’aereo non ha mai andato fuori controllo. Il che evidenzia che alcune superfici di bordo sono ancora “controllate”. In questo caso però in cui i piloti non hanno capito di essere in un vero stallo l’ aereo ha effettuato una caduta al suolo a velocità costante (-10.000 piedi al minuto, circa 180 Km/h: essendo la velocità di caduta  costante , di notte e senza riferimenti esterni  i piloti non avevano percezione della caduta.). Il solo modo di rendersi conto dello stallo era rendendosi conto delle vibrazioni o “buffet” che probabilmente ad un certo momento ci sono state ( bisogna però considerare anche fattori psicologici, rumori in cabina – allarmi intempestivi – fatica e stress). L’ aereo, a parte l’ allarme di STALLO a cui, ricordiamoci, non credevano più, non ha aiutato i piloti a capire questo particolarissimo caso anche se la  velocità di discesa era fenomenale (di solito -10.000 piedi al minuto è una velocità di discesa urgenza che si usa solo in caso di depressurizzazione rapida dell’ aereo). Il solo ausilio del sistema elettronico dell’ aereo è stato prevenire i piloti negli ultimi secondi, quando ormai era troppo tardi, attraverso l’ allarme di avvicinamento al suolo (GPWS) e qualche laconico messaggio del tipo “pick up!” Mi domando come mai questo famoso “angelo custode” a un certo punto non abbia preso l’autorità per “picchiare” l’aereo e per farlo uscire dallo STALLO.  Responsabilità: Piloti e costruttore. Fattore:da definire

Come si evince da questa analisi la responsabilità dei piloti e del comandante di bordo è determinante, ma si farebbe un errore grossolano a volersi incaponire solo sulla “sbadataggine” o l”inesperienza” dei piloti ai comandi. Alcuni si sono stupiti di come un pilota di linea in possesso di una certificazione perfettamente in regola -  seppur non espertissimo -  possa trascurare una cinquantina di allarmi di STALLO e, a meno di non considerarlo uno stupido (spiegazione buona per far vendere un libro e non rendere un servizio alla sicurezza aeronautica) bisognerebbe porsi un serio interrogativo sui metodi di addestramento dei piloti in quota di crociera che rarissimamente prevedono l’uso del pilotaggio in manuale, e sulla cieca fedeltà del computer di bordo da parte del costruttore. Sempre sul fronte del costruttore dell’aereo non si può non tener contodi certi aspetti legati agli strumenti di supporto al volo che possono aver avuto un contributo importante alla mancata comprensione dell’equipaggio (l’allarme di stallo non è proprio il massimo della comprensibilità per come è gestito, e il valore dell’incidenza non è accessibile direttamente ai piloti dal pannello di bordo). Quindi alla fine secondo noi la responsabilità è da dividersi per la metà sui piloti (vogliamo essere cattivi: più della metà) ma un buon quaranta per cento è da rimpallare in egual misura tra Airfrance e Airbus, ce ne dispiace ma è inutile fare dello sciovinismo nazionalista e una difesaa spada tratta della tecnologia e della superiorità europea. L’AIRBUS resta una machina tecnologicamente superba, con un rispettabilissimo curriculum, facile da pilotare come migliaia di piloti vi confermerà, un computer di bordo che nel 99% dei casi aiuta così tanto i piloti da fargli quasi dimenticare i concetti di tecnica di volo di base, nel 99,99% dei casi ogni volo su questi gioielli tecnologici si conclude senza un solo problema,   ma delle evoluzioni sono sempre possibili (per amor di verità c’è da sottolineare che l’aereo ha sempre funzionato secondo le specifiche). Lo stesso per AIRFRANCE che resta una delle migliori e più serie compagnie del mondo, che spende ogni anno milioni di euro in formazione-lavoro e ha degli equipaggi estremamente competenti (come non dimenticare l’incidente di Toronto del 02 Agosto 2005  http://en.wikipedia.org/wiki/Air_France_Flight_358  in cui l’equipaggio tutto ha mostrato una professionalità incredibile sapendo gestire una situazione critica di uscita di pista in condizioni di meteo avverso: 12 feriti e nessun morto su 297 passeggeri nonostante l’aereo sia andato completamente distrutto per un incendio subentrato all’uscita di pista!) . Di contro leggendo gli ultimi minuti di questo rapporto non si può restare che sorpresi per lo stato di confusione che regna nella cabina di pilotaggio, il che dovrebbe portare a una seria riflessione sui fattori psicologici umani.

 

Una brutta storia da cui però si ricavano molti insegnamenti e che probabilmente renderà gli aerei ancora più sicuri in futuro.

Link al rapport del BEA Rapport Etape 3 Vol Rio Paris

 

Francia-Italia

 

Una cosa bisogna dirla della Francia, che è un Paese veramente aperto sul mondo. Non so se esista un blog simile in Italia (di un francese che parla con una tale competenza che nasconde un affetto turbato dalle contraddizioni del nostro paese). Complimenti al suo autore a cui auguro di continuare quest’ avventura altrove e a cui offro il mio, tardivo, contributo.

 

RadioFrance_ItalianBlog