May 24, 2017

Addio al professore della memoria

Negli ultimi tempi complice l’impossibilità di collegarmi, per motivi che qui sorvoleremo, ai canali nazional popolari o a quelli a pagamento commercial demenziali,  mi sono dedicato al piacere di rivedere dei film che sono stati trasmessi per fin troppo breve tempo dai canali televisivi tradizionali e che ho gelosamente conservato.

Se dovessi fare una classifica degli ultimi tre,  in ordine di preferenza rigorosamente e del tutto casuale, metterei: Django Unchained, La Caduta, e Le Vite Degli Altri (la maiuscola non è un omaggio alla lingua di Kant ma piuttosto alle opere in se stesse).

Citerei anche il Nome della Rosa se non fosse che la versione cinematografica fa gridar vendetta per alcune vere e proprie bestemmie interpretative del regista (come la morte di Bernardo Guy, inesistente nel libro e che è tipica di un certo genere cinematografico importato da oltreoceano che necessita di “happy end” o almeno di una certa speranza che uccide a volte l’originale idea dell’autore o del regista stesso- si guardi ad esempio la versione di Blade Runner “director’s cut”).

Nonostante i tre film siano diversi tra di loro,  anche se si potrebbe identificare una purt roppo facile linearità temporale tra il film sugli ultimi giorni del macellaio di Berlino (inteso sia come attributo personale che come nome proprio visto quello che era  diventata la città-mattatoio nell’Aprile del 1945) e quello della stessa Berlino anni dopo inquadrata sotto la sottile fitta nebbia della normalizzazione orwelliana da grande fratello, il nesso con Django si fa difficoltà a trovarlo. Infatti non c’è, se non fosse per la superba interpretazione di un attore di origine germanica, come Christoph Waltz, così come superba è l’interpretazione degli altri due teutonici Bruno Ganz e  Ulrich Mühe.

Il fattore che hanno in comune  è quello della “memoria”, la memoria storica che ormai nessuno sembra più voler curare. La memoria della segregazione razziale e da dove viene, la memoria delle guerre e del totalitarismo dei primi del 900, la memoria della Stasi e del mito del controllo assoluto.

Eppure se ne parla sempre meno tanto che ci hanno dovuto fare una giornata apposta. Guardi i palinsesti televisivi che sono desolatamente uniformati, senti i discorsi del bar, del ristorante o davanti la macchina del caffè e sembra che ci si vergogni a parlare di cose che sono considerate troppo serie. E invece ve n’è  tanto il bisogno, basta vedere come cambiano i discorsi al suddetto bar, o alla mensa se invece di parlare di San Remo o del goal di Totti si azzarda un incipit del genere di quello che ho improvvidamente lanciato oggi, davanti ad alcuni miei nuovi commensali che alla mia malinconia sicuramente originata dalla scomparsa dello scrittore che più di tutti ha fatto della salvaguardia della memoria un tema costante delle sue opere, si sono stupiti quando, citandolo, ho detto che reputavo inconcepibile l’appiattimento del passato che fa ignorare alle nuove generazioni il fatto che per esempio Hitler e Mussolini non si siano incontrati per la prima volta nel 1945, quando erano alla fine dei loro giorni, ma molto prima. Eppure in uno di quei bei quiz normalizzati televisivi la maggioranza dei giovani presenti lo ignorava del tutto.  Oppure di alcuni discorsi antiparlamentari che si sentono fare spesso oggi da quelli che reputano parlamento e politici ormai cotti , morti, poiché tutti corrotti e che “si stava meglio quando si stava peggio” e vorrebbero rimpiazzare tutto con una rivoluzione che vorrebbero fosse democratica del popolo ma che in realtà è dominata dai pochi “guru” di internet o dei pifferai magici che cavalcano le paure del diverso. Interessante rileggere alcuni passi di un primissimo libro di De Felice sul duce (qui la minuscola è volontaria, me ne scuso con i puristi) e rendersi conto che erano gli stessi discorsi che pontificava un allora giovanissimo Benito Mussolini capo popolo, pensate un po’, delle frange dei socialisti rivoluzionari di allora (ancora più a sinistra dei riformisti di Turati) che tuonava contro il governo corrotto di Giolitti, che corrotto lo era veramente soprattutto quando si trattava di risolvere i problemi del sud gestito in maniera clientelare (fin d’allora!). E guarda un po’ la pausa caffè si anima, il pranzo passa via più velocemente, e scopriamo che c’è chi ha letto il libro di storia contemporanea del Villari, chi ha da dire la sua su “Canale Mussolini” e francamente la discussione diventa intellettualmente stimolante, lo stomaco ringrazia per il rinnovato afflusso sanguigno che stimola la digestione con buona pace dei problemi del povero Totti che si strugge l’anima perché non ha più l’età per giocare nella sua “Maggica” (ma ecco un buon motivo per ricominciare, o forse in questo caso dovremmo dire iniziare, a leggere!).

Ed allora ecco che la memoria si dimostra importante, forse un bisogno che per fortuna abbiamo noi esseri umani, consapevoli della nostra morte a differenza degli altri animali del creato. Quella memoria che un tempo si voleva cancellare per evitare lo sviluppo del libero pensiero, come facevano i fanatici dell’abazia del Nome della Rosa preferendo mangiare pagine avvelenate di un libro pur di non vederlo pubblico, o come tentavano i normalizzatori della Stasi o nel premonitore 1984 di Orwell con un sistematico lavaggio del cervello delle masse.

E come forse oggi si rischia di cancellare con un meccanismo piuttosto sottile che i militari esperti di guerre elettroniche conoscono bene, che si chiama “jamming” che viene dall’inglese “jam”: rumore. Quello che rischia di diventare il nostro modo di vivere sommerso dalla montagna di informazioni che riceviamo quotidianamente dalla televisione, da internet, dalle mille attività che facciamo in parallelo, in “multi tasking”, che fatalmente, è dimostrato, riducono la nostra capacità a ricordare, e a tenere viva la nostra memoria.

Ecco perché personaggi come Umberto Eco erano così importanti. Perché portabandiera della memoria.

Mi piacerebbe camminare in una biblioteca grande come quella in cui lo vediamo camminare nel finale di questo video, simbolo magnificente e possente della guida, e della speranza, che possiamo trarre dalla nostra memoria e da quella dei libri che abbiamo letto… e scritto.

https://www.youtube.com/watch?v=Hq66X9f-zgc&feature=youtu.be

Ciao prof!

Genitori e Figli: ieri, oggi e… domani?

Durante un seminario a cui ho partecipato a Bologna nel Marzo del 2013, ho incontrato Paolo Crepet, e ho ascoltato un suo intervento. Da quel giorno ho letto diversi libri sul tema, non solo di Crepet ma anche di altri e mi sono convinto che molti, forse la maggior parte dei problemi che oggi affrontiamo (o che non siamo capaci di affrontare) provengono dal genere di educazione che abbiamo ricevuto e da quella che daremo ai nostri figli. Così mi è venuta l’idea di scrivere queste riflessioni. Molti concetti li ritroverete nei riferimenti che citerò in fondo. Tengo a precisare che molte delle cose scritte sono citazioni prese tali e quali dai seminari di Crepet, semplicemente perché mi sono piaciute o forse perché le ho pensate anche prima di sentirle. Non credo che sia stato Crepet a convincermi, ma piuttosto ho trovato qualcuno che esprimesse in maniera gagliarda, sarcastica, ironica, incisiva quello che probabilmente ho sempre pensato: che nella nostra vita abbiamo sempre più bisogno di autorevoli educatori. Quest’ articolo non è un elogio agiografico di Paolo Crepet o della Montessori e a dei metodi dei bacchettoni. Crepet probabilmente semplifica molto, non sono convinto che un metodo solo sia sufficiente a farci crescere bene. Ma essendo romano, e come tutti i romani legatissimo a “mamma Roma” mi sono spesso interrogato sul perché sia così difficile per molti romani emigrare da una città che a detta di tutti è la più bella del mondo ma è anche invivibile e piena di problemi, o, per coloro che per diversi motivi sono infine partiti, soprattutto negli ultimi dieci anni, non si riesca a vivere la vita all’estero con serena armonia con il nuovo mondo che ci circonda, ma nostalgici di quel cordone ombelicale tagliato. Che poi, leggendo le esperienze descritte da Crepet (che essendo Veneto riporta spesso situazioni famigliari di famiglie del nord est produttivo dell’Italia) scopro che il “mammismo” non è solo un marchio DOC del centro sud Italia, anzi spesso si radica molto più fortemente nelle regioni dove i genitori possono permettersi di mantenere i figli fino ai trent’anni e passa. Figli che poi vivranno magari melanconici o incapaci di staccarsi dalla casa dove si stava tanto bene e in cui la mamma ti portava il cappuccino al letto. Nostalgia e melanconia che spesso inficia, per chi parte, se non sull’efficienza (è proverbiale che gli italiani all’estero lavorino il doppio, e spesso meglio, degli autoctoni) ma sulla nostra qualità della vita, dominata sempre più da angosce, ansie e, per l’appunto, rimpianto di un felice passato. Quanto di questo si può evitare con l’educazione? Vediamo..

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Volo Alitalia Parigi-Roma, due settimane fa. Sono seduto in un posto adiacente al corridoio nelle ultimi dieci file. Dietro di me una delle più classiche famigliole romane: padre quarantenne che gioca con la playstation, la madre si sta leggendo una rivista patinata e i due pargoli di sei e otto anni che giocano con un palletta di carta nel corridoio urlando a perdifiato. Il più piccolo a un certo punto tira la palletta fino alla business class e urla “Goal!!!” Il padre ancora ipnotizzato dalla playstation lo guarda distratto (o forse deliziato da quel campioncino in erba di suo figlio) e urla “Abbravo de papà!”. All’atterraggio i due pargoletti costretti dal benedetto regolamento che impone le cinture di sicurezza senza smettere di urlare a squarciagola commentano serenamente l’immagine della posizione indicata sullo schermo dello schienale, un software antidiluviano che Alitalia non si è mai curata di aggiornare con un aereo che occupa quasi tutta la regione Lazio per quanto non è in scala

“Anvedi papà stamo quasi en Sicilia!”, risposta del genitore (sempre a dieci decibel sopra il livello delle due turboventole dei motori che urlano in fase di atterraggio) “Anvedi aoh!”.

Il tutto per due ore e pochi scampoli (incluso il tempo di attesa dei bagagli ai tapis roulant) senza che la voce di un solo adulto si sia levata per richiamare all’ordine i due provetti calciatori in erba, non dico dei genitori, poverini impossibilitati, ma neanche del personale di volo.

A chi obietta che stiamo di fronte alla solita filippica disfattista anti-italiana potrei fornire, se questo possa servire di conforto, con altrettanti edificanti esempi dei nostri vicini d’oltralpe. Nel civilissimo quartiere perifierico di Saint Cloud, sede dell’ultranazionlista “Fronte di Le Pen”, distretto alla moda, periferia “prout prout” di Parigi come la chiamano i francesi (un equivalente dei Parioli a Roma) si contano periodicamente ogni sabato sera atti di vandalismo effettuati da quattordicenni o sedicenni “autoctoni”  ubriachi che girano con la bottiglia di whisky,  che spaccano vetri di auto (compresa la mia) e che lasciano prove tangibile del loro vandalico passaggio con lasciti gastrico organici come un’orda di lumache.

Due mesi fa un mio collega, una brava persona,  quarantasette anni, padre di una figlia di ventuno e di un maschio di sedici è stato licenziato, come spesso accade nel nostro così flessibile (o precario?) mondo del lavoro di oggi, senza una ragione veramente tplausibile (“non pensava in maniera abbastanza ‘strategica’, che è un modo per dire che sei vecchio e devo assumere uno più giovane di te”). Quando gli ho chiesto cosa pensasse di fare nel momento in cui, terminate la fase di negoziazione con le risorse umane appariva ineluttabile il licenziamento in tronco,  la risposta è stata fulminea “devo trovarmi un lavoro al più presto”. Si ma quale? Cosa? Quali sono le tue passioni? Qual è il tuo “savoir faire” e il tuo “savoir etre” che potremmo tradurre in italiano come “quali sono le tue capacità e le tue passioni?”. Mi ha guardato di traverso. Non s’era mai veramente posta questa domanda. Anzi non è stato mai sicuro di fare il lavoro che avrebbe sempre voluto. In un mondo dove passi dall’infanzia al mondo degli adulti (ma saranno veramente tali o magari restiamo perennemente nel limbo adolescenziale?) alla velocità della luce spesso molti non si fermano a pensare alla cosa più importante: cosa mi da quella passione che mi accende dentro il mio fuoco sacro? E cosa farei o darei per ricercarla?

Crepet inizia un suo testo citando Vivian King:

“Se arriva in tempo si chiama educazione. Se arriva tardi si chiama terapia”.

Quel mio collega, che ha sempre lavorato nella stessa regione, sempre fatto lo stesso lavoro,  oggi, al secondo licenziamento (il primo è stato un licenziamento economico) è incapace di affrontare un mondo del lavoro spietato dove a quarantasette anni sei “out” sei vecchio. E ha deciso di trovarsi qualcuno che lo possa aiutare, ma non a trovare un lavoro, ma a trovare le passioni che ha in se stesso, i talenti che sicuramente ha, e che nessuno ha mai pensato di fargli scoprire, tanto che anche lui come molti giovani quando aveva diciott’anni a chi gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare avrà probabilmente risposto “boh” (o più francesisticamente una sonora pernacchia). Oggi gli serve una lunga e magari costosa terapia per rimettersi in sesto. Il problema sta sempre la, e sta purtroppo nel nostro passato, un passato che non comincia a  quattordici anni e neanche a otto ma anche prima. Un passato in cui si ha bisogno di qualcuno che ci guidi e ci educhi, ci punisca se necessario, che sia autorevole (e non autoritario) che non sia un “amico” con cui giocare tutto il giorno alla play station ma un punto di riferimento, magari temuto alle volte odiato quando ci dice di no, ma in fondo stimato.

Un genitore.

Io credo che fare il genitore soprattutto al giorno d’oggi sia il mestiere più difficile del mondo. Quarant’anni fa c’era più sofferenza, c’erano più privazioni, e c’erano più punti saldi e fermi. Le famiglie erano composte spesso da tre, quattro persone. I genitori non avevano tempo da passare con i loro figli (non dico che oggi ce ne sia di più ma il lavoro precario lo sta virtualmente creando); si occupavano delle cose essenziali: mandare avanti la baracca. Molto spesso i nostri genitori hanno avuto fratelli maggiori come assistenti dei padri. Un chissene frega a tavola costava una sberla. Non dico che fosse meglio, ma era una certezza, eri sicuro che se tornavi la sera tardi in casa scoppiava il Vietnam e che se non mangiavi la minestra il giorno dopo rimangiavi la stessa. Si viveva scomodi in casa, e la scomodità generava “fame” voglia di andarsene. I nostri progenitori, zii, nonni, moltissimi sono partiti se ne sono andati altrove si sono comprati la casa da soli all’estero. Hanno avuto altri problemi ma sicuramente non hanno avuto genitori molto comprensivi, non se ne aveva il tempo. Purtroppo hanno preso magari forse troppe “sberle”. Perché non è vero che le sberle aiutano a crescere. Non quelle fisiche. Un adulto che picchia un bambino è un adulto stanco a cui mancano argomenti di discussione. Quel bambino crescerà con l’idea che la sberla fisica è fatta per il suo bene rimuoverà questa cosa nel suo inconscio. Diventerà forse un padre troppo generoso per evitare al figlio le sofferenze che lui ha subito da piccolo, gli farà troppi regali troppe concessioni finché sarà troppo tardi per tornare indietro. O rinuncerà magari a diventare padre. Le sberle sono frutto dell’autoritarismo di genitori che non vogliono perdere tempo. La giusta punizione, spiegata, senza violenza fisica, autorevole e non autoritaria è forse da preferire alla sberla. Come tutte le cose la virtù sta nel mezzo di una coerenza che tutti son disposti a controfirmare ma che costa tanta fatica.

Oggi non ci sono più molti punti fermi, in casa quando un bambino piange perché la mamma lo ha rimproverato per un brutto voto magari va dal papà che urla alla moglie “e daje amò! Tutte ste storie per un quattro! Sapessi io quanti ne ho presi!”. Il bambino non ci capisce più niente. Perde punti di riferimento. Se rientra tardi la sera e il papà gli urla “basta da domani niente motorino!” e poi lo stesso papà il giorno dopo rientrando dal lavoro col magone sullo stomaco (non tanto per la pena per il figlio quanto per il terrore di dover affrontare la litigata serale dopo una giornata di corsa in ufficio tra telefoni e computer dove magari ha vissuto da solo la maggior parte dei problemi) e allora quel no fermo si trasforma in un ni, e poi in un si. E il bambino capisce che se strilla alla fine ottiene. Perché mantenere i punti fermi costa fatica. E molto spesso, e qui i miei amici romani sanno di cosa parlo, ci ronza in testa quella frasetta pericolosa “ma lassa perde… ma nun lo fa… ma chi te lo fa fa!”.  Si torna a casa stanchi e i bambini invece sono super eccitati dopo aver passato magari pomeriggi a saltare da una attività a un’altra: alle 14 piscina, alle 17 c’è Judo, poi c’è teatro poi due ore di playstation (perché hanno tolto il tempo pieno alle scuole medie superiori?). Poi torni a casa e ti trovi due diavoli della Tanzania, e grazie! Con tutte quelle attività che neanche Bubka alle olimpiadi si sognava, avranno più adrenalina che sangue nelle vene. E allora che si fa? Si accende il nostro bel 52 pollici che troneggia nel salotto davanti al tavolo imbandito lo si sintonizza e si prepara la cena. Un po’ di pace, “ e chi gliela fa a parlare”, il pupo è ipnotizzato davanti al cartone animato, o a qualche culo di qualche ballerina che lancia il messaggio subliminale a vostra figlia preadolescente che bellezza=fortuna=successo.  Ma un po’ di musica alla radio e basta no? Perché la prima cosa che facciamo quando rientriamo a casa, dopo esserci tolti le scarpe è accendere il televisore?

Sempre in un libro dello stesso genere leggevo una statistica in cui più del 50% dei giovani delle scuole medie alla domanda su “cosa conta di più per riuscire nella vita” immancabilmente risponde “soldi, raccomandazione e culo”. Dove per culo lascio a voi l’interpretazione. E allora perché non spegnere il televisore la sera? Ma da subito. Dai tre mesi. Rai Yo Yo è penso uno dei canali più visti e utilizzati da fasce di bambini tra i 3 mesi e i 2 anni. Il genitore dice “parli facile te, pensa a tornare a casa dopo ore di lavoro e quello non la smette di piangere, non la smette di chiedermi di giocare io non ce la faccio alle volte è l’unico rimedio”.  Oppure l’obiezione classica “viviamo in settanta metri  quadri in periferia, è figlio unico oggi non ce la si fa a mantenere un bambino figuriamoci due o tre, che faccio dove lo porto dove lo lascio andare? Alle volte la televisione o il videogioco è l’unica soluzione per calmarlo”.

L’unico? Io non ci credo alle soluzioni “uniche”.  Anche in matematica spesso non c’è un solo modo per risolvere un problema. Due anni fa conobbi una persona, un esperto in PNL e psicologia cognitiva e terapia strategica a breve. Durante un training ci disse “ricordatevi, una regola generale. Un postulato come il sole che sorge ogni mattina. Ci sono sempre ALMENO TRE soluzioni a un problema. ALMENO TRE, basta un po’ di iniziativa un po’ di curiosità e di buon senso per trovarle”. Certo se uno sceglie la via comoda e facile spesso la soluzione è quella più stupida. Basta girare il concetto: le cose scomode spesso sono intelligenti (spesso non sempre, non cominciamo a trovare le eccezioni che confermano la regola un po’ di onestà intellettuale vi prego!); i miei vicini di casa hanno la figlia che si trova davanti alla scelta di quale università scegliere. I discorsi spesso vertono più sul dove (quanto è lontana, quanto ci metto per arrivarci, è collegata bene o male a casa) più che sul contenuto (cosa vuoi veramente fare?). Ho incontrato due mesi fa una ragazza simpatica di trent’otto anni, che lavora alla prefettura di Nanterre. E’ in crisi perché il suo matrimonio dopo dodici anni è naufragato e lei ha sempre vissuto solo per la casa e per il marito. Non hanno neanche avuto figli. Le ho chiesto che studi avesse fatto: mi ha risposto che ha iniziato con biologia poi però dopo due anni ha cambiato e ha scelto economia e commercio (eh certo… sono legate…), ma a trentacinque anni ha scoperto che la sua passione è la speleologia. C’è sempre tempo per cambiare, per carità, ma se magari qualcuno in casa avesse cercato di aiutare questa donna a capire prima, facendo delle semplici DOMANDE, quali fossero le sue passioni, magari portandola a vedere un museo invece che al parco di DisneyLand Paris, o a fare un viaggio chissà, o semplicemente spendendo più tempo la sera per discutere a tavola invece che guardare inebetiti il telegiornale, magari questa donna non si sarebbe attaccata come una cozza all’unica cosa che la rassicurava (il matrimonio) per poi ritrovarsi a trentotto anni senza un lavoro appassionante e con molti, troppi rimpianti e necessità di terapie psicologiche e farmacologiche per calmarla. Oggi questa donna ha il terrore del week end in cui è costretta a restare sola a pensare, passa in continuazione da una fase di iper attività a una depressiva, si è iscritta a tre siti per incontri e uscite, ha l’orrore di stare da sola in casa e ha deciso di iniziare una terapia (che poi ha interrotto). Nessuno l’ha forse mai istruita a pensare a interrogarsi.

Le famiglie oggi passano insieme meno di una o due ore al giorno. Di corsa la mattina inzuppiamo un cornetto nel cappuccino mentre i figli si svegliano e poi la sera stanchi quando si torna a casa non si ha voglia o tempo di parlare.

Ma ci sono anche le famiglie opposte, le mamme badanti full time, complice una crisi terribile che spesso ci obbliga a lavori part time, magari al nero,  magari alla cronica disoccupazione di un partner che (e non è sempre la donna) resta a casa a coccolarsi il pupo. E allora si ha più tempo, forse troppo, da dedicare al bambino che si sente il re del mondo colui che è al centro dell’attenzione. E quando diventano più grandi si passa magari poco tempo a fare discorsi importanti, perché sono difficili e “scomodi” perché Dio non voglia che rischiamo di litigare. Non semplicemente chiedere a nostro figlio “come è andata la scuola” ma porre delle domande: Vuoi fare Judo? Perché? Vuoi andare in parrocchia? Perché? Non dico di no, ma spiegamelo. Fammi capire: stupiscimi! Dimmi che vai in parrocchia perché hai voglia veramente di scoprire cose nuove e non semplicemente perché tutte le tue amichette lo fanno e se non lo fai anche te ti senti un esclusa! E se la bambina urla e sbatte la porta perché non vuole discutere con voi interrogatevi come mai. Come mai quel bambino o quella bambina non hanno voglia o tempo di parlare o di ubbidire semplicemente alla ferrea legge che in casa comandano i genitori, pure se sono ingiusti. E’ così. La famiglia non è una democrazia. I genitori amici come la De Filippi sono una catastrofe educativa, una jattura. Peggio della peste. Un mio conoscente mi ha detto che si preoccupa perché il figlio di sei anni va a casa degli amici a giocare con i videogiochi violenti vietati ai minori di dicotto anni. La soluzione (almeno una, ma ripeto ce ne sono almeno tre) che ha trovato è: glielo compro io, così ci gioca a casa con me, almeno gli spiego io che quella non è la realtà ma è una finzione. Meglio che giochi a spappolare le teste delle vecchiette e a veder schizzare budella dallo schermo col papà accanto, che lo asseconda (e magari ci gioca insieme provandone un inconfessabile piacere) piuttosto che con gli amichetti da solo. Ma siamo sicuri che sia l’unica soluzione? Ma dire semplicemente “te da quel tuo amico non ci vai”? Io a sei anni andavo a giocare a casa dell’amichetto accompagnato da mamma. E il genitore magari va a vedere cosa fai con chi giochi. Giochi a MortalSbudelCombat? Io da quello non ti ci porto più. “Ma mi diventa un disadattato! A scuola ci giocano tutti!” E lascialo diventae un disadattato, fallo crescere forte!  Fagli capire che se crede e fa una scelta giusta allora non è detto che sia la moda da seguire, anzi chissà potrebbe lui lanciare una nuova moda! Sono andato al mare due giorni fa. Tutti, ma dico TUTTI, portavano le infradito con il marchietto del brasile. Le vendono da dectahlon, costano venti euro quando lo stesso sandaletto senza la bandierina del brasile ne costa sette. Ma perché dobbiamo farli crescere che se si vestono o si comportano come gli altri allora sono “sani” se no sono dei “malati”? Delle mie amiche a Parigi, disgustate dal mio look anonimo,  mi hanno quasi sequestrato per due ore in un negozio di un noto marchio di Jeans per farmi vestire alla moda “ecco! Così magari la trovi la fidanzata!” E certo, perché se ti vesti con i pantaloni della Rifle la fidanzata la trovi sicuro? E quanto dura? Due giorni? La mia cuginetta di dodici anni l’altra settimana mi mostrava orgogliosa le sue nuove scarpette da ginnastica che sembravano quelle di un astronautaper quanto fossero grandi “hai visto quanto sono belle?” , io le ho chiesto “perché ti piacciono?” . Risposta “perché ce le hanno tutte le mie amiche!”. Poi magari a vent’anni andiamo in quella scuola non perché ci va, ma perché ci vanno i nostri amici. E sul lungo termine queste scelte si pagano!

Ma non sto dicendo che bisogna dire sempre e solo no! Conosco il figlio di una persona la cui famigli è molto religiosa ed estremamente anticonformista e rigida. Nessuno giochino moderno, solo giochi all’antica (la campana, il tiro alla fune), niente palestra ma solo comunità, niente televisore, niente videogiochi. Il bambino sembra un angioletto. A otto anni, lo abbiamo scoperto che rubava gli iPod ai compagni e se gli chiedi cosa voglia fare da grande ti risponde “il cecchino” (sic!). Come mai? Non è che perché il “no è spesso sano” che bisogna farli vivere come nel medioevo, poi ci diventano dei serial killer! Possibile che non si conosca la misura? Ci sono cose che NON vanno assolutamente fatte (come giocare con il figlio di sei anni a mortalsbudellacombat, o comprare tre playstation per due figli così lo possono usare tutti e due compreso il papà e non si litiga), altre che vanno fatte con moderazione e grano salis. Il cartone animato lo vediamo una sera si e due no, magari accendiamo ANCHE la radio, magari facciamo ANCHE altre cose. Leggersi un libro di come si educano i bambini e applicare qualche regoletta in più, cercando di evitare gli errorissimi.

Fare, e dire tutte queste cose è difficile. E’ complicato. Io ho 41 anni e non ho ne famiglia de figli. Molti amici mi dicono “beato te!” altri mi dicono “povero te!”. Hanno ragione entrambi. Fare il genitore è uno dei mestieri più difficili ma anche più belli e importanti. E non c’è nessuno che ci  insegni come si fa, le istituzioni non sembrano voler spendere soldi per dedicare tempo a questa crescita culturale. Ho amici psicologi che guadagnano una miseria lavorando in centri di recupero per tossicodipenti. Ma perché non si creano anche centri di recupero per genitori che non sanno come fare? Ma mica è una vergogna voler imparare a far bene una delle cose più importanti che esistono al giorno d’oggi. Se diventassi genitore io non mi farei mancare l’occasione per cercare di capire le regole di base, che nessuno mi ha mai insegnato (magari perché non abbiamo avuto modelli educativi chiari complice anche una crisi di identità dei ruoli dei genitori).

Mi si dice “non ho tempo”. Scusate ma è una risposta non valida. Mia nonna che viveva durante la guerra e lavorava al forno anche il sabato forse non aveva tempo. Ma se si ha tempo di passare il “week end” al Gardaland o a farsi una settimana bianca, o ad andare mezza giornata al mare il sabato, il tempo per leggersi un libro, partecipare a un seminario o invitare qualche educatore a scuola per insegnarci a NOI come fare i genitori lo si trova. C’è gente che trova il tempo tutte le domeniche per andare a messa, e si perde tutta la mattinata. E magari incontri pure tipi gagliardi, gente che ti fa pensare alle cose diversamente, perché se esci e vedi sempre i soliti amici, sempre le solite persone magari le idee nuove non ti vengono.

Una volta (sempre quel “coach” di cui sopra) durante una discussione accalorata in un piccolo bistrot a due passi da Notre Dame de Laurette, nel 9 arrondissement di parigi, con gli occhi fiammeggianti guardandomi dritto mi esortò “quale è il mito dei tuoi genitori? Cosa ti hanno dato, cosa ti hanno lasciato? E soprattutto quali erano le loro aspirazioni? Il loro mito! I loro sogni?”.
Ognuno ce li ha, ogni persona ha il proprio mito il proprio sogno bisogna scoprirlo e spesso tutto questo passa per cammini difficili, per sofferenze, per privazioni., per cambiamenti E proprio chi ha sofferto magari è chi ha la capacità in futuro di avere la forza di prendere dei rischi di dire “basta io vado li, esco dal nido!”. Io cambio!

Una cosa che ho capito con gli anni, dopo, è che una certa forza di affrontare la vita non è venuta dalle paghette e dai regali “gratis” che mi hanno fatto i miei genitori ma spesso da scelte sofferte, dai “No”. Forse una delle migliori benedizioni che i miei genitori mi hanno lasciato è l’aver divorziato. Dirò una bestemmia per i più, ma quante famiglie si tengono in piedi con lo sputo quando è evidente che non c’è manco più un briciolo di amore a cercarlo con il lanternino e la frase spesso sentita, trita e ritrita la più ipocrita è “non divorziamo per i figli”. Bella storia. Se i genitori restano insieme e litigano spesso è una violenza inaudita per il bambinoç o mi ricordo con orrore quando mamma e papà litigavano in camera da letto mentre io e mia sorella tremando ci tenevamo per mano davanti alla porta della cameretta e ululavamo sottovoce “mamma papà… finitela….”. E magari non era che una sfuriata, manco volavano sberle perché siamo in un paese pseudo civile. Ma anche se si convive insieme forzatamente e si vive ipocritamente senza litigare sapendo che non c’è più amore (e basta che uno dei due lo sappia) i danni, tragici, sono ineluttabili.  Un conoscente vive orma da anni frustrato della moglie che, secondo lui, è una donna passiva e non gli da più stimoli inclusi quelli sessuali. (Mi domando perché se la sia sposata visto che lo sapeva anche dieci anni prima: mi piace pensare che ognuno si merita il marito o la moglie che ha, non ce l’ha scritto il dottore di sposarci o di vivere con tizio e caio). Per amor di famiglia ha deciso di restare e non andarsene sfogando le sue pulsioni con incontri clandestini. La moglie forse intuisce ma accetta in silenzio lo status della famiglia dello pseudo mulino bianco. Vivono come fratello e sorella. Il figlio, unico, a sei anni sembra autistico e stenta a parlare. E certo che dopo il divorzio non ci saranno più le settimane bianche, non si potrà magari mandare il bambino al collegio privato, finiti i 18 regali per  Natale, befana e Santo Stefano, ma magari la metà. E certo che all’inizio ti senti smarrito, povero, un “paria” un diverso. Non solo devi andare nella scuola pubblica dove la palestra si riduce a un campetto di pallavolo mentre prima andavi al collegio privato con quattro campi di calcio, ma ti vergogni pure di dire che hai i genitori separati (oggi non è più così, viva Dio una delle poche conquiste di questo paese civile). Però tutto questo crea un cortocircuito vitale, ti crea “fame”, hai fame di fare di ottenere, di fare meglio. Mettiamoci il voler dimostrare qualcosa, o voler ottenere quello che non hai più. E magari poi capita che a venticinque anni hai l’occasione e parti e te la vai a cercare altrove la tua indipendenza economica. E non dico che bisogna far soffrire i figli di proposito, che bisogna divorziare per farli sentire forti. Dico solo che bisogna fare delle scelti coerenti e coraggiose, una famiglia che si tiene in piedi in maniera ipocrita crea cento volte più danni di una famiglia che decide di separarsi. Ovvio che tutti vorremmo la famiglia del mulino bianco per la vita, ma spesso la vita è ingiusta. Perché non farlo capire ai figli dall’inizio che non è tutto rose e fiori, che c’è anche una sana dose di malasorte o se vogliamo una più realistica dose di “errori” che si fanno ma a cui si ha il coraggio di porre rimedio? Cresceranno senza il terrore dell’errore, perché anche se sbaglieranno sapranno rialzarsi e lottare.  Perché è molto più diseducativo e improduttivo un matrimonio che funziona male che un sano e onesto divorzio spiegato ai nostri figli che li fa crescere. E’ molto più improduttiva e diseducativa una scuola dove funziona tutto perfettamente e non si sgarra di un minuto, che un’altra dove magari (si spera) almeno gli insegnanti siano bravi e se poi non hai la palestra con pavimenti antitraumatici o la piscina con diciotto corsie vabbeh pazienza! A trent’anni secondo voi cosa farà quel figlio cresciuto in una famiglia virtualmente felice o infelice in cui si sta insieme per “salvarsi”? Deciderà di andarsi a costruire un futuro altrove? Deciderà  di investire in Italia rischiando i soldi di famiglia magari per aprire un’impresa o cercherà magari l’aiutino di papà per una raccomandazione in qualche azienda e, in caso negativo (perché vista la crisi oggi manco la raccomandazione basta) vivrà come un frustrato e un disadattato? Vogliamo questo per i nostri figli? Per anni ho imprecato contro la malasorte che non mi ha permesso di avere a disposizione come la maggior parte dei miei amici degli appartamenti di famiglia su cui contare. E invece dovrei ringraziare la sorte, dovrei ringraziare il cielo che i miei genitori li hanno venduti in maniera anche scriteriata perché questo mi ha dato l’opportunità di avere “fame” di essere obbligato di farmi le cose da solo, di comprarmele da solo.

Ed oggi capisco anche da dove viene questa malinconia che mi prende quando vivo e lavoro all’estero, come il sottoscritto, manco a dire in Nigeria, ma a Paris la Ville de la Lumiere, e che mi fa pensare ogni santo giorno al modo in cui poter rientrare all’ovile, melanconica tristezza che si accentua durante i lunghi inverni senza sole, e magari vivi come un adolescente, fatichi a comprarti una casa, a sposarti a metter su radici. Quanti “giovani” di quarant’anni esistono al giorno d’oggi?  Quanti che partono in continuazione e girano in tondo? E quanti invece che non partono mai e che restano all’ovile per tutta la vita, ancorati a un cordone ombelicale di tre centimetri? Gli uni magari girano troppo e sono rosi dalla malinconia e dalla sindrome dell’emigrante. Gli altri vivono un’apparente serenità che può venir disintegrata dalla minima avversità (uno scaldabagno che si rompe per citare una delle più terribili calamità). Io mi sento più nella prima categoria per esempio. Se da un lato la capacità di partire mi è stata magari consegnata da quella famosa “fame”, la maledetta malinconia, oggi mi interrogo, non sarà forse la reminiscenza di una vita troppo coccolata come molto di noi l’hanno vissuta in queste famiglie che restano troppo tempo “mono nucleari” in cui i genitori scaricano esasperato affetto nei confronti del loro bel rampollo?  Bisogna abituare i bambini fin da piccoli a cercare (nelle piccole cose) a cavarsela da soli. Dov’è il parmigiano? Cercatelo! Meglio abituarsi prima a sapere che le cose me le devo fare da solo.  Perché non puoi contare su nessuno. La vita è così. Alla fine su quante persone si può contare? Alla fine può arrivare il terremoto e radervi la casa, allora chi è capace di rialzarsi più in fretta, quello che nella vita ha ottenuto tutto e gratis e che non è abituato a farsi le cose o chi ha magari patito un po’ di sofferenza? Un terzo delle piccole e medie imprese del Nord Est polmone produttivo dell’Italia chiude non perché c’è la concorrenza cinese, ma perché i padri non possono lasciare le imprese a dei figli senza midollo che passano le giornate a bere lo Spritz al bar con l’amico. A Roma c’è quella che io chiamo la “sindrome della porchetta” ma che oggi potremmo chiamare “la sindrome dello Spritz”: ci si arrabbia, si bestemmia tutta la settimana. All’Università magari ci si riunisce,  ci si incazza contro questi baroni messi li dalla burocrazia, si pianificano progetti imprenditoriali, si scrivono giornaletti rivoluzionari,  si pianifica di andare a studiare all’estero, a lavorare fuori, si arriva il venerdì esasperati e poi, e poi arriva il sabato e la porchetta a Ariccia, la domenica, e lo spritz a Fregene. C’è il sole che calma e migliora l’umore (è scientificamente provato che il sole è antidepressivo), la Roma la Lazio e il lunedì tutto torna come prima. Sono dodici anni che ho lasciato Roma, ogni volta che torno e parlo con i miei amici o con le persone che conosco sento gli stessi problemi, magari gli stessi progetti, le stesse speranze: perché se uno vuol partire non lo fa? Perché se uno vuol creare un’impresa non lo fa? Sempre colpa dello stato, della burocrazia, del “tanto vanno avanti solo i raccomandati”. A Roma c’è il sole che funziona da anti depressivo, ma quanto sole ci serve quando arriveremo frustrati a cinquant’anni?  E mi ci metto in mezzo anche io, che ho lasciato casa a ventotto anni non per una forma di rivolta e sfida, ma perché avevo conosciuto la tipa a Parigi. A ventotto anni eh? Non a ventidue. “si vabbeh ma te hai studiato ingegneria è dificile”. La scusa. Difficile in sette anni? “eh vabbeh ma con i corsi annuali era molto più difficile. E poi c’erano certi professori che ti bocciavano tre volte, Fisica I dovevi farla quattro volte,  il biennio a fare la fila alle cinque del mattino per un posto in prima in aule stracolme fila tornavi a casa sderenato, se facevi quattro esami all’anno era un miracolo, certi incompetenti messi li a insegnare materie che dovevi studiarle da solo…”. Analisi giusta, ma patetica: e le tre soluzioni le abbiamo dimenticate? Se veramente l’Università di Roma ha un biennio che faceva (fa?) pietà e un triennio dove la metà dei professori sono figli e nipoti di, o cugini di, e non sanno cosa vuol dire insegnare allora perché non andarsene a cercare un’altra? Alla fine ti laurei in sette anni, due in più della media dei tuoi coetanei europei, e lasci casa a ventotto (quando ci dice bene). Quanta fatica per capire che certe scelte vanno fatte per passione per noi stessi e non per cercare la rassicurazione! Anni di terapia! Ho un mio amico che è partito per andare a insegnare elettronica in una facoltà di ingegneria in Finlandia, a 100 Km dal circolo polare artico,  dopo aver perso il lavoro nella crisi del 2002. Non aveva la fidanzata lassù. Poi è tornato a Roma gli hanno offerto un lavoro e si è comprato un appartamento: non aveva i soldi dei genitori, si è indebitato al 45%. Oggi vive negli stati Uniti con moglie e due figli, la casa di Roma l’ha affittata e si è comprato una seconda casa negli Stati Uniti. A chi fa più paura la crisi a gente come lui che è abituata a mettersi in discussione e a partire fino al polo nord o al figlio di papà che ha come unico scopo quello di farsi regalare il motorino? Con un altro mio amico, compagno di studi con cui condividevo speranze e frustrazioni del nostro parassitario sistema universitario Romano, si fantasticava sul mitico giorno della Laurea che sembrava non arrivare mai. Su i sogni nel cassetto, il prestito d’onore e magari andarsene all’estero . Poi appena laureati si è cercato subito il posto su Roma (non solo lui, anche il sottoscritto! Perché dobbiamo andare lontano?). Gli hanno proposto un posto in una provincia del nord est e ha storto la bocca: “non chiedo San Francisco ma almeno Milano, che ci vado a fare nella periferia di Vicenza?”: Se ci credi che quel lavoro sia per te, allora parti. Ma visto che nessuno ci ha insegnato a porci questa domanda… Se ai genitori gli dici “mamma io vado a vivere da solo, ho trovato un appartamento alla Magliana e me lo pago io” e i genitori stanno sulla Cassia la prima cosa che ti dicono è “perché così lontano? Ma che non ci stai bene a casa?”. E’ educativo tutto ciò?

Un noto imprenditore del nord est inviò il figlio nella succursale di famiglia a Shangai per dirigerla. Lo chiamarono dopo due settimane terrorizzate “dottore, suo figlio è sparito da una settimana, che facciamo?”: Dopo due settimane trovarono il figlio che se n’era andato  fare una vacanza con la nuova fidanzata in Tailandia. A chi le lasciamo queste aziende a gente così? E questo figlio prodigio secondo voi ha mai sofferto un po’ nella vita? A Natale magari ha ricevuto due regali in meno? Magari la sera mentre aveva due anni e faceva lo show per tutta l famiglia in piedi ancora alle dieci  di sera invece che una bella urlata e un liberatorio “tuttialletto!!” le nonne, le zie gli stessi genitori applaudivano il bambino prodigio per come è vispo per come è bravo, tutti a metterlo al centro dell’attenzione? Oggi forse anche a causa del fatto che si fanno pochi figli e quindi si ha più tempo per scaricare le nostre angosce protettive su quello che spesso resta un figlio unico, li si iper protegge, li si mette al centro dell’attenzione, si ha paura di tutto, che caschino dalle scale, che caschino dal balcone, che si facciano male in palestra, giocano con sedici ginocchiere gomitiere, e si fanno anche le palestre con pavimenti anti trauma! E questi bambini come cresceranno? Alla prima difficoltà cosa faranno? Come quel tipo, fidanzato con una mia amica, che si è presentato dopo due anni a casa di lei con la madre: “amore mio è ora che cominciamo a vivere assieme, sono due anni che ci conosciamo e ci amiamo. Ah, tra l’altro ecco ti presento mia madre, vivrà con noi” (sic!). Vogliamo veramente che i nostri figli diventino questo? Al massimo delle badanti per i nostri anni della pensione?

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Riferimenti

Scuola Genitori: http://www.scuolagenitori.it

Testi:

Crepet, P. L’Autorità perduta, Einaudi, 2011

Crepet, P. Sfamiglia, Einaudi, 2009

Video

http://youtu.be/13LU2EzrsXc

https://www.youtube.com/watch?v=17yAPuK6am4

https://www.youtube.com/watch?v=xOaVf4qbJT8

P.S) Un commento finale di cronaca attuale. Sempre per quelli che hanno risposto che nella vita ci vuole “fortuna, culo e raccomandazioni”, lasciando quindi prevalere l’idea che nella vita vanno avanti i furbi più che i meritevoli, che conti più l’inventiva furbesca che l’onestà e la giustizia, mi permetto di dissentire con prove provate. Come in una partita a scacchi si vince all’ultima mossa. La vita è una bilancia. Si può avere l’impressione che chi va avanti nel paese fa patte di quei furbetti del quartierino (o del quartierone) ma alla fine queste persone fanno la fine che si meritano. Alla fine la bilancia della vita starà in equilibrio. Ciò che fai ricevi. Ne sanno qualcosa tutti coloro che nel nostro paese erano considerati potenti, intoccabili e “furbi” e che la storia ha giudicato, o sta giudicando, per quello che realmente hanno fatto e valgono. Tra trent’anni queste persone forse non saranno neanche citate nei libri di storia e, se lo saranno, non certo per agiografarne la vita, ma magari per constatarne la rovinosa caduta che resterà quella si d’imperitura memoria. Chi vuol cogliere la sfumatura di attualità pubblica colga. Io credo che questi esempi siano di una forte educazione per i nostri figli: vedete? Alla fine non sono i furbi e i raccomandati che, alla lunga, la fanno franca!

1Q84

Murakami Haruky, 1Q84, Nov-2011, Einaudi.(vol 1,2,3)   

Aomame è una giovane ragazza Giapponese che ufficialmente lavora come “personal trainer” in una palestra di Tokio. Come “secondo lavoro” è un killer che elimina su commissione uomini che si sono macchiati di violenze sulle donne e che per diversi motivi sono riusciti a sfuggire alla giustizia “tradizionale”.

Tengo è un giovane ragazzo che come lavoro fa l’insegnante di matematica in una scuola preparatoria di Tokio. Come “secondo lavoro” Tengo è un Ghost writer, riscrive romanzi su commissione del suo editor, e in particolare l’ultimo a cui ha messo le mani, dal titolo “La Crisalide d’Aria”, scritto da una misteriosa ragazza dislessica di diciassette anni di nome Fukaeri è diventato un successo editoriale senza precedenti.

Tengo e Aomame avevano frequentato la stessa scuola elementare in cui avevano sviluppato una fugace amicizia che poi si scoprirà essere un amore quasi simbiotico. Sono come due metà che si sono perse e che si cercano.

Durante uno dei suoi “lavori su commissione” Amomane, dopo essere stata lasciata da un Taxi sulla tangenziale di Tokio e essere scesa da una scala d’emergenza si accorge di trovarsi in una specie di mondo parallelo , un nuovo 1984 (l’anno in cui è ambientato il romanzo). Un mondo quasi perfettamente simile al precedente se non fosse per alcune poche ma macroscopiche differenze (per esempio due Lune nel cielo che possono essere viste solo da Amomane e in seguito da Tengo). O per la presenza di una setta esoterica, il Sakigate, il cui leader è capace di ascoltare delle voci di alcuni esseri  di un altro mondo“i Little People” quando si materializzano si mettono a tessere “crisalidi d’aria” che contengono cloni di esseri umani dotati di speciali poteri paranormali.

Amomane verrà ingaggiata dall’associazione clandestina contro le violenze per le donne per uccidere il leader della Setta, apparentemente reo di aver violentato delle minorenni che venivano usate come “vestali” durante alcuni riti esoterici. Scoprirà presto che è lo stesso leader ad aver voluto che fosse così.

Dopo l’omicidio del leader Amomane vivrà nascosta in un appartamento dove, casualmente vedrà Tengo per strada che contempla le due lune. Decide così di restare in quell’appartamento (casualmente vicino all’abitazione di tengo) per incontrarlo ancora. Alla fine i due riusciranno a trovarsi e insieme percorreranno la scala della tangenziale in senso opposto per scappare dal mondo con le due Lune, che Amomane ha chiamato 1Q84, in cui i Little People li stanno cercando per tornare nel 1984.

Il romanzo è diviso in due volumi per una discutibile scelta editoriale, e francamente ho faticato ad arrivare alla fine. Non aspettatevi di capire chi siano questi Little People, rimarrete delusi. Lo stile di Murakami è semplice, il vocabolario pulito e lineare tanto da far pensare a tratti una sorta di “pulizia etnica” dovuta a una cattiva traduzione tralasciando, chi sa, alcuni modi di dire originali della lingua del Sol Levante. Accanto alle descrizioni deliranti e fantascientifiche di questi “Little People” che escono dai corpi di capre e cani morti per tessere le fila dell’aria e generare Crisalidi con cloni umani, si snocciola la vita quotidiana di Amomane e Tengo descritta con puntigliosa quanto alcune volte fastidiosa precisione come il descrittivismo esasperato degli abiti dei protagonisti, il soffermarsi sui dettagli delle scene, dettagli di una normalissima quotidianità. Anche le avventure sessuali dei protagonisti, giovani, sani e single e quindi con una vita sentimentale viva, anche se desolante, sono descritte in maniera asettica, alcune espressioni come “fare sesso sfrenato” lasciano un po’ interdetti per la banalità della terminologia che fa pensare a un manga scritto per diciassettenni.  Mentre il primo volume ha una trama più dinamica, il secondo è composto quasi esclusivamente da dialoghi interiori che scorrono nell’intervallarsi di tre storie parallele: Amomane che da sola nel suo appartamento rifugio attende Tengo (e scoprendo tra l’altro dopo un po’ di esserne persino in cinta senza aver avuto nessun rapporto diretto). Tengo che assiste il padre malato terminale e che in fine per una serie di casi si avvicinerà ad Amomane, e Ushikawa, una spia mandata dal Sakigate che farà una fine orribile per mano di Tamaru, una sorta guardia del corpo di Amomane, un killer di professione che ha una sua speciale sensibilità, ma che ci lascia un po’ perplessi e fa pensare a un personaggio alquanto artificiale. Queste tre storie sono spesso ripetitive piene di dettagli inutili ai fini della comprensione del racconto (potete fare l esercizio di leggere una pagina si e una no dopo la seconda metà del volume non ne perderete il senso), sono più la storia di tormenti interiori che di altro.

Il finale vedrà Amomane e Tengo ritrovarsi e scappare dal 1Q84 attraverso la scala di servizio da cui il romanzo è iniziato per tornare in un 1984 che però mostra già alcune discrepanze con il mondo originale (chi sa l’idea per un terzo volume, Dio ci scampi)

In breve un Murakami abbastanza vago che lascia molti punti all’interpretazione del lettore in opposizione a certi autori americani che si dannano per la spiegazione deterministica e che, se vogliamo, è forse un po’ la caratteristica di certa letteratura orientale, il che non guasta ma onestamente in questo caso ci pare esagerata . Eppure l’originalità della storia all’inizio lasciava ben sperare. Forse il motivo per cui, anche se indispettito da certe lungaggini o da una trama che ricorda più un manga che un intreccio poliziesco di Agatha Christie, il lettore comunque arriverà fino alla fine.

Spiritualità, coscienza e i pericoli del dogmatismo

La lettura, consigliatami, di “Milioni di Farfalle” del dottor Eben Alexander, mi porta a scrivere questa riflessione, che poi vorrei estendere a spiritualità e religione.

Sul libro di Alexander secondo me c’è poco da dire. Se fosse stato scritto da un filosofo, uno psicologo, un prete, un monaco buddhista (un “Santone” come alcuni soprannominano sarcasticamente e dispregiativamente chi tenta di spiegare fenomeni legati a spiritualità, alla mente umana e la coscienza al di fuori dei canoni culturali classici) il libro non avrebbe venduto molto. Invece essendo stato scritto da un affermato neurochirurgo americano che prima dell’incidente era un saldo sostenitore della scienza razionalista moderna (e cioè quella a cui la maggior parte del mondo occidentale “crede”) unita a una buona prosa e un mix di suspence ne ha fatto un libro che è diventato presto un best seller. Non per questo lo considero un buon libro. Tutt’altro.

Riassumendo la storia è questa: Eben si sveglia una mattina preda di lancinanti dolori di schiena e di testa, poco dopo cade in uno stato comatoso che si rivela presto molto grave. In ospedale gli viene diagnosticata una meningite batterica da Escherichia Coli (rarissima negli adulti) che nel giro di poche ore compromette tutte le funzioni della parte più esterna del suo cervello, la corteccia cerebrale (sede del pensiero cosciente, responsabile di tutto quello che un essere umano riesce a fare consciamente e anche parzialmente inconsciamente: i sogni per esempio). Il batterio, in effetti, si autoriproduce in maniera esponenziale,  divora tutto quello che trova e inspiegabilmente si è infiltrato nel liquido cerebrospinale moltiplicandosi rapidamente e propagandosi nel cervello. La prima cosa che ha trovato da attaccare è stata la corteccia che è andata fuori uso.

L’affermato neurochirurgo cade in uno stato di coma profondo per sette giorni. Al settimo i medici (e suoi colleghi tra parentesi) stanno per staccare la spina quando “il nostro” si risveglia inspiegabilmente e altrettanto inspiegabilmente dopo un periodo di confusione, per altro normale in questi casi, riacquista tutte le sue funzioni cerebrali, e in più narra di un’esperienza ultraterrena che ha vissuto in un periodo indefinito senza tempo durante il coma. In questa esperienza ultraterrena il dottor Alexander parla di come sia stato trasportato in una dimensione luminosa fatta di gioia e serenità da una creatura alata che volava sopra ali di farfalle. Da un mondo tenebroso e buio in cui si trovava inizialmente (quello che lui definisce il “Regno della prospettiva del verme”) viene in seguito proiettato in quello che lui chiamerà  “l’Utero Cosmico” (scusandosi anzitempo per l’inadeguatezza delle parole poco adatte a spiegare questa sensazione vissuta solo con la coscienza), una dimensione in cui è possibile comunicare senza parlare, sentire senza udire, vedere senza guardare, e in cui si è permeati di una serenità infinita e partecipi della verità dell’universo o degli infiniti universi. In somma: si è in contatto con Dio.

La conclusione alla quale arriva lo scienziato una volta sveglio è che esiste una coscienza separata dal nostro corpo umano, compreso il cervello. Ossia: dato che la corteccia cerebrale era completamente compromessa e in un tale stato non è neanche ipotizzabile (secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne) una qualsiasi attività onirica (REM  o delirante) quello che il dottor Alexander ha vissuto è un’esperienza extra corporea attraverso una “coscienza” che quindi esiste al di fuori del nostro corpo.

Corollario a questa conclusione è ovviamente che esiste il paradiso, ed esiste ovviamente Dio.

Questo tipo di teoria non è nuova.  Io non esprimerò un giudizio dell’esperienza del dottor Alexander, mi limito a citare altre ipotesi che non possono spiegarsi solo con la nostra razionalità umana – penso all’inconscio collettivo di Jung e ai fenomeni di “sincronicitrà” -  ma potrei citare anche altre esperienze che lasciano presupporre che si, certamente, esiste “qualcosa” al di la del nostro universo fatto di atomi visibili e di particelle invisibili.  Che,  si, è estremamente probabile che dietro l’Universo o gli infiniti universi ci sia un Entità che abbia in qualche modo “generato” quello che ci circonda, semplicemente perché (secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne) la probabilità che tutto questo mondo che ci circonda sia frutto del caso è estremamente ma estremamente bassa. La pensava così anche Einstein quando cercando di confutare la moderna meccanica quantistica “casualistica” che si affacciava all’inizio del secolo scorso, pur essendone stato un precursore, sosteneva che “Dio non gioca a dadi”, presupponendo con questa frase l’esistenza di un “Dio”!

Tutto giusto.

Ma c’è un ma.

La tesi del Dottor Alexander regge secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne.

Che sono estremamente… ma estremamente limitate!

Qui sta il ma.

Rimango sempre piuttosto scettico di fronte a degli scritti che pretendono, in maniera scientifica, di dimostrare ciò che scientifico non è. Dove per scientifico intendo il frutto di un pensiero razionale sviluppatosi nell’arco di migliaia di anni e codificato nei trattati di chimica, fisica, matematica, medicina, astronomia che oggi si possono trovare nelle varie università.

Il libro del dottor Alexander poteva essere riassunto in venti o trenta pagine. Io capisco le esigenze editoriali e anche un po’ quelle “romanzesche”.  Ma è ingenuo pensare di poter dimostrare “scientificamente” che tutto quello che il dottor Alexander ha vissuto sia “reale”. Oserei dire è tipico di una certa ingenuità americana che pensa che il mondo possa essere diviso in bianco e nero, buoni e cattivi, io lo chiamo il “parossismo” ingenuo americano.

Nel libro questo mantra viene ripetuto in continuazione fino a stancare il lettore:

[...] “Il luogo che visitai era reale. Così reale che la vita che stiamo vivendo qui, adesso, appare completamente assurda a confronto […] Non si trattava di un sogno: Anche se non sapevo dove fossi e nemmeno cosa fossi, non avevo dubbi: il luogo in cui ero capitato era assolutamente reale. […] è stata l’esperienza più reale della mia vita… ” [...]

Ma cosa definiamo per reale?

Per confutare le ipotesi che tutto questo non è stato che un delirio, paranoia, o qualsivoglia attività onirica e quindi giustificare la realtà del paradiso il dottor Alexander redige un’appendice, perlopiù incomprensibile al profano (presumo redatta soprattutto per convincere i suoi colleghi scienziati) la cui ipotesi portante è che visto che la corteccia cerebrale è stata completamente assente per sette giorni, come è possibile che lui abbia vissuto e percepito questa esperienza ultraterrena in un mondo senza tempo senza spazio ma estremamente nitido e chiaro?

Potrei fare lo scettico e il San Tommaso e dire: in base a quali conoscenze scientifiche il dottor Alexander afferma questo? In base a quelle che la scienza moderna pensa di aver acquisito sul cervello umano? Una scienza che ancora oggi non è in grado di curare efficacemente tumori al cervello se non tramite una gretta chirurgia locale per poi condannare il paziente a mesi di estenuanti chemioterapie dall’esito spesso scontato? La neuroscienza che ancora oggi usa le stesse tecniche di riabilitazione a seguito di un Ictus di quelle di vent’anni fa e con risultati che non riesce a predire? Perché dovrei fidarmi di una scienza arrogante che quando si parla di cervello ancora oggi mostra un fianco debolissimo, pieno di indeterminatezze?

Il libro del Dottor Alexander tenta di far passare la tesi che, visto che è impossibile scientificamente che tutto questo possa essere accaduto, quindi è un miracolo, quindi Dio esiste.

Va bene, allora il dottor Alexander dica chiaramente che crede nei miracoli e non cerchi di spiegare il tutto con un trattato sulla meningite batterica (che è tra l’altro la parte più interessante che ho trovato nel libro: ho imparato cosa sia la meningite! :-) )

Un atteggiamento più saggio sarebbe stato il socratico “so di non sapere”. Perché se il dottor Alexander afferma che “è scientificamente impossibile che lui abbia vissuto questa cosa con la corteccia in pappa” quindi questa cosa è “reale” : questo chiamasi a casa mia paradosso.

Io potrei controbattere con la tesi che, visto che il cervello ha dei meccanismi ancora misteriosi, chi non mi dice che lui si sia sognato tutto nel momento del risveglio? In quel picosecondo in cui il cervello si stava riavviando, compresa la corteccia? Il riavvio del cervello può essere rapidissimo ma per quel fenomeno che alcuni di noi hanno provato che si chiama “espansione temporale” il sogno può essere percepito di una durata molto lunga anche se, nel mondo cosciente il tempo scorre più lentamente. Quanti di noi non hanno fatto l’esperienza la mattina quando si svegliano e, guardando l’orologio, costatano che sono le 07:00; poi si riaddormentano un attimo e fanno un lungo sogno che sembra durare tanto, poi si risvegliano di soprassalto temendo di aver dormito chissà quanto, riguardano l’orologio e sono le 07:01?

Ma dato che io “so di non sapere” non cerco di confutare esperienze“esoteriche” tramite argomentazioni scientifiche. Cpisco che la cultura del dottor Alexander sia quella del più puro illuminismo, ma sarebbe meglio cercare di descrivere l’esperienza senza ricorrere a teoremi scientifici. Sarebbe puerile. Sarebbe come voler spiegare la psicanalisi col teorema di Pitagora. Quasi sicuramente la mia contestazione dell’espansione temporale potrebbe essere confutata efficacemente da un’altra teoria scientifica (secondo le nostre conoscenze scientifiche odierne) che io non conosco attualmente. Questo genere di esperienze spirituali, ultraterrene, esoteriche chiamatele come volete non ha una spiegazione razionale di questo mondo  in questi casi bisogna adottare secondo me un approccio puramente relativista, ed estremamente ma estremamente umile (quindi neanche dire “io so che è reale. Si! è così credetemi!” e ripeterlo dieci volte nel libro che alla fine scoccia pure) che poi non è molto lontano del “so di non sapere” di cui sopra.

Il nostro cervello è finito, non infinito. Lo stesso concetto di infinito non è concepibile per lui e quindi per noi. Gli scienziati si sono inventati la storia dell’Universo curvo in cui parti da un punto e torni sul tuo stesso punto dopo miliardi di miliardi di miliardi di anni luce di viaggio. L’uovo di Colombo.

Il dottor Alexander ora non può pretendere di farci credere in Dio in maniera scientifica, confutando la scienza tramite argomentazioni scientifiche!

La credenza e la ricerca di una spiritualità sono un percorso puramente soggettivo secondo me, individuale, e oserei dire anche necessario per gli esseri umani. Un percorso di crescita, che ci fa andare avanti alla ricerca del perché, del per come. E’ sano. E’ giusto che sia così. E’ innato. Ed è per questo che diffido di ogni dogma, di ogni liturgia. Sia di quelle scientifiche che di quelle non scientifiche.

E concludo finalmente riallacciandomi a quello che ho accennato all’inizio.

Io personalmente diffido di ogni forma di spiritualità che si basa su un dogmatismo liturgico definito da precisi canoni di regole imposte, del “è così e se non è così è peccato”, o delle sofferenze e penitenze imposte come vie per raggiungere la spiritualità rivelata (da chi codifica i dogmi s’intende). La spiritualità del dogma è una contraddizione in termini perché la spiritualità è soggettiva. Se ognuno di noi ha in se un Dio, o se è esso stesso Dio, non mi serve un libro, una serie di regole, il catalogo dei dieci comandamenti, o una serie di riti costrittivi o restrittivi (digiuni ramadamici, astinenze sessuali e via discorrendo) per avvicinarmi a Dio e alla spiritualità. Ognuno ha il suo modo di cercare, ognuno sa quando è il momento, ognuno sa come arrivarci, l’imposizione non aiuta, crea nevrosi, stress, e alla fine guerre, per l’appunto di religione.

Come nell’amore anche nella spiritualità e la religione la cartina tornasole di quello che è “saggio” da quello che è “tossico” sta nel vostro stato d’animo nel momento in cui vi approcciate alla pratica spirituale. Se praticate una religiosità o una spiritualità che vi riempie di serenità, amore tranquillità, una curiosità costruttiva e fiduciosa, pace, del “dare senza chiedere niente in cambio” dell’abbandonarsi fiduciosamente all’altro financo Dio allora probabilmente questo vostro percorso è qualcosa di “buono e giusto”.  Dove per “buono e giusto” lascio a voi giudicare cosa sia.

Se di contro la vostra religiosità è fatta del “non devi”, o  del “devi fare” di “ansie nevrotiche da astinenza” di “senso del peccato e dell’angoscia”  ma anche al contrario “esagerata  euforia e misticismo” che vi incita alla conversione degli infedeli ( o dei poveri fratelli che ancora non hanno scoperto la bellezza della fede) , allora secondo me questo genere di pratica è tossica, pericolosa, per voi e per chi vi circonda.

Il dogmatismo di chi pensa di conoscere “la realtà” la presunzione di chi dice “questo è reale! Si si! Credeteci! È così!” che sia uno scienziato come il dottor Alexander, o il sacerdote che dice la predica in Chiesa o l’Imam nella Moschea per me fa lo stesso. Non è perché lo dicono loro che poi io ci credo. E se dovessi sperimentare una cosa del genere come quella del dottor Alexander  la racconterei, senza la presunzione di voler dimostrare “scientificamente” o “non scientificamente “ che sia la verità. Una cosa che sono sicuro cambierebbe la mia vita, come l’ha cambiata a lui, che penso oggi sia un uomo migliore, anche se il suo libro non mi è piaciuto.

In generale credo fermamente che si debba diffidare di qualsiasi dogma assoluto, incluso quello che scientificamente vorrebbe dimostrarmi l’esistenza di Dio. La spiritualità è un percorso puramente individuale, che ognuno si cerchi il Dio che gli conviene, e possibilmente agisca seguendo forse l’unica vera regola che abbia un senso e che non ha veramente alcuna controindicazione: ama il prossimo tuo, e fa quello che ti pare.

Guarda caso regola non confutata né dal Corano, né dalla Bibbia, né dal Buddismo, né da Freud o da Jung e né tantomeno dai vari teoremi di meccanica quantistica che hanno rivoluzionato la fisica degli inizio del secolo.

Se agiremo secondo questo semplice precetto avremmo fatto probabilmente una vita in cui dopo essere nati piangendo circondati da tante persone sorridenti, moriremo ridendo circondati da tante persone che piangeranno per noi. Allora si che potremmo dire di aver veramente e pienamente vissuto la nostra vita insieme alla nostra spiritualità.

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Eben Alexander Milioni di farfalle,  Mondadori 2013 (titolo originale proof of Heaven, 2012)

Valutazione

Le Nuove Solitudini

Qualche giorno fa  sono rimasto folgorato sulla via di Damasco che è quella che usualmente mi porta attraverso le mie librerie del centro di Parigi, alla vista di una rivista esposta davanti alla cassa. Senza pensarci troppo l’ho comprata.

In breve questo dossier tratta dell’analisi di un nuovo fenomeno sociale evidente soprattutto nelle grandi agglomerazioni urbane delle società occidentali; avrei dovuto dire “capitaliste” ma non intendo dare un taglio ideologico-politico all’argomento e concentrarmi sugli effetti sociologici di tipo generale.

L’atrticolo descrive il fenomeno delle “nuove solitudini” di chi, per scelta o per necessità vive solo per un periodo molto prolungato della sua vita (che di solito rischia di protrarsi fino alla fine se questa nuova condizione di solitudine avviene in tarda età).

Il reportage definisce molto bene il concetto di solitudine che è soprattutto di tipo “mentale”. Ovverosia non è forzatamente legato all’isolamento fisico da parte degli altri. Ci sono molte persone che escono tutte le sere, che vedono tantissime persone, ma che formalmente possono essere considerate “sole”. La maggior parte di queste ovviamente costituisce un nucleo familiare che i francesi definiscono “mono-parentale” ovviamente.

Invece che stare qui ad ammorbarmi con le mie elucubrazioni vi incoraggio di leggervi questo dossier. Gli orgiginali sono in inglese ma avendo solo la copia in francese la traduzione potrebbe presentare diverse lacune stilistiche di cui mi scuso anzitempo.

Buona lettura
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La Formula di Dio

Rodrigues dos Santos, La Formule de Dieu, 2012. Una persona mi ha consigliato di leggere “La Formula di Dio” di José Rodrigues Dos Santos, un romanzo che ha definito filosofico-scientifico e che, en passant, ha venduto più di due milioni di copie. Sono andato in libreria e senza pensarci troppo ho comprato l’unica edizione disponibile a 22 euro. L’avevo già vista al reparto libri di un noto supermercato locale ma la copertina con un’immagine molto “cinematografica” di Einstein nonché il reparto in cui era esposta, (un tempio del consumismo moderno del compri tre e paghi due) mi avevano dissuaso, seppur fossi stato tentato dalla faccia bonaria del grande fisico della relatività ma soprattutto perché fresco di lettura della bella biografia scritta da Isaacson, lo stesso di quella di Steve Jobs entrambe scritte con grande maestria. Dopo le prime trenta pagine sono stato tentato di gettare il libro dalla finestra. Trattasi di una spy-story centrata intorno alla ricerca di un misterioso manoscritto di Einstein, su cui sembrerebbero celati i misteri per la realizzazione di una potentissima bomba a basso costo. La missione viene affidata a uno crittografo di fama internazionale intelligente e colto ma ingenuo e maldestro che dopo neanche dieci pagine si trova coinvolto in un intrigo internazionale con la CIA da una parte e i cattivi turno dall’altra – nel caso specifico gli Iraniani che vogliono fabbricarci una bomba, ma quale originalità!- che mandano un loro agente, manco a dirlo una bellissima “amazzone” dagli occhi a mandorla e dal fascino mediorientale (“la dea del letto” come verrà più tardi definita, tanto per aggiungere quel pizzico di piccante che non guasta mai e che piace agli editori dei cinepanettoni in formato cartaceo, ma non preoccupatevi a parte una paginetta di passione da “lancio story” la storia d’amore è più che altro accennata), la quale aggancia il nostro simpatico “prof” all’uscita di un museo del Cairo, lo invita a pranzo, e gli offre centomila euro al mese per lavorare su un fantomatico manoscritto di Einstein che loro non riescono a decifrare. Il nostro eroe che fino al giorno prima era un metodico impiegato statale di una nota università portoghese che a parte qualche conferenza all’estero la massima emozione provata in vita sua era stata quella di vedere una studentessa in camicia succinta e senza reggipetto venire a dare l’esame, senza dire ne ai ne bai dopo un tiepido tentativo di avere i sacrosanti chiarimenti (giusto per quel minimo di realismo dettato da esigenze di logica elementare) accetta di partire per Teheran. La CIA – rappresentata nello specifico dal classico cinquantenne americano, massiccio, in carriera e ancora con il fisico palestrato dai capelli brizzolati, aurea misteriosa e con lo sguardo di ghiaccio e gli occhiali da sole pure quando piove (sic, evviva l’originalità descrittiva!) – è ovviamente sulla stessa pista dei cattivoni e non esiterà a ricattare il nostro simpatico professore per costringerlo ad assumere il ruolo di agente doppio.

Lo stile e il genere rientrano senza troppa fantasia nell’ambito degli stereotipatissimi clichees delle spy story con qualche velleità scientifica. I personaggi sembrano creati ad hoc per un classico hollywood movie americano, ovvero tagliati con il coltello e poco spazio all’immaginazione (della serie o è bianco o è nero). La trama esageratamente scontata e lineare tipica dei best-seller che mirano più alla quantità di pubblico accessibile che alla qualità dei contenuti: in soldoni una macchina per far soldi (quindi l’esposizione al reparto libri del supermercato era più che meritata). Insomma il classico polpettone visto e stravisto che ha fatto la fortuna di Dan Brown e incrementato le visite al Louvres del duecento per cento e fatto guadagnare qualche centinaio di milioni di dollari agli Studios con i film di Indiana Jones e di 007. Quarant’anni fa poteva essere qualcosa di originale in piena guerra fredda oggi è il minestrone riscaldato da lettura leggera sotto l’ombrellone.

La tentazione di rispedire il libro alle sue origini organiche è stata forte. Se non fosse che la persona che me lo ha consigliato, e che stimo, mi aveva onestamente prevenuto di questa tragica inconvenienza. E consigliatomi di arrivare almeno fin alla metà.

Così, cocciutamente, ho continuato.

In realtà il collante della storia, ossia il racconto delle peripezie di questo scienziato braccato dalla CIA e dagli Iraniani che scappa un po’ in giro per il mondo, è veramente materiale di quarta categoria. E’ qualcosa di posticcio creato attorno a una discussione di tipo filosofico scientifico sull’origine dell’universo che potrebbe essere riassunta in un saggio di cinquanta pagine. Per evidenti esigenze editoriali l’autore, che non ha nessuna esperienza di romanziere questo è evidente, ci ha appiccicato la storia attorno che fa acqua da tutte le parti (il lettore sa già come andrà a finire quando ad esempio lo sventato professore tenta di entrare in un palazzo del governo iraniano di notte per rubare il manoscritto). Se si legge il libro cercando di non dare troppa importanza alla banalità della storia di fondo ma concentrandosi sui pochi pezzi in cui si discute di scienza e di filosifia allora un minimo di valenza la si trova.

Il succo vero del libro è questo: mediante alcuni dialoghi tra il nostro scienziato, un professore di fisica dell’università di Lisbona, e un monaco buddista, viene spiegata in parole semplici quella che è la teoria (o meglio una delle teorie) della creazione dell’Universo mediante l’ausilio delle nuove teorie fisiche scoperte ad inizio secolo (meccanica quantistica, principio di indeterminazione di Heisenberg), la teoria “antropica” dell’origine dell’universo, la teoria del Caos e degli universi paralleli, il determinismo contrapposto alla casualità e ne vengono fatti dei parallelismi di tipo filosofico-epistemologico con le varie religioni orientali che sembrano dire la stessa cosa in maniera ovviamente allegorica, fino al “botto” finale di arrivare addirittura a conciliare quello scritto nella Genesi della Bibbia con tutte le teorie scientifiche menzionate pocanzi. Vorrei fare una premessa su cui tornerò alla fine: le argomentazioni filosofico scientifiche contenute (oserei dire diluite) in questo libro sono definite in maniera abbastanza esatta, e descritte soprattutto mediante ricorso ad encomiabili e suggestive semplificazioni (encomiabili perché trovo sempre degno di lode chi cerca di spiegare le cose difficili in modo facile, altrimenti la scienza, se non fosse capace di arrivare al grande pubblico, si parlerebbe addosso). Se l’autore si fosse limitato a un saggio divulgativo sulla teoria del caos, sulla teoria “antropica”, sulla fisica quantistica anche con alcuni parallelismi con la filosofia orientale perché no (rendendo il tutto leggibile, come nel famoso manuale di fisica di Isac Asimov), avrebbe guadagnato di meno ma sicuramente salvato l’onore. Perché la trama avventurosa che fa da collante alla maggior parte del romanzo non solo è scontata, ma è scritta veramente male e di fretta. Più dell’ottanta per cento del libro è inutile. Al confronto la complessità della struttura di “Capitani Coraggiosi” di Kipling è paragonabile quella de “Pendolo di Focault” rapportata alla banalità delle situazioni da Indiana Jones dei poveri di questo papocchio.

Premesso questo, e visto che non comprerete questo libro perché non lo merita (avendo venduto due milioni di copie credo che il nostro José Rodrigues sia diventato abbastanza ricco da non meritarsi altri compensi) eccovi spiegata la trama “scientifico-filosofica” (quella vera attorno a cui l’autore ha appiccicato i post-it dell’avventura per fare massa editoriale) in poche righe: La Formula di Dio semplicemente è la dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio che il nostro autore ipotizza Einstein abbia scoperto negli ultimi anni della sua vita. Einstein lascia un messaggio cifrato che alla fine si rivela essere questa frase “Guarda nella Genesi: E la luce fu!”. Ovviamente l’autore non sta a spiegare le formule matematiche di un fantomatico manoscritto lasciato da Einstein (per togliersi dall’impaccio lo immagina conservato a Teheran in un palazzo inaccessibile da cattivissimi Iraniani intransigenti che ammazzano tutti quelli che lo toccano). Quindi il mistero viene chiarito alla fine quando un assistente di un vecchio professore di fisica (discepolo di Einstein) svela il segreto delle loro ricerche. Ossia che l’universo debba essere nato da un grosso botto iniziale, il famoso Big Bang ma che in realtà non è l’inizio di un tutto, ma parte di un processo infinito di un Universo “ciclico” in continua espansione e contrazione da sempre. Ossia l’Universo è semplicemente l’eterno altalenarsi tra un Big Bang in cui tutte le galassie partono e viaggiano in espansione fino a fermarsi e a ricadere su loro stesse in un Big Crunch in cui torneranno tutte a scontrarsi in un unico punto. Simpatica l’analogia con una serie di navi (che rappresentano le Galassie) che partono (Big Bang) dal polo nord della Terra (che rappresenta lo Spazio-tempo curvo) per allontanarsi ognuna in una direzione diversa e re incontrarsi, e scontrarsi (Big Crunch) al polo sud. L’Universo sarebbe finito ma al tempo stesso infinito. Come una strada senza inizio e senza fine che si richiude su se stessa. Il fine ultimo dell’universo non sarebbe la creazione della vita, ma la creazione di un’intelligenza superiore, da quella umana a quella dei computer fino a quella di un software super intelligente che si trasformerebbe in energia pura e sarebbe capace tra 40 miliardi di anni (dopo che l’universo è stato nel frattempo colonizzato da robot super intelligenti) di definire la “formula di Dio” con cui ricreare le precisissime condizioni iniziali con cui si è formato il Big Bang e permettere il ciclo all’infinito. In somma la formula di Dio è la spiegazione di come il fine ultimo dell’Universo è la creazione di Dio stesso rappresentato da questa super intelligenza che avrebbe il dono di poter disporre a suo piacimento del comportamento dell’Universo. Nonostante tutte le stelle moriranno e diventeranno buchi neri e alla fine collasseranno nel Big Crunch, la super intelligenza avrà fatto in modo tale che questa colossale implosione avverrà rispettando delle precisissime (e infinitamente improbabili) condizioni che permetteranno lo scatenarsi di un nuovo Big Bang da cui rinascerà la vita, l’intelligenza e via discorrendo corroborando in questo modo anche la tesi teologica della “Vita Eterna” (molto confortante vero?). Inoltre viene “pseudo-dimostrata” mediante alcuni ragionamenti matematici abbastanza discutibili l’assoluto “determinismo” dell’Universo, ossia come tutto dalle condizioni iniziali possa essere determinato ma, visto che la conoscenza della totalità delle condizioni iniziali è impossibile perché richiederebbe la presa in considerazione di un numero esagerato di variabili, si resta con l’illusione di vivere nel libero arbitrio. Per dimostrarlo viene ripreso il concetto di fisica quantistica e del principio di indeterminazione di Heisenberg che dice che è impossibile sapere con precisione velocità e direzione delle microparticelle perché le osservazioni modificano la misura. Ma resta il fatto che le microparticelle hanno direzione e velocità interamente determinate dalle condizioni iniziali quindi in teoria potremmo sapere dove si troverà un elettrone tra miliardi di anni una volta che conosciamo il suo stato iniziale, solo che non possiamo dimostrarlo. Un altro esempio è quello della teoria del Caos che ipotizza come una piccolissima variazione delle condizioni iniziali possa avere enormi ripercussioni sul lungo termine (il battito delle ali di una farfalla a New York magari tra un anno sarà la causa iniziale di un ciclone nel Pacifico ed è il motivo perché fare delle previsioni del tempo più in la dei tre giorni è pura cabala da cialtroni).

La dimostrazione che Dio debba esistere è basata su due teoremi che sono la causalità (che poi implica il determinismo di cui sopra) e l’intenzionalità. Viene descritto come sia estremamente improbabile che l’Universo sia uscito fuori dal caso perché le condizioni per creare il Big Bang e la vita successiva possono capitare solo a qualche miliardesimo di milionesimo di milionesimo di probabilità. Questo dimostrerebbe il principio Antropico che come corollario ci farebbe concludere la necessità dell’esistenza un’ Entità super-intelligente che abbia scientemente creato certe particolarissime condizioni (estremamente improbabili) al fine di creare una vita e al fine un’intelligenza. In somma in termini di teoria della probabilità è molto più facile immaginare che il tutto abbia avuto dietro un grande organizzatore piuttosto che sia frutto dell’azzardo. Tutto molto bello se non fosse che è appunto una teoria bsata su concetti statistici. Come l’autore alla fine onestamente ammette in una postilla finale oggi esistono altre teorie che ipotizzano infiniti universi paralleli e seppur non dimostrate queste teorie hanno la stessa dignità di quella che ipotizza il Big Bang e il Big Crunch perché tutte basate su concetti statistici che parlano di cose molto probabili o molto improbabili ma si guado bene di dire che qualcosa è “impossibile”. Per esempio una delle argomentazioni che vengono usate per dimostrare che ci sarà un Grande Collasso di tutte le galassie su loro stesse è questa: Oggi “si sa” (correzione: è altamente probabile che) ci sia stato un “Big Bang” iniziale in cui tutte le galassie sono state create e sparate ai quattro angoli dell’Universo. La loro velocità è ancora in continuo aumento, il che vuol dire che sono in “accelerazione” permanente e da alcune misure attuali (grazie a telescopi che sfruttano concetti come la lente gravitazionale ipotizzata da Einstein) risulta che abbiano una velocità relativa di allontanamento prossima a quella della luce. Poiché la velocità della luce è un vincolo che niente in natura può superare, stabilito dalla teoria della relatività di Einstein (se no massa ed energia diventerebbero infinite) allora questa accelerazione deve prima o poi decrescere fino a che le Glassie si fermerebbero e piano piano verrebbero riattratte dalla forza di gravità reciproca che tra quaranta miliardi di anni le farebbe collassare tutte in un Big Crunch: tutto molto bello se consideriamo la teoria della relatività di Einstein come immutabile e la velocità della luce, questo fantomatico valore di 300.000 Km/sec come una colonna di Ercole invalicabile in secula seculorum. Mi verrebbe da dire: Anche 2000 anni fa si pensava che dopo lo stretto di Gibilterra non ci fosse niente, poi nel 1492 Cristoforo Colombo domostrò al mondo dell’epoca che erano stati dei babbèi. Anche 400 anni fa si credeva ciecamente alla teoria che poneva la terra al centro dell’universo, finché non arrivò Galileo. Anche 300 anni fa si assumeva la fisica classica di Newton come inamovibile e grazie alla legge di gravitazione universale si ipotizzava di poter conoscere velocità e posizione di qualsiasi corpo nell’universo a condizione di aver chiare le condizioni iniziali, finché non si scoprì la meccanica quantistica che ci dice che non possiamo essere sicuri di niente ma che possiamo ragionare solo a livello statistico e di probabilità, teoria oggi ampiamente accettata e accertata ma che porta a cose apparentemente assurde come quella che un gatto dentro una scatola in cui una fiala di cianuro sta per rompersi, finché non lo osserviamo ha una probabilità, seppur infinitesimale, di essere contemporaneamente vivo e morto, e che fece venire i mal di testa e i mal di pancia a Einstein che alla fine sbottò “Dio non gioca a dadi!” (nel senso: non ci credo che le leggi sulla natura sono basate su un caso probabilistico). In somma: oggi si considera la teoria della relatività di Einstein e il fatto che niente possa andare più veloce della luce come indiscutibile. Già al CERN ultimamente hanno tentato di dimostrare il contrario e non ci sono riusciti, per ora Einstein ha ragione. Tra trecento anni ne riparleremo. Magari scopriremo che questi 300.000 Km al secondo invalicabili sono una legge che vale nel nostro Universo ma che se esistono infiniti Universi magari la valgono altre leggi (come la teoria di Newton è ancora valida per predirre le eclissi di Luna ma non è valida per spiegare perché se eccito con una radiazione continua una massa di atomi in risposta mi generano solo valori di energia “quantizzati”). In ogni caso il succo è che questa teoria che postula l’esistenza di Dio basandosi sul fatto che sia estremamente improbabile che tutto sia nato dal caso, e che ha una sua valenza scientifica per carità, ma che è stata pessimamente romanzata in questo minestrone letterario (mischiando tutto Taoismo, Buddismo , Induismo, Fisica e Matematica) resta una tra le tante possibilità.

Una possibilità! Si, perché quando parliamo di statistica allora tutto è relativamente probabile, anche che io possa viaggiare nel tempo su infiniti universi paralleli il cui passaggio da uno all’altro sia istantaneo e non vincolato dai famosi 300.000 Km al secondo di Einstein (facendo cadere tutto il cucuzzaro). Ci sono scienziati che ci studiano. E non parliamo dei tuttologi di TeleStudio ma di gente che magari lavora al MIT o a Stanford! Il romanzo tenta di fare appello ai sacri principi matematici per corroborare questa teoria chiamiamola “creazionista”: ipotizzare l’Universo come frutto del caso implicherebbe il concatenarsi di eventi con infinitesimali probabilità, dell’ordine ci una cosa come 1 diviso 10 elevato alla 150 potenza, un numero che viene pure scritto per sottolinearne l’impatto emotivo: 0,000000000000…….. (150 zeri)….00001; in somma chi scommette sulla teoria che l’Universo sia frutto del caso, ha la stessa probabilità di vincere al superenalotto contemporaneamente in tutti gli stati della Terra. Va bene, è infinitesimamente probabile, ma non è IMPOSSIBILE. Se esistono infiniti universi allora anche 10exp150 è un numero piccolissimo perché potrei scrivere 10exp150exp150ex15pexp150exp150 un numero che per scriverlo tutto non basterebbero tutti i fogli di carta del mondo ed ecco che il nostro 10exp150 diventerebbe una caccola! Se esiste l’infinito esisterà sempre un numero molto più grande di quelli che oggi possiamo calcolare e che ci farà esclamare come l’ingenuo crittografo “Corbezzoli!” (Fichtre! Nell’edizione francese che ho letto, e dopo la quarta volta che lo dice vi viene voglia di prenderlo a sberle).

Il fatto poi che si voglia far coincidere sacro e profano con questo fantomatico colpo di scena finale in cui si scopre addirittura che la Bibbia aveva ragione a dire che il mondo è stato creato in sei giorni in cui nel primo giorno “la luce fu” (con complicati calcoli matematici utilizzando la teoria della relatività che dice che il tempo non è costante e che se ci avviciniamo alla velocità della luce esso rallenta, quindi all’inizio di tutto un giorno, per delle cose che viaggiavano velocissime quasi alla velocità della luce appena dopo il big bang, equivaleva magari a milioni di anni) ci sembra un commovente per non dire patetico tentativo dello scienziato-credente di voler far quadrare il cerchio delle sacre scritture con la teoria scientifica moderna che poggia su concetti come “caso”, e “indeterminabilità” obbligandolo alla fine a svestirsi dei panni del fisico e del matematico per indossare la tonaca del prete che non può che piegarsi alla professione della sola cosa comune a tutte le religioni del mondo: credere per un atto di fede. E a quel punto non stiamo più nel contesto della scienza ma in qualche cosa più simile alla filosofia.

Un saggio filosofico sarebbe stato più appropriato ed apprezzato.

Tra parentesi lo psicanalista Carl Jung e il fisico Wolfgang Pauli ci avevano già provato in alcuni scritti in comune in cui cercavano di trovare parallelismi tra fisica quantistica , e concetti più decisamente legati alle scienze umane come psicologia, alchimia e inconscio collettivo, senza mai scadere nel banale errore di pretendere di dimostrare teorie religiose con formule matematiche o viceversa tramite la matematica voler dimostrare concetti trascendenti come l’esistenza di Dio in cui ci si può credere o no ma che dovrebbero restare nella sfera personale.

Un po’ di umiltà e il famoso “So di Non Sapere” Socratico ci aiuterebbero a vivere forse un po’ più serenamente ed evitare presuntuosità (e mostruosità letterarie).

Profitterol amarcord

Un omaggio ai Profitterol ritrovati:

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Albert Einstein, di W. Isaacson

Isaacson, W.  Einstein. His Life and Universe, 2007.

Superba biografia dello stesso autore di quella su Steve Jobs. Oltre che la storia di uno dei più grandi pensatori del secolo una carrellata storica nel cinquantennio più produttivo, esplosivo e drammatico del genere umano.

Un libro per tutti che necessita però di passione e curiosità per i misteri della scienza e una certa conoscenza di base (ma molto generica) della fisica generale.

Per gli appassionati di Storia e Filosofia della Scienza, per i nostalgici dell’età d’oro della Fisica Teorica, dei Ragazzi di Via Panisperna, di quel periodo storico così rivoluzionario e drammatico che ha segnato un’epoca come la prima metà del ventesimo secolo.

Da leggere assolutamente.

 

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Ritratto di Philippe Halsman, 1947.Il celebre fotografo di origine lettone (1906-1979), sfuggito ai nazisti con laiuto di Einstein, scattò questa foto nell istante in cui il grande fisico aveva appena espresso la sua malinconica opinione sul tema della guerra.

 

L’ultima equazione scritta da Einstein sul letto di morte

Falsi profeti

  Oggi mi è salito il sangue al cervello quando ho letto questo articolo del Corriere della Sera: http://www.corriere.it/ambiente/12_marzo_16/ninoluca-pecoranera.

Mi sono dato una calmata sono uscito ho fatto una corsa e poi sono tornato a casa. Sono andato sullo store degli e-Book di Apple e mi sono scaricato l’estratto di questo libro e ne ho letto le prime cinquanta pagine. Allora non solo il sangue al cervello è rimontato ma mi hanno anche cominciato a fumare le orecchie e a girare i cosiddetti.

Qui non si tratta di condividere o no un modello di vita più vicino alla natura che tutti vorremmo (chi non vorrebbe poter vivere tranquillo nella natura? Chi non vorrebbe inquinare di meno?).  Il problema è che il predicatore non è credibile. Perché questa persona, come lo scrive nel libro, vive da “squatter” nella casa di papà che l’ha costruita da zero e su cui presumo non ci pagherà nessuna spesa (perché il budget di vita non glielo permette: si vanta di poter vivere con 200 euro al mese). In cui probabilmente non ci paga neanche l ICI (che gli verrà pagata da papà). Il legno lo va a tagliare nella foresta ma se tutti facessero così addio foreste. Poi ci sono una marea di incoerenze. Ci si vuole far credere che oggi è possibile vivere con 200 euro al mese in Italia. Ma fatemi il piacere! Se non si hanno dietro i soldi di mamma e papà col cavolo! Un’altra incongruenza all’italiana (da classico figlio di papà e mammà) è la seguente: “Io vivo nella natura, mi taglio la legna da solo, mi faccio il mio orto e sono autosufficiente. Il poco eccesso che ho lo uso per qualche sfizio tipo la birra e la cioccolata al supermercato, e per muovermi uso la bicicletta”:

Eh? Ma che stiamo nel mondo dei cartoni animati? MA che vivi nell’isolotto di Conan di Myazaky? E se ti senti male? Ci vai nell’ospedale a farti togliere l’appendice? E chi lo paga il servizio pubblico? E se si come contribuisci al bene della comunità, quale è il tuo contributo al progresso sociale moderno (visto che nella modernità ci vivi, a 15 km di distanza, una mezz’ora di pedalate).  E i contributi INPS come li paghi? A settant’anni se ti viene la cataratta o la flebite come campi senza servizio sociale? Vai in chiesa e ti fai ospitare dal curato?O finirai come un barbone sotto un ponte? Ovviamente no, perché ci sarà un parente che ti lascerà qualcosa in eredità senza che te non abbia contribuito per niente al progresso e alo sviluppo sociale della comunità che ti circonda.

Inoltre questo modello “sempliciotto” e “idealizzante” di uno stile di vita di duecento anni fa dimentica che duecento anni fa si moriva a cinquant’anni per una setticemia a causa di una carie che non riuscivano a curarti perché non c’era la penicillina. E la penicillina non l’ha inventata un eremita che squattava lo chalet di famiglia a dieci chilometri dal villaggio,  ma un medico grazie all’unione intellettuale di diverse persone per il bene della collettività e alla cultura accumulata da chi in passato ha deciso di renderla disponibile per le future generazioni.

Il modello culturale e filosofico che qui ci viene proposto è egoista perché non tiene conto dello sviluppo sociale e dei problemi di chi è meno fortunato e non può vivere in questo modo. “Io ho il mio orticello e vivo nella casa di famiglia, consumo poco e non faccio male a nessuno”. E’ utopistico, falso e menzognero. Te sei un parassita chesi tappa gli occhi e che non contribuisci minimamente al benessere della comunità di uomini che ti circonda, e che in ogni modo fa aumentare l’entropìa (il grado di disordine) dell’universo che qualcun altro dopo di te dovrà mettere a posto.

Questo modello di vita per come è descritto nel libro è sbagliato e pericoloso. Si predica la vita da parassita, senza che si contribuisca alla società moderna di cui però si useranno pure i servizi (riciclo dei rifiuti, strade illuminate, e ospedali pubblici) senza minimamente contribuire alla vita civile (dubito che con 200 euro al mese di entrata si possa pagare che ne so l’ ICI e la tassa sull’immondizia. E non mi venissero a raccontare che generano solo rifiuti biodegradabili: se ti compri il computer e l’iphone la scatola di plastica la butti da qualche parte no? E l’elettricità per ricaricarlo da dove la prendi? Quindi i tuoi grammetti di CO2 o il tuo grammetto di plutonio generato nella centrale nucleare francese che alimenta il settore energetico di Udine lo utilizzi no?)

In somma questo è uno dei modelli più pericolosi e gretti che abbia mai visto. Nel passato ho letto libri di santoni che predicavano i rischi del modernismo ma almeno loro coerentemente partivano se ne andavano a mangiare scarafaggi nel bel mezzo dell’australia senza il portatile o il cellulare per scrivere sui blog! Si perché esiste pure un blog! Andate a vedere qui: www.progettopecoranera.it E come te lo paghi il dominio? Il computer per scrivere sul blog dove ce l’hai? Vai in un cyber caffè di Udine?

In somma caro Devis sei proprio una pecora nera, un modello da non insegnare ai nostri figli. Un modello fastidioso, di chi predica bene e razzola male grazie ai vantaggi acquisiti dal lavoro dei genitori, che non contribuisce alla società civile di cui però utilizza in maniera predatoria e sciacallesca i servizi, pagati dalle tasse di chi magari guadagna 1000 euro e non ce la fa ad andarsene ad abitare da solo perché i genitori non hanno i soldi per comprargli una seconda casa e le banche non gli fanno il mutuo senza garanzie e nel migliore dei casi deve lavorare 15 anni all’estero per potersi mettere un gruzzolo da parte e per comprarsi l’agognata casetta

Ma dai… siamo seri!

Il Sensazionalismo della… “Società del Gas”!

  Nell’epoca in cui la libertà di informazione è diventata un diritto sacrosanto e spesso esaltato in nome di una sana lotta alla censura, verrebbe da chiedersi se non esiste un limite opposto da non valicare, quello del “sensazionalismo gratuito” che da molti mesi se non anni a questa parte viene regolarmente varcato dai mezzi di informazione.

Guerre televisive e mediatiche, scenari catastrofici, terremoti, incidenti spettacolari, dittatori veri e presunti, crisi finanziarie e imminente fine del mondo periodicamente annunciata.

Quali sono gli effetti sul nostro benessere personale? Quanto di questo stress endogeno delle democrazie massmediatiche pesa sulla accresciuta (e documentata) ipocondria nevrotica del mondo occidentale in cui molti sentono il bisogno di evasione, cambiamento e conforto psicologico quando non spirituale?

Quanto di tutto questo viene dalla nostra infanzia e soprattutto quanto di quello che ci circonda influisce le persone più deboli, ossia i bambini?

Senza scadere in un vacuo quanto sterile vittimismo o peggio in un inutile “J’accuse” vi lascio alla lettura del brano seguente su cui ognuno di noi potrà fare le dovute riflessioni.

La Società Del Gas

 

Mr. Apple

Walter Isaacson, Steve Jobs, Nov-2011,Mondadori.  

 

Ottima biografia, questa di Isaacson, sobria, obiettiva, scorrevole, a tratti avvincente, nostalgica per coloro che hanno vissuto l’adolescenza negli anni ottanta, mitologica per chi ha avuto l’occasione di giocare con i primi videogiochi di quegli anni (chi si ricorda di Pong?), si perché il libro alla fine, pur se imperniato intorno a Jobs, è un amarcord centrato sulla Silicon Valley durante il boom economico degli anni settanta, ed ogni tanto tira fuori dal cilindro un nome di un prodotto che non si sentiva da anni ma che è stato per molti il giocattolo preferito della nostra infanzia (e per alcuni oserei dire dell’adolescenza fino alla maggior età!).

Il profilo che Isaacson traccia di Jobs ci sembra abbastanza obiettivo, sostenuto da citazioni di numerose fonti le più importanti riportate all’inizio del libro in una sorta di “lista dei personaggi” che ricorda un po’ un giallo di Agatha Christie.

In effetti in alcune parti la vita di Steve Jobs sembra un romanzo e non si capisce tanto chi sia il buono ed il cattivo, perché, chiariamolo subito, lo Steve Jobs dipinto da Isaacson non ha niente a che vedere con lo stereotipo dell’ eroe buono.
Facendo la tara delle seicento trenta e passa pagine ne esce il ritratto di un malato da sindrome bipolare, o affetto da carenza empàtica, un genio visionario, un mentitore spudorato che deformava la realtà a suo uso e consumo, un arrogante, un magnifico istrione, il pifferaio magico, un leader carismatico, un grande artista, un gran furbacchione, Mefistofele, machiavellico, manicheista (o è bianco o è nero), un perfezionista, un perfetto stronzo, un opportunista, un benefattore, una macchina per soldi (senza essere però attaccato ai soldi), terribilmente determinato, un capo, un manipolatore, un ribelle e al tempo stesso il grande Fratello, un rompipalle ficcanaso, un mèntore…

E potremmo andare avanti all’infinito. Scegliete voi i termini da tenere e quelli da scartare.

Questo di Isaacson  è un classico esempio del sogno americano, ma anche un affresco sul paradosso americano, sullo stereotipo dell’americano tipo che vede tutto o bianco o nero, là i cattivi e di là i buoni, e che forse grazie a questa semplicità di analisi riesce a buttarsi anima e corpo in progetti fantalunatici alla velocità della luce, di prendere le sberle cadere ma rialzarsi alla stessa identica velocità.
Si perché la vita di Steve Jobs non è solo successi e onori, il “nostro” ha preso anche delle severe sberle (per citarne due: la fallimentare esperienza della Next dopo che fu licenziato sul finire degli anni ottanta dal consiglio di amministrazione della Apple che non ne poteva più delle sue sparate e uscite di testa, e anche in un passato più recente quando era padre padrone della Apple e lanciò il miserrimo servizio MobileMe antesignano di iCloud, che fu presto abbandonato per le sue magre performances).
Ma proprio perché Jobs è lo stereotipo dell’ “eroe” americano (che non è necessariamente buono) ecco che si rialza e vince anche nella sconfitta (durante il periodo sfortunato della Next, quando i più sarebbero caduti nella depressione e si sarebbero contentati di godersi la già cospicua fortuna lui va a impelagarsi in un progetto folle e si compra un’azienda, la Pixar, che la Disney avrebbe prima trattato con altezzosa superiorità per poi essere costretta a comprarsela a un prezzo esagerato per salvare il suo deficitario settore dell’animazione, e, nel caso di MobileMe, dopo la pietosa figura del servizio di condivisione mobile invece di passare con modestia ad altri progetti si è intestardito e ha partorito iCloud che funziona decisamente meglio e che rischia di diventare un fenomeno planetario).
Ecco un attributo di Jobs che nessuno potrà mai smentire: assolutamente immodesto, o se vogliamo follemente arrogante. Quando fu costretto ad ammettere l’errore dell’antenna dell’iPhone 4 (dagli effetti collaterali relativamente modesti ad onor del vero) partì all’attacco contro la stupefatta delegazione stampa dicendo che tutti gli smartphones avevano dei problemi e che loro non erano perfetti. Mai una parola di scuse, mai un cedimento. E quando cambiava idea lo faceva in maniera incredibilmente rapida: dal “questa fa schifo” a  “questa è l’invenzione del secolo” nello spazio di una giornata o di una riunione. Altri sarebbero stati rinchiusi in un ospedale psichiatrico, o emarginati dal loro entourage professionale e familiare. Steve Jobs no. Quando è morto sembrava si trattasse del Papa o di un Re buono. Una contraddizione che si è protratta perfino durante i suoi funerali. Un’arroganza che si è trasmessa a tutta l’azienda e il modus operandi della Apple, i cui clienti da un lato sono considerati cuccioli da coccolare con il meglio che il mercato hardware e software possa offrire, ma dall’altro sono rigidamente bloccati in uno schema definito e gestito quasi a livello dittatoriale che non cambia neanche di fronte all’evidenza (ma che continua a vincere sul mercato). Se vogliamo è l’arroganza di chi è convinto di essere l’unico a poter offrire il meglio, o fai così o vai altrove tanto sappiamo che gli altri fanno schifo.

Se il libro non è  certo una sequela di onori e salamelecchi per Jobs, a cui Isaacson riserva a tratti una critica feroce (soprattutto riguardo al suo lato personale, estremamente rigido, fumantino, per dirla in una parola dello stesso Isaacson: stronzo), non si può dire che sia lo stesso della Apple che ne esce molto più che incensata, quasi eretta a “il” modello ideale della Società per Azioni della Silicon Valley, un gradino più in alto rispetto ad aziende del settore come la Intel, la Microsoft o per guardare in Europa alla ex Philips Electronics o in Giappone la Sony che vengono descritte come società mastodontiche e burocratiche, con divisioni interne spesso in competizione tra loro stesse (questa è una filosofia tipica di società giapponesi come la Sony che grazie a queste “gare” interne son o riuscite a produrre ottimi risultati nel settore audio e video, ma quando si è trattato di far funzionare l’azienda in modo sinergico – unire hardware software e contenuti multimediali per creare l’equivalente di un servizio iTunes-iPod hanno incredibilmente fallito proprio a causa di questi blocchi interni) o lente e farraginose (interessante il commento dato dal futuro direttore del Design Apple, Jonathan Ive sulla lentezza di Philips a pagina 418 “ero abituato alla Philips, dove decisioni del genere richiedevano più riunioni, con un sacco di presentazioni in Powerpoint e ricerche di approfondimento…”) mentre alla Apple anche una decisione fondamentale (come includere o no un lettore CD Rom nel Macintosh) poteva venir presa nel giro di mezz’ora garantendole una velocità decisionale fantastica e una capacità di guadagnarsi certe fette di mercato in un attimo.

La ragione di questa presunta “superiorità” è semplice : non è che la Apple sia la migliore azienda del mondo, semplicemente è un’azienda che è stata creata intorno ad un uomo con una filosofia volutamente arrogante, visionaria (e a tratti geniale) che non voleva solo porsi come uno standard di eccellenza tecnica ma anche come un riferimento di puro design e che ha creato prodotti di eccellenza (e che costano però il doppio dei loro fratelli tecnologici). Al suo interno Apple funziona come una dittatura (vedasi sempre in questo blog lo schema dell’organigramma di qualche mese fa quando Jobs era ancora al comando seppur in congedo malattia Apple_Org_Chart_April_2011, oggi per la cronaca il CEO e’ Timothy Cook ), al suo esterno è considerata l “High End” dell’elettronica di consumo, la “Tiffany” dell’elettronica, con cure nel dettaglio minuziosissime che rendono i loro prodotti più simili a degli oggetti di lusso che a dei gadgets elettronici (e che costano anche quasi due volte tanto rispetto a prodotti simili). La cura del dettaglio è eredità di Jobs che è stato sempre un fanatico in questo senso. Il libro cerca di spiegare in parte le origini di questa ricerca maniacale della perfezione artistica corroborandola con degli esempi al tempo tristi ed ilari (come quando Jobs – malato in ospedale in attesa dell’operazione per il trapianto del fegato – si rifiutò di indossare la mascherina dell’anestesia – reputandola “brutta” e mandando ai matti medici e infermieri sconsolati).

Il grande interrogativo è di capire se la Apple riuscirà a sopravvivere al suo fondatore (problema che Jobs si è posto a lungo durante la sua malattia) come la HP lo ha fatto per tanti anni (pur non avendo più lo smalto del passato) o anche la Microsoft.
Vedremo.
Certo è che per un decennio dal 1988 al 1998 durante l’assenza di Jobs l’azienda ha vissuto un periodo buio e difficile, con prodotti che nessuno si ricorda per quanto erano mediocri o al massimo nel range di qualità dell’epoca. Gli anni novanta sono gli anni dei PC assemblati su sistema Dos/Windows e piattaforma Intel. Non sono certo gli anni della Apple che quando gli è andata bene forse ha sfiorato il 5% della quota di mercato,
Appena tornato Jobs  (e appena si sbarazza dell’amministratore delegato dell’epoca, Gil Amelio) ecco che ti sforna l’iMac con lo schermo di plastica verde acqua trasparente che almeno uno di voi avrà visto una volta nella vita. Quando aveva comprato la PIxar se ne uscirono il primo anno con “Toy Story“, un successo planetario. Se non ci fosse stata la fallimentare esperienza con la Next ci verrebbe da pensare al Re Mida dell’elettronica: quando c’era lui  dalle fabbriche delle sue aziende (o dai cervelli dei suoi creativi) uscivano successi epocali. Ed è evidente anche che lui tecnicamente ha contribuito ben poco in prima persona a questo successo poiché di tecnica spinta non ne capiva un granché (Gates lo definiva quasi un ignorante dal punto di vista tecnico, Jobs non è un ingegnere, non si è mai laureato, chi aveva assemblato e progettato il primo Apple e poi il successone degli anni ottanta, l’Apple 2, era stato Steve Wozniack, brillante quanto modesto ingegnere della HP laureatosi a Berkley e di dieci anni più anziano di Jobs) ciononpertanto quando era lui alle redini sembrava quasi che la gente attorno riuscisse a tirare fuori il 150% e chi non ci riusciva a farlo era considerato incapace e veniva cacciato senza pietà non prima di una pubblica umiliazione in cui Jobs esplodeva in vere escandescenze isteriche.

Vedremo cosa succederà da oggi in poi. La Apple resterà un’azienda incredibilmente arrogante strenuo difensore di un sistema rigidamente chiuso e controllato ma “quasi” perfettamente funzionante (per la serie: fai quello che ti dico io, e divertiti ma se ci vuoi mettere le mani puoi pure impazzire perché te lo impedirò in tutti i modi), molto più cara delle sue concorrenti ma incredibilmente efficace e con il margine di profitto più elevato che si possa pensare in questo settore, o cominceranno a prevalere i corporativismi, le fazioni interne, il manager tizio e il caio di turno che vorranno dire la loro? Chi ci sarà allora ad urlare contro il capo degli ingegneri quando sbraiterà che quel design di quel prodotto è un controsenso tecnico (la storia dell’antenna dell’iPhone 4 che non funzionava per i mancini era nata così, con una diatriba tra il capo del “design” e il capo dello sviluppo hardware – che giustamente diceva che fare un bordo di metallo non era il massimo, lo aveva scoperto Faraday cento anni prima, ma Jobs, padre padrone, aveva tranciato seccamente il dibattito a favore del primo: bianco o nero).
Finora il decisionismo di Jobs ha permesso a questa società di restare “pazza” ossia di NON fare quello che il buon senso del business vorrebbe in questo settore (competere sul prezzo, fare prodotti aperti a tutti, conquistare la maggior parte di quota di mercato) e nonostante tutto restare leader. La filosofia di Apple nasce come una “elite” chiusa  che disprezza e schifa gli altri utenti (rilevatrice la dichiarazione di Jobs quando decise di non rendere aperto iTtunes per gli utenti del sistema Android “Io non voglio che gli utenti Android siano contenti”), ma che incredibilmente diventa anche un fenomeno di “massa” basti pensare a quanti oggi, in periodo di crisi dove si urla ai quattro venti che non si arriva alla fine del mese, sono disposti a spendere una bella somma per comprarsi un iPhone; per questo definiamo “pazza” la Apple, perché sta creando una “élite” di “massa” che è un ossimoro, un controsenso logico.

Quanto questa “follia” è frutto dell’ipnotismo di Jobs e quanto invece è derivante da una filosofia aziendale specifica che può sopravvivere nel tempo?
Chi vivrà vedrà.

La voce dell’esperto, parte 2

J.P. Otelli, Erreurs de Pilotage 4,   Aprile 2010, Ed. Altipresse

E’ un peccato dover constatare come il sensazionalismo di Jean Pierre Otelli sia ancora il leit motiv principale di quelli che altrimenti, scremati da inutili polemiche e forzature nazionaliste, potrebbero essere degli eccellenti libri di approfondimento.

In questo Tomo il nostro affronta due incidenti abbastanza famosi, uno quello in cui rimase vittima il presidente Polacco, e un secondo che coinvolse un aereo della Tuninter sul territorio Italiano; coloro che nell’agosto nero del 2005 seguirono un po’ le cronache si ricorderanno dell ATR72 che fu costretto ad ammarare al largo della costa settentrionale della Sicilia a causa di un errore di sostituzione degli indicatori del carburante che hanno ingannato il pilota, e fatto restare a “secco” l’aereo.

 Nel caso dell’incidente del presidente polacco resta sulla linea classica “trancheant” che di solito usa in questi casi: errore banale di un gruppo di piloti che viene descritto come una banda di dilettanti allo sbaraglio.

Ma nell’incidente della Tuninter Otelli cambia radicalmente stile e si lancia in una vera e propria requisitoria Urbi et Orbi, contro tutto e tutti. Arriva perfino a ritenere responsabile il controllore ATC del radar di Roma che nella storia ha avuto un ruolo marginale. La sua accusa frutto di analisi minuziose non risparmia nessuno: dai piloti, al costruttore,  all’Agenzia Italiana della Sicurezza al Volo che secondo lui ha condotto omertosamente l’inchiesta, fino ad accusare il sistema giudiziario italiano in toto. Dato che il libro non è disponibile per un pubblico italiano mi sono permesso di tradurlo e di renderlo disponibile in questo sito. Per un confronto allego anche il rapporto ufficiale di inchiesta della ANSV che può essere richiesto in questo sito http://www.ansv.it previa registrazione gratuita.

Vi ricorderete (cfr: la voce dell’esperto La voce dell’esperto ) come nel caso dell’incidente AirFrance l’analisi di Otelli era stata spietata e il giudizio inaquivocabile: responsabilità interamente di un ‘equipaggio stanco e/o maldestro. Nel libro relativo all’incidente del volo Rio-Paris Otelli prende in considerazione i fenomeni atmosferici come il congelamento delle sonde ma non per inserirlo nel calderone delle “numerose cause contribuenti”, ma per escluderlo (citiamo, per chi ha la versione francese: Tomo 5, pagina 276 ” [il congelamento delle sonde]… è stato breve. Non può essere la causa del crash“.  Inoltre Otelli come ho già ricordato a proposito del crash Rio-Paris trascura la raccomandazione del BEA relativa all’angolo di incidenza che è un parametro che non è disponibile sul modernissimo glass cockpit del A330. Ovviamente siamo consapevoli che questi fenomeni sono un dettaglio rispetto all’errore dei piloti di non aver capito nonostante i numerosi allarmi di essere in stallo. Ma per amore di cronaca andavano citati, se si ha l’ambizione di fare un lavoro di divulgazione giornalistica serio e non rischiare di essere sospettati nel migliore dei casi di presunzione semplicistica e nel peggiore di ricerca del sensazionalismo a fini di vendite. Abbiamo cercato di chiedere dei chiarimenti all’autore e all’editore (sul loro sito Facebook) riguardo a questo modo singolare di condurre inchieste giornalistiche. Ma nonostante la Francia figuri tra i primi paesi per quanto riguarda tolleranza e libertà di stampa come unica risposta siamo stati banditi dal loro sito Facebook.

Nel racconto dell’incidente dell’ATR72 della Tuninter Otelli si trasforma in un pignolo dottor azzeccagarbugli, innescando una polemica senza fine con la ANSV che inquina la lettura in un crescendo che termina in un vero e proprio “J’Accuse” polemico, urlato, sproporzionato. Niente di quello che dovrebbe essere un resoconto obiettivo che dovrebbe restare prettamente tecnico e non sbilanciarsi in accuse pericolose. Arriverà a prendersela persino con le vittime,  gli stessi passeggeri.

Lasciateci passare il sospetto che questo stile polemico e velenoso sia frutto anche del fatto che la Francia (coproduttore dell’ATR72) ai fini di questa inchiesta non ha ricevuto la collaborazione necessaria dall ANSV che non ha voluto fornire i dialoghi originali delle scatole nere. Per quanto deprecabile questa attitudine possa essere (e ne siamo convinti perché nel quadro della sicurezza aerea niente dovrebbe essere tenuto confidenziale, se esposto obiettivamente e senza polemica sensazionalistica), Otelli secondo noi ha lavorato un bel po’ di perfidia, e forse anche con un pizzico di fantasia, libero anche dalle paure di eventuali azioni legali della Ansv che non essendo un ente francese ha poco potere giurisdizionale oltralpe.

Prevediamo che nonostante la provocazione del libro francese non ci saranno in ogni caso straschi legali in Italia per motivi che potrete capire leggendo  i documenti allegati di seguito.

Buona lettora

ALLEGATI:

  •  Traduzione dell’episodio intitolato “Panne Sèche” di J.P Otelli tratto da “Erreurs de Pilotage” N 4,Ed Altipresse 2010. pp 9-50

    Restare A Secco

 

  • Rapporto Originale ANSV incidente

ANSV relazione ATR 72

 

 

La Notte dell’Oracolo

Paul Auster, (C)2003, La Notte dell’Oracolo (Oracle Night)

“I pensieri sono reali, -aggiunse. – Le parole sono reali.Tutto quello che è umano è reale, e a volte conosciamo le cose prima che succedano anche se non ne siamo consapevoli. Viviamo nel presente, ma il futuro è dentro di noi in ogni momento. Forse scrivere è proprio questo, [...], non registrare i fatti del passato, ma far succedere le cose nel futuro.”

La storia stava solo cominciando – la vera storia cominciò solo allora dopo la distruzione del tacquino blu – e tutto quello che avevo scritto finora era poco più che un preambolo agli orrori che sto per raccontare. [...] A volte conosciamo le cose prima che succedano anche se non lo sappiamo. [...] Il futuro era già dentro di me, ed io mi preparavo ai disastri che stavano per succedere.

 

Un altro classico di Auster sulla legge del caso,  in cui questa volta la premonizione gioca un ruolo inquietante.  Un bell’esempio dell’inconscio colelttivo che Jung definiva “fuori dal tempo”, in una New York degli anni ottanta…

La voce dell’esperto

Erreurs de Pilotage, 2011 ed. Altipresse. J.P. Otelli

E’ il quinto Tomo di Jean Pier Otelli consacrato agli errori di pilotaggio, ma che alla fine mettiamo in evidenza in questa sede perché si concentra sull’incidente Rio-Parigi accaduto a un aereo di AirFrance il primo giungo del 2009.

Il consiglio che do a coloro che si avvicinano per la prima volta all’analisi di questo incidente è di non cominciare con il libro di Otelli, ma di dare prima una bella spulciata al lungo e meticoloso rapporto del BEA, già ampiamente discusso in questo blog (http://www.matteosan.com/?p=447)

 

Otelli è un professionista dell’aviazione abbastanza conosciuto in Francia dagli addetti ai lavori, ed ha una buona capacità descrittiva, sa misurare la giusta dose di dettagli tecnici e volgarizzare abbastanza il linguaggio in modo che non sia comprensibile solo da degli esperti, e tutto questo è una dote considerevole ma a mio avviso ha due grandi difetti

-         Ha una ceta tendenza al sensazionalismo

-         Mette in evidenza quasi sempre l’errore umano senza spiegarne troppo le cause al contorno (si contraddice alcune volte affermando che un incidente e’ sempre causato da molteplici fattori ma alla fine restate quasi sempre con l’impressione che ai comandi ci sono dei debuttanti allo sbaraglio).

Raramente nelle sue opere troverete delle critiche al costruttore europeo che in Francia ha un poderoso centro di sviluppo a Tolosa detto per inciso. In quest’ultima opera Otelli fa malignamente precedere il resoconto dell’incidente di Rio, da un altro incidente simile (un aereo sull’orlo di uno stallo che è partito in avvitamento). Trattasi dell’incidente che ha portato al crash un Tupolev 154M in un aeroporto della Siberia in Russia dieci anni fa.  Otelli un po’ superbamente fa notare come l’Airbus del volo Rio-Paris, nonostante le sollecitazioni completamente “sballate” del pilota, non sia mai partito in avvitamento, al contrario del suo vetusto compagno russo che definisce “splendidamente arcaico”. Siamo un po’ abituati allo stile schietto e senza paura di Otelli, e ne potremmo anche sorridere, se poi ahimè il risultato non fosse tragicamente lo stesso: la morte di tutti gli occupanti i due velivoli; magari l’Airbus è caduto molto più “elegantemente” del suo scalcinato compagno Russo, il  Tupolev, ma il risultato è stato lo stesso.

Il paragone tra un Tupolev 154M che ha una concezione da anni sessanta, e un Airbus A330 che è di trentanni più giovane, la punta di diamante di una ricerca tecnologica che si è basata su decenni di esperienze e di insegnamenti, compresi errori ed incidenti, puo’ interessare gli esperti di storia dell’aeronautica. L’aeronautica è una delle rare scienze umane ad aver imparato dalla storia. Se solo anche politici, economisti, militari sapessero fare altrettanto! Se oggi questi aerei sono insieme ai Boeing i più usati al mondo nel trasporto passeggeri ci sarà un motivo. Un vecchio Tupolev 154M progettato per atterrare anche sui campi in terra con un carrello di atterraggio che pesa come dieci elefanti è un carroarmato paragonato – rispetto a un Airbus -  a una limousine. Fare una comparazione e’ possibile, certo, ma a che scopo? Sarebbe come chiedere a uno che pensa di un piatto di papate contro un fois gras e champagne. Nessuno si sognerebbe neanche di provare a fare questo azzardato parallelismo. A meno di non voler dimostrare che gli Airbus sono estremamente piu’ avanzati tecnologicamente e piu’ sicuri (ma, scusate, e’ come scoprire l’acqua calda!). Lasciateci sospettare che Otelli usi questo espediente per addolcire un po’ la pillola ai suoi compatrioti, visto che questa tragedia tocca da cicino Airfrance ed Airbus (che restano comunque due compagnie di punta nel panorama aeronautico mondiale, tutte le compagnie hanno sofferto incidenti, e’ normale che possano capitare a un’azienda monumentale come Airfrance-KLM. E’ una legge statistica).

Facendo la tara non posso certo dire che questo libro di Otelli sia disonesto, di parte o tecnicamente sbagliato. Tutt’altro. Leggendolo si acquisiscono interessantissime informazioni tecniche che gli amatori altrimenti non conoscerebbero mai, si comprende meglio come funzionano le procedure di volo, Otelli pazientemente spiega in dettaglio le ultime fasi di volo, e in questo caso specifico la sintesi che fa della trascrizione degli ultimi attimi del volo è fedele al rapporto del BEA. E’ anche comprensibile lo stupore dell’autore di fronte a un pilota come quello che era ai comandi sull’aereo di Airfrance in quella maledetta notte di Giugno, che si intestardisce a cabrare un aereo che è in stallo permanente.
Ciò che per me è criticabile sono le conclusioni di Otelli a senso unico e certe omissioni che fa nel riportare il rapporto BEA.  E ossia:

-         Completa e unica responsabilità dei piloti

-         Completa mancanza di una spiegazione al comportamento del pilota anche se sul rapporto del BEA sono riportate due procedure di AirFrance riguardanti la “IAS dubbia” che potrebbero spiegare in parte il motivo perché il pilota abbia tirato l’aereo in su, invece di picchiare durante uno stallo. In generale Otelli non prende quasi mai in considerazione il fattore psicologico.

-         Non c’è nessun riferimento alle due raccomandazioni del BEA sull’addestramento dei piloti in volo manuale e soprattutto quella riguardante la mancanza sugli Airbus di un indicatore di incidenza che potrebbe aiutare moltissimo i piloti con un aereo in stallo.

In somma, leggendo questo libro di Otelli si ha l’impressione che di fronte a un incidente aereo  l’equipaggio si comporti spesso come una massa di dilettanti allo sbaraglio che non sono a conoscenza neanche dei principi di aerodinamica di base.

Francamente è troppo riduttivo, anche per un libro non addetto ai lavori. E quindi, lasciateci passare la critica che Otelli si sia lasciato un po’ trasportare la mano anche per certe esigenze editoriali.

Invisibile

 

Invisibile (Invisible), Paul Auster, (C)2009

“Scrivendo di me in prima persona mi ero represso , mi ero reso invisibile, mi ero reso impossibile scoprire ciò che stavo cercando. Occorreva che mi separassi da me stesso, facendo un passo indietro e scavando uno spazio fra me stesso e il mio tema per cui tornai all’inizio […] e cominciai a scrivere in terza persona”

Tutti coloro che hanno tenuto, per poco o tuttora, un diario, svilupperanno un’imeddiata empàtia per il libro di Auster. Una storia molto newyorkese ma per un buon terzo ambientata in Europa nella più classica e oserei dire scontata Parigi (scontata perché romanzata e forse sopravvalutata da scrittori di chiara fama, come non ricordare Umberto Eco che nella sua ultimo romanzo storico “Il Cimitero di Praga” si diletta in erudite digressioni culturali storiche e gastronomiche di una città che ha sempre amato dai tempi del Pendolo di Focault, indiscusso amante de la ville des lumieres).
Una storia inizialmente un po’ banale, da romanzo rosa-grigio- se volete (un giovane studente di lettere che entra suo malgrado in una storia torbida tra il suo professore-editore e la sua amante di dieci anni più anziani), tanto che dopo il primo terzo del libro quando il protagonista viene completamente sopraffatto dagli eventi voi, europei, vi dite “la solita esagerazione americana”…
E invece Auster continua a sorprendervi, giocando sugli “eventi casuali” che a lui piacciono tanto e che rendono i suoi romanzi sempre soprendenti, e il secondo capitolo ci colpisce in maniera originale e sorprendente (come uno schiaffo in pieno viso quando non te l’aspetti) e la normale vita quotidiana del protagonosta si trasforma in una storia torbida, tormentata, difficile da leggere e una curiosità morbosa vi spinge ad andare avanti. Di più meglio non dire per non privavi del piacere della lettura.
Se arriverete a metà del libro, non vi ci vorrà più di una giornata per terminarlo e a pensare al prossimo da leggere,
Consiglio Leviatano.