May 24, 2017

Il complotto dei vaccini

E’ da diversi anni che esiste una buona parte della popolazione che mette in discussione l’efficacia dei vaccini.

Una ventina di anni fa il comico Beppe Grillo fece uno sketch che può essere trovato in rete (1) in cui prendeva una posizione abbastanza chiara sui vaccini mostrando anche dei grafici a suffragio della tesi che il vaccino alla fine è più che altro un vantaggio per le case farmaceutiche, politici corrotti, “i poteri forti” e che molte malattie stavano scomparendo già da sole senza il bisogno di questi rimedi “artificiali”.

Ultimamente la polemica sui vaccini è tornata a farsi rovente, trovando sostenitori “bipartisan” contro le vaccinazioni obbligatorie. L’ultima ha visto polemizzare Roberto Burioni – ricercatore e professore Ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, prima con alcuni esponenti del Movimento Cinque Stelle e poi direttamente con l’organo semi-ufficiale del movimento, il Fatto Quotidiano.

Nell’ordine l’origine della polemica risiede in diversi fatti, ne riassumiamo qui alcuni punti principali

  • Alcuni post del 2007 (2) in cui Beppe Grillo insinuava neanche troppo velatamente il rapporto tra autismo e vaccinazioni “Un bambino su 150 soffre di autismo. Venti anni fa solo uno su 2.000. Gli scienziati attribuiscono la crescita all’inquinamento ambientale, alimentare e da vaccini e farmaci”.
  • Una proposta di legge d’iniziativa dei Cinquestelle del 2013, sull’informazione e sull’eventuale diniego dell’uso dei vaccini per il personale della pubblica amministrazione. (3)
  • La posizione ufficiale del Movimento Cinque Stelle sui vaccini datata 2015 (4) in cui viene anche postato il video dell’allora portavoce del Movimento (Piernicola Pedicini) definito nel post “ricercatore fisico sanitario” in cui il motto è “vaccinare meno, vaccinare meglio”.

La situazione precipita negli ultimi mesi

  • Una puntata di Report del 17/04/2017 in cui senza contraddittorio vengono messi in dubbio gli effetti del vaccino contro il Papilloma virus scatena molte reazioni. Contro la trasmissione si scagliano il ministro della Salute e lo stesso Burioni. A difesa della RAI scende in campo Grillo e lo staff dei Cinque Stelle. (5) Durissima la presa di posizione del presidente della commissione vigilanza della RAI che dichiara “Se sospendono Report non bisogna pagare il canone” (6)
  • Un durissimo editoriale del New York Times del 03/05/2017 (7) in cui si accusa apertamente il Movimento Cinque Stelle di fare campagna populista contro i vaccini a cui Grillo risponde prontamente sul suo blog (8) ribadendo che A sostegno di questa balla [l’articolo del NYT N.d.A] non c’è nulla, neppure un link, un riferimento, una dichiarazione. Nulla. Non c’è perché è una balla. Non esiste nessuna campagna del MoVimento 5 Stelle contro i vaccini” e concludendo che “Bisogna rendere subito obbligatorio un vaccino contro le cazzate dei giornalisti.”
  • A questo punto arriva lo “sbotto” di Burioni sulla sua pagina Facebook (9). A proposito delle smentite di Grillo, Burioni cita l’articolo di legge presentato dai cinque stelle nel 2013 :  “Grillo ribatte attaccando il New York Times dicendo che non è vero [che il MoVimento 5 Stelle sia contro i vaccini N.d.A] , ma questa proposta di legge nel 2013, nella quale è testualmente scritto che «recenti studi hanno però messo in luce collegamenti tra le vaccinazioni e alcune malattie specifiche quali la leucemia, intossicazioni, infiammazioni, immunodepressioni, mutazioni genetiche trasmissibili, malattie tumorali, autismo e allergie» chi l’ha presentata, se non parlamentari del suo partito?[…]  La scienza dice l’esatto opposto e tali menzogne hanno l’unico effetto di spaventare i genitori, spingerli a non vaccinare e mettere in pericolo la salute di tutti i bambini e anche degli adulti. E, come vedete dal link, non sono le sole. Va benissimo avere cambiato idea, però più che attaccare il New York Times non sarebbe meglio riconoscere di avere sbagliato?”
  • Il quattro Maggio 2017 Burioni rincara la dose (10) contro i Cinquestelle polemizzando con un suo, definito “conterraneo parlamentare Cinque Stelle”, anche a lui rinfacciando di essersi convertito a favore dei vaccini dopo aver pubblicato sul suo blog (11) “le solite bugie antivacciniste. Si parte dall’esagerazione degli effetti collaterali, all’affermazione che secondo «autorevoli studiosi il rischio per certe malattie è prossimo allo zero» (ma chi sono questi autorevoli studiosi, Guido Silvestri?), si passa per il paventare mancanze di controlli. Poi ci sono alcuni “esempi agghiaccianti”, come gli effetti collaterali del vaccino contro l’epatite B…[omissis]”
  • Il sette Maggio 2017 parte la “Fatwa” (12) del Fatto Quotidiano, un articolo non firmato in cui viene presentato Burioni come “ uno dei più critici sulla puntata di report sul vaccino Hpv e si è anche fatto carico della missione di convertire il popolo […] l’esposizione mediatica però, ha anche il suo risvolto negativo: il nome di Roberto Burioni compare nella lista di 26mila massoni che circola ormai da qualche anno e di cui non si trovano smentite ufficiali. Corrispondono i dati anagrafici. Con lui anche un altro Burioni (stessa provenienza del microbiologo, ma di una generazione precedente) …” a cui Burioni smentisce.

Non credo che la storia terminerà qui e ovviamente non è stata, non è, e non sarà circoscritta solo a Burioni contro il Movimento Cinque Stelle: come dicevo è squisitamente bipartisan (basti vedere le polemiche legate alle critiche e ambigue dichiarazioni sui vaccini in piena campagna per le primarie del PD del candidato  Emiliano che si possono trovare in rete).

Ma il metodo scientifico è qualcosa che andrebbe discusso in ambienti scientifici, da persone che hanno titolo per discuterne e non lasciato alle chiacchiere da bar o da facebook. E non c’entra la libertà di opinione, qui non si vuole dire che chi non ha la laurea non può manifestare dubbi e paure sui vaccini. Anche chi è laureato non ha il diritto di presentare per vere tesi pseudo-scientifiche che non appartengono al suo ramo di competenza; in somma non basta avere la Laurea in Fisica Teorica per criticare le ricerche sui vaccini.  Chiunque usi una metodologia “pseudo” scientifica per invalidare qualcosa che ha necessitato anni di studi e di ricerce verificate dalla comunità scientifica competente rischia il ridicolo.   Le obiezioni che oggi si fanno sui vaccini, che sono un vantaggio per le case farmaceutiche, che siamo schiavi di un grande fratello occulto che ci controlla non sono dimostrate con metodo scientifico. Sono deduzioni che provengono da una certa logica (superficiale e contorta) non suffragata dalla validazione del metodo scientifico.

Quelli che sostengono che il pensiero dominante sulle raccomandazioni dei vaccini obbligatori è criticabile perché “ogni epoca ha avuto il suo pensiero dominante”, a suffragio di questa tesi si lanciano in spericolate peripezie dialettiche;

“Non era forse praticato l’elettro shock negli anni sessanta nei manicomi come cura contro schizofrenia e depressione? Eppure oggi non si fa più!”. E ancora più indietro “Non era forse Galileo Galilei che sosteneva che non era il Sole che girava attorno alla Terra ma viceversa la Terra che girava attorno al Sole, pur contro il pensiero dominante dell’epoca?”  Allora perché devo far vaccinare obbligatoriamente mio figlio all’esavalente solo perché me lo dice “il pensiero dominante”?

Attingendo addirittura alle scienze statistiche documentate quando si presentano grafici svelati teatralmente durante uno show  che mostrano “inequivocabilmente” come il tasso di mortalità della difterite era già in calo prima dell’uso sistematico dei vaccini negli anni trenta per cui l’attore comico conclude tra le risate del pubblico che “il vaccino era inutile! Perché la difterite stava già scomparendo per i cazzi suoi!!La poliomelite stava scomparendo per i cazzi suoi!!  Lo ammetto mi misi a ridere anche io, ma non per questo buttai i miei libri di studi e non andai a vivere come un eremita nel parco nazionale.

Ci sono centomila modi di confutare queste speculazioni. Innanzitutto un pensiero dominante non basato su metodo scientifico (Galileo) non è scienza. Infatti Galileo era criticato dalla Chiesa.

Sul discorso dell’elettroshock è tutto da dimostrare che il pensiero scientifico dominante dell’epoca raccomandasse su larga scala l’uso dell’elettroshock come cura delle malattie mentali. Forte era la spaccatura nel mondo scientifico di quegli anni e molti medici (e non solo uno radiato dall’albo)  si batterono per la chiusura dei manicomi e il superamento di certi metodi che durarono lo spazio di una generazione.

Un battuta ad effetto come quella sulla “difterite che stava scomparendo per i cazzi suoi” fa fare due risate in uno spettacolo teatrale. Ma se le pronuncia un professore universitario durante un corso o – peggio – la pubblica (sia pur suffragata da statistiche reali) succede una cosa molto semplice. E’ l ‘effetto Wikipedia: Si attivano centinaia di scienziati di diverse regioni del mondo, diverse estrazioni politiche e culturali che si precipiteranno a verificare la tesi del tasso di mortalità che stava scendendo da solo senza bisogno del vaccino. E se si scopre che non è vero (o che magari è pure vero ma – che so –  la metà della popolazione restava sterile e non essendoci riproduzione in quell’area il tasso di mortalità e il tasso di natalità crollavano allo stesso ritmo per dirne una) vieni smascherato. Per questo è raro che un ricercatore pubblichi delle panzane prima di averle appuratamene verificate perché non solo ci fa una brutta figura ma rischia la carriera quando non la galera.  E’ successo nel mondo scientifico che alcuni ricercatori abbiano pubblicato risultati falsi. Il famoso fisico tedesco detentore di un PhD in scienze delle Nanotecnologie Jan Hendrik Schön, se ne uscì nei primi anni 2000 con numerose pubblicazioni tra cui quella di aver scoperto che si poteva fabbricare un transistor “molecolare”. La scoperta avrebbe rivoluzionato l’elettronica per i prossimi cinquant’anni. Pubblicò i suoi dati e ovviamente moltissimi ricercatori si affrettarono a cercare di duplicarne gli strabilianti risultati. Dopo mesi in cui nessuno riusciva a riprodurre l’esperimento ci fu chi mise in dubbio i risultati sperimentali di Schön. Si analizzarono minuziosamente i suoi scritti e alcuni scoprirono che i grafici che riportavano presunte “misure di laboratorio” in realtà erano “simulazioni”: Schön non aveva scoperto niente, aveva ipotizzato. Un’ipotesi ardita ma falsa. Mai provata realmente in laboratorio. Schön per questo ha perso il titolo di dottore per condotta disonorevole e ha dovuto subire diversi processi (pensate ai numerosi di dottori di ricerca che avevano basato i loro studi sulle tesi di Schon e che si videro cancellare anni di studio e titoli!)

Con questo si vuol dire che quei grafici teatralmente sventolati dai supporter contro i vaccini siano falsi? No: Persino dei grafici che riportano una misura “reale” e che vengono presentati come prove scientifiche se presi a se stante e al di fuori di un contesto non significano niente. Servono tantissimi dati per generare una statistica che abbia senso. Non si decide la politica sanitaria di un Paese su un grafico. Esistono scienze difficilissime e vastissime per interpretare i dati statistici per cui servono anni di studi universitari. Per capire veramente la teoaria della Probabilità e la statistica serve una buona preparazione matematica di un paio di anni di biennio universitario. Non c’è niente di più antiscientifico che trarre una conclusione affrettata da un solo tirato fuori dal calderone come faceva Grillo nel suo Show. E finché un comico gioca con questo pressappochismo pseudoscientifico da fast food per farci fare due risate passi. Ma quando ci cascano dei dirigenti responsabili che devono decidere su cose importanti allora ecco che capitano le tragedie. Il 28 Gennaio 1986 lo Space Shuttle Challenger si distrusse poco dopo il decollo quando da uno dei razzi che contenevano propellente solido, per un difetto a una guarnizione, fuoriuscì del materiale combustibile ad altissima pressione che innescò una reazione esplosiva a catena. Il complesso razzi-navetta si disintegrò dopo 78 secondi dal lancio.  La commissione di inchiesta presieduta dal fisico e premio Nobel Richard Feymann giunse alla conclusione che il giunto (O’ Ring) aveva perso la sua elasticità a causa delle basse temperature a cui era stato sottoposto precedentemente al lancio. Possibile che fosse colpa solo del fatto che in Florida quella mattina facesse più freddo del solito? Analizzando la montagna di dati gli investigatori si accorsero che se correttamente interpretati e comunicati avrebbero potuto prevedere questo tipo di incidente. La NASA e le aziende subappaltatrici collezionavano i dati statistici sullo stato dei giunti dopo i lanci precedenti. Le misure riportate sui grafici furono fatte su campioni sbagliati, riportate in maniera affrettata, analizzate in modo superficiale senza l’ausilio di adeguati strumenti matematici. Se ben analizzati avrebbero permesso di rilevare questa criticità e risolvere il problema che NON è stato solo il “freddo” così come quando casca un aereo NON è solo perché il pilota è ammattito. Probabilmente un’analisi troppo superficiale e una comunicazione interna non appropriata è stata una delle numerose origini dell’incidente.
Non ho riportato le fonti di questi ultimi articoli che si possono trovare facilmente in rete. Per chi volesse approfondire la metodologia della scrittura tecnico scientifica rimando al bel libro di Emilio Matricciani “La Scrittura Tecnico Scientifica” (13).

Chi non sa niente di scienza spesso confonde il metodo scientifico con la pseudo scienza, col marketing. Negli anni cinquanta in Francia si vendevano creme di bellezza al “Radio” o al “Torio” perché si credeva nel miracolo delle radiazioni nucleari come rigeneratrici dei tessuti epidermici. Provate a cercare nelle biblioteche scientifiche quanti studi o pubblicazioni scientifiche avallino la tesi che le creme al “radio” abbiano effetti ringiovanenti sulla pelle. Sicuramente negli anni cinquanta si sottostimavano gli effetti delle radiazioni emesse da una forma di energia (la fissione nucleare) relativamente nuova essendo stata scoperta una trentina di anni prima. Sicuramente qualche produttore di creme ha giocato sul fatto che in assenza di una legislazione (perché la scienza ha bisogno di anni per pronunciarsi) si potesse giocare un po’ con questa materia. Ma è durato lo spazio di pochi anni.

Sui vaccini la storia è diversa. Abbiamo ormai almeno due o forse tre generazioni di studi. Centinaia e migliaia di test con cavie prima e con prove sul campo ormai da anni, condotti in maniera indipendente in tutto il globo con metodo scientifico. E una base dati notevole di milioni di esseri umani su tre generazioni di vaccinati. Se fosse vero il catastrofismo di quello che dicono gli antivaccinisti avremmo visto gli effetti devastanti già da una quarantina d’anni e probabilmente ci saremmo quasi estinti come gli esseri umani nel “Pianeta delle Scimmie”. Invece non è così. Si può morire di shock anafilattico per la puntura di un calabrone, che può essere più mortale di una vedova nera. Ma non vedo blog, pagine Facebook, partiti politici dare risalto a questo rischio, o sottoporre iniziative di leggi popolari a riguardo. Quanta gente muore di shock anafilattico al mondo causato da una puntura di insetto e quanti ne muoiono da shock anafilattico da vaccino? Se i ministeri della salute di mezzo mondo sono d’accordo nella vaccinazione obbligatoria possibile che siano tutti matti? O peggio: possibile che siano tutti collusi con le ditte farmaceutiche senza che un gruppo di scienziati indipendenti dell’università X non sia mai riuscita a pubblicare uno studio che dimostra la pericolosità incontrovertibile ed epidemica dei vaccini? O si presume che ci sia una sorta di Protocolli dei Savi di Sion definito tra tutti gli scienziati del mondo dominati da una setta massonica governata dittatorialmente dal grande capo dott. ing. figl. di putt. gran test. di cazz. generale della Spectre?

E’ come con i “complottisti”. C’è tutto uno strato di subcultura popolare, blogger, persone anche di una certa cultura scientifica (e questo è il lato più triste) che credono sinceramente alla teoria del complotto. Una delle ultime è che le Torri Gemelle siano state fatte esplodere minandole alla base “perché è impossibile che due torri crollino così, lo ha detto l’esperto di turno!”. Qualcuno potrebbe ribattere “anche Burioni chi è? Mica è Dio! E’ l’esperto di turno!” Certo, se non fosse che Burioni semplicemente dice quello che è pubblicato, insegnato, verificato in migliaia di Università e laboratori sparsi in tutto il mondo. La teoria della torre minata non è stata studiata, verificata e dimostrata da nessuno. Così come la teoria secondo la quale il vaccino è pericoloso, statisticamente più pericoloso della probabilità di incorrere in una malattia che può avere effetti devastanti non è stata avallata dalla comunità scientifica a parte qualche medico isolato che rischia la radiazione dall’albo (non per le critiche alle case farmaceutiche, ma perché infondendo la paura del vaccino causa un ritorno di malattie che erano state quasi debellate e mette a rischio la salute di chi, perché magari allergico, non può vaccinarsi)

Esiste una principio metodologico che si chiama Rasoio di Occam che dice più o meno questo

“A parità di fattori la soluzione più semplice è quella da preferire”.

Ecco, se proprio non volete fidarvi del metodo scientifico, se proprio non riuscite a togliervi questo sospetto complottista dalla testa, e non avete voglia e tempo di studiarvi una montagna di pagine di libri o fidarvi della comunità scientifica pensate a questo: E’ più semplice che quattro terroristi abbiano imparato a pilotare un aereo e a dirottarlo su una torre, oppure che nel pieno centro di Manhattan centinaia di persone abbiano cospirato per minare due edifici di quelle dimensioni , coinvolgendo probabilmente guardie della sicurezza, impiegati compiacenti, politici corrotti locali, agenti delle assicurazioni corrotti, senza che niente sia venuto fuori da moltissime inchieste che sono state fatte dal 2001 ad oggi?

E’ più probabile che esista il complotto dei vaccini messo in atto dall’azienda farmaceutica di turno che mette in commercio milioni di vaccini  “tossici” da decine e decine di anni senza che nessuno scienziato al mondo se ne sia accordo, o che magari è semplicemente un caso di “win- win” ossia vittoria a due, quando un interesse economico fa scopa con un interesse umano senza grossi effetti collaterali se non quello di diminuire drasticamente il tasso di mortalità infantile?

Riferimenti

(1)    https://www.youtube.com/watch?v=J7zwTtzh9c4

(2)    http://www.beppegrillo.it/2007/04/lepidemia_dellautismo.html

(3)    http://documenti.camera.it/Leg17/pdl/pdf/leg.17.ac.2077.pdf

(4)    http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2015/10/vaccini-si-vaccini-n.html

(5)    http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2017/04/18/news/polemica_sulla_trasmissione_di_report_sui_vaccini_marcucci_falsita_intollerabili_-163268919/

(6)    http://www.repubblica.it/politica/2017/04/19/news/report_rai_fico-163361988/

(7)    https://www.nytimes.com/aponline/2017/05/03/world/europe/ap-eu-italy-vaccine-wars.html?_r=0

(8)    http://www.beppegrillo.it/2017/05/un_vaccino_obbligatorio_contro_le_cazzate_dei_giornali.html

(9)    https://www.facebook.com/robertoburioniMD/photos/a.2045888082303031.1073741828.2045450802346759/2309177235974113/?type=3

(10)https://www.facebook.com/robertoburioniMD/posts/2309864515905385:0

(11)https://cittadinoandreacecconi.wordpress.com/2013/12/03/vaccinazioni-pediatriche/

(12)http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/burioni-il-guru-delle-cure-amato-da-renzi-nella-lista-dei-26-mila-massoni-finita-online/

(13) Matricciani, Emilio  – La scrittura tecnico scientifica -  Casa Editrice Ambrosiana (Zanichelli) 2007 in particolare il Capitolo 4 per l’incidente del Challenger. Troverete anche un ampia descrizione del caso “Schon”.

Addio al professore della memoria

Negli ultimi tempi complice l’impossibilità di collegarmi, per motivi che qui sorvoleremo, ai canali nazional popolari o a quelli a pagamento commercial demenziali,  mi sono dedicato al piacere di rivedere dei film che sono stati trasmessi per fin troppo breve tempo dai canali televisivi tradizionali e che ho gelosamente conservato.

Se dovessi fare una classifica degli ultimi tre,  in ordine di preferenza rigorosamente e del tutto casuale, metterei: Django Unchained, La Caduta, e Le Vite Degli Altri (la maiuscola non è un omaggio alla lingua di Kant ma piuttosto alle opere in se stesse).

Citerei anche il Nome della Rosa se non fosse che la versione cinematografica fa gridar vendetta per alcune vere e proprie bestemmie interpretative del regista (come la morte di Bernardo Guy, inesistente nel libro e che è tipica di un certo genere cinematografico importato da oltreoceano che necessita di “happy end” o almeno di una certa speranza che uccide a volte l’originale idea dell’autore o del regista stesso- si guardi ad esempio la versione di Blade Runner “director’s cut”).

Nonostante i tre film siano diversi tra di loro,  anche se si potrebbe identificare una purt roppo facile linearità temporale tra il film sugli ultimi giorni del macellaio di Berlino (inteso sia come attributo personale che come nome proprio visto quello che era  diventata la città-mattatoio nell’Aprile del 1945) e quello della stessa Berlino anni dopo inquadrata sotto la sottile fitta nebbia della normalizzazione orwelliana da grande fratello, il nesso con Django si fa difficoltà a trovarlo. Infatti non c’è, se non fosse per la superba interpretazione di un attore di origine germanica, come Christoph Waltz, così come superba è l’interpretazione degli altri due teutonici Bruno Ganz e  Ulrich Mühe.

Il fattore che hanno in comune  è quello della “memoria”, la memoria storica che ormai nessuno sembra più voler curare. La memoria della segregazione razziale e da dove viene, la memoria delle guerre e del totalitarismo dei primi del 900, la memoria della Stasi e del mito del controllo assoluto.

Eppure se ne parla sempre meno tanto che ci hanno dovuto fare una giornata apposta. Guardi i palinsesti televisivi che sono desolatamente uniformati, senti i discorsi del bar, del ristorante o davanti la macchina del caffè e sembra che ci si vergogni a parlare di cose che sono considerate troppo serie. E invece ve n’è  tanto il bisogno, basta vedere come cambiano i discorsi al suddetto bar, o alla mensa se invece di parlare di San Remo o del goal di Totti si azzarda un incipit del genere di quello che ho improvvidamente lanciato oggi, davanti ad alcuni miei nuovi commensali che alla mia malinconia sicuramente originata dalla scomparsa dello scrittore che più di tutti ha fatto della salvaguardia della memoria un tema costante delle sue opere, si sono stupiti quando, citandolo, ho detto che reputavo inconcepibile l’appiattimento del passato che fa ignorare alle nuove generazioni il fatto che per esempio Hitler e Mussolini non si siano incontrati per la prima volta nel 1945, quando erano alla fine dei loro giorni, ma molto prima. Eppure in uno di quei bei quiz normalizzati televisivi la maggioranza dei giovani presenti lo ignorava del tutto.  Oppure di alcuni discorsi antiparlamentari che si sentono fare spesso oggi da quelli che reputano parlamento e politici ormai cotti , morti, poiché tutti corrotti e che “si stava meglio quando si stava peggio” e vorrebbero rimpiazzare tutto con una rivoluzione che vorrebbero fosse democratica del popolo ma che in realtà è dominata dai pochi “guru” di internet o dei pifferai magici che cavalcano le paure del diverso. Interessante rileggere alcuni passi di un primissimo libro di De Felice sul duce (qui la minuscola è volontaria, me ne scuso con i puristi) e rendersi conto che erano gli stessi discorsi che pontificava un allora giovanissimo Benito Mussolini capo popolo, pensate un po’, delle frange dei socialisti rivoluzionari di allora (ancora più a sinistra dei riformisti di Turati) che tuonava contro il governo corrotto di Giolitti, che corrotto lo era veramente soprattutto quando si trattava di risolvere i problemi del sud gestito in maniera clientelare (fin d’allora!). E guarda un po’ la pausa caffè si anima, il pranzo passa via più velocemente, e scopriamo che c’è chi ha letto il libro di storia contemporanea del Villari, chi ha da dire la sua su “Canale Mussolini” e francamente la discussione diventa intellettualmente stimolante, lo stomaco ringrazia per il rinnovato afflusso sanguigno che stimola la digestione con buona pace dei problemi del povero Totti che si strugge l’anima perché non ha più l’età per giocare nella sua “Maggica” (ma ecco un buon motivo per ricominciare, o forse in questo caso dovremmo dire iniziare, a leggere!).

Ed allora ecco che la memoria si dimostra importante, forse un bisogno che per fortuna abbiamo noi esseri umani, consapevoli della nostra morte a differenza degli altri animali del creato. Quella memoria che un tempo si voleva cancellare per evitare lo sviluppo del libero pensiero, come facevano i fanatici dell’abazia del Nome della Rosa preferendo mangiare pagine avvelenate di un libro pur di non vederlo pubblico, o come tentavano i normalizzatori della Stasi o nel premonitore 1984 di Orwell con un sistematico lavaggio del cervello delle masse.

E come forse oggi si rischia di cancellare con un meccanismo piuttosto sottile che i militari esperti di guerre elettroniche conoscono bene, che si chiama “jamming” che viene dall’inglese “jam”: rumore. Quello che rischia di diventare il nostro modo di vivere sommerso dalla montagna di informazioni che riceviamo quotidianamente dalla televisione, da internet, dalle mille attività che facciamo in parallelo, in “multi tasking”, che fatalmente, è dimostrato, riducono la nostra capacità a ricordare, e a tenere viva la nostra memoria.

Ecco perché personaggi come Umberto Eco erano così importanti. Perché portabandiera della memoria.

Mi piacerebbe camminare in una biblioteca grande come quella in cui lo vediamo camminare nel finale di questo video, simbolo magnificente e possente della guida, e della speranza, che possiamo trarre dalla nostra memoria e da quella dei libri che abbiamo letto… e scritto.

https://www.youtube.com/watch?v=Hq66X9f-zgc&feature=youtu.be

Ciao prof!

Crowdfunding e idee contro la crisi

Interessante servizio di Report sul fenomeno delle nuove startup attraverso meccanismi di finanziamento dal basso chiamati Crowdfunding. Invece di tante parole credo sia più efficace guardarsi la trasmissione http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-a31abb5d-9a75-4947-8628-445afaa5ea0d.htm. In italia esistono siti di finanziamento dal basso (il cosiddetto corwdfunding) come per esempio questo https://www.produzionidalbasso.com/media/docs/pdb_comefunziona.pdf . Anche qui se  non volete leggervi il papiro basta che vi guardate il video all’interno del documento.

La problematica di una startup oltre all’incognita di avere la buona idea  è l’assunzione del rischio per lanciarsi in qualche impresa che a molti può sembrare pazza  (che non è proprio nella nostra cultura europea) e il budget iniziale di finanziamento, che è difficile da trovare nelle condizioni economiche attuali. Negli Stati Uniti questo problema non c’è mai veramente stato in quanto i mecenati disposti a rischiare non mancano. Il sistema di finanziamento dal basso con rischio praticamente nullo permette quindi anche da noi a chi ha un’idea di metterla in mostra in questi siti che sono una specie di “vetrine specializzate” e chiedere finanziamenti in cambio di quote partecipative o altre forme di contraccambio.

Un modo strategico di affrontare la crisi  ma soprattutto una via originale e eccitante per creare anche qui da noi il sogno americano e  non continuare a piangersi addosso.

Un post da condividere….

http://parma.repubblica.it/cronaca/2014/11/01/news/mia_moglie_illesa_dopo_un_ictus_una_storia_che_sta_commovendo_il_web-99548199/?ref=HREC1-13

Tra tante brutte notizie una che mi ha fatto riflettere sulle eccellenze di questo Paese che spesso dimentichiamo

Ciao!

Pensare il proprio pensiero strategico e saper gestire le emergenze

Molto attuale questa intervista del 2009 del professor Piero Marietti, che prendeva spunto dall’ennesimo incidente mortale incorso ad alcuni operai.

Molto ricorrente, purtroppo, il tema sull’imperizia dovuta al pressappochismo figlio dell’assenza di cultura generale, ma forse più banalmente alla mancanza di semplice buon senso, incapacità di trovare il tempo per “pensare il proprio pensiero”, svogliatezza, ignoranza chiamatela come volete.

L’imperizia di cui si parla in questo video non è solo quella della gestione dell’emergenza è anche quella della pianificazione strategica. Se la pianificazione è fatta senza trovare il tempo di “pensare a quello che stiamo facendo”, ma gestendo le cose come arrivano “day by day” alla fine è evidente la destinazione al fallimento. In questo caso il vecchio detto “carpe diem” non funziona. Vivere alla giornata può andar bene per una bella vacanza con Avventure del Mondo ma applicata in ambito professionale e civile crea disastri.

Un paio di esempi per rendere meglio l’idea.

Nel settore aziendale Privato, schiavo-padrone del mercato globale, spesso l’esigenza è rispondere rapidamente ed efficacemente alle richieste che sono sempre più rapide e folli. Immaginate cosa voglia dire sfornare un telefono cellulare ogni anno. Non si può solo pensare a “che telefono sviluppare nel 2015” ma anche e soprattutto “cosa vuole fare l’Azienda nei prossimi 5-10 anni”. E qui al bravo dirigente serve tutto: conoscenza tecnica dei prodotti, conoscenza umanistica e sociologica per la gestione del personale (se non crei una squadra vincente sei un fesso!), conoscenze di marketing ed economiche, ma anche Storia (maestra di vita! Della serie: non rifacciamo gli errori che altri hanno fatto nel passato).
E, infine, una volta decisa, dopo somma fatica, questa strategia bisogna avere la coerenza (e la DECENZA) di tenere la barra dritta per il tempo necessario. Il cambiamento è fisiologico, ma come tutte le cose quando è esagerato si trasforma in patologia.

Nel settore Pubblico non ci saranno le stesse pressioni del “time to market” ma ci sono delle responsabilità forse anche più importanti. Finché manca la carta igienica nelle scuole si storce il naso ma pazienza (anche se è, consentitemelo, vergognoso) ma se poi uno casca in un pozzo artesiano o in una voragine sulla Colombo o muore travolto da un mare di fango in un sobborgo urbano costruito abusivamente che si sbraca alla prima pioggia autunnale partono denunce e querele.
Il peccato mortale della dirigenza politica del nostro come di altri paesi messa tanto in croce negli ultimi anni per una condotta moralmente e penalmente disdicevole non è solo la corruzione e la concussione ma anche, e forse soprattutto, l’ignoranza nel senso di ignorare la cultura necessaria alla direzione di quel compito per cui queste persone sono state nominate e per cui non dovrebbero avere quella responsabilità. Temo che gli ignoranti siano molto più numerosi dei disonesti e possono fare tanto se non più male (il cocktail micidiale è avere entrambi: un ignorante E disonesto). Battaglie contro nepotismo e raccomandazioni andrebbero condotte in maniera molto meno emotiva e più ragionata. In molti altri paesi del mondo USA in testa la raccomandazione non è una parolaccia, ma è pratica consolidata per la ricerca dei talenti. Io non vedo niente di male a raccomandare una persona se la si reputa veramente brava- basandosi su criteri obiettivi : su esperienze lavorative, diplomi ottenuti in scuole di comprovato valore- e a condizione che il sistema lavorativo sia creato in modo che questa persona sia continuata ad essere valutata nel tempo anche dopo l’assunzione. Per il suo bene e per il bene degli altri. Basterebbe legare il 50% dello stipendio a dei vincoli di performances chiaramente misurabili e quantificabili stabiliti da una serie di norme eque in accordo con la legislazione sul lavoro (qui si aprirebbe un dibattito sui K.P.I equi ma non finti) ed in linea con parametri internazionali e di libera concorrenza (l’assessore ai lavori pubblici del comune di Udine deve avere gli stessi criteri di valutazione di quello di Catania ma mi verrebbe voglia di dire anche di quello di Parigi) e direttamente proporzionale al grado di responsabilità. Nel privato non esistono veri e propri concorsi alla fine sono tutti dei raccomandati e nessuno si scandalizza.

E visto che lo abbiamo accennato. Questi problemi di dirigenti ignoranti (o caproni) non esistono solo nel settore pubblico ma anche nel settore privato. Potrei enumerare una serie di esempi di campioni di ignoranza di floride e avviate aziende private che sono state affondate da dirigenti incapaci che potremmo definire “i re Mida al Contrario”, magari salutati al loro arrivo da trombe e fanfare per finire dopo pochi anni essi stessi trombati a seguito di una disastrosa pianificazione aziendale e un’incapacità di gestire l’emergenza della crisi.

Un bravo equipaggio di una qualsiasi buona compagnia aerea vola tranquillo perché è addestrato all’emergenza. Studia in continuazione situazioni di emergenza.
Un’azienda che risparmia sull’addestramento della gestione del rischio e del problem-solving non è una buona azienda e si assume responsabilità molto gravi.

In realtà una buona gestione strategica dovrebbe evitare l’emergenza. Se in ambito professionale si lavora in emergenza continua, a meno di non lavorare in un pronto soccorso dove l’emergenza “è” fisiologica (ma anche i professionisti dell’emergenza possono lavorare cum grano salis o improvvisando!) vuol dire che si sta lavorando male o che non si è definita una politica strategica chiara.
E quando poi ci si trova ad affrontare un’emergenza VERA (naufragio della nave che cozza sullo scoglio dell’Isola del Giglio, il bambino che casca nel pozzo artesiano, il telefonino che esplode e che uccide un utente facendo crollare le azioni della casa produttrice, o semplicemente il cinese che ti copia il prodotto, te non l’hai previsto non sai cosa fare e ti crolla il fatturato del 50%) allora la mancanza di saper pensare, l’assenza di cultura generale di chi è preposto a dirigere e decidere scatena un vero e proprio armageddon.
In somma, l’emergenza è la punta dell’iceberg o la cartina tornasole per capire quanto si stia lavorando in maniera efficace, efficiente e strategicamente producente.

L’essenziale è prevedere il problema ed insegnare a gestirlo e risolverlo. E questo si fa con l’educazione e la cultura che NON è mai solo specialistica ma ANCHE generale, l’insegnamento della Storia, del pensiero filosofico, sociologico, psicologico, della comunicazione strategica e del problem-solving tutta roba che richiede tempo per essere assimilata e non è un’accozzaglia di nozioni che si possono leggere su Wikipedia, o riassumere in qualche annetto di laurea specialistica che poi pomposamente chiamiamo “ingegneria gestionale” che mi fa piuttosto pensare a quel cartone animato gesticolante (il Diavolo della Tanzania) piuttosto che a un saggio pianificatore.
Solo un sistema scolastico serio e con capisaldi culturali inamovibili (non le cazzate delle “tre i”!) è il presupposto essenziale a questa forma mentis abituata al pensiero critico e destinata al successo.
E, in ambito professionale, solo con la formazione continua che non è solo specialistica ma anche e soprattutto legata allo sviluppo umano della persona (coaching, problem-solving strategico) si può addestrare personale di valore capace di attraversare indenne le tempeste della crisi del mercato globale (e con la capacità di riadattarsi ai cambiamenti che questa crisi produce).

Che sia di una grande Azienda, un intero Paese, il Parlamento, un Consiglio Comunale fino al nostro proprio nucleo familiare il successo è frutto di formazione continua, di pianificazione e di studio. Studio del pensiero stesso! Il successo rapido a meno di non essere dei geni è da guardare con diffidenza Quasi sempre si passa per tanta fatica.
Troppa fatica? Mi dispiace ma la cultura facile Prêt-à-Porter non esiste. Questa necessità di istruirsi al pensiero è tanto più essenziale in paesi come il nostro, in recessione ma soprattutto infettato dal disincanto e dalla sfiducia collettiva e senza più gli angeli custodi dei petrodollari del piano Marshall. Senza più la possibilità di sprecare soldi per incompetenza, semplicemente perché i soldi sono finiti e nessuno è disposto più a prestarceli a buon mercato.
Oggi più che mai ce la dobbiamo fare da soli e mai come prima è fondamentale ricercare inventiva, bravura individuale, saggezza, buon senso e una grandissima forza di volontà. Volontà di fare le cose PER BENE. In tutti i settori. Tutti. Non solo quello politico amministrativo su cui è facile sparare perché clamorosamente squalificato da conclamati e comprovati disastri colposi e dolosi (e speriamo di non votarlo più, anche se ci offre il posto fisso per nostro figlio). Di questi tempi bisogna essere esigenti anche verso noi stessi e trasmettere questo genere di cultura dell’eccellenza di fare le cose fatte per bene senza la ricerca di facili scorciatoie.
In somma siamo noi i primi manager della nostra vita. Sto parlando di sacrosanti valori culturali e morali che mi vergogno anche di scrivere per quanto sono banali. Tutto questo genera il successo a lungo termine. Ovviamente presupposto inamovibile è la voglia di migliorarsi e di migliorare, di lavorare ed anche una certa presunzione di arrivare ad essere i migliori. Con l’aiuto del pensiero e della ragione.

“Si… Può… Fare!” : L’arte (e il piacere) della soluzione strategica

Per caso sono capitato su questo post che cito volentieri http://www.efficacemente.com/2014/10/talenti/

Consiglio di fare l’esercizio indicato nel link su una difficoltà banale, ma fastidiosa (e ripetitiva, un po’ come il sassolino nella scarpa) magari legata al vostro lavoro e non utilizzare – almeno all’inizio -  questa “ricetta” come la cura a qualche patologia clinica o male di vivere esistenziale.

Io per esempio l’ho provato sull’ansia di dover fare le cose bene e in fretta (che è un po’ un ossimoro) che è tipica di certi ambienti lavorativi moderni, con clienti o datori di lavoro che pretendono il “tutto, subito e fatto al meglio”. L’ansia di dover soddisfare queste richieste, e il nobile obiettivo di garantire l’eccellenza del servizio va spesso a discapito del nostro sistema nervoso.

Ma la cosa potrebbe essere applicata ad altri settori, dall’insegnante troppo intimorito dalla classe, all’impiegato che si sente poco apprezzato, al marito (o alla moglie) che si sente svilito dalla controparte magari perché non compreso, a chi non trova lavoro e sbatte le corna continuamente su muri di gomma (perché magari spara curricula a ripetizione e sta cedendo all’ansia -legittima, ma terribilmente inefficace se non supportata da un piano strategico- di doversi trovare il lavoro ad ogni costo alla “ndo cojo cojo”) fino a a coloro che si sentono vittime e via discorrendo…. Tante piccole cose che spesso ci fanno sospirare, ci fanno fossilizzare sul “problema” e non sulla “soluzione” e infine capitolare con  la terribile frase “No, è inutile… Non ce la faccio … Non si può fare”

E invece si può sempre trovare il modo per urlare il liberatorio “Si… Può… Fare!”















P.S) tengo a precisare che non ho nessun tipo di legame, o collaborazione diretta o indiretta con il sito su menzionato, di cui però ho apprezzato il contenuto del post specifico che ho deciso di menzionare su matteosan.com.

I Cannoni di San Vito

 

Un Amarcord estivo, con un flash back di trent’anni fa! :-)   Cliccate sul link di sotto per vedere il video!

http://youtu.be/aF1qRgET5I4

Se fossimo tutti elettricisti non ci godremmo la televisione

Una riflessione filosofica sullo stress da computer forse anche perché su Sky stasera davano Terminator 3 :-) (lo so  ma concedetemi un po’ di patatine fritte! Mica possiamo sempre mangiare macrobiotico!)

Ecco il pensieroide: Oggi siamo circondati dalla tecnologia. Gli ingegneri poi si considerano padroni della medesima quando invece molto spesso ne sono tristemente schiavi incoscienti (nel senso di non rendersene conto ma potete benissimo considerare il significato di incosciente come pazzo perché ci rimettono la salute).

La tesi è semplice: l’ingegnere poiché ha studiato – ci mancherebbe che non sapesse padroneggiare tutto quello che è tecnologico! Ne fa quasi una questione di principio! Quindi non sia mai che se ho un problema all’auto, al rubinetto di casa, al televisore o al computer e non me lo riparo da solo!?

Finché si trattava di sistemi elettromeccanici la cosa poteva anche funzionare. Ricordo una volta mio zio – che beato lui non era ingegnere! – dopo aver meticolosamente riparato un vecchio televisore (Seleco mi pare) lo fece inavvertitamente cadere per terra. Erano i vecchi televisori a tubi catodici (che saranno mai?), riuscì a rimontarlo pezzo per pezzo con somma pazienza!

Oggi le macchine cominciano a vivere di una vita propria perché i programmi che servono per girarci sopra diventano sempre più complessi: programmi che servono per spiegare altri programmi. Programmi che riparano altri programmi. Programmi che insegnano a come usare i programmi che programmano altri programmI! Programmi che fanno i dottori (gli antivirus). E programmi che cominciano neanche ad aver bisogno dei programmatori perché imparano da soli in base ai propri errori! Eh si, sono gli algoritmi di apprendimento automatico (ci hanno fatto pure un corso a Stanford, si chiama Machine Learning, trent’anni fa ci ridevamo sopra guardando i film come War Games!). Il programma comincia ad essere autocosciente: in somma te torni a casa accendi Windows e hai l’impressione che viva “di vita propria”! Non hai assolutamente toccato niente ma chissà perché non ti si collega alla rete. Chissà perché non ti vede più quel tuo santissimo disco di backup che ci hai messo dentro tutti i dati e se te li perdi ti butti dlla finestra. Panico.  ”Semplice” ti fa il tuo amico hacker a cui ti sei rivolto dopo che hai cercato invano di risolverti il problema da solo “il tuo router ha cambiato un ip dimanico a causa dello scheduling del processo di aggiornamento del net bios locale e quindi lui ha riparametrizzato il tunneling”

SEMPLICE??? Se credete che questo sia arabo per gente comune tranquillizatevi. E’ turcocinese anche per la maggior parte degli ingegneri, che però testardi  si continuano a guardare i forum, internet, i libri di scuola, smadonnano tutta la notte e poi alle tre del mattino contenti come una pasqua trovano la soluzione e neanche riescono ad adormentarsi (si perché per chi non lo sapesse lo schermo del computer riduce la melatonina che è un ormone che ci fa dormire). In somma hai passato sei ore per poter risistemare la connessione di rete!

In soldoni il concetto è il seguente: si passa più tempo a fare la “maintenance” del software che a godersi le applicazioni. Per una fame di controllo, o un’ansia da prestazione, chiamatela come volete. Senza rendersi conto (da qui l’incoscienza) che, come dei redivivi “Icari”, andiamo a mettere le mani su qualcosa più grande di noi: il SOFTWARE che sta diventanto autocosciente. La rete Skynet di Terminator non è poi così lontana. Come il cervello umano contiene il nostro software (e infatti senza il cervello che funziona siamo dei vegetali) così i programmi sono i neuroni del nostro PC. Solo che quando un neurone del cervello si brucia non c’è verso di rigenerarlo. Così il software, che diventa sempre più complesso, diventa anche sempre meno riparabile. Siamo noi che pensiamo di poterlo mettere a posto.

Alla fine la vecchia soluzione è: cancello e reinstallo tutto (aihmé per il cervello umano non funziona, contenti gli psicanalisti che se no andrebbero sul lastrico)

E quindi continuiamo a vivere credendoci dei bravissimi elettricisti senza renderci conto che passiamo la nostra vita a riparare ( o a leggere i manuali di istruzioni) invece che di approfittare.

Ah postilla: questo discorso non vale solo per gli ingegneri, ma per tutti quelli che si considerano tali. Molto spesso questi ultimi, gli hacker fai da te che hanno il poster di Matrix in camera, sono estremamente più bravi degli ingegneri “titolati” .Ma proprio per questo o a causa di un contrappasso cosmico anche i nostri bravi amici “hacker” sono quelli che senza saperlo sono i più schiavi di “Skynet”. In somma non serve il famoso pezzo di carta per essere un’ ingegnere. E’ una forma-mentis propria di tutti coloro che pensano di poter controllare un Sistema che invece piano piano sta inesorabilmente controllando le loro vite.

Asta la vista!

Meditate.

Volo AF 447, Rapporto finale del BEA, Le reazioni

Come era prevedibile le reazioni di AirFrance, di Airbus e dei parenti delle vittime riguardo al rapporto finale del BEA (citato in questa sede, cfr:Terzo Rapporto BEA sull’incidente AF447)   non si sono fatte attendere.

1/3) Crash du Rio – Paris : Air France réagit (1/3)
Ovviamente Air France sottolinea le parti del rapporto che mettono in evidenza come l’ambiente nel coockpit quella sera fosse “degradato” nel senso che i piloti non avevano tutte le informazioni necessarie per prendere le decisioni corrette e che comunque sono restati al loro posto fino alla fine (mi verrebbe da dire: ci mancherebbe!). La parte interessante è la nota finale in cui AirFrance rivendica di aver già messo in atto molte delle raccomandazioni che sono emerse dal rapporto per ciò che riguarda la formazione del personale il che implicitamente rivela come sia piuttosto d’accordo con queste raccomandazioni (e che forse prima le procedure non erano proprio perfette).

2/3) Crash du Rio – Paris : Airbus réagit (2/3)
Airbus sembra piuttosto d’accordo con il rapporto e, come AirFrance rivendica l’aver messo in atto delle contromisure per migliorie tecniche (per esempio la sostituzione di tutte le sonde Pitot) ben prima del rapporto definitivo del BEA, terminando la dichiarazione con un ricordo delle vittime.

3/3) Crash du Rio – Paris : les familles plutôt déçues (3/3)
La reazione delle vittime essendo dettata dall’emotività è spesso meno controllata e imparziale come è inevitabile e comprensibile. Alcuni comunque riconoscono al rapporto del BEA di aver fornito molti più dati. Il loro desiderio è di capire esattamente il perché tutto questo si sia verificato (ma, onestamente credo che sia abbastanza chiaro a questo punto che il perché vada cercato in una molteplicità di fattori) e alcuni lamentano il fatto che si sia data troppa importanza al fattore dell’errore umano (che in questi casi ripara le compagnie aeree e il costruttore da potenziali indennizzi). Riguardo a quest’ultimo punto c’è da dire che, rispetto al penultimo rapporto del BEA (Terzo Rapporto del BEA sull’incidente AF447 ) quello definitivo riporta molte più raccomandazioni tecniche per il costruttore (come quelle sui segnali visivi dell’allarme di Stallo e del modo di disinnesco dei direttori di volo che sono degli assi sull’orizzonte artificiale che indicano al pilota come muovere il joystick per mettere l’aereo in un corretto assetto, e che quando il pilota automatico si disconnette hanno un funzionamento tale da richiedere un intervento manuale che i piloti quella sera non hanno eseguito).

Da notare che è in atto un procedimento giudiziario separato all’inchiesta del BEA che vede Airbus e Airfrance comparire come imputati per il reato di omicidio involontario. Ci si augura che i giudici facciano un corretto uso del rapporto tecnico del BEA senza cedere a pressioni o strumentazioni politiche (a meno che, durante il processo, non emergano fattori di rilevanza penale ad oggi sconosciuti).

(Update: 16/03/2013)
Alcune informazioni complementari riguardanti il procedimento giudiziario in corso metterebbero in evidenza come l’equipaggio la notte precedente l’incidente non avrebbe dormito molto.
Equipaggio Stanco
Fonte originale (settimanale Le Point)
Fatigue des Pilotes

Volo AF 447, Rapporto finale del BEA

Il BEA ha finalmente pubblicato il rapporto finale del volo AF 447 già ampiamente discusso in questa sede. La totalità del rapporto è disponibile a questo link: http://www.bea.aero/fr/enquetes/vol.af.447/vol.af.447.php.

Come ampiamente previsto il BEA, al contrario di certi piloti che cercano fama come romanzieri, ha fatto un lavoro serio confermando la tesi secondo la quale si tratta di una serie di problemi tecnici aggravati dal fattore umano.

Nessun dubbio che il fattore scatenante sia stato il congelamento delle sonde Pitot (le sonde che permettono all’aereo di capire la sua velocità, attraverso la misura della velocità dell’aereo rispetto all’aria). Sugli Airbus come su tutti gli aerei queste sonde sono ridondanti: ce ne sono tre. In quella particolare situazione atmosferica sul fronte intertropicale quella notte di Giugno si è probabilmente verificato il fenomeno del supercongelamento. Di fatto tutte e tre le sonde si sono congelate. Il computer di bordo non sapendo più a che velocità viaggiava l’aereo ha disconnesso il pilota automatico e l’aereo è entrato in una modalità che nel rapporto viene chiamata ALTERNATA ma che sostanzialmente vuol dire pilotaggio manuale.

Si tratta di un’anomalia seria ma che non è per niente tragica. Esistono delle procedure per la gestione del volo anche in assenza di riferimenti di velocità. Airfrance le pubblica periodicamente, nello specifico ci si deve riferire a quella intitolata IAS douteuse (velocità dubbia). Ora bisogna capire che in cabina erano restati i due piloti, essendo il comandante andato a dormire, e che il pilota in funzione era il più giovane. Il comandante era a riposo come previsto dal turno. L’errore del comandante (primo errore) è stato quello di non aver definito chiaramente un suo vice. Il pilota che non pilotava (Pilota Non in Funzione) ha avuto un ruolo non definito.

Alla disconnessione del pilota automatico con le velocità indicate molto basse (immaginate le sonde tappate, o quasi, che misurano una velocità di una novantina di chilometri all’ora, a tratti zero! che è evidentemente impossibile perché l’aereo fino a tre secondi prima viaggiava a 900 chilometri all’ora), il pilota avrebbe dovuto applicare la procedura di IAS douteuse che prevede di tirare su LEGGERMENTE l’aereo (massimo 3 gradi) e di dare tutta manetta. Perché LEGGERMENTE? Perché a 35000 piedi l’aria è molto rarefatta, basta cabrare l’aereo in maniera più energica e l’aria che fila sulle ali diventa turbolenta, l’aereo perde portanza e va in Stallo. Attenzione: la procedura è radicalmente diversa se l’aereo è sotto i 10000 piedi (per esempio in fase di atterraggio): in quel caso bisogna tirare su più energicamente (per modo di dire: max 6 gradi) e dare sempre tutta manetta (Take Off Go Around). Il pilota in funzione era stato addestrato solo per situazioni di velocità dubbia a bassa altitudine. Forse per questo ha tirato su troppo l’aereo. Sta di fatto che il pilota mette i motori al massimo (giustamente) ma cabra troppo l’aereo ben oltre i tre gradi (a onor del vero ben oltre anche i sei gradi di assetto): doppio secondo errore. In un minuto l’aereo è salito al ritmo di 6000 piedi al minuto (manco fossimo in un decollo di un C130 in configurazione di attacco da un terreno del Kosovo!)

Dopo un minuto per il teorema di Bernouilli l’aereo è entrato in stallo. Ora attenzione: l’allarme di stallo sugli Airbus funziona così: se l’angolo di incidenza è superiore a un valore limite E la velocità indicata è superiore ai sessanta nodi SUONA. MA se la velocità è inferiore ai sessanta nodi NON SUONA. Questo per evitare allarmi intempestivi quando l’aereo è in rullaggio sulla pista. Nessuno si immagina che un aereo vada in stallo sotto i 50 nodi, il pilota deve prendere azioni ben prima! Ebbene questo funzionamento ha fatto si che nei primi secondi l’allarme di stallo ha suonato un po’, il pilota ha cabrato, poi ha picchiato un po’, ma la velocità era così bassa (sonde gelate) che l’allarme di Stallo ha smesso di funzionare per un attimo. Poi ha ripreso e ha continuato a suonare per 58 secondi ininterrottamente. In quel caso il pilota DEVE picchiare per far riprendere aderenza del flusso di aria con le ali. DEVE. E a 35000 piedi ha tutto il tempo che vuole. Puoi picchiare per un minuto buono al massimo perdi 10000 piedi poi la portanza ti porta su. Paradossalmente se lasci la cloche (il joystick negli airbus) l’aereo casca da solo e si rialza da solo! Ma no! Qui il pilota continua a CABRARE con motori al massimo. Ad un certo punto lo si sente pure dire “Oddio mi sembra di avere una velocità assurda”. Invece stava a una velocità ridicola e in caduta costante (visto che in caduta costante non percepisci l’accelerazione come insegna la relatività di Einstein e fuori era buio senza riferimenti visivi). Questo il terzo errore grave. Poi il comandante rientra e non prende la situazione in mano (quarto errore grave), nel frattempo le sonde si sono scongelate la velocità torna corretta ma ormai NESSUNO IN CABINA DI PILOTAGGIO SEMBRA FARE PIU AFFIDAMENTO AGLI STRUMENTI E/O AGLI ALLARMI. In sostanza sono in condizione di disorientamento totale.

Ecco l’aspetto critico della faccenda. L’equipaggio dopo qualche secondo ha perso finducia nella strumentazione di bordo, o non l’ha capita o voluta capire. Pure un allarme tanto netto e semplice che urla STALLO STALLO non vè stato preso in considerazione.

Ecco perché il BEA tra le 41 raccomandazioni alla fine del rapporto, dopo aver citato doverosamente i compiti di addestramento a cui devono essere sottoposti gli equipaggi in questo caso (soprattutto l’addestramento in simulatore per situazioni di velocità dubbia ad alta quota), dopo le dovute citazioni agli errori umani, ci tiene a sottolineare che anche certi parametri ergodinamici e/o alcuni gestioni software degli allarmi vanno riviste, per rendere i sistemi di comunicazione dell’aereo ancora più comprensibili di quanto non lo siano già all’equipaggio. Nel caso specifico dell’allarme di stallo di aggiungere per esempio segnali VISIVI e non solo sonori. E inoltre di aggiungere un’indicazione dall’angolo di incidenza che è l’unico vero parametro che ti fa capire se sei in stallo o no (l’angolo di incidenza NON E’ l’orizzonte artificiale! Quello c’è su tutti gli aerei).

In Francia le polemiche si sono scatenate. I presunti esperti trovano il rapporto scandaloso perché secondo loro scarica la colpa solo sui piloti. Altri invece dicono che la colpa è solo ed esclusivamente di un equipaggio inetto ed incapace. Tutte opinioni estreme dettate più dall’emotività che dalla ragione.

In questa storia la responsabilità dell’equipaggio è enorme. Ma non di quello specifico equipaggio. Sarebbe potuto capitare a chiunque. La responsabilità della compagnia aerea che non ha assicurate un corretto addestramento è importante. Anche i costruttori hanno le loro responsabilità. Thales, che ha fabbricato delle sonde che in quelle specifiche condizioni non si sono comportate come dovevano (anche se solo temporaneamente). Airbus che su alcuni parametri ergonomici deve migliorare l’interazione dell’interfaccia uomo-macchina. Nessuno è un assassino in questa storia. Non c’è nessuno scandalo. La solita maledetta serie di fattori assolutamente imponderabili. Forse paradossalmente l’equipaggio non è stato capace di reagire perché abituato a un sistema, quello del trasporto aereo, dove non capitano quasi mai incidenti, e magari in simulazione ci si concentra su altri scenari che su questo così raro.

Il riassunto di questa storia lo ha sintetizzano bene in questo trafiletto di questa rivista on line molto professionale ma al contempo accessibile a tutti

“Per Jean-Paul Troadec, direttore del BEA « se il BEA avesse pensato che questo incidente fosse dovuto unicamente a un errore dell’equipaggio, non avrebbe scrtitto (tra le 41 N.d.A) raccomandazioni quelle relative ai sistemi (avionici) alla formazione del personale e così via”. Quello che si vuol dire è che questo incidente avrebbe potuto capitare senza dubbio anche con altri equipaggi” (Air-Journal-Articolo-Crash de l’AF447 : le BEA pointe des facteurs techniques et humains)

M.S

Giochi Pirotecnici al Salario Sport Village!

Istanbul

 
Esiste anche un link a un video, che si può prelevare in fondo.

 



SEZIONE VIDEO

Istanbul_muezzin



 
 
 

How the U.S. Lost Out on iPhone Work

Original article from Ney York Times,  can be found here:

http://www.nytimes.com/2012/01/22/business/apple-america-and-a-squeezed-middle-class.html?_r=4&pagewanted=1&hp

How U.S. Lost Out on iPhone Work
When Barack Obama joined Silicon Valley’s top luminaries for dinner in California last February, each guest was asked to come with a question for the president.
But as Steven P. Jobs of Apple spoke, President Obama interrupted with an inquiry of his own: what would it take to make iPhones in the United States?
Not long ago, Apple boasted that its products were made in America. Today, few are. Almost all of the 70 million iPhones, 30 million iPads and 59 million other products Apple sold last year were manufactured overseas.
Why can’t that work come home? Mr. Obama asked.
Mr. Jobs’s reply was unambiguous. “Those jobs aren’t coming back,” he said, according to another dinner guest.
The president’s question touched upon a central conviction at Apple. It isn’t just that workers are cheaper abroad. Rather, Apple’s executives believe the vast scale of overseas factories as well as the flexibility, diligence and industrial skills of foreign workers have so outpaced their American counterparts that “Made in the U.S.A.” is no longer a viable option for most Apple products.
Apple has become one of the best-known, most admired and most imitated companies on earth, in part through an unrelenting mastery of global operations. Last year, it earned over $400,000 in profit per employee, more than Goldman Sachs, Exxon Mobil or Google.
However, what has vexed Mr. Obama as well as economists and policy makers is that Apple — and many of its high-technology peers — are not nearly as avid in creating American jobs as other famous companies were in their heydays.
Apple employs 43,000 people in the United States and 20,000 overseas, a small fraction of the over 400,000 American workers at General Motors in the 1950s, or the hundreds of thousands at General Electric in the 1980s. Many more people work for Apple’s contractors: an additional 700,000 people engineer, build and assemble iPads, iPhones and Apple’s other products. But almost none of them work in the United States. Instead, they work for foreign companies in Asia, Europe and elsewhere, at factories that almost all electronics designers rely upon to build their wares.
“Apple’s an example of why it’s so hard to create middle-class jobs in the U.S. now,” said Jared Bernstein, who until last year was an economic adviser to the White House.
“If it’s the pinnacle of capitalism, we should be worried.”
Apple executives say that going overseas, at this point, is their only option. One former executive described how the company relied upon a Chinese factory to revamp iPhone manufacturing just weeks before the device was due on shelves. Apple had redesigned the iPhone’s screen at the last minute, forcing an assembly line overhaul. New screens began arriving at the plant near midnight.
A foreman immediately roused 8,000 workers inside the company’s dormitories, according to the executive. Each employee was given a biscuit and a cup of tea, guided to a workstation and within half an hour started a 12-hour shift fitting glass screens into beveled frames. Within 96 hours, the plant was producing over 10,000 iPhones a day.
“The speed and flexibility is breathtaking,” the executive said. “There’s no American plant that can match that.”
Similar stories could be told about almost any electronics company — and outsourcing has also become common in hundreds of industries, including accounting, legal services, banking, auto manufacturing and pharmaceuticals.
But while Apple is far from alone, it offers a window into why the success of some prominent companies has not translated into large numbers of domestic jobs. What’s more, the company’s decisions pose broader questions about what corporate America owes Americans as the global and national economies are increasingly intertwined.
“Companies once felt an obligation to support American workers, even when it wasn’t the best financial choice,” said Betsey Stevenson, the chief economist at the Labor Department until last September. “That’s disappeared. Profits and efficiency have trumped generosity.”

Companies and other economists say that notion is naïve. Though Americans are among the most educated workers in the world, the nation has stopped training enough people in the mid-level skills that factories need, executives say.
To thrive, companies argue they need to move work where it can generate enough profits to keep paying for innovation. Doing otherwise risks losing even more American jobs over time, as evidenced by the legions of once-proud domestic manufacturers — including G.M. and others — that have shrunk as nimble competitors have emerged.
Apple was provided with extensive summaries of The New York Times’s reporting for this article, but the company, which has a reputation for secrecy, declined to comment.
This article is based on interviews with more than three dozen current and former Apple employees and contractors — many of whom requested anonymity to protect their jobs — as well as economists, manufacturing experts, international trade specialists, technology analysts, academic researchers, employees at Apple’s suppliers, competitors and corporate partners, and government officials.
Privately, Apple executives say the world is now such a changed place that it is a mistake to measure a company’s contribution simply by tallying its employees — though they note that Apple employs more workers in the United States than ever before.
They say Apple’s success has benefited the economy by empowering entrepreneurs and creating jobs at companies like cellular providers and businesses shipping Apple products. And, ultimately, they say curing unemployment is not their job.
“We sell iPhones in over a hundred countries,” a current Apple executive said. “We don’t have an obligation to solve America’s problems. Our only obligation is making the best product possible.”

‘I Want a Glass Screen’
In 2007, a little over a month before the iPhone was scheduled to appear in stores, Mr. Jobs beckoned a handful of lieutenants into an office. For weeks, he had been carrying a prototype of the device in his pocket.
Mr. Jobs angrily held up his iPhone, angling it so everyone could see the dozens of tiny scratches marring its plastic screen, according to someone who attended the meeting. He then pulled his keys from his jeans.
People will carry this phone in their pocket, he said. People also carry their keys in their pocket. “I won’t sell a product that gets scratched,” he said tensely. The only solution was using unscratchable glass instead. “I want a glass screen, and I want it perfect in six weeks.”
After one executive left that meeting, he booked a flight to Shenzhen, China. If Mr. Jobs wanted perfect, there was nowhere else to go.
For over two years, the company had been working on a project — code-named Purple 2 — that presented the same questions at every turn: how do you completely reimagine the cellphone? And how do you design it at the highest quality — with an unscratchable screen, for instance — while also ensuring that millions can be manufactured quickly and inexpensively enough to earn a significant profit?
The answers, almost every time, were found outside the United States. Though components differ between versions, all iPhones contain hundreds of parts, an estimated 90 percent of which are manufactured abroad. Advanced semiconductors have come from Germany and Taiwan, memory from Korea and Japan, display panels and circuitry from Korea and Taiwan, chipsets from Europe and rare metals from Africa and Asia. And all of it is put together in China.
In its early days, Apple usually didn’t look beyond its own backyard for manufacturing solutions. A few years after Apple began building the Macintosh in 1983, for instance, Mr. Jobs bragged that it was “a machine that is made in America.” In 1990, while Mr. Jobs was running NeXT, which was eventually bought by Apple, the executive told a reporter that “I’m as proud of the factory as I am of the computer.” As late as 2002, top Apple executives occasionally drove two hours northeast of their headquarters to visit the company’s iMac plant in Elk Grove, Calif.
But by 2004, Apple had largely turned to foreign manufacturing. Guiding that decision was Apple’s operations expert, Timothy D. Cook, who replaced Mr. Jobs as chief executive last August, six weeks before Mr. Jobs’s death. Most other American electronics companies had already gone abroad, and Apple, which at the time was struggling, felt it had to grasp every advantage.
In part, Asia was attractive because the semiskilled workers there were cheaper. But that wasn’t driving Apple. For technology companies, the cost of labor is minimal compared with the expense of buying parts and managing supply chains that bring together components and services from hundreds of companies.

For Mr. Cook, the focus on Asia “came down to two things,” said one former high-ranking Apple executive. Factories in Asia “can scale up and down faster” and “Asian supply chains have surpassed what’s in the U.S.” The result is that “we can’t compete at this point,” the executive said.
The impact of such advantages became obvious as soon as Mr. Jobs demanded glass screens in 2007.
For years, cellphone makers had avoided using glass because it required precision in cutting and grinding that was extremely difficult to achieve. Apple had already selected an American company, Corning Inc., to manufacture large panes of strengthened glass. But figuring out how to cut those panes into millions of iPhone screens required finding an empty cutting plant, hundreds of pieces of glass to use in experiments and an army of midlevel engineers. It would cost a fortune simply to prepare.
Then a bid for the work arrived from a Chinese factory.
When an Apple team visited, the Chinese plant’s owners were already constructing a new wing. “This is in case you give us the contract,” the manager said, according to a former Apple executive. The Chinese government had agreed to underwrite costs for numerous industries, and those subsidies had trickled down to the glass-cutting factory. It had a warehouse filled with glass samples available to Apple, free of charge. The owners made engineers available at almost no cost. They had built on-site dormitories so employees would be available 24 hours a day.
The Chinese plant got the job.
“The entire supply chain is in China now,” said another former high-ranking Apple executive. “You need a thousand rubber gaskets? That’s the factory next door. You need a million screws? That factory is a block away. You need that screw made a little bit different? It will take three hours.”

In Foxconn City
An eight-hour drive from that glass factory is a complex, known informally as Foxconn City, where the iPhone is assembled. To Apple executives, Foxconn City was further evidence that China could deliver workers — and diligence — that outpaced their American counterparts.
That’s because nothing like Foxconn City exists in the United States.
The facility has 230,000 employees, many working six days a week, often spending up to 12 hours a day at the plant. Over a quarter of Foxconn’s work force lives in company barracks and many workers earn less than $17 a day. When one Apple executive arrived during a shift change, his car was stuck in a river of employees streaming past. “The scale is unimaginable,” he said.
Foxconn employs nearly 300 guards to direct foot traffic so workers are not crushed in doorway bottlenecks. The facility’s central kitchen cooks an average of three tons of pork and 13 tons of rice a day. While factories are spotless, the air inside nearby teahouses is hazy with the smoke and stench of cigarettes.
Foxconn Technology has dozens of facilities in Asia and Eastern Europe, and in Mexico and Brazil, and it assembles an estimated 40 percent of the world’s consumer electronics for customers like Amazon, Dell, Hewlett-Packard, Motorola, Nintendo, Nokia, Samsung and Sony.
“They could hire 3,000 people overnight,” said Jennifer Rigoni, who was Apple’s worldwide supply demand manager until 2010, but declined to discuss specifics of her work. “What U.S. plant can find 3,000 people overnight and convince them to live in dorms?”
In mid-2007, after a month of experimentation, Apple’s engineers finally perfected a method for cutting strengthened glass so it could be used in the iPhone’s screen. The first truckloads of cut glass arrived at Foxconn City in the dead of night, according to the former Apple executive. That’s when managers woke thousands of workers, who crawled into their uniforms — white and black shirts for men, red for women — and quickly lined up to assemble, by hand, the phones. Within three months, Apple had sold one million iPhones. Since then, Foxconn has assembled over 200 million more.
Foxconn, in statements, declined to speak about specific clients.

“Any worker recruited by our firm is covered by a clear contract outlining terms and conditions and by Chinese government law that protects their rights,” the company wrote. Foxconn “takes our responsibility to our employees very seriously and we work hard to give our more than one million employees a safe and positive environment.”
The company disputed some details of the former Apple executive’s account, and wrote that a midnight shift, such as the one described, was impossible “because we have strict regulations regarding the working hours of our employees based on their designated shifts, and every employee has computerized timecards that would bar them from working at any facility at a time outside of their approved shift.” The company said that all shifts began at either 7 a.m. or 7 p.m., and that employees receive at least 12 hours’ notice of any schedule changes.
Foxconn employees, in interviews, have challenged those assertions.
Another critical advantage for Apple was that China provided engineers at a scale the United States could not match. Apple’s executives had estimated that about 8,700 industrial engineers were needed to oversee and guide the 200,000 assembly-line workers eventually involved in manufacturing iPhones. The company’s analysts had forecast it would take as long as nine months to find that many qualified engineers in the United States.
In China, it took 15 days.
Companies like Apple “say the challenge in setting up U.S. plants is finding a technical work force,” said Martin Schmidt, associate provost at the Massachusetts Institute of Technology. In particular, companies say they need engineers with more than high school, but not necessarily a bachelor’s degree. Americans at that skill level are hard to find, executives contend. “They’re good jobs, but the country doesn’t have enough to feed the demand,” Mr. Schmidt said.
Some aspects of the iPhone are uniquely American. The device’s software, for instance, and its innovative marketing campaigns were largely created in the United States. Apple recently built a $500 million data center in North Carolina. Crucial semiconductors inside the iPhone 4 and 4S are manufactured in an Austin, Tex., factory by Samsung, of South Korea.
But even those facilities are not enormous sources of jobs. Apple’s North Carolina center, for instance, has only 100 full-time employees. The Samsung plant has an estimated 2,400 workers.
“If you scale up from selling one million phones to 30 million phones, you don’t really need more programmers,” said Jean-Louis Gassée, who oversaw product development and marketing for Apple until he left in 1990. “All these new companies — Facebook, Google, Twitter — benefit from this. They grow, but they don’t really need to hire much.”
It is hard to estimate how much more it would cost to build iPhones in the United States. However, various academics and manufacturing analysts estimate that because labor is such a small part of technology manufacturing, paying American wages would add up to $65 to each iPhone’s expense. Since Apple’s profits are often hundreds of dollars per phone, building domestically, in theory, would still give the company a healthy reward.
But such calculations are, in many respects, meaningless because building the iPhone in the United States would demand much more than hiring Americans — it would require transforming the national and global economies. Apple executives believe there simply aren’t enough American workers with the skills the company needs or factories with sufficient speed and flexibility. Other companies that work with Apple, like Corning, also say they must go abroad.
Manufacturing glass for the iPhone revived a Corning factory in Kentucky, and today, much of the glass in iPhones is still made there. After the iPhone became a success, Corning received a flood of orders from other companies hoping to imitate Apple’s designs. Its strengthened glass sales have grown to more than $700 million a year, and it has hired or continued employing about 1,000 Americans to support the emerging market.
But as that market has expanded, the bulk of Corning’s strengthened glass manufacturing has occurred at plants in Japan and Taiwan.

“Our customers are in Taiwan, Korea, Japan and China,” said James B. Flaws, Corning’s vice chairman and chief financial officer. “We could make the glass here, and then ship it by boat, but that takes 35 days. Or, we could ship it by air, but that’s 10 times as expensive. So we build our glass factories next door to assembly factories, and those are overseas.”
Corning was founded in America 161 years ago and its headquarters are still in upstate New York. Theoretically, the company could manufacture all its glass domestically. But it would “require a total overhaul in how the industry is structured,” Mr. Flaws said. “The consumer electronics business has become an Asian business. As an American, I worry about that, but there’s nothing I can do to stop it. Asia has become what the U.S. was for the last 40 years.”

Middle-Class Jobs Fade
The first time Eric Saragoza stepped into Apple’s manufacturing plant in Elk Grove, Calif., he felt as if he were entering an engineering wonderland.
It was 1995, and the facility near Sacramento employed more than 1,500 workers. It was a kaleidoscope of robotic arms, conveyor belts ferrying circuit boards and, eventually, candy-colored iMacs in various stages of assembly. Mr. Saragoza, an engineer, quickly moved up the plant’s ranks and joined an elite diagnostic team. His salary climbed to $50,000. He and his wife had three children. They bought a home with a pool.
“It felt like, finally, school was paying off,” he said. “I knew the world needed people who can build things.”
At the same time, however, the electronics industry was changing, and Apple — with products that were declining in popularity — was struggling to remake itself. One focus was improving manufacturing. A few years after Mr. Saragoza started his job, his bosses explained how the California plant stacked up against overseas factories: the cost, excluding the materials, of building a $1,500 computer in Elk Grove was $22 a machine. In Singapore, it was $6. In Taiwan, $4.85. Wages weren’t the major reason for the disparities. Rather it was costs like inventory and how long it took workers to finish a task.
“We were told we would have to do 12-hour days, and come in on Saturdays,” Mr. Saragoza said. “I had a family. I wanted to see my kids play soccer.”
Modernization has always caused some kinds of jobs to change or disappear. As the American economy transitioned from agriculture to manufacturing and then to other industries, farmers became steelworkers, and then salesmen and middle managers. These shifts have carried many economic benefits, and in general, with each progression, even unskilled workers received better wages and greater chances at upward mobility.
But in the last two decades, something more fundamental has changed, economists say. Midwage jobs started disappearing. Particularly among Americans without college degrees, today’s new jobs are disproportionately in service occupations — at restaurants or call centers, or as hospital attendants or temporary workers — that offer fewer opportunities for reaching the middle class.
Even Mr. Saragoza, with his college degree, was vulnerable to these trends. First, some of Elk Grove’s routine tasks were sent overseas. Mr. Saragoza didn’t mind. Then the robotics that made Apple a futuristic playground allowed executives to replace workers with machines. Some diagnostic engineering went to Singapore. Middle managers who oversaw the plant’s inventory were laid off because, suddenly, a few people with Internet connections were all that were needed.
Mr. Saragoza was too expensive for an unskilled position. He was also insufficiently credentialed for upper management. He was called into a small office in 2002 after a night shift, laid off and then escorted from the plant. He taught high school for a while, and then tried a return to technology. But Apple, which had helped anoint the region as “Silicon Valley North,” had by then converted much of the Elk Grove plant into an AppleCare call center, where new employees often earn $12 an hour.

There were employment prospects in Silicon Valley, but none of them panned out. “What they really want are 30-year-olds without children,” said Mr. Saragoza, who today is 48, and whose family now includes five of his own.
After a few months of looking for work, he started feeling desperate. Even teaching jobs had dried up. So he took a position with an electronics temp agency that had been hired by Apple to check returned iPhones and iPads before they were sent back to customers. Every day, Mr. Saragoza would drive to the building where he had once worked as an engineer, and for $10 an hour with no benefits, wipe thousands of glass screens and test audio ports by plugging in headphones.

Paydays for Apple
As Apple’s overseas operations and sales have expanded, its top employees have thrived. Last fiscal year, Apple’s revenue topped $108 billion, a sum larger than the combined state budgets of Michigan, New Jersey and Massachusetts. Since 2005, when the company’s stock split, share prices have risen from about $45 to more than $427.
Some of that wealth has gone to shareholders. Apple is among the most widely held stocks, and the rising share price has benefited millions of individual investors, 401(k)’s and pension plans. The bounty has also enriched Apple workers. Last fiscal year, in addition to their salaries, Apple’s employees and directors received stock worth $2 billion and exercised or vested stock and options worth an added $1.4 billion.
The biggest rewards, however, have often gone to Apple’s top employees. Mr. Cook, Apple’s chief, last year received stock grants — which vest over a 10-year period — that, at today’s share price, would be worth $427 million, and his salary was raised to $1.4 million. In 2010, Mr. Cook’s compensation package was valued at $59 million, according to Apple’s security filings.
A person close to Apple argued that the compensation received by Apple’s employees was fair, in part because the company had brought so much value to the nation and world. As the company has grown, it has expanded its domestic work force, including manufacturing jobs. Last year, Apple’s American work force grew by 8,000 people.
While other companies have sent call centers abroad, Apple has kept its centers in the United States. One source estimated that sales of Apple’s products have caused other companies to hire tens of thousands of Americans. FedEx and United Parcel Service, for instance, both say they have created American jobs because of the volume of Apple’s shipments, though neither would provide specific figures without permission from Apple, which the company declined to provide.
“We shouldn’t be criticized for using Chinese workers,” a current Apple executive said. “The U.S. has stopped producing people with the skills we need.”
What’s more, Apple sources say the company has created plenty of good American jobs inside its retail stores and among entrepreneurs selling iPhone and iPad applications.
After two months of testing iPads, Mr. Saragoza quit. The pay was so low that he was better off, he figured, spending those hours applying for other jobs. On a recent October evening, while Mr. Saragoza sat at his MacBook and submitted another round of résumés online, halfway around the world a woman arrived at her office. The worker, Lina Lin, is a project manager in Shenzhen, China, at PCH International, which contracts with Apple and other electronics companies to coordinate production of accessories, like the cases that protect the iPad’s glass screens. She is not an Apple employee. But Mrs. Lin is integral to Apple’s ability to deliver its products.
Mrs. Lin earns a bit less than what Mr. Saragoza was paid by Apple. She speaks fluent English, learned from watching television and in a Chinese university. She and her husband put a quarter of their salaries in the bank every month. They live in a 1,080-square-foot apartment, which they share with their in-laws and son.
“There are lots of jobs,” Mrs. Lin said. “Especially in Shenzhen.”

Innovation’s Losers
Toward the end of Mr. Obama’s dinner last year with Mr. Jobs and other Silicon Valley executives, as everyone stood to leave, a crowd of photo seekers formed around the president. A slightly smaller scrum gathered around Mr. Jobs. Rumors had spread that his illness had worsened, and some hoped for a photograph with him, perhaps for the last time.
Eventually, the orbits of the men overlapped. “I’m not worried about the country’s long-term future,” Mr. Jobs told Mr. Obama, according to one observer. “This country is insanely great. What I’m worried about is that we don’t talk enough about solutions.”
At dinner, for instance, the executives had suggested that the government should reform visa programs to help companies hire foreign engineers. Some had urged the president to give companies a “tax holiday” so they could bring back overseas profits which, they argued, would be used to create work. Mr. Jobs even suggested it might be possible, someday, to locate some of Apple’s skilled manufacturing in the United States if the government helped train more American engineers.
Economists debate the usefulness of those and other efforts, and note that a struggling economy is sometimes transformed by unexpected developments. The last time analysts wrung their hands about prolonged American unemployment, for instance, in the early 1980s, the Internet hardly existed. Few at the time would have guessed that a degree in graphic design was rapidly becoming a smart bet, while studying telephone repair a dead end.
What remains unknown, however, is whether the United States will be able to leverage tomorrow’s innovations into millions of jobs.
In the last decade, technological leaps in solar and wind energy, semiconductor fabrication and display technologies have created thousands of jobs. But while many of those industries started in America, much of the employment has occurred abroad. Companies have closed major facilities in the United States to reopen in China. By way of explanation, executives say they are competing with Apple for shareholders. If they cannot rival Apple’s growth and profit margins, they won’t survive.
“New middle-class jobs will eventually emerge,” said Lawrence Katz, a Harvard economist. “But will someone in his 40s have the skills for them? Or will he be bypassed for a new graduate and never find his way back into the middle class?”
The pace of innovation, say executives from a variety of industries, has been quickened by businessmen like Mr. Jobs. G.M. went as long as half a decade between major automobile redesigns. Apple, by comparison, has released five iPhones in four years, doubling the devices’ speed and memory while dropping the price that some consumers pay.
Before Mr. Obama and Mr. Jobs said goodbye, the Apple executive pulled an iPhone from his pocket to show off a new application — a driving game — with incredibly detailed graphics. The device reflected the soft glow of the room’s lights. The other executives, whose combined worth exceeded $69 billion, jostled for position to glance over his shoulder. The game, everyone agreed, was wonderful.
There wasn’t even a tiny scratch on the screen.

David Barboza, Peter Lattman and Catherine Rampell contributed reporting.

Processi Mediatici Panem et Circenses, e girare in tondo.

Due mesi fa, nell’ambito di un programma di formazione-lavoro, ho fatto un corso di Programmazione Neurolinguistica (PNL).

La PNL, come molte tecniche di “terapia breve” (che poi non sono altro che una forma di ipnosi indotta) verte a cercare di riprogrammare il nostro modo di funzionamento che spesso a causa soprattutto di alcune brutte esperienze si cristallizza in certe abitudini che ci impediscono di andare avanti nella vita (pessimismo, girare in tondo, difficoltà a concentrarsi, pensare sempre al passato, incapacità di organizzarsi in un mondo così frenetico, rimandare a domani quello che si può fare oggi, ma anche fobìe, o difficoltà del comportamento sociale generale).

La PNL è nata dal frutto di anni di ricerche, compiute da Richard Bandler e John Grinder, orientate a scoprire quali fossero gli elementi comportamentali e linguistici che permettevano a psicoterapeuti di orientamento teorico diverso, come Fritz Perls, Milton Erickson e Virginia Satir, di avere una costanza di risultati positivi talmente rilevante.
I risultati sono stati l’individuazione di una serie di strategie comportamentali e di modelli linguistici specifici e riproducibi

Tengo a precisare che come tutte le tecniche che toccano il comportamento umano esse non sono ad oggi accettate dalla scienza medica ufficiale. Se è per questo bisogna anche ricordarci che neanche la psicanalisi o certi settori della psicologia non sono completamente riconosciute dal mondo scientifico “ufficiale” .   I denigratori di questa tecnica ci vedono sostanzialmente una metodologia capace di “manipolare” i più deboli (come si fa con l’ipnosi). I fautori ci vedono la panacea di ogni male. Come tutte le cose se usata cum grano salis sul proprio sviluppo personale la PNL può fornire certi benefici senza essere assolutamente il rimedio di ogni male.

Un aspetto fondamentale che mi ha colpito di queste discipline psicoterapeutiche che cercano di risolvere i nostri problemi personali ( o di permetterci di interfacciarci con persone che hanno difficoltà comportamentali nella vita: ossia il 90% della popolazione) è la tecnica che in francese chiamano “recadrage” di cui non conosco il corrispettivo italiano e che potremmo definire “reinquadramento della realtà” cercando di coglierne gli aspetti positivi. L’aspetto fondamentale di tutte queste terapie psicologiche è appunto di riuscire a rifocalizzare la nostra energia vitale spesso svuotata dalle angoscie e dalla negatività della vita. Il superamento degli ostacoli, anche piccoli, diventa impresa disperata per il “pessimista” o per chi “vede tutto nero”, ma anche per chi esagera nel senso opposto e come un farfallone ingenuo e ottimista salta di palo in frasca. La PNL è utile quindi per reinquadrarsi personalmente e per vedere la realtà che ci circonda secondo un’ottica più obiettiva, per vedere cioè le cose da un punto di vista diverso che ci potrebbe permettere di sormontare i piccoli ostacoli della vita (che per noi sono grandi: cambiare il lavoro, intraprendere un corso di studi, o semplicemente decidersi a fare quel viaggio che si rimanda da sempre dietro la scusa che si ha troppo da fare).
Facciamo qualche esempio.
Dire “A Parigi sono depresso perché piove sempre” è un’affermazione mal posta, filtrata dalla nostra esperienza personale e che generalizziamo. Rendendo questa affermazione generica la rendiamo assoluta, come se fosse scritta nella Bibbia, e ci pare impossibile cambiarla. Relativizzare e reinquadrare significa porsi delle domande che ci permettono di guardare il problema da un altro punto di vista ad esempio ci si dovrebbe chiedere “è mai capitato che io sia stato depresso col sole?” Se la risposta è si la colpa di una depressione non è la città in cui si vive o il tempo che fa in quella città e così si toglie a Parigi questo primo attributo assoluto di negatività (fermo restando che il tempo di Parigi è peggiore in media di quello di Roma). Questo reinquadramento genera energia positiva. Se uno vi chiede “come si vive a Parigi?” non vi viene in mente la prima risposta classica “una merda! Piove sempre!” ma magari quella più costruttiva “è una città con molte cose da fare, il tempo non è bello come a Roma ma si trova molto più lavoro”.
Un altro esempio è nella vita di tutti i giorni, in cui abbiamo la tendenza a enfatizzare solo le cose negative che ci accadono. Sui trasporti pubblici “il treno e’ SEMPRE in ritardo”. Sempre sempre? Sempre significa tutti i giorni della settimana!
Oppure “i mezzi pubblici sono pieni da scoppiare non ne posso più” : anche li, quando? Nelle ore di punta?  Pieni da scoppiare e allora i pendolari africani che viaggiano sul tetto dei treni?
“C’è sempre sciopero!” Sempre? quanti giorni di sciopero all’anno sono fatti in quel determinato settore, vi siete documentati? E se si ha questa impressione come mai? (in Italia per esempio i trasporti pubblici scioperano spesso, quando lo fanno, il venerdì per mezza giornata. Se uno prende i trasporti solo il venerdì avrà un giudizio falsato).
Anche nei rapporti personali nei giudizi con le altre persone si tende spesso a generalizzare “gli italiani sono tutti rumorosi”, “I parigini sono tutti arroganti”. Personalmente i miei amici Parigini che conosco non sono arroganti, è vero che ho conosciuto alcune persone arroganti a Parigi come a Aix-En-Provence, come alcuni Milanesi arroganti e certi Romani che pensano di sapere tutto loro (i nostri cari e bei “cazzari” nostrani!).
In somma il trucco è “decontestualizzare”, evitare le generalizzazioni, eliminare l’energia negativa dove non serve per poter andare avanti.
Perché se si vive un po’ più serenamente nel luogo, nel tempo e con coloro che ci circondano magari si ha più energia per costruire progetti di vita utili a se stessi e agli altri, che poi è lo scopo del nostro vivere in società.
Ovviamente lo sdegno, la collera, la rabbia sono energie che anch’esse hanno contribuito volenti o nolenti al progresso sociale. Molti cambiamenti sono nati da Rivoluzioni e Guerre sacrosante e inevitabili. Ma a un prezzo da pagare altissimo. Ma molte guerre, molte rivoluzioni, nonostante morti e cambiamenti epocali non è che abbiano poi risolto tutti i problemi. Spesso, troppo forse, si sentono persone che con aria sconfortata dicono “si stava meglio quando si stava peggio”…

Perché questa lunga premessa? Perché mi sono messo ad analizzare dei fatti molto diversi tra di loro che sono stati per mesi sulla bocca di tutti  ma che secondo me sono un chiaro esempio di come oggi si spenda un tempo esagerato a logorarci l’anima di rabbia e collera, che non causano nessun progresso sociale, nessuna rivoluzione ultima, ma che sono fini a se stesse e generano solo altra rabbia e frustrazione.
Qualche filosofo o logico potrebbe obiettare che lo stesso tempo che io sto spendendo a scrivere questo panegirico è una contraddizione. Se non fosse che, giustamente, il mio scopo è reinquadrare i fatti e dimostrare come il “gioco non è valso la candela”. L’energia che abbiamo speso nell’angosciarci, arrabbiarci, scandalizzarci dei punti sottostanti non sta rendendo il mondo migliore.

Di quali casi parlo? Dei seguenti

Il caso DSK. Il caso “Berlusconi”. Il caso del Capitano “Schettino”.

Sono tutti casi di persone che hanno generato una forte emotività negativa nei media e nell’opinione pubblica tanto da essere stati considerati per molti il male assoluto. E, vengo subito alla conclusione, questo non ci ha portato a sentirci meglio, ma solo pieni di rabbia e risentimento.

Dominique de Strauss-Kahn. E’ stato condannato dall’opinione pubblica mondiale dopo un processo mediatico di due giorni. Sembrava di aver stappato il vaso di pandòra. Anche i commentatori più moderati avevano la bava alla bocca. DSK è assorto come simbolo del potere corrotto che crede di poter fare quello che si vuole con i soldi. Si sono spesi fiumi di parole, quasi a senso unico. La gente che incontravo si era fatta un’opinione immediata, senza appello e senza scuse, a neanche ventiquattr’ore dal fattaccio. Nessun reinquadramento, il cattivo ultimo era lui, prigione, gogna mediatica e poi rilascio con mille scuse dopo un mese. Ne abbiamo tratto giovamento? La politica Francese ne ha tratto un vantaggio di dover privarsi di un candidato alternativo alle presidenziali? Il Fondo Monetario Internazionali oggi va meglio senza DSK? Le Banche o “i poteri forti” che si citano in questi casi sono oggi meno forti?

Berlusconi. E’ il catalizzatore dell’odio di metà degli Italiani dal 1994. Ci sono partiti politici come quello di Di Pietro che ci campano grazie all’odio contro Berlusconi. Berlusconi è capace di dire oggi una cosa e domani il suo contrario (l’ultima è la sua uscita sul governo Monti che ha fallito e che ora il Nostro “si aspetta che la gente lo richiami in aiuto”). Le persone non hanno ancora capito che Berlusconi gestisce la politica come un tifoso di calcio che nega anche l’evidenza, ma lo fa giustamente perché sa che gli italiani si comportano come tifosi e che in situazioni di scontro frontale lui ne esce meglio. Queste battute le fa per calcolo, non perché ha un disturbo bipolare della personalità, seppur si ha difficoltà a crederlo. Anche se la squadra del cuore è sull’orlo della serie B il tifoso prenderà in giro i cugini nel Derby pure se loro sono primi in classifica e per farlo non esiterà a distorcere la realtà. Berlusconi è un altro esempio di “leader carismatico” che distorce il campo della realtà. Ma invece che “non curarsi di lui, e lasciar che passi…” moltissimi Media ci ricamano sopra, urlano che è un personaggio incredibile, evidenziano le sue contraddizioni, e molti di noi sono invasi da una sorta di odio incredibile quando lo vediamo e sentiamo quello che dice (smentendo il se stesso del giorno prima) o viceversa di amore incondizionato se sei il tifoso della sua squadra. Tutto al di fuori della realtà. Probabilmente Berlusconi, nella realtà, è solo un gran venditore e un mediocre politico che non lascerà il segno quando se ne andrà. Non è Satana, e tantomeno l’Unto del Signore. Dieci anni di dibattiti televisivi urlati al grido “Berlusconi in galera!” , o “Berlusconi Santo, meno male che ci sei tu!” non sono certo serviti a migliorare il paese. Un governo “sobrio” come quello Monti sta facendo molto di più in poche settimane dei quattro governi di centro sinistra e di centro destra che abbiamo avuto negli ultimi quindici anni (anche ad onor del vero grazie a questo parlamento della Casta che glielo permette, finora.). A Berlusconi fa comodo l’estremismo delle masse, perché la massa dominata da sentimenti estremi non ragiona più. E’ isterica. Provate a guardarvi una serata di Ballarò quando tutti i politici urlano uino contro l’altro. Non cambierete certo opinione, vi sentirete anzi più arrabbiato di prima (e disgustato). Sogni d’oro allora!

Il Capitano Schettino della Costa Crociere.
Dall’inizio della tragedia della Costa Crociere l’odio e l’emozione di tutto il mondo si è catalizzato su questa persona, un comandante che ha commesso una serie di errori culminati, ciliegina sulla torta, nel presunto abbandono della nave con passeggeri a bordo. Tutto quello che sappiamo lo sappiamo dai giornali e da certe telefonate che sono state pubblicate. Schettino è stato già condannato prima del processo, è l’uomo più odiato d’Italia dicono alcuni, i giornalisti di molti dei più importanti telegiornali nazionali di vari paesi (Tg2, La 7, France 2, la CNN, la BBC) hanno perso ogni prudenza professionale e, sapendo di giocare su terreno facile, si sono trasformati in opinionisti e giudici spietati. (Diffido sempre del giornalista, seppur bravo, che se ne esce con la sua opinione personale, lo stesso Mentana ora ci ha preso gusto).
Su Schettino si sono espressi tutti. Il Financial Times, citato da Severgnini sul Corriere, vede il caso Schettino come il simbolo del nostro sgangherato paese, facendo paralleli azzardati tra situazione economica attuale e il naufragio della Concordia (mi verrebbe da dire : ma che ci azzecca?).
Vale la pena citare l’intero passaggio:

“Sorprendentemente – ma solo per chi non conosce bene l’Italia – gli italiani hanno accettato la nuova situazione. Le misure di austerità colpiscono duro, soprattutto le pensioni e la casa, ma non hanno provocato il panico o risposte emotive, come in Grecia. In Italia abbiamo l’opera, non la tragedia. Sappiamo quando la soprano sta per cantare e tutto finisce. O, se vogliamo restare alle metafore d’attualità, sappiamo vedere le rocce sotto la superficie. Ecco perché il comandante della Costa Concordia è tanto poco amato. Non ha visto quello che arrivava; e quando è arrivato, non ha saputo affrontarlo ed è andato via – non una bella figura, per niente. Gli italiani, oggi, sono invece per il capitano Gregorio De Falco che grida al telefono: «Vada a bordo, cazzo!». Perché in fondo è lì che vogliamo stare: a bordo, sicuri in Europa e con l’euro. Forse addirittura senza prima toccare il fondo.”

Tutto molto bello ma a che servono tutti questi voli pindarici per esprimere dei concetti sacrosanti ma che esulano dal caso Schettino? O se vogliamo : siamo sicuri che Schettino sia il simbolo di tutti i mali d’Italia? E’ utile generalizzare e fare questi giochi di parole tra opera e tragedia? E’ utile per far progredire l’Italia? Ci è utile per farci sentire meglio?

Su Facebook poi l’odio e il sarcasmo si sono scatenati, uniti all’inventiva italiana poi sono diventati micidiali. Devo dire che alcune vignette su Schettino mi hanno fatto pure sorridere, ma molto più spesso ho pensato mestamente come ci siano tante persone che sembrano aspettare il momento giusto per scatenare una rabbia accumulata da una lettura acritica dei media di informazione; si sono visti dei commenti che, anche li, generalizzavano, uno sfogo di odio demagogico senza contenuto costruttivo “Schettino abbandona la nave mentre un marinaio cede il posto alla bambina sulla lancia. Anche in questo caso un esempio di manager incompetenti strapagati che non fanno il loro dovere e di povera gente che invece si comporta da eroe”.
Dunque riassumiamo

Schettino = Manager;  Schettino = Incapace. ERGO Tutti i Manager italiani sono incapaci!

Tizio = Marinaio; Tizio = Eroe. ERGO Tutti i poveri disgraziati “Tizio” in Italia sono degli eroi!

Ebbene io credo che bisogna restare con i piedi per terra e relativizzare. Schettino ha commesso un reato penale che come tale verrà giudicato. Nel codice di procedura penale ci sono le attenuanti e le aggravanti, nel caso il giudice rileverà delle aggravanti per la pena Schettino si farà probabilmente anni di prigione a due cifre.
Ma questo risolverà il problema? E poi… C’è veramente un problema del trasporto marittimo in Italia? Tutte le navi di Costa Crociere sono insicure? Se è un eccezione dovuta a una serie di fattori negativi mischiati a un micidiale cocktail di incompetenza, in questo caso che bisogno c’è di generalizzare? C’è un problema di management in Costa Crociere? Se si quale è il ruolo della dirigenza? Secondo me il trasporto marittimo e più in particolare quello di lusso in Italia NON hanno un problema. Anzi funzionano molto bene, visto che da quel che mi ricordo questo è il primo incidente così grave da anni a questa parte.
Secondo me NON tutti i dirigenti e manager in Italia sono incapaci, ladri e messi la per non si sa quale benedizione. Ci sono dirigenti e quadri che ho conosciuto che lavorano sessanta ore a settimana, che dirigono decine di persone con un carico di responsabilità inaudito, che magari prendono un buono stipendio  ma che se lo meritano tutto. E ci sono dirigenti incapaci che si siedono sull’onda del successo, i raccomandati, così come ci sono operai o semplici impiegati che fanno i trucchi per imbrogliare il prossimo o che sono stati loro stessi raccomandati.
Così come NON tutti i politici fanno parte della casta.
Pensare che “è tutto un magna magna”, che in Italia vanno avanti solo i raccomandati, che tutti i dirigenti o tutti i politici fanno parte di una Casta,  fare queste generalizzazioni negative non aiuteranno voi a sentirvi meglio, ma vi caricheranno di un’impotenza distruttiva, chi soffre di depressione penserà spesso al suicidio come un bel rimedio risolutivo, i più ottimisti emigreranno all’estero.
I libri di Travaglio o di Stella e Rizzo dovrebbero proporre un’alternativa e non solo lanciare le accuse. Dovrebbero specificare chi è che sbaglia, e magari portare dei controesempi positivi. Gente come Beppe Grillo che sputa su tutti veleno e odio non serve al progresso del Paese. Da che parte si sta bisogna dirlo, è molto più facile dire “io sto contro tutti!” piuttosto che dire “io sto con quello!”
In somma per fare un’ennesima frase fatta: costruire è molto più difficile che distruggere.

A meno che…

A meno che non si sia in uno stato di decadimento sociale, civile, economico così avanzato e prostrante per cui valga la pena dire radiamo tutto a zero.
Nel caso in cui obiettivamente si possa dire che “la maggioranza” degli italiani non arriva alla fine del mese, “la maggioranza” dei politici e dei dirigenti di aziende sono incapaci e corrotti, “la maggioranza” dei dirigenti pubblici sono raccomandati e/o nullafacenti, “la maggioranza” degli ospedali e delle scuole sono inefficienti e le persone che ci lavorano degli incapaci nel caso migliore, “la maggioranza” degli italiani sono dei truffatori, e cioè se in geneale possiamo dire con una certa sicurezza basandoci su dati ogettivi, misurabili e provabili che   “la maggioranza” delle nostre vite è dominata dai problemi senza alcun beneficio per cui non valga la pena vivere nel nostro paese allora c’è una soluzione :

la Rivoluzione.

Con la R maiuscola.
In Italia come in Francia sento spesso le persone che mi circondano, ma anche molti illustri opinionisti urlare scenari apocalittici. Alla fine la rivoluzione l’hanno fatta in Tunisia o in Egitto e non da noi. Forse arriverà, non dico di no, (e ci saranno dopo i soliti che diranno “si stava meglio quando si stava peggio nella vecchia Repubblica”) e la goccia che farà traboccare il vaso sarà magari una storia tipo quella di Schettino (banale, lasciatemelo dire, spettacolare si, ma banale perché di nuessuna rilevanza nazionale) ; magari (o purtroppo secondo i punti di vista) come in Tunisia la scintilla scatenante è stata quel disgraziato che si è dato fuoco davanti a un ufficio pubblico anche da noi vedremo non solo black blocs ma padri e madri di famiglia, ingegneri, postini, insegnanti, commercianti, medici e infermieri, dirigenti di impresa tutti scendere in piazza coi forconi e distruggere banche, municipi, chiese, scuole…

Ci sono stati episodi di violenza nel passato, a Roma, a Genova , ma la borghesia è restata a casa .
E la rivoluzione la si fa solo se c’è la classe borghese che scende in piazza, e finché si hanno i soldi per andare a farsi due settimane di vacanza o per andarsi a mangiare una pizza con gli amici la sera vuol dire che non si è veramente raggiunto il limite della soportazione. Sento spesso dire da molti amici “ah ma ci stiamo arrivando!” .Vedremo. E vedremo se la tanto auspicata Rivoluzione risolverà il problema. A me, che piace rivangare la Storia, mi vien da dire che tutte le micro o macro rivoluzioni non è che abbiano portato cambiamenti necessariamente migliori per la maggioranza del popolo che le ha fatte o le ha subite. Dopo la Rivoluzione Francese  ci fu il terrificante periodo del “regime del Terrore” quindi è arrivato Napoleone che non era certo un candido democratico illuminato. Non voglio dire che non ci siano stati cambiamenti ma a quale prezzo? La caduta del Re di Persia nel 1978 non ha migliorato la vita del popolo Iraniano (tant’evvero che il regime riesce a mantenersi solo grazie alla “costruzione del nemico”  si veda a tale proposito l’interessante e omonimo saggio di Eco su come la costruzione del nemico serva a contenere l’insoddisfazione popolare).  Ma per restare ai giorni nostri: ci si lamentava della DC e dei Socialisti che rubavano. Del Pentapartito. Negli ultimi 15 anni non è che la politica abbia fatto tanto ed oggi stiamo assistendo al ritorno del Pentapartito camuffato in questo governo di matrice decisamente centrista e democristiana che ciononostante, miracolo, sta facendo molto di più dei governi di un recente passato “con il leader eletto dal popolo”. E lungi da me di cadere nel tranello dello “si stava meglio quando si stava peggio”, vorrei dire che forse bisogna partire dal presupposto che tocca accontentarsi della classe politica che si ha e tentare di farle fare le leggi che siano utili alla maggioranza, siano essi di destra che di sinistra. Riuscire a trovare il buono anche in politici mediocri questo bisognerebbe fare. Machiavelli. Il fine giustifica i mezzi. Riuscire a trovare il lato positivo e, idealmente, cercare di rivoltare la frittata, render il cattivo buono. Se volete – citando Asimov nel finale di Abissi d’Acciaio – ma sospettando che la citazione abbia origini ben più illustri -  “Non c’è nioente di più giusto e desiderabile più che della distruzione del male, la sua trasformazione in bene”.

Lasciatemi citare, invece, l’unico caso in cui si sarebbe dovuto fare di una situazione personale un evento di risonanza nazionale e scatenare un forte dibattito e che invece è passato, aihmé a causa della Telenovela della Concordia, abbastanza in secondo piano .
Parlo del suicidio annunciato di quella coppia di disoccupati di Bari, lui più prossimo alla sessantina, e che aveva perso il lavoro anni prima. Un agente di commercio, anche di una certa cultura a giudicare dall’intervista che ha rilasciato. Con una sua dignità. Un cittadino Italiano come lo siamo noi. Suicidatosi con la moglie perché non riusciva a trovare un lavoro che gli permettesse di avere una vita indipendente in cui poter vivere con la sua consorte (erano stati sistemati in un centro di accoglienza in stanze separate) nel sud d’Italia.

Anche li le informazioni che ho potuto rilevare sono quelle filtrate dai media, e quindi parziali così come lo può essere la mia analisi, ma ho potuto fare qualche riscontro incrociato sui blog al di fuori del circuito di informazione standard.

Con tutta la buona volontà e la PNL che vogliamo, e perché lo sperimento ogni volta che rientro in Italia, il problema dell’assenza di un lavoro decentemente stabile e decentemente retribuito che ci permetta di vivere degnamente la nostra vita è un problema generalizzato del  sud del mondo che ci deprime. Molti amici che conosco sono costretti a vivere lavorando al nero e si campa grazie al salario del secondo componente della coppia, o se non si è in coppia spesso si deve vivere con il genitore fino a tarda età. Molti vanno all’estero. Chi perde il lavoro dopo i cinquant’anni ha una difficoltà enorme a ritrovarlo, e questo è inquietante nel nostro Continente dove l’ età pensionabile si alza ogni anno che passa. I contratti a durata indeterminata sono rarissimi. Le retribuzioni salariali della maggioranza degli italiani sono molto basse rispetto al costo medio della vita. Qualcuno mi dirà che sto generalizzando? Forse, ma ci sono dati Istat, e poi la mia esperienza personale quando visito l’Italia del centro sud e parlo con le persone che incontro.

E’ un problema secondo me più serio dell’incidente della Costa Concordia, che ha fatto 15 morti, tragedia si, ma che non mi aiuterà a vivere meglio anche sapendo che Schettino si prenderà la galera a vita. Ma anche questo problema se vogliamo risolverlo dovrà essere reinquadrato. Non so come, ma questi episodi tristi devono cercare di farci riflettere perché si arriva fino a questo punto. Come è possibile perdere le speranze al punto tale di farla finita perché si perde il lavoro.

In somma: la sostanza è che bisogna reinquadrare gli eventi che i media ci vomitano addosso, lasciandoci scivolare ciò che non ha importanza per il progresso umano e sociale e concentrandosi sui problemi del paese cercando di risolverli giocando o trovando gli aspetti positivi e minimizzandone i negativi. Fare leva sulle energie positive per scavalcare ostacoli insormontabili.
E’ anche il segreto di chi vuol diventare classe dirigente, da chi invece si contenta di restare sugli spalti dell’arena a fare il tifoso e godere di panem et circenses (e a mangiarsi il fegato contro quelli della squadra avversaria).

Fratelli d’Italia?

FratelliDItalia

Ferruccio De Bortoli è abbastanza conosciuto in Francia, e leggevo un lancio di agenzia riportato da FranceInfo qualche giorno fa dove il direttore del Corriere Della Sera spiegava ai francesi come questo fine settimana per noi italiani sia stato uno dei più critici della storia moderna  repubblicana (o qualcosa di simile).

Tempo prima in una trasmissione televisiva ha lasciato trapelare tutta la sua amarezza riportando i caustici commenti dei colleghi esteri sull’Italia, commenti che ovviamente il nostro paese non avrebbe dovuto meritarsi, ma che nel fondo sono giustificati (e per questo bruciano ancora di più). Nessuno può capire De Bortoli meglio di un italiano che vive all’estero.

Credo che la cosa che manchi alla nostra classe politica sia in effetti la capacità di vedersi dal di fuori dell’Italia, che oramai non è che una regione dello stato Europeo (e per fortuna!).

Questo lo si vede da piccoli dettagli (come il livello trapattoniano dell’inglese di La Russa) ma potremmo citare sviste, gaffes ed errori a livello internazionale ben più evidenti.

Il Governo in Italia cade perché pezzi del parlamento si sono distaccati dalla maggioranza anche a causa di una fortissima pressione Europea, di cui facciamo parte, e non credo che lo abbiano fatto per un rinnovato spirito di responsabilità nazionale (responsabilità che non hanno mai avuto avendo votato per la stragrande maggioranza del loro mandato leggi confezionate “ad hoc” per il premier dimissionario), quanto piuttosto per paura, paura di chi non capisce come la situazione abbia potuto precipitare in tre mesi (cosa che non è vera in quanto i segnali di allarme c’erano da ben prima). Staremo a vedere.

Ai francesi, agli inglesi , agli americani che guardano l’Italia in base a quello che riportano i loro telegiornali locali io consiglio accortezza in questo momento e ricordo che così come Berlusconi è un italiano, così lo sono il presidente della Repubblica, e il futuro Presidente del Consiglio. Tutte facce di una stessa medaglia di un paese pieno di contraddizioni ma, come diceva Benigni al parlamento Europeo, bellissimo e non solo orgoglio nostro, ma di cui l’Europa ha maledettamente bisogno.

 

 

Umiliazione

Senza Parole

EVENTO!

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LA GRANDE SFIDA

 

Sicilia, Settembre 2011

Melancholia

Melancholia

Science Fiction, 2011
http://en.wikipedia.org/wiki/Melancholia_%282011_film%29

 

 

 

 

 

La sequenza dei primi due minuti iniziali lascia ben sperare. Poi il film entra nella sua prima metà che è incomprensibilmente decontestualizzata.  L’autore ha probabilmente voluto descrivere l’animo depressivo della protaginista, e indubbiamente l’interpretazione della Dunst è notevole, ma in tutta onestà dopo trenta minuti avete il mal di testa (è tutto quasi filmato “a mano”  che vi viene da dare di stomaco) per poi sprofondare in una noia mortale (si narra la storia di un matrimonio di una famiglia alto borghese che cade a pezzi e viene voglia di chiederci “si, ma chissene frega?”). Sarete tentati di alzarvi, andarvene e chiedere i soldi indietro. La prima parte è quindi da dimenticare. Giudizio:  mezza stella per carità cristiana.

Poi inizia la seconda parte più interessante  in cui il regista riesce a trasmettere lo stato di inquetudine e angoscia direttamente dai protagonisti allo spettatore. Verso la fine del film si arriva addirittura a provare un senso di claustrofobia in netto contrasto con l’ariosa atmosfera della foresta svedese e della sontuosa villa di campagna che si erge nel mezzo di un campo da golf da 18 buche.  Gli ultimi dieci minuti sono molto angoscianti, ma va dato il merito all’autore di essere riuscito a trasmettere esattamente quel tipo di impatto emotivo.

E’ il motivo per cui alla fine il giudizio, complessivamente, è “appena” discreto, migliore vivaddio della “catastrofe” del primo tempo, ma senza arrivare a nessuna menzione speciale.

Interessante la scelta della colonna sonora sulle note di Wagner, anche se limitata alla singola “ouverture” del Tristano e Isotta che, riproposta in diversi momenti del film rende le atmosfere alla lunga fastidiosamente ripetitive (forse in maniera voluta) anche se il finale è sontuoso nella sua tragica fatalità.

Dal punto di vista dell “astrofisico” anche se resta un film di fantasia, non manca di un certo interesse scientifico,  e se non altro si capisce immediatamente di non essere di fronte al solito genere catastrofico americano seppur destinato al prevedibile ed inesorabile finale, che per evitare inutili “suspences” il regista propone all’inizio del film anche se lo spettatore dopo il terribile mal di pancia della prima mezzora avrà probabilmente dimenticato!.

In somma il consiglio è di vedervi solo il secondo tempo!

La Foto del giorno

IL SOLE A PARIGI

FINALMENTE!

Dopo due settimane si mangia il gelato!


Brazil

Brazil

Science Fiction, 1985

http://en.wikipedia.org/wiki/Dark_City_%281998_film%29

Il film è ispirato a “1984” di Orwell. Girato in modo originalmente “delirante” in modo da riflettere le atmosfere del libro di Orwell, con alcune note originali (inclusa la musichetta brasiliana in netto contrasto con l’atmosfera cupa), la seconda metà del film è obiettivamente pesante (lo spettatore risente dello stato di delirio del protagonista). La tecnica di mischiare fantasia e realtà grazie a trucchi psicologici (deliri ad occhi aperti o no) nel film appare un po’ abusata. Precursore di altri film come Matrix o Dark City.

Nucleare . . .

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione.

NUCLEARE: Il Referendum si farà con questito cambiato (e chi ha già votato all’ estero?)

MILANO – Il referendum sul nucleare si terrà il 12 e 13 giugno insieme ai due sulla privatizzazione dell’acqua e a quello sul legittimo impedimento. La Corte di Cassazione ha accolto l’istanza presentata dell’Idv che chiedeva di trasferire il quesito sulle nuove norme votate nel decreto legge Omnibus. La richiesta di abrogazione rimane quindi la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà alle nuove norme (art. 5, commi “1″ e “8″) e dovrà essere modificato il quesito. La Suprema Corte ha stabilito a maggioranza quindi che le modifiche apportate dal governo alle norme sull’energia nucleare non precludono lo svolgimento del referendum.

Domanda scema: Io che ho già votato come faccio?